Un calcio che spezza il cuore

L’ultima crisi dei migranti è quella della Alan Kurdi, la nave che prende il nome dal bambino siriano di 3 anni il cui corpicino venne ritrovato su una spiaggia turca dopo il naufragio di un gommone che avrebbe dovuto portarlo in Europa.

Tre anni, come il bambino nordafricano colpito con un calcio a Cosenza, la mia città. Colpevole di aver sbirciato una neonata nella culla, colpevole di curiosità, colpevole di avere la sua età.

Ora possiamo nasconderci dietro un dito, far finta che la bestia che ha sferrato il calcio al bimbo di colore lo abbia fatto perché “fratello di un pentito di camorra” e dunque affetto da una cattiveria genetica, quasi innata.

Ma la verità è un’altra. La verità è che un episodio del genere, a Cosenza, in Calabria, in Italia, fino a dieci, vent’anni fa, non sarebbe mai successo. Se un delinquente – perché questo è – si è sentito autorizzato a prendere a calci un bambino di 3 anni è perché il clima di odio che si è respirato in questo Paese negli ultimi mesi lo ha autorizzato, non dico a farlo, ma a pensare che un gesto del genere fosse “giustificabile”.

D’altronde se è in primis lo Stato a confezionare provvedimenti che violano le leggi internazionali, a mostrarsi indifferente rispetto all’osservanza dei diritti umani, ad avallare politiche razziste, poi non c’è da sorprendersi se i più stupidi, i più ignoranti, compiono gesti del genere.

Per 14 mesi, su questa pagina, abbiamo condannato la condotta di Matteo Salvini come ministro dell’Interno e le politiche migratorie attuate dal governo Lega-M5s. I porti chiusi – oltre che inutili e inefficaci – sono una misura indegna di uno Stato liberale che voglia definirsi tale. Leggiamo che il nuovo ministro Luciana Lamorgese ha risposto picche alla richiesta della Alan Kurdi di entrare in porto. Il tutto mentre un naufrago a bordo ha tentato il suicidio. E della tanto decantata “discontinuità” richiesta da Zingaretti non vediamo traccia.

Se la paura di perdere consensi ha la meglio sulla capacità di assumere scelte di rottura rispetto al governo precedente, se prevale sulla volontà di costruire un Paese diverso, in cui la parola “integrazione” non viene letta come subdolo tentativo di “sostituzione della razza”, in cui il termine “accoglienza” non viene interpretato come prodromo di una “invasione”, allora sarà il caso di dire che il problema non era solo Salvini. Ma una classe politica incapace, tutta o quasi, di andare oltre i sondaggi, non in grado di disegnare un’Italia di cui andare fieri, un’Italia in cui un bambino di 3 anni può salutare una neonata nella culla, senza essere colpito all’addome con un calcio che spezza il fiato, ma soprattutto il cuore.