Il MoVimento 5 Stelle si vergogna del Pd

Di Maio

Come se ad aver perso 6 milioni di elettori nel giro di un anno non fosse il suo MoVimento. Come se ad essere passati dal 32 al 17% fossero altri. Come se la crisi di governo aperta da Salvini fosse un suo merito, un suo successo politico, Luigi Di Maio stabilisce pre-condizioni, emette diktat, scandisce i tempi e i modi del confronto con il Pd.

Come se 14 mesi di sfacelo non bastassero, come se non avesse mai governato, come se le sue parole fossero minimamente credibili, il capo politico dei 5 Stelle delinea punti programmatici, prova a rifarsi una verginità politica e ad incollarsi alla poltrona, consapevole che un altro treno no, difficilmente passerà.

E in questa spregiudicatezza, demerito di un Pd che a sua volta subisce il gioco anziché farlo, c’è tutta l’arroganza di chi avrà pure archiviato l’era del “non ci alleiamo con nessuno” – salvo poi cercare sponde con tutti – ma allo stesso modo chissà perché continua a sentirsi superiore, ontologicamente diverso, fondamentalmente altro.

Così può spuntare un Di Battista qualunque e chiedere oltre al taglio dei parlamentari anche la revoca immediata delle concessioni autostradali ai Benetton. Oppure può capitare che Grillo e Di Maio pretendano come “conditio sine qua non” per governare che il Presidente del Consiglio non solo sia 5 stelle, ma anche specificatamente Conte. E già che ci siamo perché non chiedere ai dem di dire no alla Tav?

Se vi sembrano richieste evidentemente eccessive, se pensate che a tutto c’è un limite, che questa più che una trattativa sembra un ricatto, sappiate che l’impressione è corretta, la realtà ben delineata. Se il MoVimento 5 Stelle arriva a chiedere al Pd oltre il politicamente comprensibile, se si spinge a tirare la corda correndo il rischio che si spezzi non è – solo – perché un altro forno con la Lega resta comunque aperto. La verità è che del Pd si vergogna maledettamente. Come la sua base, prevalentemente contraria ad un accordo con quello che fino a pochi giorni fa era il “Partito di Bibbiano” e da qualche ora si è trasformato nel salvagente per restare aggrappati al governo. Non le migliori premesse, per dirsi di sì.

La fine di Salvini. L’inizio di Conte

Salvini e Conte in Senato

Qui nessuno si illude. Né canta vittoria. Perché conti alla mano c’è poco da festeggiare. Ma nella crisi di governo più teatrale e sguaiata che l’Italia ricordi, nelle smorfie sboccate di un truce che ha perso la brocca, la poltrona e la faccia, ci sono gli albori di una “buona novella”. E non serve scomodare il Vangelo. Quello lo facciano altri. Non c’è bisogno. Perché basta meno, molto meno, a percepire una fine. Ad annusare un inizio.

Salvini parte sorridente, ostenta compostezza, guida le reazioni dei suoi come un direttore d’orchestra. Finisce irritato, irretito, fuori di sé al pensiero di aver giocato e perso la partita più importante di una vita. Ha l’andazzo del pugile suonato, ripete gli stessi concetti, con le stesse parole, i medesimi accenti, più volte, in Aula e in tv. Non spiazza, semmai – all’opposto – sorprende per poca fantasia. Tutti ad aspettare il colpo ad effetto, il coniglio dal cilindro, ma la sola cosa che Matteo produce è la negazione di se stesso nel giro di un paio d’ore. Prima esordisce con: “Rifarei tutto quello che ho fatto“. Poi alla disperata ritira la mozione di sfiducia a Conte. Ed è lì che umilia se stesso, è lì che viene sconfitto, è lì che imbocca la strada che porta al declino. Giù la maschera, scoperte le carte: Salvini non ha il punto, ha bluffato. Vedo, ha detto Conte: “Tu non hai il coraggio. Ci penso io, vado dal Presidente della Repubblica“.

