Il Salva-Roma diventato Salva-Poltrone

In fondo, il sospetto che tutto questo teatrino sia il risultato di un copione messo a punto nei momenti di vuoto tra un selfie e l’altro, ogni tanto sorge. Perché alla fine pensandoci su, tutte queste liti, questi affondi, queste idee opposte su tutto lo scibile umano, il potere di polarizzare il dibattito ce l’hanno davvero.

Il martedì sera, seduto sul divano, ti ritrovi ad immedesimarti nei Due, a pensare che “beh, stavolta Di Maio ha ragione“, ma l’attimo dopo pensi che “comunque Salvini non ha tutti i torti“. Non puoi non schierarti, in una dinamica simile. Non puoi evitare di scegliere tra Lega e 5 Stelle, in uno schema del genere. Come se governo e opposizione convivessero nello stesso esecutivo, ogni volta in posizioni invertite, pronte a scambiarsi all’occasione; come se alla fine il mondo politico italiano fosse diviso equamente in due parti, quello in cui è sovrano Salvini e quello in cui fa il capetto Di Maio.

Fortunatamente le cose non stanno così. C’è un mondo oltre questo mondo. E i Due non sono così scaltri come appaiono, non si danno torto per dividersi la torta. Lo fanno perché la politica resta il ring dell’umano. Il loro rapporto si è consumato, infine si è rovinato. Giggino si è fidato di Matteo: quando ha capito che quello non era un fratello maggiore ma solo un marpione si è risentito, ha deciso di imitarne i gesti, le uscite, gli attacchi. Salvini a quel punto si è offeso, per qualche tempo è rimasto spiazzato, subito dopo è tornato a fare ciò che gli riesce meglio: dispetti.

Così il Salva-Roma non è il punto. Ciò che è stato approvato in Cdm alla fine è un Salva-poltrone.

Perché a Salvini è bastato poco per scoprire il bluff di Di Maio: inizialmente negatosi, come l’amante risentito che per avere più attenzioni prova a sottrarsi, ma poi pronto a tornare in scena, di corsa, in fretta e furia, una volta compreso che la corda è bene tirarla, ma non troppo, non sia mai si spezzi.

Perché alla fine il punto quello è e quello resta: per quanto ormai non si parlino più, per quanto abbiano abbandonato l’ambizione di agire come un governo, alla fine nessuno ha il coraggio di rompere, di uscire da Palazzo Chigi e annunciare che “signori, è stato bello finché è durato ma adesso ognuno per la sua strada“. L’orizzonte non è una visione per l’Italia, sono i voti alle prossime Europee. L’obiettivo non sono le condizioni degli elettori, ma le loro preferenze nelle urne. Il saluto di rito non è “ci vediamo domani” ma “al prossimo litigio“.

Nel buco nero della politica italiana

Un grande giorno per l’Umanità, un altro pessimo per l’Italia. Parafrasando Neil Armstrong il giorno dopo i festeggiamenti per la prima foto di un buco nero – la conferma che un certo Einstein aveva sempre avuto ragione – il paragone con le faccende nostrane è a dir poco impietoso.

Il primo parallelismo che si può tracciare riguarda la teoria della “relatività”. Ovvero, ciò che è chiaro per gli istituti economici di tutto il mondo, cioè che i nostri conti pubblici vanno malissimo, per il governo lo è “relativamente”. C’è Salvini, ad esempio, che va sostenendo che la flat tax si farà senza aumentare l’Iva. Tria, per restare in tema, gli ha spiegato che questa cosa infrange ogni legge matematica: la scienza non ha ancora inventato un modo per creare soldi dal nulla, la Lega ci sta lavorando.

Dallo scatto del buco nero che ha fatto la storia al buco nei conti pubblici che lascerà questo governo il passo è breve. Non si tratta di anni luce: basterà attendere poche settimane, al massimo dei mesi. In autunno sarà chiaro che il prossimo asteroide in arrivo ha le sembianze di una crisi.

