Caso Regeni: Conte affida l’onore dell’Italia nelle mani di Al Sisi

A quasi cinque anni dalla morte di Giulio Regeni sarà la procura di Roma a fare ciò che lo Stato non è stato ancora capace di fare: cercare la verità e ottenere giustizia per un ricercatore italiano di 28 anni morto ammazzato in Egitto e lasciato nudo, col corpo martoriato, sul ciglio dell’autostrada che collega il Cairo ad Alessandria.

Entro il prossimo 4 dicembre, il pm Sergio Colaiocco depositerà gli atti delle indagini e procederà nei confronti dei cinque funzionari della National security agency (il servizio segreto interno egiziano) iscritti due anni fa nel registro degli indagati chiedendo un processo. Lo farà con o senza la collaborazione dell’Egitto, che da mesi nega persino l’elezione di domicilio dei suoi agenti, impedendo così che possano essergli notificati in Italia, presso un difensore, gli atti del processo che li accusa.

Ma al di là della partita giudiziaria, ce n’è un’altra che si svolge in maniera parallela, una partita doppia, che investe politica e geopolitica, della quale il nostro Paese ha ampiamente perso i round precedenti. Ieri il premier Conte ha telefonato al presidente egiziano Al Sisi comunicandogli l’impossibilità di “comprare” altro tempo: la procura, per fortuna, ha deciso di muoversi in autonomia rispetto alle cautele diplomatiche. Non c’è amicizia tra Paesi che tenga, interessi reciproci di cui tener conto: perfino la farraginosa macchina della giustizia italiana è apparsa fulminea rispetto alle titubanze della politica.

La buona notizia della telefonata fra Conte e Al Sisi è che ad occuparsi della pratica non è il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Anche nei mesi scorsi, quando l’Italia decise di vendere all’Egitto due navi, le fregate classe “Fremm”, per un valore di 1,2 miliardi, dando un prezzo all’uccisione di un suo ragazzo, fu Conte ad assumersi la responsabilità di tale scelta. Così oggi: è ancora una volta il premier, al netto delle accuse rivoltegli dai genitori di Giulio, a caricarsi dell’onere della trattativa con Il Cairo, a coltivare un canale preferenziale con Al Sisi, convinto per motivi a noi ignoti di essere in possesso delle carte giuste per vincere la partita.

Di fatto mettendo nelle mani del presidente egiziano l’onore dell’Italia.

Dobbiamo sperare che abbia ragione Conte, ma soprattutto che abbia imparato dagli errori del passato, che abbia capito che, al di là della vulgata, l’Egitto non è quel Paese del Terzo Mondo che attende impaziente di ricevere ordini e minacce da Roma: trattasi piuttosto di attore geopolitico anelante gloria (quanto non possiamo dire di noi stessi) e con a disposizione forza militare terrestre superiore alla nostra.

Qualora da parte di Al Sisi dovessimo ricevere un nuovo schiaffo, dopo i tanti assestati alle nostre guance dal generale egiziano, dovremmo come primo passo ritirare il nostro ambasciatore, prendendo atto che il dialogo privilegiato in questi anni, con tanto di vendita di navi ad una Marina nostra diretta concorrente nel Mediterraneo, non ha portato né porterà a nulla.

Soprattutto, però, dovremmo riflettere sulle responsabilità della politica in questa vicenda. Pochi Paesi avrebbero saputo gestire peggio una partita così delicata per l’onore della nazione. Sono macchie che difficilmente si lavano via agli occhi degli interlocutori esteri: il rischio è che ognuno pensi possibile fare ciò che vuole contro l’Italia e i suoi cittadini, in assenza di ripercussioni di sorta.

Al di là della sacrosanta ricerca di verità e giustizia per Giulio, un nuovo fallimento vedrebbe irrimediabilmente compromessa la nostra immagine nell’agone internazionale. Non possiamo davvero permettercelo. Conte deve saperlo. La scommessa è sua, com’è legittimo che sia, ma in gioco c’è l’onore di tutti gli italiani.


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Le scuse di Conte alla Calabria non bastano

I calabresi dovrebbero essere grati a Cotticelli, Zuccatelli, Gaudio. Può sembrare un paradosso: ma senza il caos sollevato dalle loro vicende personali in relazione al ruolo di commissario alla sanità, tutto in Calabria sarebbe continuato a scorrere come sempre. Cosa vuol dire come sempre? Col silenzio assenso dello Stato centrale, con la logica del “fammi un piacere che appena posso mi sdebito io”, con un sistema che premia massoni e corrotti, che vede nei settori strategici delle nostre comunità i gioielli da depredare per lucrare consenso e occupare poltrone. Tutto questo avrebbe continuato ad accadere – e volete scommettere? Tornerà a farlo non appena le tv se ne andranno – sotto gli occhi di milioni di calabresi assuefatti a questo modus operandi, stanchi anche di combattere, di credere in qualcosa di diverso. E d’altronde provateci voi a dargli torto, ai calabresi. Colpevoli, sì, di aver dato fiducia agli uomini sbagliati, ma pure giustificati dall’aver votato i politici di tutti i partiti, di destra e di sinistra, di sopra e di sotto. Il risultato è che nel pieno di una pandemia si ritrovano ad applaudire, come fosse la manna dal cielo, l’arrivo in regione di un’organizzazione umanitaria, Emergency di Gino Strada, che ha costruito la sua fama per il lavoro svolto in Africa. Nessuno si offenda: siamo anche qui Terzo Mondo.

