“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

Papa coronavirus

Ci sono discorsi destinati a lasciare una traccia nella Storia. Quella con la S maiuscola. Ci sono parole che di un Papa restano impresse per sempre. Di Giovanni XXIII non si può non citare: “Tornando a casa, troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa”. Di Papa Wojtyla tutti ricordano: “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. O ancora, rivolto ai mafiosi: “Convertitevi, una volta verrà il giudizio di Dio!”. Per Benedetto XVI la frase più iconica, se si eccettua la formula latina dell’annuncio delle dimissioni, resta quel “Dov’era Dio?” pronunciato non in un luogo qualunque, per un Papa tedesco: Auschwitz. Oggi abbiamo ascoltato parole che non dimenticheremo. Oggi abbiamo assistito ad un discorso storico. Il discorso del papato di Francesco.

“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Il passo letto dal Pontefice è quello del Vangelo di Marco. I discepoli in barca insieme a Gesù, sono preda di una tempesta inattesa, improvvisa: e vacillano dinanzi alla violenza che li mette in pericolo. Nel momento del loro terrore, quando la bufera sembra sul punto di rovesciarli, il Signore sta dormendo. Risvegliandosi, placata la tempesta, Gesù è quasi meravigliato del terrore dei suoi discepoli: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Chi può dire di essere solo accanto a Lui?

In una piazza San Pietro straordinariamente scenografica, malinconica e bella, in una solitudine struggente ed emozionante, le immagini che scorrono non sono quelle di un film catastrofista e distopico. Quell’uomo solo, di bianco vestito, è davvero il Papa. E’ lui ad invocare: “Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: ‘Svegliati Signore!’”. Chi ha fede, oggi, non abbia paura.

Tutti con Bertolaso

Bertolaso

Guido Bertolaso è risultato positivo al coronavirus. Come tanti altri italiani, è vero, cui va il nostro più sincero in bocca al lupo. Ma questo contagio è un po’ più simbolico degli altri. E non perché sulle pagine di questo blog abbiamo invocato il suo ritorno per fronteggiare l’emergenza. E neanche perché siamo stati tra quanti hanno esultato quando la Regione Lombardia lo ha assunto come consulente.

La vicenda di Bertolaso è quella di un servitore dello Stato che poteva starsene tranquillo in Africa, a migliaia di chilometri di distanza dall’epicentro della pandemia, e invece dinanzi all’emergenza ha scelto di non sottrarsi, ben consapevole dei rischi che correva. A tutti i detrattori a prescindere, l’ex Capo della Protezione Civile ha tolto ogni pretesto per fare polemica: non lo ha fatto per soldi, percepirà un compenso simbolico di 1€, alla fine del suo lavoro. Lavoro che continuerà anche adesso, nonostante la positività al Covid-19, come lo stesso Bertolaso ha tenuto a precisare.

La sua mano, quella di “mister Emergenza”, in pochi giorni ha prodotto risultati impensabili. Qualcuno sosteneva che l’ospedale in Fiera a Milano non si potesse fare: la realtà che Bertolaso è arrivato e alla fine di questa settimana con ogni probabilità saranno disponibili i primi 250 posti letto di rianimazione. Un capolavoro.

Adesso si riguardi, Guido. Che di lui c’è bisogno in fretta. A margine del post su Facebook in cui ha annunciato di essere positivo al Covid-19, ha scritto: “Vincerò anche questa battaglia”. Aggiunta superflua, se lo lascerà dire. Su questo non c’erano dubbi. Tutti con Bertolaso.

Pensionati e specializzandi, quei medici più eroi degli altri

Giampiero Giron. Medico di ottantacinque anni.

“E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato dagli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”.

Giuramento di Ippocrate – Testo Classico

Un vero medico non toglie mai il camice. Neanche quando va in pensione. Resta punto di riferimento per il vicino di casa, per il parente che telefona a tutte le ore del giorno e della notte, per l’ex paziente che “dottore, mi fido solamente di Lei. Mi dica: come sono queste analisi?“.