Di Maio nel frattempo vuole fare il Salvini. Ogni occasione è buona per fare il cattivo. Il mariuolo di Pomigliano vuole rosicchiare consensi e ha dato via ad una nuova missione che in confronto quelle spaziali sono una barzelletta: “Evitare l’estinzione del MoVimento 5 Stelle”. Dopo le promesse tradite, la manifesta incapacità del pilota alla guida della navicella, è più facile attendersi un’invasione marziana.

La verità è che gli scienziati di tutto il mondo che hanno impiegato anni, decenni, per scattare la prima foto di un buco nero, hanno sprecato tempo, risorse, energie. Bastava aspettare la stagione 2018-2019, puntare i telescopi verso il basso: direzione Roma, governo Conte, vicepremier Di Maio e Salvini. Le coordinate sono chiare: il buco nero della politica italiana è profondo, immenso, tutto risucchia, tutto divora, pure il buon senso. E no, qui non abbiamo Einstein.

Libia, l’Italia e le sue colpe: tutti gli errori del governo

Mentre Di Maio e Salvini occupano i palinsesti televisivi, si esibiscono in reciproche accuse su chi fa più selfie e discutono di tasse più o meno piatte a seconda della convenienza del momento, a poche miglia marine dalle nostre coste rischia di infuriare una guerra civile con ricadute gravissime per l’Italia.

Diciamocela tutta, la Libia è un gran casino non da oggi. E’ vero però che un governo normale – per intenderci, un governo con una politica estera – avrebbe potuto limitare i danni. E’ un po’ quello che accadde nel 2011 con Gheddafi: non volevamo la guerra, con il Colonnello avevamo costruito un asse privilegiato. I francesi decisero allora di sabotarci.

Fummo costretti a partecipare all’azione militare in Libia. E la costrizione era motivata dai dispacci che i nostri stessi “alleati” francesi e inglesi inviavano ai nostri vertici militari con messaggi del tipo: “Noi dobbiamo bombardare in prossimità dei vostri stabilimenti Eni: facciamo noi?“. Risposta dell’allora governo Berlusconi: “No, grazie, facciamo da soli che stiamo più attenti“.

La storia ha raccontato in questi anni che i piani della Francia di sostituire Gheddafi con un leader amico di Parigi non sono andati a buon fine. Di fondo resta che la Libia non è una nazione ma un insieme di tribù. E non basta che qualcuno dall’alto cali un capo, bisogna che il comando venga riconosciuto sul campo.

Si potrebbe allora essere tentati dal pensare che non tutte le colpe siano di questo governo, che se il progetto di regime change non è andato a buon fine non è certo colpa di Giuseppe Conte. Ed è vero, non tutte le colpe sono dell’Italia: d’altronde non contiamo così tanto. Ma gli errori commessi negli ultimi mesi sono stati tanti, pure troppi.

Il primo lo avevamo ampiamente preannunciato qualche settimana fa, quando ancora doveva essere siglato il memorandum con la Cina per la Nuova Via della Seta. Perché non puoi avere la pretesa di fare affari con il maggior competitor degli Stati Uniti e poi bussare alla porta di Washington per chiedere aiuto diplomatico e militare se fatichi a mantenere il controllo dell’unica area di tuo interesse strategico nel Nord Africa.

Quando Trump ha riconosciuto a Conte la cabina di regia della partita libica lo ha fatto a cuor leggero: quella zona agli americani non interessa abbastanza, il loro mirino è puntato altrove. Basterebbero un paio di caccia americani per distruggere le milizie di Haftar: levandosi in volo avrebbero la potenza di fuoco per radere al suolo la colonna di mezzi che si sta dirigendo Tripoli. Ma gli Usa non hanno alcuna intenzione di darci una mano. In primis perché i nostri interessi confliggono con quelli dei francesi, ai quali gli americani sono legati da un rapporto quasi sentimentale; in secondo luogo perché ci stanno impartendo una lezione: “Dite che siete indipendenti? Dite che non avete bisogno di noi? Come on, sbrigatevela da soli“.