La novità delle ultime ore è che il presidente Conte ha detto di assumersi la responsabilità per lo sfacelo di nomine di questi giorni. Questa è una notizia. Nel Paese in cui uno degli sport più amati – oltre a quelli che ci vedono impegnati come commissari tecnici della Nazionale e ultimamente virologi – è quello del rimpallo di responsabilità, un politico che dica “è colpa mia” va apprezzato per coraggio ed onestà intellettuale. Ma intendiamoci, in un sistema politico che si rispetti, che funzioni, dire “è colpa mia” non basta. A Conte non è scivolato di mano un piatto finito in mille pezzi: quello si ricompra. A Conte e al suo governo è sfuggita del tutto la situazione in una regione impreparata a fronteggiare l’ordinaria amministrazione, figurarsi un’emergenza sanitaria globale a cui si è aggiunto il carico del vuoto di potere.

Cosa deve succedere, di più grave, perché un capo di governo e il suo esecutivo rispondano concretamente delle loro (in)azioni?

Attenzione: non sto chiedendo la testa di Conte, e se è per questo neanche quella del ministro della Salute, Roberto Speranza. Non siamo nelle condizioni di aprire una crisi politica a livello nazionale. Il vuoto di potere aperto in Calabria dovrebbe chiarire una volta per tutte che la voragine alimenta solamente altro caos. Ma neanche possiamo fare l’errore che basti qualche virgolettato su Repubblica per presentarsi come il politico che si immola assumendo su di sé il carico degli errori di tutti (qui il colpevole sia chiaro, non è SOLO Conte), magari passando da martire e riscuotendo nuovo credito agli occhi dei calabresi e degli italiani.

Adesso ci sono solo due cose da fare: riunire un team, prendersi anche un paio di giorni, vagliare il curriculum di ogni candidato con attenzione, verificare che non abbia scheletri nell’armadio, e nominare il commissario alla sanità calabrese. E poi? Poi, quando l’incubo della seconda ondata sarà alle spalle, assumersi “realmente” le responsabilità di questo sfacelo. Chiedendo scusa, sì, che non guasta mai. Ma anche pensando ad un riassetto nel governo: non si può davvero continuare così.


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“Le faremo sapere”

Scrivere di sanità calabrese è per me una doppia ferita: perché sono italiano, ma sono anche calabrese. Il post con cui Gino Strada ha dichiarato di essere stato sedotto e abbandonato dal governo merita una riflessione che vada oltre la costernazione di facciata.

Non è la prima volta che il governo si comporta in questo modo, non è la prima volta che il premier o suoi ministri, sul punto di assegnare ruoli di peso a persone di onestà specchiata, magicamente finiscono per sparire da un giorno all’altro, senza dare più notizie. Come fossero l’amata che si sottrae allo spasimante dopo un solo caffè, per giunta dopo essere stati loro ad invitare la controparte, dopo essersi salutati con una stretta di mano, un “le faremo sapere” carico di aspettative e promesse.

Non è la prima volta, no, perché quello che è successo a Gino Strada è già accaduto al pm Di Matteo. In quel caso il giudice antimafia era stato scelto per un ruolo al vertice del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), poi il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede – non è chiaro per quali motivi, o forse è dannatamente chiaro – decise di ripiegare con un’offerta inaccettabile per un uomo con la storia professionale di Di Matteo, con un incarico di sotto’ordine.

Ecco, tanto Gino Strada quanto Di Matteo sono personalità dalla sensibilità politica distante dalla mia. Io la penso diversamente da loro su tantissimi temi, e dico di più: probabilmente avrei scelto altre persone per guidare la sanità calabrese e per dirigere il Dap. Ma mai mi sognerei di mettere in discussione il loro essere servitori dello Stato.

Perciò penso questo: al posto di Conte oggi, di Bonafede ieri, io proverei un po’ di vergogna. Un po’ tanta. Non perché un governo non sia libero di fare le nomine che vuole: si può scegliere di perdere la faccia nominando Zuccatelli a capo della disastrata sanità calabrese in assoluta autonomia, figurarsi. Nella speranza che tra qualche mese si abbia però il coraggio di risponderne, piuttosto che crocifiggere il Cotticelli di turno.

Ma quando si decide di coinvolgere personalità come Gino Strada, si dovrebbe avere la prudenza di contattarli soltanto se convinti di assegnare loro “pieni poteri”. Espressione che per una volta, lasciatemi dire, non guasta.

A meno che non si faccia un ragionamento diverso, a meno che non si sia disposti a sacrificare, sull’altare degli interessi di parte, pure la propria dignità.


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Ho fatto un sogno: Conte, Salvini, Di Maio e…

Ho fatto un sogno che non era veramente un sogno. Era in parte un ricordo. Ho visto Conte, Salvini, Di Maio, seduti uno accanto all’altro. Distanziati, sì, perché c’era già la pandemia. Tutti con la mascherina, anche il Capitano che di solito la mal sopporta.

