Procedura di infrazione: perché Salvini e Di Maio continuano a mentire?

Di Maio e Salvini, foto Enrico Mentana

Sarebbe ironico, se non fosse tragico, che nel giorno in cui la Commissione Ue compie il primo passo verso la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, il nostro premier Conte si trovi in Vietnam. Come una coincidenza, un ribaltamento dei fronti e della storia: l’Italia è un Vietnam.

E in questo gioco a perdere condotto dal nostro governo in maniera a dir poco irresponsabile e incoerente, stride un’altra assonanza dissonante. Ne è l’autore Pierre Moscovici, Commissario Ue all’Economia: “Come sempre con tutti gli Stati membri, siamo pronti a esaminare i nuovi dati che potrebbero modificare questa analisi. La mia porta è aperta“. Impossibile non pensare allo slogan dei “porti chiusi” di chi ci governa. Una involontaria lezione di dialogo.

C’è poi un numero, nelle “raccomandazioni” della Commissione Europea, che dovrebbe essere ripetuto più e più volte, per rimarcare quanto la questione del debito non sia qualcosa di lontano dalla nostra vita quotidiana. Lo ha citato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis: “L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante“. Questa è la realtà che alcuni politici vogliono tenere nascosta: far passare il debito come una questione dei “burocrati di Bruxelles”, qualcosa che non riguarda l’italiano medio da vicino. Falso, è l’opposto.

La strategia è assodata, basta leggere il post su Facebook di Di Maio:”Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!“. Peccato che una delle raccomandazioni per evitare la procedura d’infrazione sia proprio quella di attuare una riforma delle pensioni sostenibile.

Se Di Maio non vi basta c’è Salvini nel suo solito comunicato lunare: “Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà“. Tutto lecito, credibile, se non fosse che Salvini insieme a Di Maio ha buttato nel cassonetto diversi miliardi di euro per realizzare Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza. Misure finanziate in deficit, soldi che spesi in un serio piano di investimenti avrebbero realmente potuto rilanciare l’Italia.

In questo scenario il più lucido sembra l’unico non politico, Conte: “Farò il massimo sforzo per scongiurare una procedura che non fa bene al Paese“. Pure lui avrebbe dovuto pensarci prima.

Ora Salvini ha un capitale politico immenso, dovrebbe avere l’ambizione di salvare questo Paese: ma non lo fa. Di Maio non ha più niente da perdere, è nelle condizioni di accreditarsi come una persona seria, di dire la verità: ma non lo fa.

Il quesito sorge spontaneo: perché continuare a mentire?

Troppo tardi, “premier” Conte

Conte in conferenza stampa

Lasciatele stare le rivendicazioni sul lavoro svolto. Mettetele da parte le parole vuote di chi scambia l’uditorio per un’aula di tribunale. A parlare è lo stesso che aveva pronosticato un “anno bellissimo”. Giuseppe Conte è il paradosso di chi, sfiduciato, prova a sfiduciare a sua volta i suoi due vicepremier. Uno in particolare. E se non fosse per quel preambolo fuori dal mondo che lui dice non essere un bilancio – ma lo è – se non si trattasse del discorso di chi vuol vedersi riconosciuto un ruolo che in realtà mai ha esercitato, quasi verrebbe da dargli ragione, per poco non verrebbe da solidarizzare, da applaudire: “Ma guarda un po’, bravo il nostro premier: che dignità!”.

I fatti, però, dicono altro. Dicono che Conte mette sul tavolo le dimissioni ma non le rassegna. Mentre rassegnato appare il suo piglio, quello di chi – in un anno tutt’altro che bellissimo – si è accorto di non poter gestire una “causa” così grossa. Non che l’avvocato Azzeccagarbugli non si ritenga intimamente capace, attenzione, piuttosto denuncia un sabotaggio, uno scollamento dei suoi sottoposti, quasi un ammutinamento, un ribaltamento dei ruoli e delle gerarchie che impedisce di proseguire con il lavoro.