Noi, però, da soli non possiamo fare proprio niente. Certo basterebbe prendere il telefono, comporre il numero del Cremlino, chiedere una mano a Vladimir Putin e Haftar diventerebbe in un amen un simpatizzante di Roma. Ma a Mosca non fanno niente per niente: vogliono qualcosa di concreto in cambio per includerci nella loro cerchia ristretta di amici. E ancora non siamo ad un livello di follia e autolesionismo tali da tagliare tutti i ponti con gli Usa.

Questo governo ha messo in fila una serie di errori marchiani, che hanno contribuito a renderci deboli agli occhi di tutti i giocatori di questa partita. Prendiamo ad esempio la Conferenza di Palermo: dopo aver capito che Sarraj non era probabilmente il cavallo vincente che speravamo che fosse, abbiamo steso tappeti rossi al passaggio di Haftar. C’è materiale per scrivere un manuale: “Come sconfessare in pochi giorni una linea politica portata avanti per anni e ritrovarsi in un colpo senza alleati sicuri“. Perché Sarraj sarà debole ma non stupido e Haftar incassato il nostro riconoscimento è rimasto amico dei suoi primi sostenitori (francesi, egiziani, russi ecc).

In questo senso non era stata sbagliata la politica di ricucitura con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali registi dell’avanzata di Haftar. Peccato però che Conte con il suo viaggio in Qatar abbia irritato non poco emiratini e sauditi, rimettendo ancora una volta in discussione il nostro sistema di alleanze.

Tutta questa serie di errori, di fondo, ha un comune denominatore molto chiaro: pensiamo di poter stringere accordi economici di volta in volta vantaggiosi per noi, dimenticando la visione d’insieme. Cosa che gli altri Paesi tengono invece sempre ben presente: si chiama geopolitica. In sintesi: pensiamo di essere furbi ma non lo siamo affatto. E la Libia ne è la dimostrazione.

Libia, menomale che Conte era contento

Cosa ne è stato dell’evidente compiacimento del premier Conte al termine della Conferenza di Palermo sulla Libia? Era il mese di novembre, sembra un’era geologica fa. Il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, la parte est del Paese, avanza minaccioso verso Tripoli. Il “nostro” Sarraj sembra abbandonato, in balia degli eventi, appeso ad un filo, quello di una comunità internazionale che arriva sempre tardi, vittima dei suoi sovranismi e dei suoi nazionalismi.

Tripoli, dicevamo. Da queste parti, ormai, siamo abituati a pensarvi soltanto come ad un porto. Quante volte abbiamo sentito il ministro Salvini parlare di un “barcone partito da Tripoli” accompagnato dal solito #portichiusi e bla bla bla? Ora scopriamo che Tripoli è non solo un punto di partenza, un affaccio sul Mediterraneo, ma anche il suo confine esterno. Perché il deficit di visione di questo governo, il suo scarso peso, la sua pressoché nulla credibilità all’estero, rischiano realmente di esporci ad una “invasione”. Questa volta sul serio. Non come sostiene Salvini da anni, per intenderci.

Il punto è uno: le truppe della Tripolitania, quelle fedeli al premier Sarraj, potrebbero presto essere costrette a spostarsi dalle coste per combattere a campo aperto con le milizie di Haftar. Intendiamoci: il generale è uno spietato stratega, un abile voltafaccia. E a Palermo, stringendo la mano di Conte, deve aver compreso di essere stato baciato dalla Fortuna: perché l’Italia in Libia c’è, ma è come se non ci fosse.

Ed è un problema grave, gravissimo. Innanzitutto perché i nostri interessi geopolitici sono parecchi, valgono diversi miliardi. Basta un nome: Eni. La guerra energetica che coinvolge la diretta concorrente del cane a sei zampe, la francese Total, rischia di vederci soccombere. I nostri “cugini” sono scaltri, non più bravi, ma hanno un presidente che la politica estera la cura, la tratta, la maneggia. Noi ci limitiamo alle strette di mano per i fotografi, alla redazione del post su Facebook per vantare un successo sui social, poi la politica però è un’altra cosa.