Ed è il premier diventato tale quando già scorrevano i titoli di coda, che più di ogni altro si afferma come vero protagonista, vincitore di giornata. Dignitoso, meno burocratese del solito, più politico di sempre, Giuseppe Conte si è preparato un bel discorso. Nel processo a reti unificate per scoprire il killer del governo lui, per una volta, una almeno, veste realmente i panni di “avvocato del popolo” piuttosto che quelli di Azzeccagarbugli. E dà voce al disgusto diffuso di questi mesi, allo sconcerto provato nel vedere umiliate le istituzioni, profanati i simboli religiosi, offesa l’onestà intellettuale. Con Di Maio accanto, che lo guarda neanche fosse un figlio orgoglioso del padre, Conte d’un tratto fà suo il MoVimento e a sorpresa si candida al ruolo di anti-Salvini. Lo fa con il garbo di un professore colto, con il piglio di un uomo ferito.

Quanto durerà non è dato sapere. Se l’indignazione lascerà il posto all’abitudine, se il coraggio verrà sgomberato dalla tentazione al poltronismo, non sappiamo dire. Così come pure rimane la domanda su dove sia stato finora, sul perché non abbia agito prima, sui motivi che gli hanno impedito di arginare la deriva salvinista.

Un anno e alcuni mesi di disastri non si dimenticano, non si cancellano. Neanche con un discorso da applausi, nemmeno con un viso da uomo onesto. Ma resta l’idea di fondo, l’impressione generale, il sentimento comune. Che la fine del suo governo sia anche la fine di Salvini. E per lui il segno di un nuovo inizio.

Coerenza e coraggio

Matteo Salvini

Non c’è bisogno di essere Renato Mannheimer o Alessandra Ghisleri per capire che andare a votare presto, al più presto, sia la soluzione ideale per Matteo Salvini. Non c’è dubbio che l’aumento dell’Iva sarebbe una mazzata per l’economia delle famiglie italiane. Ed è certamente vero che un governo di accordo nazionale, del presidente, dell’inciucio – scegliete voi la definizione che preferite – avrebbe il potere di rompere le uova nel paniere di Salvini.

Ora però dobbiamo decidere se la politica è un gioco di società, un appassionante strategico fatto di alleanze improbabili che possono mutare a seconda delle carte che distribuisce il mazzo, o se invece vogliamo che sia una cosa seria, la proiezione di una società migliore di quella che questo governo ha contribuito a trasformare. Se per mesi abbiamo sostenuto che Lega e MoVimento 5 Stelle erano la faccia di una stessa medaglia ora non possiamo cambiare idea soltanto perché temiamo che Salvini vinca le elezioni. Non possiamo portare via il pallone proprio quando l’avversario sta per calciare il rigore: non siamo più nel nostro cortile.

Se l’idea di un Salvini al governo da solo o in tandem con Giorgia Meloni ci spaventa, ci inquieta, non possiamo rifugiarci in una manovra di palazzo. E’ di sicuro la strada più semplice, ma è con ogni probabilità quella sbagliata. Non ne fate una questione di “purezza”? Per una volta non vi interessa la coerenza? Non importa. Abbiamo comunque una prova che sia un errore. Sappiamo già cosa succede a lasciare Salvini da solo all’opposizione. Basta riportare le lancette indietro di qualche anno, quando tutti i partiti italiani – responsabilmente – hanno sostenuto l’allora governo Monti. Salvini all’epoca scaricò il peso di misure impopolari ma necessarie sulle altre forze politiche. Fu l’inizio della scalata. Guardate dov’è arrivato.

Troppo facile. Adesso Salvini deve assumersi la responsabilità del mancato abbassamento delle tasse, dell’incremento dell’Iva: che significherà aumento dei prezzi di un caffè al bar, di una pizza fuori, di un’andata al cinema. Deve spiegare al Paese perché per un anno è andato orgoglioso di questo governo e poi a ridosso della Manovra è scappato. E non significa “tanto peggio tanto meglio” ma “dalle parole ai fatti”.