E allora Conte che fa? Prova a parlare alla ciurma, al popolo di cui si è detto avvocato ma che non ha difeso, sperando vanamente che sia questo a scoraggiare le mire di chi vuole il comando del timone per sé. Ma la sua è una denuncia tardiva. Troppo tardi ci si è accorti che il governo era preda dei litigi a mezzo social, troppo tardi si è compreso quanto la campagna elettorale di Salvini potesse essere dannosa: al governo ma prima di tutto al Paese.

Ora che il tempo sta per scadere, nel gioco del cerino Conte quasi si immola. Ritaglia per sé il ruolo del disinteressato servitore dello Stato, rivendica fedeltà alla Repubblica e non al MoVimento 5 Stelle, proclama la sua indipendenza politica e personale. Ma un anno dopo la nascita del governo del cambiamento è tutto fin troppo chiaro: non cambierà proprio niente. Conte ha messo sul tavolo le sue dimissioni da premier, ovvero da ciò che non è mai stato. Troppo tardi. Troppo facile.

Siri, c’è il primo grande errore politico di Salvini

Tra poche ore conosceremo l’epilogo del caso Siri. Scopriremo cioè se il Consiglio dei ministri costituirà la fine del teatrino del governo o l’inizio della fine del governo.

Ma in questi giorni vissuti sulle montagne russe, tra un giustizialismo sfrenato (5 Stelle) e un garantismo fin troppo ostentato (Lega), è emerso un lato del carattere di Salvini che rischia di rivelarsi in futuro come il più grande dei suoi limiti: la mania di avere sempre l’ultima parola, anche quando non ci sono le condizioni per averla. L’arroganza tipica di chi non ammette di tornare sui suoi passi, neanche quando i suoi passi sono sbagliati.

Ora è chiaro che l’indagine su Siri abbia rappresentato per la Lega un motivo d’imbarazzo umanamente e politicamente difficile da gestire, mancherebbe altro. Ma la vicenda ha assunto fin da subito – complice il pressing M5s – una piega tale che la difesa ad oltranza del sottosegretario ai Trasporti è diventata col passare dei giorni un esempio di autolesionismo incomprensibile.

Detto che il garantismo è un valore a queste latitudini sempre più raro, assodato che la doppia morale 5 Stelle è sempre in agguato, la decisione di Salvini di impuntarsi su Siri non ha una spiegazione logica.

Molto semplicemente: se vuoi far cadere il governo, aprire la crisi immolandosi per un sottosegretario indagato per corruzione non è una mossa geniale. Potevi e dovevi farlo prima: sarebbe stato più credibile farlo sulla Tav, sarebbe stato più coerente farlo sulle autonomie, sarebbe stato più intelligente farlo sul reddito di cittadinanza e in conclusione sarebbe stato meglio non firmare proprio il contratto.

Se invece fai le barricate su Siri per differenziarti dalle aggressioni manettare dei pentastellati, se lo fai per occupare un campo, perché vuoi sostituire Berlusconi nell’elettorato di centrodestra anche per quanto riguarda la battaglia per il garantismo: bene, puoi farlo, ma la Giustizia non è mai stata in cima alle priorità degli italiani, è un gioco a perdere, non vale la candela.

L’unica lettura politicamente plausibile è quella onestamente più infantile: su Siri non si arretra di un millimetro dal momento che a volere la sua testa sono Di Maio e i 5 Stelle.

Dunque Salvini, pur di difendere la propria immagine di “uomo forte”, pur di non concedere lo scalpo di Siri, decide scientemente di entrare in un vicolo cieco. Ufficialmente per non consentire a Di Maio di fruire del dividendo, della spinta elettorale alle Europee che le dimissioni ordinate da Salvini gli garantirebbero. Sostanzialmente, però, facendo ancora più danni: perché la gente normale, quella che decide negli ultimi giorni chi andare a votare, quella che osserva senza i pregiudizi del tifoso, questa indisponibilità a scaricare un indagato per corruzione – o quanto meno a metterlo in panchina fino a quando la sua posizione non sarà chiarita -proprio non se la spiega.