Ho fatto un sogno, che non era il governo gialloverde: in quel caso avrei scritto, “ho fatto un incubo“. E poi vi avrei detto che ho mangiato pesante ieri o visto un film di Halloween rimasto in arretrato.

Invece io ho fatto un sogno, ho sognato che ci trovavamo tutti nella sala stampa di Palazzo Chigi, e che con Conte, Salvini, Di Maio, c’erano pure Berlusconi, Zingaretti, Meloni, Renzi. C’erano tutti, seduti al tavolo e con davanti un microfono.

Ho sognato che a parlare per primo fosse il presidente Conte, che ringraziasse “maggioranza e opposizione per lo sforzo ‘poderoso‘ profuso nell’interesse dei nostri concittadini“. Poi passava la parola a Matteo Salvini, che con un certo orgoglio da statista rimarcava: “Noi ci siamo. Ci siamo per le mamme, i papà, i commercianti, gli artigiani…“. Finita la lista toccava a Di Maio, evidentemente su di giri perché “oggi la politica italiana ha fatto la Storia anche grazie al MoVimento 5 Stelle“. Berlusconi, dopo di lui, rivendicava la regia dell’operazione e di essere “sceso in campo come nel 1994 per fare qualcosa per il mio Paese“. Zingaretti dal canto suo si godeva questo “straordinario momento di ‘unità“, mentre Meloni irrigidita sottolineava di aver fatto tutto questo “unicamente per la Patria” e Renzi divertito sottolineava: “Vedo un certo affollamento: e menomale che criticavate il mio Patto del Nazareno!“.

Erano tutti lì, parlavano di scostamento di bilancio, Manovra, Mes, Recovery Fund, e si impegnavano a mettere da parte le ostilità fino a quando il coronavirus non fosse stato definitivamente archiviato, il Paese in tutte le sue componenti messo in sicurezza.

Era strano guardarli. Essere per una volta orgogliosi della nostra politica. Vi ho pensato, ho pensato che bello sarebbe stato se a vederli ci fosse stati pure voi. Stavo già pensando a cosa avrei scritto, a quali parole avrei usato per raccontarvi.

Poi ho capito: era un sogno, evidentemente un sogno.


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FATE PRESTO

FATE PRESTO“. Titolava così, a caratteri cubitali, la prima pagina de Il Mattino di Napoli tre giorni dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980. Fate presto, “per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla“. Fu un titolo tragicamente fortunato, talmente evocativo da essere riproposto nel novembre 2011 da Roberto Napoletano, all’epoca direttore de Il Sole 24 Ore, per invocare la formazione di un governo di unità nazionale che tirasse l’Italia fuori dalla trappola dello “spread“. Parolina di cui oggi abbiamo terribilmente, forse inspiegabilmente, nostalgia.

Il direttore del quotidiano economico venne accontentato soltanto cinque giorni più tardi, con l’arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi in sostituzione di Silvio Berlusconi. Vista la gestione post-terremoto in Irpinia e considerati gli esiti del governo Monti, non si può dire che quel titolo, quel “Fate presto”, abbia portato particolarmente bene al nostro Paese.

Eppure non è momento di usare scaramanzie. Piuttosto è tempo di capire che tempo non c’è rimasto.

Con oltre 30mila contagi registrati in un solo giorno – e chissà quanti sfuggiti all’attività di tracciamento – con un Rt che galoppa abbondantemente sopra il livello di guardia in molte Regioni, non ci è dato neanche il privilegio di aspettare i quattordici giorni canonici dall’entrata in vigore delle nuove misure restrittive, nell’insperata possibilità che sortiscano un benché minimo effetto.

Questo blog aveva scritto con un paio di giorni d’anticipo ciò che oggi anche Repubblica ha certificato: la data del 9 novembre come scadenza per imporre un nuovo giro di vite a livello nazionale. Ma il ritmo dei contagi impone subito una nuova presa di coscienza: non siamo più in grado di attendere oltre.

Ci siamo mossi tardi, probabilmente male. E la situazione è grave al punto che non possiamo permetterci processi mediatici, scontri politici. Dobbiamo remare tutti dalla stessa parte: quella del governo. Anche se pensiamo abbia sbagliato, pure se vorremmo averne uno diverso. Dobbiamo farlo perché ci credevamo al riparo, o almeno con il peggio alle spalle. E invece il nuovo giorno ci ha colti tremendamente impreparati, enormemente esposti ai fendenti del morbo.

Il solo modo per metterci in salvo è optare per la scelta più netta, la più coraggiosa e forse impopolare. Un nuovo lockdown che abbassi la curva, che rallenti il contagio. Solo così potremo presto tornare a correre. Solo decidendolo subito potremo tutelare il diritto alla salute e quello al lavoro di milioni di italiani.

Ecco perché oggi, quel maledetto titolo e il suo occhiello tornano drammaticamente di moda. Perché incarnano la necessità e l’urgenza di un Paese intero. E allora: “FATE PRESTO. Per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla“.


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