Pastores no t’arrendas

C’è uno striscione esposto dagli studenti del liceo classico Siotto di Cagliari che recita: “Pastores no t’arrendas”. Dal sardo all’italiano cambia la melodia, si perde un po’ di musicalità, ma non il senso: “Pastori non arrendetevi”. Ed è commovente e bellissimo che a mostrarlo orgogliosamente siano migliaia di ragazzi che studiano il greco e il latino, che pastori non lo diventeranno, che una pecora probabilmente mai la mungeranno.

Ma i pastori sardi che versano il latte, in un gesto estremo che a molti è apparso quasi sacrilego, sono i loro padri e i loro fratelli, sono stati i loro nonni e i loro avi, e non è detto che un giorno non possano essere i loro figli. Perché quella che “dal continente” – come i sardi chiamano il resto d’Italia – potrebbe sembrare un’esagerazione di qualche contadino un po’ buzzurro è invece una vera battaglia identitaria in un tempo di sovranismi falsi.

L’agropastorizia è la chiave di lettura di una terra bella e contorta, inaffondabile e irrisolta, la Sardegna è questo mix di nuovo e antico al quale non si sfugge, e la battaglia dei pastori sardi è quella di una regione, anzi, di una civiltà intera, forse mai così compatta nella volontà di preservare il proprio diritto a campare.

La dignità del lavoro, la possibilità di guadagnare da vivere per sé e la propria famiglia, l’onesta retribuzione. Concetti che qualcuno vorrebbe archiviare, quasi fossero datati e privi di senso, viviamo d’altronde nell’Italia del reddito di cittadinanza, ma che l’ostinata gente sarda sente come un diritto irrinunciabile. A ragione.

Dovrebbero bastare queste motivazioni per favorire un intervento rapido e concreto della politica. Per garantire una leale concorrenza, una necessaria sopravvivenza. Invece, forse, giocheranno un ruolo fondamentale le prossime elezioni regionali. Piangere sul latte versato è ciò che riesce meglio ad una certa politica, cavalcare le onde del malcontento è quanto di meglio chiedono alcuni affabulatori senza vergogna.

Ma coi sardi, coi pastori sardi, non si scherza. Forza Paris. Avanti insieme. Pastores no t’arrendas.

Salvini e Sanremo 2020: ho fatto un sogno (ed era un incubo)

Archiviata l’edizione 2019 del Festival di Baglioni: sonnacchiosa e sonno-lenta, piatta e deludente. Eccoci al 2020: Salvini ha fatto cadere il governo subito dopo le elezioni Europee. Voto in autunno: Lega al 36%, Fratelli d’Italia al 5%, governano da soli. Arriva febbraio, l’Italia si ferma per il Festival della Canzone (rigorosamente) Italiana.

Alla conduzione c’è Lorella Cuccarini, la sovranista più amata dagli italiani. Le indicazioni sono chiare:”Non vogliamo vedere più robe come l’anno scorso…”. Non c’è bisogno di spiegazioni: Nino D’Angelo (solo mio omonimo) è fuori. Il napoletano non è “italiano”.

Ci sarebbe quella band toscana…ma sì, i Negrita! D’altronde la regione è ormai terra fertile per la Lega. Lontani i tempi delle inespugnabili roccaforti rosse. Eh no, ci dispiace, l’anno scorso sul palco hanno riservato una stoccata al “Capitano” parlando “dei fantasmi sulle barche e di barche senza un porto, come vuole un comandante a cui conviene il gioco sporco“.

Ok, ma quel giovane promettente, quello che ha cantato per ultimo, all’una passata della prima serata ed ha un nome strano. Ah ecco, Mahmood. Ma scherziamo? Quello ha il papà egiziano: è un clandestino, è già tanto che non lo rispediamo a casa sua. Ma invece Motta, che cantava “dov’è l’Italia? Mi sono perso“? Fuori anche lui, non abbiamo bisogno di qualcuno che metta in dubbio la nostra identità!

Va bene, passiamo alle vallette. No Belen, troppo argentina. No Hunziker, sarà svizzera ma sembra tedesca e strizza l’occhio alla Merkel. Ci serve un’italiana, meglio se padana. Ci ripromettiamo di controllare. E i comici? No, quest’anno niente. La satira fa ridere se è rivolta ai governanti, ma qui il dissenso non è ben visto, anzi, è vietato. E se attaccasse le opposizioni? Scusa, quali? D’accordo, ospiti illustri? Stranieri no. Fai così: metti Lino Banfi, che in fondo è grazie al M5s se siamo dove siamo.

Mi sveglio di soprassalto, sudato, qualche linea di febbre. Salvini e Sanremo 2020. Ho fatto un sogno: ed era un incubo.