La riflessione è che in tempi d’oro, come quelli che Salvini sta vivendo, il leader che non cambia idea, che non modifica le proprie opinioni costi quel che costi, viene vissuto dal “popolo” come un infallibile decisionista. Ma quando il vento gira, e prima o poi questo accade, quella stessa “qualità” viene interpretata come arroganza, tendenza al dispotismo, mancanza di autocritica, assenza dell’elasticità necessaria ad un “capo”.

Adesso è evidente che Salvini abbia commesso in questo primo anno da vicepremier diversi errori politici. Ma sono errori di governo e di visione, di costruzione di un Paese che si riscopre ogni giorno più incattivito e intollerante, più razzista e, se ce n’è l’occasione, pure fascista. Tanto se una cosa la dice Salvini, perché non posso pure io…no?

Sul caso Siri, però, va in scena il primo vero grande errore politico-mediatico, se così vogliamo chiamarlo, del Salvini leader di partito. Era un terreno scivoloso, bisognava giocare su un altro campo o non giocare affatto.

È un peccato d’arroganza, che Salvini ha commesso: ha creduto di poter vincere anche questa, come sempre era successo finora. Ricapiterà, perché è la sua indole priva di limiti e moderazione che glielo impone. L’incapacità di capire che “avere carattere” non significa sempre “dimostrare di avere carattere”.

Il futuro dopo Siri: c’è l’embrione di un nuovo governo

Dietro la conferenza stampa di Giuseppe Conte sul caso Siri non si cela soltanto la fretta del MoVimento di risolvere una questione imbarazzante per l’auto-proclamato “governo del cambiamento”. Né la questione è catalogabile solo come la volontà di Di Maio e Conte – sempre più premier M5s – di esibire lo scalpo di un fedelissimo di Salvini ai propri elettori e ringalluzzirli in vista delle elezioni Europee. C’è certamente questo, ma non solo.

La manovra di ieri rivela una volta di più che la frattura tra Di Maio e Salvini non è ricomponibile. Dopo le Europee verrà scelto dal leader della Lega un casus belli per rompere il patto di governo.

Non è convenienza di Salvini sacrificare l’esecutivo sull’altare di Siri. In primis perché – per quanto si possa essere garantisti – non v’è certezza che il sottosegretario sia innocente come dice. Impostare poi una campagna elettorale sull’indisponibilità a rinunciare ad un sottosegretario indagato per corruzione significherebbe un clamoroso autogol.

Da questo ragionamento ne deriva un altro: se questo governo cade è chiaro che non potrà ripresentarsi dopo le nuove elezioni Politiche identico a se stesso. E qui sta l’accelerazione di Conte. Il MoVimento 5 Stelle ha deciso di occupare l’arco sinistro del Parlamento. La “sfrontatezza” con cui si decide di stuzzicare Salvini nelle ultime settimane è figlia di una sicurezza che il leader della Lega non ha: la possibilità di una maggioranza alternativa dopo le urne.

Qui interviene il Pd di Zingaretti. Perché sono sempre di più i segnali che lasciano intravedere la volontà di un dialogo tra le parti. Un sondaggio di Porta a Porta dice che il 54% degli elettori dem sarebbe disponibile ad un’alleanza coi 5 Stelle. Poco più di un elettore su 2. Una percentuale che dà l’idea della spaccatura all’interno del partito sulla questione. E che prefigurerebbe la nascita di un nuovo partito di stampo centrista di Renzi.