Il vero medico, una volta in pensione, è un leone in gabbia: ci prova sinceramente a reinventarsi, a dare alla sua vita un’altra forma. C’è chi inizia a giocare a tennis, chi da maggio ad ottobre si trasferisce al mare. Ma alla fine di ogni sera, prima di andare a letto, il vero medico getta lo sguardo – un po’ sconsolato, dichiaratamente malinconico – sulla sua vecchia borsa da lavoro: (dis)ordinata come sempre, piena di medicinali, siringhe, bisturi, guanti, fonendo. Non si sa mai.

Il vero medico di fronte all’emergenza non si sottrae. Non sa far altro. E’ vero che ha un’età. E’ vero che non ha più la forza, i riflessi di un tempo, ma se il vicino d’ombrellone sta male, è lui che arriva prima dell’ambulanza, sempre lui corre, con l’affanno, con le gocce di sudore sulla fronte, per provare a salvarti la vita. E se ad un certo punto è il coronavirus che miete morte e dolore, uccide colleghi (amici) e speranze, il vero medico rientra dalla pensione, perché questa è la sua missione.

C’è solo un esemplare di medico che può equipararne il coraggio. Ma è di uno stampo diverso, più incosciente, feroce. E’ il coraggio del medico specializzando: competitivo, affamato, voglioso di cimentarsi, di dimostrare che le corsie d’ospedale, fino ad oggi – il giorno del suo arrivo – si sono persi un grande spettacolo, quello del suo impareggiabile talento.

Questo giovane medico sbarbato, con gli occhi accesi d’una furia che la dice lunga sulla sua voglia di mangiare il mondo, dinanzi al coronavirus è scattato dal divano, ha chiuso i libri, infilato il camice, opposto nervi e muscoli al contagio.

Ma questo atteggiamento, questa smania, dura poco. Bastano poche ore in reparto accanto ad un collega più anziano per rendersi conto che in gioco c’è dell’altro. Tornano alla mente le raccomandazioni dei genitori, della fidanzata: “Ma chi te lo fa fare di rischiare la pelle ora?“. La speranza di un posto fisso? Forse, per alcuni. Ma anche tra i giovani camici si annida lo spirito del medico di razza. Non si tratta di gloria, di soldi da intascare: è voglia di aiutare, di mettere le mani su un paziente per farlo tornare a respirare.

A volte costretti a lottare senza le giuste armi, operatori sanitari d’ogni grado cedono sotto i colpi del virus. In corsia, in trincea, si muore. Straziante. Ma ancora più commovente è il sacrificio di chi non era tenuto a combattere.

Forse questi medici, pensionati e specializzandi, sono un po’ più eroi di tutti gli altri.

A fine turno, sul volto i solchi della fatica, i segni della guerra, l’età diventa un numero. Si è solo camici, medici, medici veri.

I Fantastici 4

De Luca, Decaro, Zaia, Fontana

In Italia circola un solo coronavirus. Nessuna mutazione: può cambiare la targa, ma la casa di produzione della macchina di morte rimane la stessa. A tentare di arrestarne la corsa c’è il governo: a rimorchio dell’emergenza, piuttosto che al comando. La serie di provvedimenti a ripetizione di questi giorni, di volta in volta sempre più restrittivi – ma sempre tardivi – ne sono la prova. Parallelamente stanno emergendo con forza almeno quattro figure, quattro modelli di governo locale, che meglio stanno interpretando questa crisi: e dal punto di vista della gestione, e da quello comunicativo. Simboli positivi dell’emergenza.