Questa approssimazione, questa scarsa capacità di “contare”, rischiamo di scontarla. Qualche numero e qualche scenario: Eni ha in Libia dei contratti che vanno fino al 2042 per le produzioni ad olio e al 2047 per quelle a gas. Cosa cambia se Haftar prende il comando? Che con un regime-change quei contratti possono valere più o meno come carta straccia. E di chi è amico Haftar? Della Francia. E di chi è la Total? Della Francia.

Per non parlare dei crediti vantati dalle aziende italiane in Libia: 130 imprese che aspettano qualcosa come 900 milioni di euro. E rischiano di continuare ad aspettare. E aspettare, e aspettare.

Ma la caduta di Sarraj rischia di provocare un problema anche di tenuta dei confini. Haftar non ha l’anello al naso. Sa bene che il tallone d’achille dei nostri governanti è l’immigrazione. Tripoli è la sua arma di ricatto: “Soldi, aiuti, sostegno, oppure apriamo i rubinetti delle partenze”. Si conta che oggi, dunque prima dello scoppio di una guerra civile che appare alle porte, si trovino in Libia più di 600mila migranti. Pensare che bastino i tweet di Salvini a fermare un fenomeno di questa portata equivale a prendersi in giro.

Resta l’immagine di un’Italia isolata, come fosse realmente nel deserto libico, destinata ad affondare nelle sue sabbie mobili.

E menomale che Conte era contento…

Altro che “anno bellissimo”

Chissà se al presidente Conte, quello che “il 2019 sarà un anno bellissimo“, qualcuno recapiterà le stime realizzate dal Centro studi di Confindustria. Crescita zero nel 2019. Investimenti privati per la prima volta in calo da 4 anni a questa parte. Rialzo dello spread divenuto oramai una costante. Manovra di Bilancio “poco orientata alla crescita“. Sono solo alcune delle realtà con cui il Paese è chiamato a fare i conti. Ed è solo l’inizio.

Se dovesse capitarvi di incappare, in tv o sui social, in qualche ministro pronto a raccontarvi che adesso l’economia italiana decollerà perché tra poco parte il reddito di cittadinanza e quota 100 favorirà l’occupazione di nuovi giovani, non fatevi trovare impreparati. Confindustria vi dà la risposta contro tutte le favole:”Queste due misure, realizzate a deficit, hanno contribuito al rialzo dei tassi sovrani e al calo della fiducia, con un impatto negativo sulla crescita“. Tradotto: “l’esiguo contributo” dei due provvedimenti non riuscirà a compensare i danni fatti dal governo in materia economica.

Prospettive? Pessime. Secondo gli economisti “il governo ha ipotecato i conti pubblici“. Non lo dice un deputato dell’opposizione, bensì esperti di un’associazione che all’indomani della nascita dell’esecutivo aveva offerto un’apertura di credito generosa (fin troppo) nei confronti di Lega e 5 stelle. Il giudizio è evidentemente cambiato: agli industriali e alle imprese non interessano i racconti fantasiosi, i selfie e i tweet, vivono di scelte, leggono i numeri.

Pure Confindustria prospetta il bivio visto da ormai tutti i centri di analisi economica. Tutti, tranne quelli consultati da Conte, Salvini e Di Maio: per evitare l’aumento dell’Iva servono 32 miliardi. Se si trovano, quasi miracolosamente, non resta niente per la crescita. L’alternativa? Portare il deficit al 3,5%: vuol dire suicidarsi con lo spread. Il futuro? “Inevitabile aumento delle tasse”.

Urge cambiare rotta. No, non sarà un anno bellissimo.

