11:35…11:36

ponte morandi

Sono le 11:35 del 14 agosto, mi chiamo Samuele, sono in macchina con mamma e papà, ho 8 anni e insieme a loro mi sento bene, sono al sicuro. La scuola è finita da un po’, ho un altro mese di vacanze. Ora stiamo andando dai nonni, pranziamo da loro. E poi domani è Ferragosto, partiamo per la Sardegna. Saliremo sul traghetto. Io ci penso da giorni, voglio vedere il mare.

Sono le 11:36, è un attimo, ma mentre l’auto viaggia per un secondo mi sembra di essere in discesa sulle montagne russe. Non sento più la pancia, la sensazione è la stessa. Non capisco, ma sento i miei genitori urlare. E questo mi basta per avere paura. Dura poco. Quando io non ci sono già più, quando i vigili mi prendono in braccio, sentono un telefono che squilla. Sullo schermo c’è la scritta “Mamma”. Era mia nonna, le voglio bene. Vorrei dirle di non preoccuparsi se non siamo arrivati, ma non posso.


Sono le 11:35 del 14 agosto. Siamo Matteo, Gerardo, Antonio e Giovanni: abbiamo poco più che 20 anni e una vita davanti. O almeno così crediamo. Veniamo da Torre del Greco, Napoli, e in questa macchina ci sentiamo invincibili, pieni di sogni. E’ il tempo nostro. Direzione Nizza. Poi Barcellona. Uno di noi scrive ai suoi per non farli preoccupare: “Stiamo entrando a Genova”.

Sono le 11:36. Si sente come un boato, un crac che accappona la pelle. C’è poco tempo per pensare. Urliamo, dentro la macchina. Ci aggrappiamo ai sedili, forse ci teniamo le braccia. Dura poco. Giovanni, che è videomaker, qui avrebbe fatto un bel servizio. Tra le macerie, avrebbe raccontato meglio di tanti altri la nostra storia. Ma non c’è niente da fare. Il viaggio è finito. Prima di cominciare.


Sono le 11:35 del 14 agosto. Siamo Edi e Marjus. Veniamo dall’Albania, lasciare tutto, tutto quel poco che avevamo, non è stato facile. Qui, però, ci troviamo bene. Siamo giovani, lavoriamo in una ditta di pulizie, viviamo onestamente. E ci piace sognare. Uno di noi, nel campionato di calcio regionale, quest’anno ha fatto più di 80 gol. Chissà, si comincia sempre dal basso.

Sono le 11:36. Quando la strada ci manca sotto i piedi urliamo. Lo facciamo nella nostra lingua, perché l’istinto è lì che ci porta. Poco fa avevamo chiamato in azienda per dire che avremmo fatto tardi. Qui c’era un traffico della miseria, nell’ora di punta. Se fossimo partiti 10 minuti prima, forse, non l’avremmo trovato. Se fossimo partiti un minuto prima, di sicuro, saremmo arrivati.


Tre storie, tre storie che non sono nulla, niente, a confronto delle 43 vittime del Ponte Morandi. Eppure ci dicono tutto, ci dicono cos’è stato quel ponte crollato, quel cuore spezzato. Sperando che sia l’ultimo. Sperando che la politica faccia la politica. Senza troppe parole. Col rispetto che si deve a Genova. E al suo dolore.

In difesa dei “buonisti”

L'indagato per la morte di Mario Rega bendato e Matteo Salvini

Mai avrei pensato di ritrovarmi a scrivere in quest’occasione, con la “sbornia” dello choc per la morte di un carabiniere di 35 anni ancora fresca. Mai onestamente avrei creduto che il sacrificio di Mario Rega sarebbe diventato ennesimo motivo di divisione in un Paese che solitamente ha l’abitudine di riunirsi, di stringersi forte soltanto (almeno) nelle tragedie. Questa volta non solo non è successo, ma è andata addirittura peggio. E allora bisogna fissarli dei paletti, c’è necessità di piazzarli dei puntini sulle “i”. Perché quanti, come noi, vengono tacciati di “buonismo” abbiano una sorta di manifesto a cui appellarsi, un richiamo alla ragione da opporre a chi ha fatto dell’odio la sua bandiera.