ANTONIO DECARO, sindaco di Bari – Il primo della lista è un sindaco. E che sindaco! Le sue intemerate per le vie della sua città sono diventate “virali” al punto che anche le tv cinesi hanno deciso di trasmetterle. Le immagini di Decaro che combatte contro l’indisciplina, che scova anziani e bambini negli angoli più remoti della sua amatissima Bari, sono l’emblema di ciò che un sindaco deve incarnare. In pochi ricordano che il primo cittadino non è soltanto quello che indossa la fascia tricolore alle processioni e taglia i nastri alle inaugurazioni: il sindaco è anche la prima autorità sanitaria della città. Animato da questo spirito, dalla volontà di fare rispettare le leggi nei confini che amministra, l’impavido Decaro sfida ignoranza e presunzione: “Andate a casa!“, urla quasi disperato con quell’accento che tanto ci piace, che non vediamo l’ora di riascoltare dal vivo, appena sarà possibile. Lo fa lasciandosi andare a delle esclamazioni sincere che lo rendono meno sceriffo e molto più umano, che danno la dimensione del suo sentimento per la città che governa: “Mi farete morire di crepacuore, mi farete!“. Non fatelo, tenetevelo stretto questo sindaco. Ps: Decaro sarebbe anche un ottimo presidente della Regione Puglia. Pensiero personale.

LUCA ZAIA, governatore del Veneto – Quella gaffe sui cinesi che mangiano i topi resterà una macchia indelebile. Da un presidente di Regione sarebbe lecito attendersi uno stile diverso, una cultura e una sensibilità di altro stampo. Ma un conto è la parvenza, un altro è la sostanza. E i numeri del coronavirus in Veneto, se rapportati a quelli di altre regioni del Nord, sono la dimostrazione dell’ottimo lavoro svolto finora dal leghista nel fronteggiare l’emergenza. Se il “modello Vo'” fosse stato applicato a livello nazionale oggi parleremmodi un’altra storia, certamente meno tragica. Sì, è vero che i tamponi costano, che probabilmente esaminare milioni di italiani sarebbe stata un’impresa: ma lo è pure che un test costa 30 euro, una persona in terapia intensiva circa 3000 euro al giorno. Fate voi il conto. Zaia a Vo’ ha deciso per un approccio ferreo, ha capito che mappare il contagio significava individuare gli asintomatici e isolarli, bucare le ruote del virus, che non è imbattibile e che infatti si è sgonfiato. Bravo, punto.

ATTILIO FONTANA, governatore della Lombardia – E’ stato criticato in lungo e in largo per aver deciso di indossare una mascherina in diretta Facebook quando una sua collaboratrice era risultata positiva al coronavirus. Il tempo, purtroppo, è stato galantuomo. Alla fine aveva ragione Fontana: meglio assumere tutte le precauzioni del caso, meglio comunicare un messaggio di attenzione e pericolosità del virus, che lanciare hashtag illusori e dannosi come #milanononsiferma. La verità è che la Regione Lombardia ha ragione: a Roma faticano a comprendere la gravità della situazione. Non è un peccato di presunzione, ma lo scotto da pagare per chi non vive nelle corsie degli ospedali lombardi, per chi le immagini dei feretri trasportati dai carri militari le ha viste soltanto in tv, come un’immagine lontana, di un altro mondo. Le richieste di “chiusura totale” che Fontana invoca da tempo sono state infine recepite a Roma, con il ritardo fisiologico (ma grave) con cui il governo fa i conti fin dal principio di questa crisi: senza mai riuscire a colmare il gap con questo virus maledetto, lasciando sul campo vite umane che avrebbero potuto essere messe in salvo. Fontana, allora, ad un certo punto ha deciso di mettersi in proprio: ha deciso come Regione di diventare il pubblico che chiede l’aiuto del privato. Le donazioni milionarie di Berlusconi, Caprotti, altri imprenditori, sono l’emblema di questa collaborazione. La ciliegina sulla torta è stata la chiamata dall’Africa di Guido Bertolaso, il campione delle emergenze tenuto in disparte per ragioni politiche. La sua mano si vede già: tra una settimana dovrebbe essere pronto il primo modulo dell’ospedale in Fiera, 250 posti letto di terapia intensiva che daranno ossigeno non solo ai malati ma anche all’intero servizio sanitario regionale, per ora, e in prospettiva (speriamo di no) anche a quello nazionale. Fontana sta agendo con rispetto per il governo, ma prima e meglio del governo.