Conte ha scelto su quale carro salire

Il segnale politico passa inosservato ai più. I grandi media sottolineano soltanto che Giuseppe Conte ha tolto il patrocinio della Presidenza del Consiglio al Congresso delle Famiglia di Verona. Breve inciso: i conservatori moderati, i cattolici e i centristi non si lascino abbindolare dal titolo dell’evento, dentro c’è quanto di più sessista e razzista possa esistere. La retorica di Salvini, per cui il Congresso vuol promuovere e difendere la famiglia tradizionale composta dalla mamma e dal papà, nasconde in realtà un assunto terrificante per i suoi contenuti, più inquietante e pericoloso di quanto si lasci trasparire. Arriviamo a dire che Di Maio, per una volta, ha pienamente ragione.

Ma tornando a Conte, per quanto sia di buon senso la decisione di non legittimare con il patrocinio di Palazzo Chigi una manifestazione di questo stampo – lasciando così al solo ministero della Famiglia del leghista Fontana la possibilità di appoggiare l’evento – ciò che va ravvisata è una presa di posizione che di per sé è già una notizia. Non è un inedito, attenzione, e proprio questo è il segnale politico da cogliere in prospettiva. Già all’inizio di marzo, quando il caso Tav rischiava di far implodere il governo, Conte era andato in conferenza stampa ad esprimere “forti dubbi e perplessità sulla convenienza” della Torino-Lione. Di più, si era spinto a dichiararsi “non affatto convinto” dall’utilità dell’opera per l’Italia.

Si tratta di un’evoluzione non marginale per il premier chiamato a fare da mediatore tra due soggetti quasi sempre in disaccordo come Lega e 5 Stelle. Certo, Conte è ancora lontano dal farsi attore e giocatore della partita politica. Ne si ha una prova analizzando nel dettaglio il tono del suo messaggio su Facebook. Adopera espressioni come “all’esito di un’approfondita istruttoria“, e termini demodé come “perspicua“. Gioca insomma sul filo sottile che separa il tecnicismo dalla supercazzola, rischiando di passare da “avvocato del popolo” ad Azzeccagarbugli.

C’è però un cambio di strategia. Perché non bisogna mai dimenticare che se Conte è arrivato a Palazzo Chigi lo deve soprattutto a Di Maio. E che il suo nome resta d’area M5s, se è vero che prima delle elezioni era stato indicato dal capo politico 5 Stelle come ministro della Pubblica Amministrazione in pectore, in un rito ridicolo che non teneva conto del fatto che a nominare i ministri è il Presidente della Repubblica (dettaglio forse di cui Di Maio non era a conoscenza, ecco perché ha chiesto l’impeachment per Mattarella dopo il no a Savona).

Nelle dinamiche del governo il posizionamento di Conte può contare. Può voler dire che il premier e Di Maio hanno deciso di fare squadra, giocando di coppia, per arginare Salvini. E se questo nel medio termine determinerà frizioni e irritazioni da parte leghista, molto alla lunga rischia di rappresentare un problema per lo stesso Di Maio.

Perché l’umana ambizione, si sa, è senza confini.

Può succedere in Italia

La strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, è uno schiaffo in faccia a quelli che per anni sono andati in televisione a raccontarci che “va bene, non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Bisogna capirlo una volta per tutte: la follia e l’ignoranza, l’estremismo e la violenza, non conoscono distinzione etnica o religiosa.

Il manifesto dei suprematisti bianchi entrati in azione nelle moschee neozelandesi è un concentrato di teorie tanto assurde quanto pericolose. L’errore che si deve evitare in questo momento è quello di scatenare una guerra tra bande. E’ innegabile che ci siano politici che soffiano sul vento della paura per ottenere consensi. Non è un caso che Trump sia citato come “simbolo della rinnovata identità bianca”, né lo è che la Merkel, che ha accolto in Germania centinaia di migliaia di profughi siriani, venga individuata come “la prima della lista” tra i nemici da abbattere.

Ci saremmo sorpresi se una strage simile si fosse verificata in Italia? No, onestamente. Perché chi semina vento raccoglie tempesta. E qui è in atto una bufera.