Parto dal caso che brucia di più: quello di Mario Rega. E’ così ovvio che ribadirlo risulta superfluo, ma evidentemente ce n’è bisogno: il vicebrigadiere morto a Roma è l’unica vittima di questa assurda storia. Lo è da solo, ma in compagnia della sua famiglia e dei suoi amici, di chi gli voleva bene, di chi tra una decina di giorni continuerà a rimpiangerne il sorriso mentre politici, haters e polemici passeranno al nuovo argomento del giorno.

L’indagato bendato durante l’interrogatorio? Non è una vittima. Ma qui l’accusa di “buonismo” non possiamo accettarla. Se gli stessi carabinieri hanno catalogato l’episodio come “inaccettabile” è perché sono “buonisti” o perché conoscono la Costituzione? Lo abbiamo detto: noi abbiamo sete di giustizia, non coltiviamo il desiderio di vendetta. Non ci interessa, non ci restituirà il carabiniere morto, anche volendo cedere all’istinto non riuscirebbe a riportare indietro le lancette. Ma la dinamica per cui chi non chiede lavori forzati, Guantanamo, torture corporali, ghigliottina, pena di morte per impiccagione in piazza e simili è un “buonista”, deve finire.

“Buonista”: è questo il termine in cui mi sono imbattuto maggiormente in questi giorni tra i commenti ai post dedicati a Mario Rega. Pensi che la giustizia debba fare il suo corso senza eccessi? Sei un buonista. Credi e vuoi che l’Italia sia (ancora) uno Stato di diritto? Sei un buonista.

Va così da un po’ di tempo, su tante materie, sintomo che il contrario del buonismo, il cattivismo, è stato sdoganato da un po’. Ma è qui che si cela l’inganno, l’inghippo, lo scarto tra chi predica odio e chi chiede giustizia. L’esempio più lampante? Prendiamo i migranti. Ci sono quelli che ti scrivono:”Se ci tieni tanto perché non ne accogli uno a casa tua?”. Risposta: “Noi pensiamo che rientri tra i compiti dello Stato”. Obiezione: “Ma l’Italia non può prenderli tutti”. Controreplica: “Siamo d’accordo. Ma salvarli è un obbligo, prima di tutto morale. Sull’accoglienza si ragiona e si discute con gli altri Paesi, dopo”.

Quelli che ci attaccano si professano spesso e volentieri orgogliosamente “sovranisti”, ci trattano come “traditori della Patria”, senza sapere che noi l’Italia l’amiamo forse più di loro, senza capire che se tendiamo a cercare un compromesso, a preferire la via della politica rispetto a quella dei muscoli è perché abbiamo chiaro che da soli non andiamo da nessuna parte.

Eccola, la differenza. Non è buonismo. E’ rendersi conto che tra nero e bianco c’è spesso dell’altro. Una sfumatura il più delle volte tendente al grigio. Un patto con la realtà che è tutto il contrario dell’arrendevolezza e della debolezza. Significa accettare la complessità dei problemi. Provare a risolverli senza vendere slogan e illusioni. Vuol dire anche confrontarsi con il dolore di una morte ingiusta. Come quella di Mario. Restare dalla sua parte sempre, anche adesso. E dunque dal lato dello Stato. Che non si fa criminale come chi Mario lo ha ucciso. Non è buonismo, è usare il cervello. Provateci.

Quello che ci mancherà di Nené Camilleri

Camilleri

Dell’assenza di Andrea Camilleri avremo piena contezza tra un po’ di tempo. Per fortuna non oggi, non domani, non ora che ovunque si parla di lui. Non adesso che il vuoto che già intuiamo viene subito colmato dalla sua voce roca e familiare in tv, non ora che vederne la sagoma ci rende meno viva la consapevolezza di saperlo morto. Perché come quando se ne va un parente stretto, una persona cara, il primo giorno non è mai il peggiore. Bisogna aspettare: aspettare che la gente si dimentichi di telefonare per sapere come va, che la routine di ogni giorno prenda il sopravvento, che il ricordo e il dolore reclamino il loro tempo e il loro spazio.

Sarà così pure per lui. Per Nené Camilleri. Sentiremo la sua mancanza. E non è di letteratura che parliamo, del piacere di una lettura “amica” che ci resta, ci resterà. Piuttosto è della sua “cultura” che ci preoccupiamo. Della sua ineguagliabile umanità. Del suo impareggiabile talento nel leggerci dentro, per poi scriverne. Della sua capacità di pronunciare parole sagge anche in un mondo folle, spesso cattivo. Della curiosità di un uomo arrivato a 93 anni senza diventare “vecchio”.