Meglio senzatetto che senza vergogna

È un inno al cattivismo o alla stupidità il post su Facebook di Luca Polidori, il vicesindaco leghista di Trieste che ha buttato nel cassonetto le coperte di un senzatetto? Forse è un omaggio ad entrambe, intriso com’è di razzismo, classismo, disumanità spaventosa. Perché alla fine è soprattutto questo, il punto di una questione diventata nazionale, al di là dello smacco che i cittadini di Trieste hanno già lavato portando nuove coperte, con tanto di scuse, al clochard preso di mura dal bullo al governo di turno.

Che si faccia un vanto della cosiddetta “tolleranza zero”, che si precisi, con un post scriptum vergognoso, che dopo aver toccato i piumini e le giacche del clochard ci si sia prontamente lavate le mani. Come dire che gli oggetti finiti nel cassonetto appartengono ad un essere immondo, ad una specie sporca, contagiosa, nauseabonda. Poco importa che sia quella umana: la stessa di chi quel post infame lo ha partorito, scritto, sbandierato.

Il punto esclamativo è quel “con soddisfazione”. Addio pudore, perso ogni freno, come se da bambini non c’avessero insegnato a controllarli, i nostri istinti peggiori. Come se dall’alto del consenso fosse tutto lecito, tutto, perfino la cattiveria mascherata da governo.

Chiede una Trieste pulita, Polidori. Se è sincero, inizi a liberare la poltrona di vicesindaco. Perché sia chiaro: meglio senzatetto che senza vergogna.

Ma non era “fuori i partiti dalla Rai”?

Si parta dal presupposto che un direttore di rete ha tutte le facoltà di dare al canale che presiede il volto che ritiene più opportuno. E in questo senso Carlo Freccero non è diverso dai suoi predecessori. Ma la Rai versione sovranista e populista disegnata dall’uomo che confessa da tempo simpatie grillo-leghiste non può passare sotto silenzio. Non se a delinearne i nuovi contorni sono gli stessi che parlavano di servizio pubblico. Dove pubblico significa aperto a tutti. Eh, appunto.

Ma il punto è che la televisione è pur sempre la televisione. Ad un certo punto gli occhi dallo smartphone li stacchi, la vecchia amica la trovi lì, accesa più o meno sempre, anche se non la guardi, purché l’ascolti, presenza fissa, rassicurante, in attesa perenne davanti al divano, esempio di fedeltà senza data di scadenza (si spera).

E allora ecco, lo capite, adesso, l’affanno e la ressa sulle nomine dei direttori, dei telegiornali, del presidente Rai? Il tanto bistrattato servizio pubblico è ancora una fabbrica di idee, contenuti, consensi, difficilmente sostituibile. E così Freccero plasma dichiaratamente Rai Due ad immagine e somiglianza del consenso del momento, ne asseconda gli istinti, toglie dalla Rai la parola “servizio”, lascia solo il “pubblico” (forse).

Parla di una rete al servizio dell’informazione. Bisognerà adesso capire quale. Perché se è quella delle fake news veicolate da M5s e Lega in questi anni allora c’è e ci sarà da preoccuparsi. Nel frattempo, però, un quesito sorge spontaneo. Sarebbe bello sapere che fine hanno fatto quelli che urlavano: “Fuori i partiti dalla Rai”.

È Strasburgo, è casa nostra

Strasburgo, attentato

 

È la sigla dell’edizione straordinaria del telegiornale che ti allarma, ma fino ad un certo punto. È l’abitudine agli attentati che sembravi aver dimenticato, la consapevolezza amara che loro non dimenticheranno te, a rendere tutto così maledettamente inaccettabile, cara Europa trafitta, cara Europa tradita.

È il fatto che abbiano colpito Strasburgo, sede del Parlamento Europeo, la culla della democrazia di un continente intero, la casa politica in cui si incontrano e si scontrano le idee giuste o sbagliate di 500 milioni di cittadini, a dare il senso di una strage che colpisce il senso di ciò che siamo, che ci stordisce al punto da farci rendere finalmente conto del nostro essere una sola grande famiglia.

Brutto a dirsi, difficile da ammettere: il dolore che sentiamo oggi è più potente, più pressante, di quello che avvertiamo alla notizia di un’autobomba in Iraq o in Afghanistan. Strasburgo è qui, a due passi. È una città come le nostre. Non sapeva di avere la guerra in casa. E invece eccola, sotto Natale, tra i mercatini di luci che illuminano una notte di spettri.

È la prova del nove che non avremmo dovuto tentare, l’identità ritrovata che neanche avremmo dovuto perdere. È l’Europa da difendere. È Strasburgo, è casa nostra.