Quello che possiamo fare ora è non lasciarci vincere dalla tentazione di estremizzare un dibattito di per sé già esasperato. Questo però non significa rinunciare a chiedere a chi oggi guida il governo, a chi in questi mesi ha strizzato l’occhio ai razzisti, un’assunzione di responsabilità che fino a questo momento è mancata. L’islamofobia diffusa, la demonizzazione dei migranti, se non sono le cause dirette di stragi di questo tipo, sono almeno dei fattori che hanno inciso nel determinare la morte di decine di innocenti. Non i primi e purtroppo neanche gli ultimi.

Per questo motivo bisogna dire basta ad atteggiamenti mezzi e mezzi. Esempio concreto: è indegno che il presidente del Consiglio Conte abbia aspettato le 12:05 per twittare un messaggio di cordoglio. Lo è ancora di più che Salvini cinguetti di tutto ma non un pensiero di condanna per l’attentato.

Poi non meravigliamoci se i prossimi saremo noi.

Tav, chi ha vinto e chi ha perso

Si affidano a tecnicismi, parole come “capitolati di gara”, “avvisi a presentare candidatura”, “bandi preliminari”, “dissolvenza” (magari la loro) per rinviare un finale di cui sappiamo adesso la data.

Sei mesi, massimo. Tanto durerà il governo. Perché è questo il tempo che Conte – l’avvocato del governo, premier è chiedere troppo – è riuscito a guadagnare grazie ad un cavillo che consente all’Italia di non perdere 300 milioni di euro già stanziati e dire sì o no alla Tav (stavolta davvero).

Potrebbe sembrare quasi un capolavoro politico, se è vero che il giorno dopo tutti esultano, tutti si dicono felici e vincenti, come quando dopo le elezioni non ha perso nessuno. Eppure Salvini da ieri è meno credibile, soprattutto per la sua area geografica di riferimento: il Nord. Non è più – se mai lo è stato – il garante al governo dell’Italia dei Sì. Perché il massimo risultato che riesce ad ottenere è una dilazione di sei mesi, che nella migliore delle ipotesi vuol dire sei mesi di tempo perso. E un leader che accetta un compromesso al ribasso per paura di far cadere un governo che non governa forse non è un leader, dopotutto.

Di Maio continua a vivere nel suo mondo parallelo, a raccontare una realtà che vede lui solo, arrivando ad esultare per un rinvio che se la matematica non ci inganna si rivelerà per ciò che è tra qualche tempo: una strenua resistenza contro l’inevitabile, una battaglia ideologica contro i mulini a vento, un tentativo anti-storico che naufragherà in Parlamento.

Sarà il voto di Camera e Senato, più che gli incontri tra Conte e l’Ue, più di quelli tra Conte e la Francia, a sancire la sconfitta dei No Tav. Il solo modo che Di Maio avrà per dire “vedete? Ci abbiamo provato, sono gli altri che non hanno voluto“. Il passo successivo sarà capire come potrà salvare la poltrona. Perché come fai a restare al governo con chi ha affossato un pilastro fondante della tua piattaforma politica? Come?

Se il finale è scontato, allora, la risposta alla domanda su chi ha vinto questo braccio di ferro è una sola. Hanno perso tutti. La faccia, almeno.

L’ora della veriTAV

Per la prima volta, da quando del tunnel si discute, la luce in fondo ad esso non si intravede. Si è scelto di spingere il vagone fino all’ultimo metro del binario, ma il bivio è lì da venire, la rotaia terminata, e decidere cosa sarà della Tav è ormai un obbligo, un’incombenza urgente.

Lo sarebbe pure, in effetti, dire sì all’opera senza tanti conclavi, senza troppi proclami. Perché spacciare il completamento di un’opera già finanziata e in lavorazione non dovrebbe risultare una conquista epocale in un Paese che fosse soltanto normale, nemmeno speciale. Ma nell’Italia del “cambiamento” capita di arrivare in fondo alle scadenze come l’alunno discolo che ha avuto settimane e settimane per preparare l’interrogazione, e sui libri s’è messo soltanto la sera prima.