Poi gli italiani saranno liberi di votarlo ugualmente: perché il bello di questo Paese – nonostante le tentazioni di chi vuole essere ministro dell’Interno, leader del primo partito italiano e contemporaneamente presidente della Repubblica e delle due Camere – è che viviamo in una democrazia.

Dunque potere al popolo. Non nel senso del partito. Ma di parola agli italiani. Perché in politica si può perdere tutto, ma non la faccia. Non la coerenza, non il coraggio.

Un Conte “bellissimo”

Giuseppe Conte nella conferenza a Palazzo Chigi

Non è mai troppo tardi per un sussulto d’orgoglio, per mostrare un briciolo di dignità. Peccato, presidente Conte, non averla vista prima in queste vesti. Sì, l’eloquio da Azzeccagarbugli, maniacalmente tecnicista, resta. Ma al di là del profilo compassato e istituzionale, ingessato e costruito, nella notte in cui si apre la crisi di governo fuori dai Palazzi, nell’attesa che essa venga parlamentarizzata, ne apprezziamo per la prima volta l’indole “cazzuta”. E ci scuserà la franchezza, ma miglior aggettivo non riusciamo a trovare.

C’è un titolo chiaro, sincero, schietto: “Salvini mi ha anticipato l’intenzione di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui gode“. E’ il primo bolide andato a segno contro il leader della Lega da quando questa esperienza di governo è iniziata. Forse non è un caso arrivi proprio ora, sul finire di questo viaggio, ma è il segno di una personalità che c’era. Schiacciata, nascosta, ma c’era.

E’ vero, presidente Conte, Lei resterà per sempre il premier di un governo che consideriamo tra i peggiori della Repubblica, autore di provvedimenti che hanno cambiato in negativo il volto di questo Paese. Nel farsi notaio, mediatore, avvocato, ha dimenticato spesso e volentieri di fare politica. Ma nella prima conferenza stampa da uomo semi-libero da legami ha rivendicato quanto meno un impegno che sarebbe ingiusto non riconoscerle. Lo ha fatto con un affondo tosto, diretto, riuscito:”Questo governo non era in spiaggia“. Ma una sua parte sì, è vero.

Ora non sappiamo se la conferenza stampa di ieri sera sia da considerarsi come il primo passo di una metamorfosi che culminerà con la Sua discesa in campo, non ci interessa conoscere le sue prossime mosse. In questi mesi, a più riprese, Le abbiamo chiesto una prova di forza, una dimostrazione d’autonomia. In tante occasioni, in momenti delicati, abbiamo fatto affidamento sulla Sua persona, abbiamo sperato che avesse la capacità di opporsi ai disegni spesso deliranti dei due che l’avevano piazzata su quella poltrona. Troppe volte siamo stati delusi.

Ma non questa. Per una notte, per pochi minuti, ci siamo sentiti rappresentati. Abbiamo percepito la sua indignazione come sincera. E vogliamo credere che sia così.

Che alla fine non sia stato “un anno bellissimo”. Ma almeno ieri un Conte “bellissimo”.

Un passo indietro per dignità

Giuseppe Conte

C’è sempre una sorta di esasperante incertezza nel valutare le parole e i comportamenti di Giuseppe Conte. Dettata da quel dubbio di fondo che spesso riemerge: se sia esclusivamente vittima o sotto sotto complice degli altri due. Se sia il burattino di Salvini e Di Maio o se invece non trami nell’ombra per tagliare i fili di quella marionetta che ha le sue sembianze e provare (chissà) a camminare da solo.

Riscuote umana solidarietà il suo tentativo di frapporre tra sé e i vicepremier una distanza di forma, quella che è propria del professionista, l’avvocato, rispetto a due politicanti di professione. E sebbene nel suo linguaggio arzigogolato, tecnicista, istituzionale, si perda spesso l’immediatezza del messaggio, è chiaro che Giuseppe Conte è un premier migliore di quanto avrebbe potuto essere Luigi Di Maio e forse sarà Matteo Salvini.

