Notre Dame, mon Dieu

Nessuno ci crede davvero, nelle vie di Parigi. Né durante né dopo. Perché la cattedrale di Notre-Dame che va a fuoco, l’incendio che ne divora lo splendore, ha il sapore amaro di un turbamento esistenziale che ci tocca da vicino.

Ci sono elementi che paiono di contorno nelle nostre vite, testimonianze di un passato che è diventato il nostro presente e che proiettiamo inevitabilmente nel futuro, quasi fossero eterni. Oggi scopriamo che non lo sono. Non se li diamo per scontati.

Notre-Dame che diventa cenere, che si disperde nell’aria sotto forma di fumo, è la prova della nostra fragilità, è l’eredità della Francia, ma non solo, che va smarrita.

Non serve aver ammirato le vetrate della cattedrale dal suo interno. Non c’è bisogno di aver pregato dentro le sue mura. Non è necessario essersi appassionati alle vicende di Quasimodo ed Esmeralda frutto del genio di Victor Hugo. Il fuoco che arde la Storia brucia di suo, devasta il cuore di un’Europa ferita, oggi tradita.

Bisognerà ricostruire. È l’unica cosa che resta da fare. La sola che dona speranza.

È Notre Dame, mon Dieu.

“Io so’ Torre Maura”

Felpa Adidas nera, rigorosamente. Cappuccio tirato su, d’ordinanza. Movenze da rapper. Eh vabbé, sono i tempi. Simone ha 15 anni. Ed è un ragazzo della sua generazione. Libero da condizionamenti, forte di quel senso di giustizia che anima solo chi è (e resta) puro dentro, ha il coraggio di guardare negli occhi i leader di Casapound, la formazione neofascista che ha tentato di lucrare sul malcontento di Torre Maura dopo il trasferimento di alcune famiglie rom in una struttura del posto.

Simone è giovane, forse inesperto, ma è lucido, più di chi gli sta di fronte. Non si lascia imbrigliare dalla narrazione populista dominante, quella che parla sempre e comunque di “invasione”, che si tratti di rom o di africani. Lo ribadisce alla sua maniera, con la cadenza di cui va fiero, perché “Tore Maura è il quartiere mio“. E combatte contro la narrazione che caratterizza tanto Casapound quanto la Lega di Salvini, quella per cui se un reato lo commette uno straniero è un problema, se invece è un italiano allora no, perché qualcosa si dovrà pur fare per campare…

E nella logica disarmante dei suoi 15 anni Simone individua il problema: “A me 70 persone nun me cambiano ‘a vita“. Dillo a Salvini, Simone, che si impunta su 49 migranti..

Simone invece conosce i numeri, le proporzioni. Sa che Torre Maura fa parte del Sesto Municipio di Roma: sono 270mila persone. Ma la sua è una battaglia che va oltre la borgata: è l’affermazione di un principio di giustizia, “nessuno deve essere lasciato dietro“. Perché “‘sta cosa che bisogna andare sempre contro una minoranza a me non me sta bene che nno!“. Con quella parlata musicale, con quell’accento che lo fà romano tra i romani, Simone non cade nel tranello di chi gli chiede: “Ti sembrano una minoranza i rom?“. Risposta: “E’ una minoranza che sì, siamo 60 milioni“.

Il capolavoro però arriva sul finire, quando Simone si è ormai tolto il cappuccio e rimboccato le maniche, accaloratosi nel tentativo di fronteggiare i grandi e i prepotenti. Ce n’è uno che prova ad intimidirlo, gli si avvicina agitando il dito all’altezza del suo viso, gli impone di farlo parlare, gli dà un buffetto sulla guancia, prova ad indottrinarlo dall’alto della sua età con la solita solfa del “si stava meglio quando si stava peggio”, perché Torre Maura prima “nunn’era così“.

E Simone spiazza, disarma, stupisce, inorgoglisce: “E che è corpa d’i rom?“.

Ecco, bravo Simone. Perché le colpe del degrado delle periferie sono di tutti. Perché tutti in questi anni hanno governato.