Sulla Tav, però, è andato in scena uno spettacolo da circo scadente. Si è spiegato per mesi che l’analisi costi-benefici sarebbe stata cruciale, dirimente. Poi si è detto che chi l’ha redatta non era un arbitro, semmai il giocatore di una squadra travestito. Tutto da rifare. Come, su che criteri, non è dato sapere.

Così sarebbe curioso entrare nella sala dei vertici, dove tecnici e politici si alternano, dove il modo di uscire da un pantano melmoso è la preoccupazione unica di Salvini e Di Maio, il Paese viene dopo, semmai.

Il primo, in caso di No alla Tav, sarebbe costretto a svestire i panni di fantomatico garante dell’Italia che produce, trovandosi a gestire – guarda un po’ il destino – una complicata insurrezione, o chiamatela se volete “secessione”, nordista. Il secondo, in caso di Sì alla Tav, dopo aver ingoiato l’impossibile – persino la legittima difesa! – e cambiato idea su Ilva, Tap, Terzo Valico, trivelle, condoni, si troverebbe a dover motivare anche la retromarcia su una battaglia storica (e assurda) del MoVimento, con tanti grillini portati giustamente a chiedersi a cosa sia servito dare il 32,5% al M5s se poi tutto non si può fare, se poi sono sempre gli altri a comandare.

L’uscita d’emergenza dalla galleria Torino-Lione dà su una zona franca inesplorata. Perché coerenza vorrebbe che il governo saltasse, viste le posizioni inconciliabili dei due alleati. Eppure Salvini non è abbastanza forte per vincere senza Berlusconi, da cui non vuole tornare. E per Di Maio l’elezione di Zingaretti è troppo fresca per tentare col Pd un approccio – tradotto, un inciucio – che superi l’alleanza con la Lega con una manovra parlamentare.

Non se ne esce, non c’è via che non passi per una scelta: la faccia o la poltrona. E’, finalmente, l’ora della veritTAV.

Conte su Marte

Giuseppe Conte ha visto arrivare all’orizzonte “un anno bellissimo”. Lo ha visto lui solo, però. E noi ce lo siamo posti il quesito. Ce le siamo fatte due domande.

Che il nostro presidente del Consiglio, oltre che avvocato del popolo, sia anche un illuminato visionario? E non è che per caso, per sbaglio, a dispetto di tutti i maggiori istituti nazionali e mondiali, da Bankitalia fino al Fondo Monetario Internazionale, l’unico a vederci giusto sia stato proprio lui?

Difficile, improbabile, ma non impossibile. Poi, però, in una fredda domenica mattina di febbraio capita di incappare in una sua intervista al Corriere, e allora lì al beneficio del dubbio rinunci, al margine d’errore dei vari istituti non credi.

Conte sostiene che l’ipotesi di un voto nel 2019 proprio non la riesce a vedere. E va bene – ti dici – ci può stare una difesa ostinata del suo governo, in fondo quando gli ricapita?

Nega che possa essere un problema una Lega che alle Europee sfonda e di contro un MoVimento 5 Stelle che arranca. E ok – di nuovo – in fondo è pur sempre uomo di Di Maio, che deve dirti?

Poi però inizia a pontificare sullo spread, a dire che è giusto dargli un peso economico, non politico. E a questo punto pensi che all’avvocato del popolo sfugga un concetto basico: la politica è economia.

A questo punto speri sia finita, ma finita non è. Il premier si ostina a negare la possibilità di una Manovra correttiva. Che è nei fatti. Segnatelo. Resta solo da capire se a farla sarà il suo governo o quello che ne raccoglierà le macerie.

Ed è qui, proprio qui, che raggiungi l’incresciosa consapevolezza che da “il 2019 sarà un anno bellissimo” fino a “escludo una manovra correttiva” c’è un solo, unico, filo conduttore, una granitica, incrollabile certezza: non sei tu il pessimista, non sbagliano tutti gli altri, è lui, Conte, che vive su Marte.