Di questa exit strategy non dispone, ancora, Matteo Salvini. Se il MoVimento 5 Stelle può permettersi di forzare, consapevole che prima o poi a strappare sarà la Lega per capitalizzare il proprio consenso, d’altro canto Salvini ha ancora un problema: Silvio Berlusconi. Fiaccato com’è da un intervento chirurgico non banale, recluso al San Raffaele e impossibilitato a lanciarsi in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua sopravvivenza politica, è ancora il Cavaliere il freno alle ambizioni di Salvini. Una Forza Italia marginale, ampiamente sotto il 10%, darebbe a Salvini la possibilità di lanciarsi nel suo progetto di nuovo destra-centro, costituendo un’alleanza che vedrebbe in Toti e Meloni le sue stampelle.

Fino al 27 di maggio, però, questo scenario è bloccato, sospeso. Ne deriva un vantaggio di tempo per Di Maio, autorizzato fin da ora a bombardare il suo alleato di governo, nella speranza che le Europee vedano primeggiare il M5s rispetto al Pd e gli consentano di arrivare alle Politiche, presumibilmente in autunno, con lo slancio di chi intende esprimere, dopo l’accordo con Zingaretti, il nome del prossimo premier.

Questo è lo scenario, la strategia. C’è l’embrione di un nuovo governo. Che gli italiani lo sappiano, almeno.

Genitori fino in fondo

Quello che hanno visto non era più il corpo di Giulio Regeni. Era il suo corpo, intendiamoci, ma di Giulio, del loro Giulio, aveva ben poco. Mamma Paola dopo il riconoscimento disse:”L’ho riconosciuto dalla punta del naso“. Un dettaglio che solo una madre avrebbe potuto individuare, perché ai dettagli bisognava affidarsi per ammettere l’incubo, per accettare che quell’insieme di carni seviziate, di costole rotte, di ossa fratturate, quella bocca senza denti, quello sguardo perso nel vuoto, appartenevano a Giulio Regeni. Loro figlio.

I genitori di questo ricercatore italiano morto in Egitto ormai più di 3 anni fa hanno chiesto da subito una cosa sola: verità. Una richiesta ragionevole, dignitosa. Volevano l’unica compagnia che è possibile accettare quando il cammino diventa inaccettabile, quando la vita stessa diventa insopportabile. Fino ad oggi tutto questo gli è stato negato: l’Egitto non ha collaborato, l’Italia non ha fatto abbastanza. Ora l’ultimo appello a Giuseppe Conte, il premier che – scrivono mamma Paola e papà Claudio – si è presentato come “avvocato difensore del popolo italiano“.

Gli chiedono che alle parole seguano i fatti, che si ricordi di quell’altro “cliente” che oggi non c’è più. Di Giulio. Lo invitano, “stringendo la mano al Generale Al Sisi” a pretendere “senza ulteriori dilazioni o distrazioni di sorta, la verità sulla sua uccisione. Sia, come ha promesso, il suo avvocato, lo sia di tutti i cittadini italiani che confidano nel rispetto dei diritti umani e nella loro intangibilità“.

Conte ha un’occasione clamorosa: quella di accreditarsi agli occhi del Paese come qualcosa di diverso da un fantoccio. “Non sono un passacarte“, ha rivendicato qualche giorno fa. Lo dimostri ora, lo renda esplicito adesso: intraprenda delle azioni forti, coraggiose, nei confronti dell’Egitto. Dica al presidente Al Sisi che gli italiani non ne possono più di depistaggi e prese in giro, che siamo pronti ad interrompere ogni tipo di rapporto fino a quando non verrà fuori la verità, che Giulio Regeni era uno di noi e merita rispetto. Faccia in modo che il “prima gli italiani” tanto caro a Salvini abbia per una volta senso. Lo faccia per quei due genitori che gli hanno chiesto aiuto, che si sono esposti dando fiducia ancora una volta allo Stato.

Si può essere disperati con dignità. Si può continuare a combattere anche se si è umanamente distrutti. Si può essere genitori fino in fondo, fino all’ultimo, e anche dopo. È ciò che stanno facendo Paola e Claudio. Per Giulio.