Ma resta questa l’unica concessione che è possibile fargli: riconoscergli il ruolo di migliore tra i peggiori. Non fosse altro per il fatto di aver accettato di farsi carico delle bugie altrui. Stop.

Perché poi nella sostanza della sua azione, nei tentativi di imporre la propria linea politica (se una linea politica esiste) Conte non riesce a dar seguito alle buone intenzioni, sconta il peccato originale di essere un nominato, un notaio, più che un avvocato. Cosa ne è stato, per esempio, dell’ultimatum di inizio giugno con cui Conte chiedeva a Lega e MoVimento 5 Stelle se avessero realmente voglia di proseguire nell’azione di governo? Chi sa che fine ha fatto il moto: “Sobri nelle parole e operosi nelle azioni“? E chi può dirci dove sono naufragati i buoni propositi incarnati da quel “non mi presterò a vivacchiare per prolungare la mia presenza a palazzo Chigi” pronunciato in un discorso alla nazione di cui oggi quasi nessuno ha ricordo?

La sensazione è che nel valzer disordinato di questi mesi di governo, una gestione ondivaga e incerta abbia portato Conte a subire un mutamento della sua missione: da avvocato del popolo italiano a parafulmine di Salvini e Di Maio. Non una bella parabola per chi si definisce un indipendente al servizio dello Stato.

Sta a lui, adesso più che mai, dare la dimensione della sua esperienza politica. Rimettere il mandato, inchiodando le forze di governo alla propria incoerenza, ad una sterile litigiosità, alle contraddizioni di una maggioranza che ha perso di vista l’interesse generale: questo sarebbe il primo vero atto politico di livello da quando Giuseppe Conte è diventato premier. Un passo indietro per dignità. Come prova inconfutabile che lui, rispetto a quegli altri, è realmente diverso. E in quanto tale meritevole di stima.

Sì Tav (ma con inevitabile scaricabarile)

Conte dice sì alla Tav

Nei nove minuti scarsi di diretta Facebook in cui Giuseppe Conte annuncia di fatto il Sì alla Tav Torino-Lione si annidano i peccati originali più gravi e inquietanti di questo non-governo del cambiamento.

Così com’era avvenuto sull’Ilva, così com’era accaduto col Tap, anche sull’Alta Velocità l’esecutivo viene sconfessato dai dati di realtà messi in fila, uno dopo l’altro, da quanti hanno capito per tempo che questo esperimento di governo altro non è che un grande bluff.

Così, a parte le bugie svelate, come le fantomatiche “condizioni mutate” che oggi portano a dire Sì e ad archiviare il No, a parte le famose “penali” da pagare in caso di uscita unilaterale dal progetto che prima venivano negate e oggi sono citate come motivo principale della realizzazione dell’opera, a parte la retorica di colui che si presentò come “avvocato difensore del popolo” e oggi si propone addirittura come “padre di famiglia” degli italiani (Salvini docet), a parte questo – dicevamo – nei modi e nella sostanza c’è il volto di un governo che ha fatto dello scaricabarile il proprio marchio.

Sono quelli della manina, quelli incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie idee e delle proprie azioni. Sono quelli che per orgoglio preferiscono far passare la Tav come un’opera dannosa anziché festeggiare un progetto importante per l’Italia. Sono quelli che prima di ammettere un torto devono andarci a sbattere, ma così facendo portano noi a sbattere. Sono quelli senza memoria e senza vergogna. Sono quelli del No Tav, poi mitigato in Ni Tav, infine diventato Sì Tav. Ma con scaricabarile inevitabile. Come dire: siamo al governo, ma è come non ci fossimo.

Russofobia

Salvini in Russia

Per un anno Matteo Salvini ha tollerato le tensioni che quotidianamente emergevano nell’attività di governo con il MoVimento 5 Stelle. Ogni turbolenza è stata derubricata a normale dialettica, qualsiasi incomprensione è stata archiviata da un ritornello che abbiamo imparato a conoscere: “Il governo dura 5 anni“.