E’ di questo, ma non solo, in un giorno di magone e malinconia, che già assaporiamo il retrogusto amaro. Abbiamo “nostalgia del futuro”. Delle parole che Camilleri non potrà tuonare, delle strigliate che verranno a mancare, dei ragazzi che non lo conosceranno, delle certezze che non incarnerà. E ci perdonerete se ci portiamo avanti, se una lacrima la versiamo in anticipo, già ora. Ora che è troppo presto per sentire la tua mancanza, Nené.

Perché Camilleri non è morto

Camilleri

Scrivere di un morto come Andrea Camilleri è una enorme rottura di “cabbasisi“. E lo dico con rispetto, certo di non fargli torto, convinto come sono che lui stesso odierebbe pensarsi tale. Perché così come avvenuto per il mitico dottor Pasquano, che a furia di “sbafarsi” cannoli è sopravvissuto nella memoria dei lettori alla fine terrena del grande attore che lo interpretava, così Camilleri – da immenso autore qual è stato – ha scelto per sé un ruolo eterno.

Ecco, è in questo senso che parlare di lui da morto si traduce in un “grannissimo scassamento di minchia“. Perché Camilleri, in fondo, morto non è: almeno per me. La compagnia della sua voce profonda e inconfondibile risuona perfettamente, parola per parola, anche ora – l’ho sperimentato – che ho tirato fuori dalla mia libreria uno dei libri di Montalbano.

Il suo universo di personaggi, destinato a finire con la pubblicazione dell’ultimo capitolo della serie – pare riposto in un cassetto da anni e intitolato “Riccardino” – continuerà nella mia mente a vivere ogni giorno, senza bisogno di nuove pagine, tanto hanno preso vita in troppe sere, in quante estati, quasi fossero amici veri, fidati.

Così come le repliche del commissario Montalbano registrano e registreranno sempre nuovi successi d’ascolti, allo stesso modo a Catarella continuerà a “sciddricare” (scivolare) la mano nel gesto di aprire la porta dello studio del “dottori” Montalbano (che inevitabilmente “santierà“).

E non pensate che Mimì Augello rinuncerà alla sua fama di “fimminaro“. No, pure nel paradiso dei personaggi dei libri senza seguito, il vice di Salvo non resisterà al fascino di questa o quell’altra “fimmina“.

E che dire di Fazio? Chissà se resisterà alla tentazione di parlare del morto, in questo caso Camilleri, senza tirare fuori la sua scheda anagrafica, ma limitandosi alle informazioni che più contano.

E Montalbano? Montalbano si sveglierà di soprassalto da uno dei suoi tremendi incubi premonitori, pensando che Camilleri per fortuna non è morto. Poi si farà un caffè, lo assaporerà sulla sua verandina di Marinella e infine si tufferà in acqua per una lunga “natata“. Giunto in commissariato, Catarella gli comunicherà in lacrime la verità: “Dottori, Camilleri è morto“.

Ma si sa che Catarella i cognomi li sbaglia sempre. E qui nessuno ha voglia di “babbiare“.

No, Camilleri non è morto.

Sinisa, nella paura e nel coraggio

Sinisa Mihajlovic

Non puoi fare a meno di pensare che sia tutto un incubo se te lo dice pure lui, Sinisa, che ancora fatica a credere sia tutto vero. Perché capita sempre così, quando un treno ti finisce addosso: è tutto troppo brutto per ritenerlo credibile, fa tutto troppo male per pensarlo possibile. E la tecnica dei pizzicotti non funziona, stavolta non ti svegli. Chissà perché nei film fanno sempre così.

Parla, Sinisa. Parla e ti arriva al cuore. Perché pure nel giorno più buio, l’uomo vero non cambia. Non si tratta di indossare una maschera, di ostentare la corazza del “Sergente”. Mihajlovic conosce un solo modo per affrontare la vita, anche nella malattia: a petto in fuori, a testa alta. Ma se per una volta colui che sfondava le porte coi suoi sinistri violenti vacilla, se oggi il padrone della tecnica e della potenza non ha riferimenti, è lì che bisogna sostenerlo, aiutarlo.