E non è un caso che il ragazzo risponda a chi lo accusa di essere di parte con un’indignazione degna di un futuro grande uomo: “Io non c’ho nessuna fazione politica, io so’ Torre Maura“. E’ questa la sua bandiera. E’ libero, e libero deve restare. Lontano da strumentalizzazioni di ogni tipo, da corse ad accaparrarsene l’immagine e l’appoggio. Ha 15 anni, ha fatto chiarezza, seminato buon senso. Il futuro è suo. Speriamo arrivi presto.

Il bambino che ha urlato “papà”

Io non lo so che cosa si prova a trovarsi la morte in faccia, a scoprire che l’autista dello scuolabus, quello che aspetta pazientemente mentre ti diverti con gli amici in gita, si trasforma d’un tratto in un orco. Io non lo so che cosa si sente coi polsi legati, se trovarsi a sfregare le braccia per liberarti dai lacci è così facile come si vede nei film. Né so immaginare quali parole avrei scelto per una telefonata disperata a 12 anni, pensando che sarebbe stata l’ultima.

Non lo so quanti interminabili secondi sarebbero passati, prima che i miei genitori capissero che non era uno scherzo, che purtroppo era tutto vero, che la morte era lì da venire, per un pazzo che ha scelto il mio pullman e il mio giorno d’uscita da scuola per fare una strage.

Io non lo so che cosa è stato più brutto. Se scansarsi di corsa dalla strada mentre il pullman speronava le macchine dei carabinieri. Oppure restare all’interno, tra gli ultimi a uscire, mentre l’aria diventa più calda e le fiamme si fanno vicine.

Non lo so se è stata peggiore l’attesa, la paura che nessuno venisse. O che lo facesse in ritardo. Non lo immagino com’è stato vedere i professori impotenti, così insolitamente insicuri, pure loro sbiancati nel tentativo di pensare a noialtri, di placare la furia di un grande che dei loro ordini se ne frega.

Non lo conosco il terrore intenso, l’istinto primitivo che ha spinto un bambino ad urlare correndo un lungo, disperato e infinito “Papà!!!”. E non lo so se alla fine della sua corsa ha trovato le braccia del padre. Se gli è bastato vederlo per sentirsi di nuovo sicuro.

So che qualcuno, però, di questo giorno da incubo dovrà rispondere. So che i pazzi vanno fermati. Sempre. Da Traini al senegalese Sy. Ma so pure che è folle, molto più folle di un mostro d’autista, continuare a soffiare sull’odio. Perché prima o poi il vento gira, cambia direzione, rischiando di travolgere tutto. Pure noi.

Una Imane fesseria

Farneticanti sottintesi si rincorrono sui social e su alcuni giornali rispetto alla morte di Imane Fadil. Saranno gli inquirenti, come sempre, a dover fare luce su quanto accaduto.

Ma sul non-detto però sussurrato, sul non-pubblicato però insinuato, ci sia consentito uno sfogo di garantismo che sfocia consapevolmente nell’innocentismo. Perché è inaccettabile che la morte di Imane, poiché testimone nel processo Ruby, venga più o meno sottilmente associata a Silvio Berlusconi.

La macchina del giornalismo schierato si è messa in moto un minuto dopo la notizia del decesso della ragazza. E attenzione a chi oggi la santifica, dipingendo di lei un ritratto da martire: sono proprio quelli che stanno strumentalizzando la sua morte per i loro fini, sono proprio quelli da cui guardarsi.

Perché il punto è sempre questo: per una certa parte di questo Paese che Silvio Berlusconi non sia più al governo non è abbastanza. Per questa parte di Paese lo scontro politico è stato sempre un pretesto per distruggere l’uomo. Quasi che il maggiore crimine commesso dal Cavaliere sia stato quello di nascere, e poi di continuare ad esistere. Così, se una ragazza che diceva male di Berlusconi muore, allora è una stata uccisa su ordine di Silvio. Questo è l’assurdo che si trova sul web, questo è l’indegno che non si scrive ma si suggerisce.

E’ arrivato il momento di uscire da questo vortice perverso. Se non ci si è riusciti per 20 anni, alimentando un clima di odio che ha avuto il solo obiettivo di bloccare questo Paese, di disporre il terreno per i partiti populisti oggi al governo, allora ci si provi adesso, con un Berlusconi più vecchio e più debole, quasi al punto di essere definito “innocuo”.