Lega e M5s non trovano 10 milioni per gli orfani dei femminicidi: che schifo

 

Bastavano soltanto 10 milioni di euro – attenzione, non miliardi – per dare una mano alle famiglie che si prendono cura degli orfani dei femminicidi. La proposta di Mara Carfagna era condivisibile: istituire un fondo per quei nonni che da un giorno all’altro si ritrovano senza la figlia uccisa dalla bestia di turno e con dei nipoti da crescere. Per gli zii e le zie che si prendono cura di chi resta. Una norma di civiltà, un atto dovuto. Ancora di più se si considera che tante volte le vittime avevano denunciato e lo Stato non è riuscito ad intervenire in maniera efficace per salvarle.

Lega e M5s hanno deciso di bocciare questo emendamento alla Camera. Salvini in tv và dalla D’Urso, si erge a paladino delle donne quando la conduttrice mostra il bollino “chi ti picchia non ti ama”, ma poi quando bisogna passare “dalle parole ai fatti” i parlamentari della Lega votano contro.

Si trattava di avere a cuore la serenità di bambini e ragazzi che saranno segnati per sempre, che hanno bisogno di assistenza psicologica, che faticano ad addormentarsi perché terrorizzati all’idea che il papà possa tornare a fargli del male, prima o poi.

Si trattava di trovare soldi come se ne sono trovati per detassare i massaggi o i trattamenti di bellezza negli hotel. Era forse una causa più giusta. Che schifo.

Il comandante De Falco e i nuovi Schettino

 

Gregorio De Falco è stato – ai tempi del naufragio della Costa Concordia – il simbolo dell’Italia con la “schiena dritta”. L’anti-Schettino per eccellenza, il comandante che non si sottrae al proprio dovere, l’istituzione che fa l’istituzione. Il suo rude “Salga a bordo cazzo!” è diventato per mesi l’urlo ideale di una nazione ferita, piegata dal lassismo della sua classe dirigente, incapace di arrestare una colata a picco che sembrava inevitabile.

Anche per questi motivi, appresa la sua scelta di candidarsi col MoVimento 5 Stelle, sono rimasto prima sorpreso e poi deluso. Ma in un’intervista di qualche mese fa a L’Aria che tira, a Myrta Merlino che gli faceva notare come fosse alto il rischio che il suo volto venisse usato dalla politica come una bandierina da piazzare per i propri fini, De Falco rispose sicuro: “Io c’ho una cosa dalla parte mia: sono un uomo libero“.

La conferma è arrivata ieri sera, quando De Falco e un’altra senatrice del MoVimento 5 Stelle, Paola Nugnes, hanno fatto andare sotto il governo sul condono di Ischia. Hanno votato secondo coscienza l’emendamento presentato da Forza Italia e insieme al Pd. Consapevoli delle conseguenze che questo loro voto di dissenso rispetto al gruppo M5s avrebbe comportato.

Perché di fronte ad un governo che se ne frega dei rischi idrogeologici e sismici, di case che potrebbero cadere giù da un momento all’altro, serve qualcuno che si metta di traverso.

Di fronte ad un governo che nonostante l’enorme consenso non ha voglia di fare scelte coraggiose e necessarie, ha il suo senso levare una voce fuori dal coro dei lacchè.

Di fronte ad un governo che se ne frega dei richiami dei maggiori istituti europei e mondiali, che scientemente decide di farci andare a sbattere dopando i conti, serve qualcuno che dica no.

Il rischio naufragio è alto, coi nuovi Schettino al timone.

Io sono calabrese. E sto con Mimmo Lucano

mimmo lucano

 

Io sono calabrese. Io vivo in Calabria. E la premessa è d’obbligo per chiarire che qualcosa so di questa terra bella e maledetta. Conosco ad esempio l’arretratezza che ci circonda, così come l’orgoglio che proviamo (ingenui che siamo) ogni volta che in tv passa un servizio sul nostro mare o sulla nostra Sila.

Conosco un po’ di bene e un po’ di male. So cosa significa “pensare” di aprire un negozio, un’attività, un qualsiasi locale in Calabria. Vuol dire fare i conti, ad esempio, non soltanto coi normali rischi d’impresa, ma pure con le tasse “extra” da pagare al “secondo Stato”. Perché se non versi il tuo, a fine mese, al primo o al secondo avvertimento, ti bruciano tutto. E tanti saluti ai sogni di spiccare il volo.

Conosco il cuore della mia gente. Di chi ti accoglie in casa propria come fossi il re del mondo. Sono stato in paesi di poche anime, ho ricevuto grandi onori (immeritati) e ho capito che siamo un popolo generoso. Lo ammetto: siamo permalosi, pure un poco presuntuosi, ma sulla generosità è difficile che qualcuno ci superi.

Per questi motivi, senza conoscere personalmente il sindaco di Riace, dico chiaramente che io sto con Mimmo Lucano. Anzi: con quello che Mimmo Lucano rappresenta.