Il Salva-Roma diventato Salva-Poltrone

In fondo, il sospetto che tutto questo teatrino sia il risultato di un copione messo a punto nei momenti di vuoto tra un selfie e l’altro, ogni tanto sorge. Perché alla fine pensandoci su, tutte queste liti, questi affondi, queste idee opposte su tutto lo scibile umano, il potere di polarizzare il dibattito ce l’hanno davvero.

Il martedì sera, seduto sul divano, ti ritrovi ad immedesimarti nei Due, a pensare che “beh, stavolta Di Maio ha ragione“, ma l’attimo dopo pensi che “comunque Salvini non ha tutti i torti“. Non puoi non schierarti, in una dinamica simile. Non puoi evitare di scegliere tra Lega e 5 Stelle, in uno schema del genere. Come se governo e opposizione convivessero nello stesso esecutivo, ogni volta in posizioni invertite, pronte a scambiarsi all’occasione; come se alla fine il mondo politico italiano fosse diviso equamente in due parti, quello in cui è sovrano Salvini e quello in cui fa il capetto Di Maio.

Fortunatamente le cose non stanno così. C’è un mondo oltre questo mondo. E i Due non sono così scaltri come appaiono, non si danno torto per dividersi la torta. Lo fanno perché la politica resta il ring dell’umano. Il loro rapporto si è consumato, infine si è rovinato. Giggino si è fidato di Matteo: quando ha capito che quello non era un fratello maggiore ma solo un marpione si è risentito, ha deciso di imitarne i gesti, le uscite, gli attacchi. Salvini a quel punto si è offeso, per qualche tempo è rimasto spiazzato, subito dopo è tornato a fare ciò che gli riesce meglio: dispetti.

Così il Salva-Roma non è il punto. Ciò che è stato approvato in Cdm alla fine è un Salva-poltrone.

Perché a Salvini è bastato poco per scoprire il bluff di Di Maio: inizialmente negatosi, come l’amante risentito che per avere più attenzioni prova a sottrarsi, ma poi pronto a tornare in scena, di corsa, in fretta e furia, una volta compreso che la corda è bene tirarla, ma non troppo, non sia mai si spezzi.

Perché alla fine il punto quello è e quello resta: per quanto ormai non si parlino più, per quanto abbiano abbandonato l’ambizione di agire come un governo, alla fine nessuno ha il coraggio di rompere, di uscire da Palazzo Chigi e annunciare che “signori, è stato bello finché è durato ma adesso ognuno per la sua strada“. L’orizzonte non è una visione per l’Italia, sono i voti alle prossime Europee. L’obiettivo non sono le condizioni degli elettori, ma le loro preferenze nelle urne. Il saluto di rito non è “ci vediamo domani” ma “al prossimo litigio“.

Nel buco nero della politica italiana

Un grande giorno per l’Umanità, un altro pessimo per l’Italia. Parafrasando Neil Armstrong il giorno dopo i festeggiamenti per la prima foto di un buco nero – la conferma che un certo Einstein aveva sempre avuto ragione – il paragone con le faccende nostrane è a dir poco impietoso.

Il primo parallelismo che si può tracciare riguarda la teoria della “relatività”. Ovvero, ciò che è chiaro per gli istituti economici di tutto il mondo, cioè che i nostri conti pubblici vanno malissimo, per il governo lo è “relativamente”. C’è Salvini, ad esempio, che va sostenendo che la flat tax si farà senza aumentare l’Iva. Tria, per restare in tema, gli ha spiegato che questa cosa infrange ogni legge matematica: la scienza non ha ancora inventato un modo per creare soldi dal nulla, la Lega ci sta lavorando.

Dallo scatto del buco nero che ha fatto la storia al buco nei conti pubblici che lascerà questo governo il passo è breve. Non si tratta di anni luce: basterà attendere poche settimane, al massimo dei mesi. In autunno sarà chiaro che il prossimo asteroide in arrivo ha le sembianze di una crisi.