VINCENZO DE LUCA, governatore della Campania – C’è un motivo se il suo soprannome è “sceriffo”. Definizione conquistata sul campo di battaglia, a colpi non di lanciafiamme, attenzione, ma di ordinanze, restrizioni, misure draconiane, quelle sì. Il presidente di Regione non è uno stinco di santo, non è perfetto, in passato si è reso protagonista di scivoloni non da poco. Ma dalla sua in questa emergenza ha almeno due fattori: l’esperienza, lo stile. Da ex commissario della Sanità campana, Vincenzo De Luca conosce meglio di chiunque altro le pecche del sistema regionale. Per questo, quando gli hanno chiesto perché non nominasse un supercommissario “alla Bertolaso” ha risposto nell’unica maniera davvero possibile: “Qui servirebbe Padre Pio“. De Luca è un accentratore, pensa di essere l’unico in grado di gestire l’emergenza coronavirus in Campania. Brutto a dirsi, ma forse ad oggi è davvero così. Le chiusure dei comuni potenziali focolai del virus sono state criticate da alcuni costituzionalisti, ma meglio una slabbratura istituzionale che migliaia di morti. Non sappiamo quanto possa durare il getto del lanciafiamme di De Luca, ma sappiamo che vederlo in strada, redarguire i passanti “alla Decaro”, è uno spettacolo. Come il suo ghigno, il suo piglio, il suo sguardo truce. Se finora la Campania ha retto lo deve a lui, allo sceriffo. Basta questo.

Andrà tutto bene. Ma non per tutti

Arriverà un giorno, tra tanti o spero molto prima, in cui ci domanderemo se dunque la guerra è finita. Ma soprattutto se la guerra è vinta. Proveremo a capire se i nostri sforzi sono serviti, se i sacrifici di tanti hanno avuto un senso. Se, dopotutto, è andato davvero tutto bene.

Non ci sarà una risposta sola. Non potrà. Non se prima non avremo stabilito dov’è la vittoria. Ma l’inno di Mameli stavolta non c’entra. Non basteranno i balconi affollati di questa nostra Resistenza a dire se l’incubo è davvero alle spalle, il nemico battuto, distrutto, sconfitto per sempre.

Il punto è che questa guerra non è una guerra come le altre che abbiamo conosciuto e combattuto. La prova del trionfo non sono le milizie nemiche sbaragliate, arrese. E neanche i popoli delle società sconfitte che accettano il nuovo padrone. Non c’è territorio da marcare, nuovo ordine da stabilire. Mancano persino le macerie, emblema fisico della ricostruzione che ha da venire.

Potrebbe dunque mancare un criterio certo per stabilire che la gloria è nostra, la storia pronta a subentrare al presente. Di nuovo: quand’è che la guerra sarà finita e vinta? Forse quando usciremo fuori? Quando la quarantena sarà terminata? Quando non ci sarà nessun nuovo contagio in Italia? O dovremo attendere l’Europa prima e il mondo poi? Saremo liberi quando non indosseremo più la mascherina al supermercato? Quando prenoteremo nuovi viaggi? Quando inviteremo a casa gli amici e i parenti? Quando in tv torneranno i programmi soliti?

Forse. Ma forse no. Perché in assenza di un nemico visibile, palpabile, in mancanza della sua ammissione di sconfitta, della sua evidente resa, sarà difficile limitarsi a contare i nostri morti senza confrontarli con quelli delle altre nazioni.

Dire che “ce la faremo”, come in ogni conflitto, è dunque obbligo morale, imperativo assoluto per riuscire a farcela davvero. Ma ci sono altri che non ce l’hanno fatta. Caduti in questa guerra subdola, infinitamente vera.

Andrà tutto bene, dunque. Ma non per tutti.