Quando i suoi compagni di partito, i fedelissimi, gli amici, gli alleati del centrodestra, facevano notare a Matteo Salvini quello che a sua volta è diventato un altro refrain dei retroscena sui giornali, l’ormai arcinoto “così non si va avanti“, il leader della Lega ha sempre temporeggiato, rinviato la resa dei conti, assicurato ai suoi che non era il momento di strappare.

Così è andata per un anno. Ma da oggi sembra non andare più. E bisogna allora domandarsi il perché di questo cambiamento. Davvero Salvini si è sentito tradito dal MoVimento 5 Stelle per il voto alla Von der Leyen in Europa (con cui peraltro lui stesso aveva preso accordi) al punto da mettere a repentaglio la tenuta di un governo che – dice lui – è passato in questi mesi “dalle parole ai fatti“?

Realmente un’intervista del premier Conte, fino a questo momento talmente trasparente da subire persino l’umiliazione di essere scavalcato dal Presidente del Consiglio “in pectore” in una riunione con le parti sociali, ha fatto decidere Salvini che la misura è colma? Non le incomprensioni sulla Tav, sulle autonomie, sull’Ilva, sulla flat Tax. Un’intervista di Conte?

Ed è credibile che sia stata la replica di Di Maio alle accuse di Salvini sull’inciucio Pd-M5s in Europa a sortire questa deflagrazione nei rapporti interni al governo? Davvero è bastato questo a portare Salvini a ritenere esaurita la fiducia personale tra alleati? In altri tempi, più precisamente fino ad una decina di giorni fa, il leader della Lega avrebbe mandato bacioni, snocciolato slogan, trangugiato una fetta di pane e nutella e via.

Bisogna allora domandarsi se la vera spina nel fianco di Salvini, il tema che ha scombinato i suoi stessi piani, non sia stata invece l’inchiesta sulla Russia. Non siamo in grado di dire se davvero la Lega abbia ricevuto 65 milioni di dollari di finanziamenti. Non amiamo le cacce alle streghe e la politica fatta nei tribunali. Però dobbiamo registrare un nervosismo insolito, esagerato, alla luce del fatto che tutte le ipotesi dei giornali e della Procura di Milano sono state per ora bollate da Salvini come “fantasie”. Fantasie che però lo hanno spinto fino ad oggi a dribblare il Parlamento, fantasie che si sono rivelate più credibili di ogni tentativo di smarcarsi da Savoini, in verità molto più vicino al leader leghista di quanto lui stesso abbia ammesso.

Ecco, alla luce di tutte queste “stranezze”, se per caso venisse fuori che agitare lo spauracchio della crisi di governo serve ad impaurire i 5 Stelle (panico da perdita di poltrona) per portarli a silenziare la vicenda moscovita, allora sarebbe grave. Avremmo la prova che Matteo Salvini è affetto da una sindrome che comporta nervosismo e attacchi isterici, che provoca cambi di rotta repentini e paura folle. Si chiama Russofobia. E una volta fatta la diagnosi dovremmo indagare sul perché dell’insorgere di questa malattia.

Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Procedura di infrazione: perché Salvini e Di Maio continuano a mentire?

Di Maio e Salvini, foto Enrico Mentana

Sarebbe ironico, se non fosse tragico, che nel giorno in cui la Commissione Ue compie il primo passo verso la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, il nostro premier Conte si trovi in Vietnam. Come una coincidenza, un ribaltamento dei fronti e della storia: l’Italia è un Vietnam.

E in questo gioco a perdere condotto dal nostro governo in maniera a dir poco irresponsabile e incoerente, stride un’altra assonanza dissonante. Ne è l’autore Pierre Moscovici, Commissario Ue all’Economia: “Come sempre con tutti gli Stati membri, siamo pronti a esaminare i nuovi dati che potrebbero modificare questa analisi. La mia porta è aperta“. Impossibile non pensare allo slogan dei “porti chiusi” di chi ci governa. Una involontaria lezione di dialogo.