Di Maio nel frattempo vuole fare il Salvini. Ogni occasione è buona per fare il cattivo. Il mariuolo di Pomigliano vuole rosicchiare consensi e ha dato via ad una nuova missione che in confronto quelle spaziali sono una barzelletta: “Evitare l’estinzione del MoVimento 5 Stelle”. Dopo le promesse tradite, la manifesta incapacità del pilota alla guida della navicella, è più facile attendersi un’invasione marziana.

La verità è che gli scienziati di tutto il mondo che hanno impiegato anni, decenni, per scattare la prima foto di un buco nero, hanno sprecato tempo, risorse, energie. Bastava aspettare la stagione 2018-2019, puntare i telescopi verso il basso: direzione Roma, governo Conte, vicepremier Di Maio e Salvini. Le coordinate sono chiare: il buco nero della politica italiana è profondo, immenso, tutto risucchia, tutto divora, pure il buon senso. E no, qui non abbiamo Einstein.

Libia, l’Italia e le sue colpe: tutti gli errori del governo

Mentre Di Maio e Salvini occupano i palinsesti televisivi, si esibiscono in reciproche accuse su chi fa più selfie e discutono di tasse più o meno piatte a seconda della convenienza del momento, a poche miglia marine dalle nostre coste rischia di infuriare una guerra civile con ricadute gravissime per l’Italia.

Diciamocela tutta, la Libia è un gran casino non da oggi. E’ vero però che un governo normale – per intenderci, un governo con una politica estera – avrebbe potuto limitare i danni. E’ un po’ quello che accadde nel 2011 con Gheddafi: non volevamo la guerra, con il Colonnello avevamo costruito un asse privilegiato. I francesi decisero allora di sabotarci.

Fummo costretti a partecipare all’azione militare in Libia. E la costrizione era motivata dai dispacci che i nostri stessi “alleati” francesi e inglesi inviavano ai nostri vertici militari con messaggi del tipo: “Noi dobbiamo bombardare in prossimità dei vostri stabilimenti Eni: facciamo noi?“. Risposta dell’allora governo Berlusconi: “No, grazie, facciamo da soli che stiamo più attenti“.

La storia ha raccontato in questi anni che i piani della Francia di sostituire Gheddafi con un leader amico di Parigi non sono andati a buon fine. Di fondo resta che la Libia non è una nazione ma un insieme di tribù. E non basta che qualcuno dall’alto cali un capo, bisogna che il comando venga riconosciuto sul campo.

Si potrebbe allora essere tentati dal pensare che non tutte le colpe siano di questo governo, che se il progetto di regime change non è andato a buon fine non è certo colpa di Giuseppe Conte. Ed è vero, non tutte le colpe sono dell’Italia: d’altronde non contiamo così tanto. Ma gli errori commessi negli ultimi mesi sono stati tanti, pure troppi.

Il primo lo avevamo ampiamente preannunciato qualche settimana fa, quando ancora doveva essere siglato il memorandum con la Cina per la Nuova Via della Seta. Perché non puoi avere la pretesa di fare affari con il maggior competitor degli Stati Uniti e poi bussare alla porta di Washington per chiedere aiuto diplomatico e militare se fatichi a mantenere il controllo dell’unica area di tuo interesse strategico nel Nord Africa.

Quando Trump ha riconosciuto a Conte la cabina di regia della partita libica lo ha fatto a cuor leggero: quella zona agli americani non interessa abbastanza, il loro mirino è puntato altrove. Basterebbero un paio di caccia americani per distruggere le milizie di Haftar: levandosi in volo avrebbero la potenza di fuoco per radere al suolo la colonna di mezzi che si sta dirigendo Tripoli. Ma gli Usa non hanno alcuna intenzione di darci una mano. In primis perché i nostri interessi confliggono con quelli dei francesi, ai quali gli americani sono legati da un rapporto quasi sentimentale; in secondo luogo perché ci stanno impartendo una lezione: “Dite che siete indipendenti? Dite che non avete bisogno di noi? Come on, sbrigatevela da soli“.