Così il gigante si fa piccino: si affida ai medici perché non può far altro, alla moglie che ha voluto proteggere per qualche ora nascondendole il fatto, alle figlie che non vuole lasciare, agli amici di sempre che non vorrebbe perdere. Chiede aiuto, voglioso di fare la sua parte, desideroso di capire come un carattere forgiatosi nei Balcani può fare la differenza, incapace di considerare l’idea della sconfitta.

Eppure Sinisa fa una specie di miracolo. La sua provvisoria impotenza dà il metro della vita, anche a quelli che Sinisa non l’hanno mai visto dal vivo, a quelli che ogni tanto allo stadio o sul divano lo hanno insultato, ma non con cattiveria, da tifosi. “Miha” li stordisce, come fossero malcapitati difensori sulla traiettoria di un suo missile da fuori. Perché la storia di Mihajlovic è anche la loro, se ci pensano: Sinisa è lì da anni, per qualcuno da sempre, pensare che se ne vada è fuori discussione.

Ma è in quell’ammissione tenera e straziante, in quel “ti passa la vita davanti” cui seguono le lacrime, in quegli occhi piccoli che vorrebbero affrontare la malattia a muso duro, quasi fosse un avversario indisponente a cui insegnare come si sta al mondo in un campetto di Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia, che riconosci la fibra dell’uomo, la potenza di chi muore dalla voglia di vivere.

E per questo è capace di coraggio, pur avendo una paura folle. Non è da tutti. È da Sinisa.

Cosa ci insegna la vicenda Sea Watch 3

L'arresto di Carola Rackete

Carola Rackete è stata arrestata. I migranti sono sbarcati dopo 16 giorni di odissea. Salvini esulta neanche l’Italia avesse vinto i Mondiali (ah già, lui di solito tifa contro la Nazionale).

Cosa ci insegna quanto accaduto?

  • Che in un anno di governo Matteo Salvini non ha risolto il problema immigrazione. Non c’è uno straccio di strategia di ampio respiro, nulla di diverso dall’improvvisazione. Saremo punto e a capo al prossimo barcone. Mentre i barchini continueranno a sbarcare. Nuovi tweet. Nuove parole. Nuova vergogna.
  • Che gli strepiti di Salvini hanno dato un alibi ad un’Europa ingiustificatamente assente (ma mai quanto il nostro ministro dell’Interno alle riunioni in cui si discute di immigrazione). Che siamo sempre più soli.
  • Che gli atteggiamenti di Salvini mettono a repentaglio anche le nostre forze dell’ordine. Si veda l’incidente sfiorato alla banchina di Lampedusa con la motovedetta della Guardia di Finanza. Perché quando alimenti tensione, quando stressi fino all’inverosimile la situazione, non puoi aspettarti lucidità. E senza lucidità rischi che accada l’incidente. E’ così elementare che sorge il dubbio che qualcuno, dalle parti del Viminale, se lo sia persino augurato.
  • Che questa politica dell’odio (non solo Salvini, ma vogliamo parlare del video in cui la Meloni chiede di affondare la nave?) ha creato un clima irrespirabile. Fatevi un giro sulla pagina della Lega in queste ore. Troverete commenti del tipo “Carola, adesso spero che ti stuprino quei negri di m….“.

Chissà se Salvini condannerà anche queste condotte in nome di un ritrovato afflato legalitario. Chissà.

E chissà se l’Italia si sveglia. Prima o poi.

Le toghe e il segreto di Pulcinella

Toghe del Csm

Lo scandalo nel CSM si allarga ogni giorno di più. E ogni giorno di più la Giustizia appare agli occhi della gente meno giusta. E’ vero che la commistione tra politica e magistrati è il segreto di Pulcinella. Ma ora che questo segreto è venuto definitivamente a galla è giunto il momento di guardarsi negli occhi, tutti, e di porvi rimedio con serietà.

Dopo anni di proclami e di proposte lasciate cadere nell’indifferenza generale penso sia arrivata l’ora di compiere un taglio netto, di recidere legami inaccettabili, di ripristinare il concetto di separazione dei poteri, in una frase: di abolire le correnti dei magistrati.

Non si capisce per quale motivo un giudice, che dovrebbe essere la personificazione della terzietà, dell’imparzialità, debba collocarsi all’interno di un’associazione che prende posizione politica.

Dico di più: sono dell’idea che un magistrato non possa fare politica. In nessun caso.