Non sappiamo come sia morta la povera Imane. Siamo dell’avviso che un’indagine seria e accorta vada condotta fino in fondo per appurare la verità. Ma siamo anche stanchi dei giornali che alimentano l’insano vizio di osservare ciò che accade dal buco della serratura, siamo disgustati dall’uso che di un decesso assurdo e ingiusto si può fare, siamo stomacati dalla politica che demonizza l’avversario. Soprattutto perché sappiamo già che alla fine il coinvolgimento di Berlusconi nella morte della Fadil si rivelerà una Imane fesseria.

Lettera a Manuel Bortuzzo

Ha un sorriso che puoi definire con una parola sola: buono. Il volto pulito, un cervello svelto, il corpo di un campione e gli occhi di un ragazzo. Manuel Bortuzzo è questo concentrato di qualità che un proiettile vigliacco non ha saputo azzerare.

Tornato al polo natatorio di Ostia, nel posto in cui per anni ha coltivato un grande sogno, ha chiesto di andare nella sua vecchia stanza. Forse ha voluto tastare il cambiamento di prospettiva, saggiare l’effetto che fà, guardare il “suo” mondo, ma visto da un’altra altezza.

I luoghi familiari, quelli di una vita, sono rimasti immutati, sempre gli stessi. Solo non ci si tuffa sul letto più, non si accavallano le gambe mentre si chatta su Whatsapp, non si cammina avanti e indietro nel corso di una telefonata interminabile con la fidanzata. La vita dalla carrozzina è un mondo piatto, rallentato, pieno di confini.

Ma se sei Manuel Bortuzzo vedi l’ostacolo come la sfida, interpreti la fatica come la cura. Se ti chiami Manuel Bortuzzo 19 anni li hai solo secondo l’anagrafe. Perché parli con la maturità di un uomo che ha vissuto mille vite, con l’educazione che solo una famiglia straordinaria può averti impartito, col coraggio di un temerario che nella tragedia ha consolato per prima la madre.

E non covi vendetta, semmai rivalsa. Perché non serve a niente, questa rabbia contro tutto e tutti, anche se potresti averne da vendere. Solo pensi a tornare quello di prima, anzi, più forte: “Come mi vedo tra 10 anni? In piedi”.

Se incontrasse chi gli ha sparato, Manuel, gli riderebbe in faccia. Li seppellirebbe così, con la forza della dignità e della sua onestà. Lezione da imparare e tramandare, anche da molti politici. Soprattutto da quelli che lucrano sul rancore.

Ora pensa alle Olimpiadi. Non da illuso, ma da sognatore. Perché il confine è spesso labile, quasi impercettibile. Sfida la scienza, batti la fisica, credi nel cuore. Sei l’Italia migliore.

Circumvesuviana. Tre animali. Italiani, Salvini.

Non c’è nessuna consolazione, nessun senso di rivalsa, semmai di vergogna, nello scoprire che a violentare una ragazza di 24 anni nell’ascensore della Circumvesuviana a San Giorgio a Cremano sono stati tre italiani del posto. Nessuna scorciatoia per aggirare l’orrore del dopo (nostro) e il terrore del durante di una ragazza che ha avuto una sola colpa: trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con le persone sbagliate.

Errore, correggiamolo subito: persone non sono. La giusta definizione l’ha trovata il sindaco Zinno: “Sono tre animali”. Tre animali italiani. Non per essere razzisti con la nostra stessa razza, come stupidamente credono i razzisti veri. Piuttosto per affermare un principio di verità: le bestie non guardano al colore della pelle e alla nazionalità, hanno un codice comportamentale universale che le caratterizza come tali. Le bestie non conoscono razzismo.

Ecco, a questa uniformità di comportamenti non corrispondono le reazioni del ministro dell’Interno twittante. Salvini, così reattivo quando si tratta di cinguettare sulle azioni della polizia contro gli extracomunitari, talmente rapido da mettere a rischio la riuscita dei blitz contro la mafia nigeriana, diverse ore dopo un caso di cronaca che ha scosso l’Italia intera, tace. O meglio, preferisce parlare di stupratori catturati a Santo Domingo e dello sgombero della baraccopoli di San Ferdinando.