Noi, però, da soli non possiamo fare proprio niente. Certo basterebbe prendere il telefono, comporre il numero del Cremlino, chiedere una mano a Vladimir Putin e Haftar diventerebbe in un amen un simpatizzante di Roma. Ma a Mosca non fanno niente per niente: vogliono qualcosa di concreto in cambio per includerci nella loro cerchia ristretta di amici. E ancora non siamo ad un livello di follia e autolesionismo tali da tagliare tutti i ponti con gli Usa.

Questo governo ha messo in fila una serie di errori marchiani, che hanno contribuito a renderci deboli agli occhi di tutti i giocatori di questa partita. Prendiamo ad esempio la Conferenza di Palermo: dopo aver capito che Sarraj non era probabilmente il cavallo vincente che speravamo che fosse, abbiamo steso tappeti rossi al passaggio di Haftar. C’è materiale per scrivere un manuale: “Come sconfessare in pochi giorni una linea politica portata avanti per anni e ritrovarsi in un colpo senza alleati sicuri“. Perché Sarraj sarà debole ma non stupido e Haftar incassato il nostro riconoscimento è rimasto amico dei suoi primi sostenitori (francesi, egiziani, russi ecc).

In questo senso non era stata sbagliata la politica di ricucitura con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, tra i principali registi dell’avanzata di Haftar. Peccato però che Conte con il suo viaggio in Qatar abbia irritato non poco emiratini e sauditi, rimettendo ancora una volta in discussione il nostro sistema di alleanze.

Tutta questa serie di errori, di fondo, ha un comune denominatore molto chiaro: pensiamo di poter stringere accordi economici di volta in volta vantaggiosi per noi, dimenticando la visione d’insieme. Cosa che gli altri Paesi tengono invece sempre ben presente: si chiama geopolitica. In sintesi: pensiamo di essere furbi ma non lo siamo affatto. E la Libia ne è la dimostrazione.

Libia, menomale che Conte era contento

Cosa ne è stato dell’evidente compiacimento del premier Conte al termine della Conferenza di Palermo sulla Libia? Era il mese di novembre, sembra un’era geologica fa. Il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, la parte est del Paese, avanza minaccioso verso Tripoli. Il “nostro” Sarraj sembra abbandonato, in balia degli eventi, appeso ad un filo, quello di una comunità internazionale che arriva sempre tardi, vittima dei suoi sovranismi e dei suoi nazionalismi.

Tripoli, dicevamo. Da queste parti, ormai, siamo abituati a pensarvi soltanto come ad un porto. Quante volte abbiamo sentito il ministro Salvini parlare di un “barcone partito da Tripoli” accompagnato dal solito #portichiusi e bla bla bla? Ora scopriamo che Tripoli è non solo un punto di partenza, un affaccio sul Mediterraneo, ma anche il suo confine esterno. Perché il deficit di visione di questo governo, il suo scarso peso, la sua pressoché nulla credibilità all’estero, rischiano realmente di esporci ad una “invasione”. Questa volta sul serio. Non come sostiene Salvini da anni, per intenderci.

Il punto è uno: le truppe della Tripolitania, quelle fedeli al premier Sarraj, potrebbero presto essere costrette a spostarsi dalle coste per combattere a campo aperto con le milizie di Haftar. Intendiamoci: il generale è uno spietato stratega, un abile voltafaccia. E a Palermo, stringendo la mano di Conte, deve aver compreso di essere stato baciato dalla Fortuna: perché l’Italia in Libia c’è, ma è come se non ci fosse.