C’è poi un numero, nelle “raccomandazioni” della Commissione Europea, che dovrebbe essere ripetuto più e più volte, per rimarcare quanto la questione del debito non sia qualcosa di lontano dalla nostra vita quotidiana. Lo ha citato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis: “L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante“. Questa è la realtà che alcuni politici vogliono tenere nascosta: far passare il debito come una questione dei “burocrati di Bruxelles”, qualcosa che non riguarda l’italiano medio da vicino. Falso, è l’opposto.

La strategia è assodata, basta leggere il post su Facebook di Di Maio:”Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!“. Peccato che una delle raccomandazioni per evitare la procedura d’infrazione sia proprio quella di attuare una riforma delle pensioni sostenibile.

Se Di Maio non vi basta c’è Salvini nel suo solito comunicato lunare: “Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà“. Tutto lecito, credibile, se non fosse che Salvini insieme a Di Maio ha buttato nel cassonetto diversi miliardi di euro per realizzare Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza. Misure finanziate in deficit, soldi che spesi in un serio piano di investimenti avrebbero realmente potuto rilanciare l’Italia.

In questo scenario il più lucido sembra l’unico non politico, Conte: “Farò il massimo sforzo per scongiurare una procedura che non fa bene al Paese“. Pure lui avrebbe dovuto pensarci prima.

Ora Salvini ha un capitale politico immenso, dovrebbe avere l’ambizione di salvare questo Paese: ma non lo fa. Di Maio non ha più niente da perdere, è nelle condizioni di accreditarsi come una persona seria, di dire la verità: ma non lo fa.

Il quesito sorge spontaneo: perché continuare a mentire?

Troppo tardi, “premier” Conte

Conte in conferenza stampa

Lasciatele stare le rivendicazioni sul lavoro svolto. Mettetele da parte le parole vuote di chi scambia l’uditorio per un’aula di tribunale. A parlare è lo stesso che aveva pronosticato un “anno bellissimo”. Giuseppe Conte è il paradosso di chi, sfiduciato, prova a sfiduciare a sua volta i suoi due vicepremier. Uno in particolare. E se non fosse per quel preambolo fuori dal mondo che lui dice non essere un bilancio – ma lo è – se non si trattasse del discorso di chi vuol vedersi riconosciuto un ruolo che in realtà mai ha esercitato, quasi verrebbe da dargli ragione, per poco non verrebbe da solidarizzare, da applaudire: “Ma guarda un po’, bravo il nostro premier: che dignità!”.

I fatti, però, dicono altro. Dicono che Conte mette sul tavolo le dimissioni ma non le rassegna. Mentre rassegnato appare il suo piglio, quello di chi – in un anno tutt’altro che bellissimo – si è accorto di non poter gestire una “causa” così grossa. Non che l’avvocato Azzeccagarbugli non si ritenga intimamente capace, attenzione, piuttosto denuncia un sabotaggio, uno scollamento dei suoi sottoposti, quasi un ammutinamento, un ribaltamento dei ruoli e delle gerarchie che impedisce di proseguire con il lavoro.

E allora Conte che fa? Prova a parlare alla ciurma, al popolo di cui si è detto avvocato ma che non ha difeso, sperando vanamente che sia questo a scoraggiare le mire di chi vuole il comando del timone per sé. Ma la sua è una denuncia tardiva. Troppo tardi ci si è accorti che il governo era preda dei litigi a mezzo social, troppo tardi si è compreso quanto la campagna elettorale di Salvini potesse essere dannosa: al governo ma prima di tutto al Paese.

Ora che il tempo sta per scadere, nel gioco del cerino Conte quasi si immola. Ritaglia per sé il ruolo del disinteressato servitore dello Stato, rivendica fedeltà alla Repubblica e non al MoVimento 5 Stelle, proclama la sua indipendenza politica e personale. Ma un anno dopo la nascita del governo del cambiamento è tutto fin troppo chiaro: non cambierà proprio niente. Conte ha messo sul tavolo le sue dimissioni da premier, ovvero da ciò che non è mai stato. Troppo tardi. Troppo facile.