L’attuale norma prevede che un giudice non possa essere iscritto ad un partito politico: siamo dinanzi ad una grande ipocrisia, visto che i magistrati possono essere comunque eletti in Parlamento e ad altri incarichi politici da “indipendenti” (per modo di dire).

Attenzione: questo non significa “privare” un cittadino come un altro (in questo caso il giudice) dei suoi diritti politici, ma di “sospenderli”. Tradotto: vuoi fare politica? Rinunci alla carriera di magistrato. Nel momento in cui decidi di scendere nell’agone politico perdi di credibilità e non sei più garante della neutralità necessaria per esprimere un giudizio. E’ come se l’arbitro di una partita di calcio decidesse per qualche minuto di indossare la maglia di una delle due squadre, salvo poi pretendere di tornare a dirigere la gara come niente fosse.

Il presidente emerito della Consulta, Valerio Onida, sostiene che gli eletti nel Csm “devono ricordare che non devono rispondere agli interessi delle correnti quando svolgono le loro funzioni”. Non sono d’accordo. E’ inevitabile che un’associazione che si rifà ad una componente politica sia portata a rispondere ad essa. E’ tragicamente umano che l’associazionismo delle correnti degeneri fino a determinare, come ha sottolineato lucidamente Mattarella, la perdita di “fiducia e prestigio” agli occhi dei cittadini.

Dobbiamo attendere un nuovo scandalo per prendere provvedimenti?

“Cara prof, ha fatto un buon lavoro”

Il video costato la sospensione alla prof di Palermo

La professoressa di italiano dell’istituto di Palermo sospesa per “mancata vigilanza” sui suoi alunni, “colpevoli” di aver associato la promulgazione delle leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, ha detto:”E’ la più grande ferita nella mia vita professionale“.

Non esito a credere che sia un dolore lancinante quello provato dalla docente, umiliata nel suo ruolo, privata della libertà di insegnamento, punita per aver consentito ai suoi ragazzi la libertà d’espressione. Ebbene, per quanto oggi possa far male questa sospensione, per quanto il taglio sia fresco, la prof Dell’Aria sappia che questa è una medaglia al valore, è il riconoscimento della differenza da quel “regime” che vuole imporre il pensiero unico, che scambia l’onestà intellettuale per propaganda. Cara prof, ha fatto un buon lavoro coi suoi ragazzi.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti noi è la catena di comando che ha portato alla sospensione della prof. La prima segnalazione è arrivata da un post sui social di tale Claudio Perconte, attivista di destra, noto per la sua propensione a condividere spesso fake news, che aveva così commentato il video dei ragazzi di Palermo:”Al Miur hanno qualcosa da dire?“.

Evidentemente qualcosa da dire l’avevano, se è vero che il giorno dopo il primo tweet è scesa in campo Lucia Borgonzoni (Lega), sottosegretaria ai Beni Culturali, che ha scritto su Facebook:”Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere“.

Chi di dovere è l’ufficio scolastico provinciale, che ha ritenuto corretto sospendere la professoressa, dimezzarle lo stipendio e delegittimarla agli occhi dei suoi allievi.

Ecco, questo significa che un giorno, magari, il governo potrà pensare di creare un ministero ad hoc, chiamandolo “Ministero dei Social“. La promessa sarà quella di liberare il web da fake news e violenza verbale, l’obiettivo dichiarato quello di arrestare haters e cyber-bulli. Nei fatti, però, andrà in scena ciò che è accaduto con la professoressa di italiano di Palermo: ad essere prima sospesi e poi chiusi saranno soltanto gli account che professano idee contrarie a quelle del “regime”, ad essere rimossi – dopo gli striscioni sui balconi – saranno soltanto i post che esprimono dissenso rispetto al governo.

Cara prof Dell’Aria, la sua dignità di docente è riconosciuta proprio da quel video. Ha formato degli studenti in grado di pensare con la propria testa, capaci di individuare riferimenti storici, di formulare un giudizio critico. Li ha resi sensibili alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto cittadini liberi. Sono la nostra migliore speranza.

E la luce fu

L'elemosiniere del Papa

Ci voleva un uomo del Signore per compiere un piccolo miracolo: riportare la luce in uno stabile lasciato senza corrente da ore, con tutto quel che ne consegue per le 400 persone che lo abitano, bambini compresi. Serviva che un cardinale con un passato da elettricista si calasse in un tombino e restituisse a centinaia di persone due cose fondamentali: la possibilità di vivere dignitosamente e la speranza.