Ed è un problema grave, gravissimo. Innanzitutto perché i nostri interessi geopolitici sono parecchi, valgono diversi miliardi. Basta un nome: Eni. La guerra energetica che coinvolge la diretta concorrente del cane a sei zampe, la francese Total, rischia di vederci soccombere. I nostri “cugini” sono scaltri, non più bravi, ma hanno un presidente che la politica estera la cura, la tratta, la maneggia. Noi ci limitiamo alle strette di mano per i fotografi, alla redazione del post su Facebook per vantare un successo sui social, poi la politica però è un’altra cosa.

Questa approssimazione, questa scarsa capacità di “contare”, rischiamo di scontarla. Qualche numero e qualche scenario: Eni ha in Libia dei contratti che vanno fino al 2042 per le produzioni ad olio e al 2047 per quelle a gas. Cosa cambia se Haftar prende il comando? Che con un regime-change quei contratti possono valere più o meno come carta straccia. E di chi è amico Haftar? Della Francia. E di chi è la Total? Della Francia.

Per non parlare dei crediti vantati dalle aziende italiane in Libia: 130 imprese che aspettano qualcosa come 900 milioni di euro. E rischiano di continuare ad aspettare. E aspettare, e aspettare.

Ma la caduta di Sarraj rischia di provocare un problema anche di tenuta dei confini. Haftar non ha l’anello al naso. Sa bene che il tallone d’achille dei nostri governanti è l’immigrazione. Tripoli è la sua arma di ricatto: “Soldi, aiuti, sostegno, oppure apriamo i rubinetti delle partenze”. Si conta che oggi, dunque prima dello scoppio di una guerra civile che appare alle porte, si trovino in Libia più di 600mila migranti. Pensare che bastino i tweet di Salvini a fermare un fenomeno di questa portata equivale a prendersi in giro.

Resta l’immagine di un’Italia isolata, come fosse realmente nel deserto libico, destinata ad affondare nelle sue sabbie mobili.

E menomale che Conte era contento…

Altro che “anno bellissimo”

Chissà se al presidente Conte, quello che “il 2019 sarà un anno bellissimo“, qualcuno recapiterà le stime realizzate dal Centro studi di Confindustria. Crescita zero nel 2019. Investimenti privati per la prima volta in calo da 4 anni a questa parte. Rialzo dello spread divenuto oramai una costante. Manovra di Bilancio “poco orientata alla crescita“. Sono solo alcune delle realtà con cui il Paese è chiamato a fare i conti. Ed è solo l’inizio.

Se dovesse capitarvi di incappare, in tv o sui social, in qualche ministro pronto a raccontarvi che adesso l’economia italiana decollerà perché tra poco parte il reddito di cittadinanza e quota 100 favorirà l’occupazione di nuovi giovani, non fatevi trovare impreparati. Confindustria vi dà la risposta contro tutte le favole:”Queste due misure, realizzate a deficit, hanno contribuito al rialzo dei tassi sovrani e al calo della fiducia, con un impatto negativo sulla crescita“. Tradotto: “l’esiguo contributo” dei due provvedimenti non riuscirà a compensare i danni fatti dal governo in materia economica.

Prospettive? Pessime. Secondo gli economisti “il governo ha ipotecato i conti pubblici“. Non lo dice un deputato dell’opposizione, bensì esperti di un’associazione che all’indomani della nascita dell’esecutivo aveva offerto un’apertura di credito generosa (fin troppo) nei confronti di Lega e 5 stelle. Il giudizio è evidentemente cambiato: agli industriali e alle imprese non interessano i racconti fantasiosi, i selfie e i tweet, vivono di scelte, leggono i numeri.

Pure Confindustria prospetta il bivio visto da ormai tutti i centri di analisi economica. Tutti, tranne quelli consultati da Conte, Salvini e Di Maio: per evitare l’aumento dell’Iva servono 32 miliardi. Se si trovano, quasi miracolosamente, non resta niente per la crescita. L’alternativa? Portare il deficit al 3,5%: vuol dire suicidarsi con lo spread. Il futuro? “Inevitabile aumento delle tasse”.

Urge cambiare rotta. No, non sarà un anno bellissimo.