Prima gli italiani, Salvini. Prima gli italiani.

Bambino di Foligno, amico mio

Hai preparato lo zaino coi quaderni, i libri e il diario, i tuoi genitori ti hanno messo nella cartella la merenda, assonnato hai messo piede in classe, dopo aver visto i cartoni, come tutti i giorni. La noia della scuola, il rifiuto per i compiti, tutto quanto l’hai dimenticato in fretta. Ti è bastato incrociare lo sguardo dei tuoi amici, del tuo compagno di banco, parlavate forse di calcio, di figurine non so, di videogiochi sicuro.

Poi è entrato il maestro, chissà perché ti ha detto che eri brutto, e ha chiesto ai tuoi compagni se anche loro la pensavano così. Ad un certo punto ha detto che eri talmente brutto da non volerti nemmeno guardare. Così ti ha messo spalle alla cattedra. Ed hai pensato che d’accordo, la lezione non è divertente, ma restare a fissare la finestra neanche, sentirti isolato rispetto agli altri neppure.

Tornato a casa hai saputo che il maestro aveva fatto lo stesso con la tua sorellina. Hai chiesto, domandato, provato a capire. L’insegnante ha detto che è stato un esperimento sociale. Quasi una prova per vedere come reagiscono i bambini dinanzi al razzismo. Che smemorato, il tuo maestro. Ha dimenticato che ai piccoli il colore della pelle non importa. Quello arriva da grandi, purtroppo, perché c’è sempre qualche stupido che glielo insegna.

Non so se hai pianto, se ti hanno spiegato, come te l’hanno detto. Non so se sei rimasto sorpreso, nel caso hai fatto bene, hai tutte le ragioni. Siamo noi che purtroppo non ci meravigliamo, noi che ad un’Italia così non ci abituiamo e non ci rassegniamo. Né mai lo faremo. Puoi fidarti.

Caro bambino di Foligno, bambino e basta, senza nero, non disperare, non preoccuparti: guarda che hanno fatto i tuoi compagni di classe. Suonata la campanella hanno raccontato ai loro genitori quello che era successo. Hanno sofferto nel vederti lontano, hanno capito e reagito. Ti hanno difeso e protetto. Più dei grandi. C’è speranza, caro bambino di Foligno. Bambino e basta, amico mio.

Pastores no t’arrendas

C’è uno striscione esposto dagli studenti del liceo classico Siotto di Cagliari che recita: “Pastores no t’arrendas”. Dal sardo all’italiano cambia la melodia, si perde un po’ di musicalità, ma non il senso: “Pastori non arrendetevi”. Ed è commovente e bellissimo che a mostrarlo orgogliosamente siano migliaia di ragazzi che studiano il greco e il latino, che pastori non lo diventeranno, che una pecora probabilmente mai la mungeranno.

Ma i pastori sardi che versano il latte, in un gesto estremo che a molti è apparso quasi sacrilego, sono i loro padri e i loro fratelli, sono stati i loro nonni e i loro avi, e non è detto che un giorno non possano essere i loro figli. Perché quella che “dal continente” – come i sardi chiamano il resto d’Italia – potrebbe sembrare un’esagerazione di qualche contadino un po’ buzzurro è invece una vera battaglia identitaria in un tempo di sovranismi falsi.

L’agropastorizia è la chiave di lettura di una terra bella e contorta, inaffondabile e irrisolta, la Sardegna è questo mix di nuovo e antico al quale non si sfugge, e la battaglia dei pastori sardi è quella di una regione, anzi, di una civiltà intera, forse mai così compatta nella volontà di preservare il proprio diritto a campare.

La dignità del lavoro, la possibilità di guadagnare da vivere per sé e la propria famiglia, l’onesta retribuzione. Concetti che qualcuno vorrebbe archiviare, quasi fossero datati e privi di senso, viviamo d’altronde nell’Italia del reddito di cittadinanza, ma che l’ostinata gente sarda sente come un diritto irrinunciabile. A ragione.

Dovrebbero bastare queste motivazioni per favorire un intervento rapido e concreto della politica. Per garantire una leale concorrenza, una necessaria sopravvivenza. Invece, forse, giocheranno un ruolo fondamentale le prossime elezioni regionali. Piangere sul latte versato è ciò che riesce meglio ad una certa politica, cavalcare le onde del malcontento è quanto di meglio chiedono alcuni affabulatori senza vergogna.