O forse è più giusto parlare di fede. Una fede che non è attesa di qualcosa calato dall’alto, ma di una promessa terrena di vicinanza mantenuta. E’ una Chiesa che torna tra gli ultimi e non li abbandona, quella di Francesco, quella del suo elemosiniere Konrad Krajewski, che conosce il confine sottile, ma impossibile da non considerare, tra legalità e giustizia.

Perché è vero che gli occupanti di quello stabile in via di Santa Croce a Roma, ex sede Inpdap abbandonata da anni, sono tutti “fuorilegge” e non pagano le tasse. Ma lo è pure che risulta assurdo pensare che nel centro della Capitale possa andare in scena, nell’indifferenza più totale delle istituzioni, il dramma di quasi 500 persone in difficoltà, abbandonate a loro stesse, trattate persino come criminali.

Perché qui nessuno vuole mettere in discussione la proprietà privata. Né discutere sull’importanza di pagare le tasse. Non ci sono cittadini di Serie A e di Serie B. Non possiamo accettare lezioni dai primatisti dei condoni.

Ma questo non è terreno per battaglie ideologiche. Piuttosto si tratta di avere la sensibilità politica di saper sanare una situazione di degrado. Si tratta di applicare al governo il fattore “umanità”, quello che sfugge sempre a Salvini quando tenta di applicare anche in mare la politica “law” e “order”. Legge e ordine vanno bene in una società funzionante: non quando bambini senza frigorifero rischiano di restare digiuno, non quando disperati in mezzo al mare rischiano di annegare.

Dice Salvini, in uno dei suoi tanti comizi, “adesso l’elemosiniere paghi le bollette arretrate”. E’ la frase da incorniciare per tenere sempre ben presenti la sua disumanità e la sua arroganza. Perché parlando di Chiesa sorge spontanea un’esclamazione: “Da quale pulpito!”. Il leader della Lega chiede che venga onorato il debito con lo Stato. La stessa Lega che allo Stato ha sottratto 49 milioni. Quando si dice la coerenza.

Penne nere, non camicie

Il cappello degli alpini con la tradizionale penna nera

Sfilano gli Alpini. E ti si gonfia il petto. Come se quel cappello con la penna nera lo indossassi proprio tu. Sfilano gli Alpini, orgoglio nazionale, e pensi a quei giovani pronti ad immolarsi sulle montagne per le famiglie lasciate nelle valli, a quei ragazzi addestrati per combattere tra i ghiacci e poi inviati tra le dune del deserto, per assecondare famelici appetiti coloniali di questo o quel regime.

Li vedi marciare, fieri, come fossero loro gli eroi mandati al massacro nella campagna di Russia, loro i compagni dei caduti all’Ortigara, sempre loro, ancora loro, gli ultimi bastioni ad impedire l’ingresso degli “invasori”.

Sono gli eredi di una tradizione e di un sentimento, di un orgoglio e di una cultura. Ed è impossibile non percepire la differenza che passa tra chi indossa questa divisa per cuore e storia, come fosse una seconda pelle, e chi invece usa quella dei corpi di polizia dello Stato come uno strumento per i suoi fini elettorali. E’ innegabile il senso di nostalgia che assale chi vede sfilare queste reali espressioni di un’identità nazionale coraggiosa, nobile e incondizionata, a paragone dei nazionalismi e dei sovranismi che di patriottico hanno ben poco.

Quella degli Alpini è la storia di un’Italia semplice e di cuore. E’ quella del binomio coi muli, splendidamente fotografata da Giulio Bedeschi nel suo autobiografico “Centomila gavette di ghiaccio”: “Una volta un conducente rimase ferito da una scheggia che gli fratturò la gamba ed io che ero ufficiale medico tentai di prestargli qualche cura, quando ad un certo punto il suo mulo gli si avvicinò e infilò il muso tra la terra e la nuca del ferito, in modo da sostenerlo, riscaldarlo, confortarlo. Una scena che non dimenticherò mai“.

In un’epoca di nuove e vecchie inquietudini, di pericolosi richiami, di fascismi diversi ma pur sempre fascismi, è bene urlare forte e chiaro il loro motto, quello degli Alpini:”Di qui non si passa“. Sono penne nere, non camicie.