In Calabria, se vuoi fare qualcosa per far avanzare la tua gente, devi avere il coraggio di sfidare tanti poteri: la burocrazia, le resistenze degli apparati, il sistema che osteggia il cambiamento per non esserne divorato, le più diverse caste, le famiglie influenti, i politici, i “potenti”, la ‘ndrangheta.

E allora, che in un contesto simile, un sindaco che ha creato un modello di accoglienza sostenibile facendo il bene innanzitutto del suo Comune, un primo cittadino che non ha intascato un euro ma che da calabrese spregiudicato e fantasioso ha aggirato un po’ di leggi per aiutare delle persone in difficoltà, un bravo sindaco, insomma, venga arrestato…Beh, è una barzelletta. Una barzelletta che non fa ridere.

Io sono calabrese, io vivo in Calabria. Io sto con Mimmo Lucano.

Almeno state zitti

ponte morandi

 

Si riscoprono tutti ingegneri, un attimo dopo il crollo del ponte Morandi a Genova. È un virus diffuso in tutto il Paese: siamo tuttologi, amiamo puntare il dito, dire “è colpa loro”, sazia la nostra rabbia repressa per qualcosa che negli ultimi 50 anni evidentemente non è andato come speravamo. Perché siamo lì, fermi, a mezzo secolo fa. Non solo perché il ponte crollato è stato terminato nel 1965, ma perché alla fine basta pensarci sopra: nel 2018 ancora guardiamo con nostalgia al boom economico degli anni Sessanta. Qualcosa è andato storto: e si è visto.

Ma tra voglia di giustizia e sciacallaggio c’è differenza, tra stile e improvvisazione pure. I responsabili dovranno assumersi le loro responsabilità davanti alla legge, ma non è normale, non lo è, che a neanche un giorno dalla tragedia un ministro della Repubblica se la prenda con Autostrade, così, senza un dato, un report, un’analisi ponderata di ciò ch’è avvenuto durante il crollo, una valutazione completa, approfondita, basata sul senso di realtà.

Non è possibile che un altro ministro continui la sua campagna elettorale permanente prendendosela con l’Europa che non ci consente di rifare le infrastrutture e mettere in sicurezza l’Italia. Perché i soldi ci sono stati e ci sono, per queste cose. Ma non è colpa dell’Europa se si è scelto di rimandare e rimandare, se i costi di manutenzione di questo ponte hanno coperto l’80% di quello che è costato. Se ne sarebbe potuto costruire un altro, di ponte Morandi. Non si è voluto. Non so il perché. So che non è il momento della caccia alle streghe. Non ancora. C’è gente che pensava ai fatti suoi, che ascoltava la musica in macchina, che parlava con i figli, che ad un certo punto si è vista cadere nel vuoto, senza capire, solo per morire.

Abbiate un po’ di rispetto. Almeno state zitti.

Quel che Marchionne ci lascia

sergio marchionne

 

Nel giorno in cui Sergio Marchionne dice addio al mondo resta un senso di irrisolto, un nodo che stringe la gola anche a quelli che il grande manager non l’hanno conosciuto, che di macchine e finanza poco si interessano.

Dietro quegli occhiali c’era uno sguardo vispo, intelligente sempre. C’erano gli occhi di un italiano vero, quelli di un figlio di carabiniere, quelli di un bambino poi cresciuto, che alla sua terra ha pensato come tutti gli emigrati: da innamorato.

E allora basta, silenzio per un po’. Perché chi dice che ha svenduto la FIAT all’estero non sa o finge di non sapere che senza Marchionne la FIAT di Torino avrebbe chiuso i cancelli. Il Novecento è finito, purtroppo o per fortuna, e Marchionne ha dimostrato che l’Italia, la piccola Italia, poteva mettersi in gioco nel mondo globalizzato, vincere la sfida dell’internazionalizzazione, a testa alta, senza complessi di inferiorità nei confronti di nessuno.

La morte di Marchionne lascia un sapore amaro. Come quella di qualcuno che va via all’improvviso. Di chi se n’è andato troppo presto, almeno agli occhi di chi resta. Viene percepita dal Paese come una perdita pesante. Più dei 4 miliardi e rotti che il titolo di FCA ha perso oggi in Borsa. Marchionne è valso più dei soldi che ha prodotto per il gruppo Agnelli, più dei posti di lavoro che ha creato, delle sfide che ha vinto, degli obiettivi che ha raggiunto.

Sergio Marchionne, quello accusato di aver tolto l’italianità da FIAT, è stato più italiano di quelli che oggi urlano “prima gli italiani” e ci rendono più deboli. Sergio Marchionne è stato un gigante. Se n’è andato in silenzio. Ma le orme dei suoi passi sono ben visibili oggi. E lo saranno anche domani.

Un sorriso ironico, una battuta tagliente, uno sguardo illuminato sul futuro. C’è anche questo, tra quel che Marchionne ci lascia.