Ma coi sardi, coi pastori sardi, non si scherza. Forza Paris. Avanti insieme. Pastores no t’arrendas.

Salvini e Sanremo 2020: ho fatto un sogno (ed era un incubo)

Archiviata l’edizione 2019 del Festival di Baglioni: sonnacchiosa e sonno-lenta, piatta e deludente. Eccoci al 2020: Salvini ha fatto cadere il governo subito dopo le elezioni Europee. Voto in autunno: Lega al 36%, Fratelli d’Italia al 5%, governano da soli. Arriva febbraio, l’Italia si ferma per il Festival della Canzone (rigorosamente) Italiana.

Alla conduzione c’è Lorella Cuccarini, la sovranista più amata dagli italiani. Le indicazioni sono chiare:”Non vogliamo vedere più robe come l’anno scorso…”. Non c’è bisogno di spiegazioni: Nino D’Angelo (solo mio omonimo) è fuori. Il napoletano non è “italiano”.

Ci sarebbe quella band toscana…ma sì, i Negrita! D’altronde la regione è ormai terra fertile per la Lega. Lontani i tempi delle inespugnabili roccaforti rosse. Eh no, ci dispiace, l’anno scorso sul palco hanno riservato una stoccata al “Capitano” parlando “dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco“.

Ok, ma quel giovane promettente, quello che ha cantato per ultimo, all’una passata della prima serata ed ha un nome strano. Ah ecco, Mahmood. Ma scherziamo? Quello ha il papà egiziano: è un clandestino, è già tanto che non lo rispediamo a casa sua. Ma invece Motta, che cantava “dov’è l’Italia? Mi sono perso“? Fuori anche lui, non abbiamo bisogno di qualcuno che metta in dubbio la nostra identità!

Va bene, passiamo alle vallette. No Belen, troppo argentina. No Hunziker, sarà svizzera ma sembra tedesca e strizza l’occhio alla Merkel. Ci serve un’italiana, meglio se padana. Ci ripromettiamo di controllare. E i comici? No, quest’anno niente. La satira fa ridere se è rivolta ai governanti, ma qui il dissenso non è ben visto, anzi, è vietato. E se attaccasse le opposizioni? Scusa, quali? D’accordo, ospiti illustri? Stranieri no. Fai così: metti Lino Banfi, che in fondo è grazie al M5s se siamo dove siamo.

Mi sveglio di soprassalto, sudato, qualche linea di febbre. Salvini e Sanremo 2020. Ho fatto un sogno: ed era un incubo.

Meglio senzatetto che senza vergogna

È un inno al cattivismo o alla stupidità il post su Facebook di Luca Polidori, il vicesindaco leghista di Trieste che ha buttato nel cassonetto le coperte di un senzatetto? Forse è un omaggio ad entrambe, intriso com’è di razzismo, classismo, disumanità spaventosa. Perché alla fine è soprattutto questo, il punto di una questione diventata nazionale, al di là dello smacco che i cittadini di Trieste hanno già lavato portando nuove coperte, con tanto di scuse, al clochard preso di mura dal bullo al governo di turno.

Che si faccia un vanto della cosiddetta “tolleranza zero”, che si precisi, con un post scriptum vergognoso, che dopo aver toccato i piumini e le giacche del clochard ci si sia prontamente lavate le mani. Come dire che gli oggetti finiti nel cassonetto appartengono ad un essere immondo, ad una specie sporca, contagiosa, nauseabonda. Poco importa che sia quella umana: la stessa di chi quel post infame lo ha partorito, scritto, sbandierato.

Il punto esclamativo è quel “con soddisfazione”. Addio pudore, perso ogni freno, come se da bambini non c’avessero insegnato a controllarli, i nostri istinti peggiori. Come se dall’alto del consenso fosse tutto lecito, tutto, perfino la cattiveria mascherata da governo.

Chiede una Trieste pulita, Polidori. Se è sincero, inizi a liberare la poltrona di vicesindaco. Perché sia chiaro: meglio senzatetto che senza vergogna.