Per sempre libero

L’orso M49 è scappato di nuovo dalla riserva del Casteller. Tenetevi pronti: quelli che “le regole sono importanti” (ma poi sono i primi ad infrangerle), quelli che il loro slogan preferito è “legge e ordine”, quelli che “la superiorità dell’uomo è un fatto”, a breve ci bersaglieranno di editoriali e post sui social ricordandoci quanto questa sia prima di tutto una questione di “sicurezza”.

Ci diranno così, con modi e toni differenti, nonostante M49 non abbia mai attaccato un essere umano, che dopo aver dato una seconda chance a questo fuggitivo infaticabile, adesso non resta altra strada che abbatterlo. Lo faranno citando quegli esperti secondo cui è un errore “antropomorfizzare” la condotta degli animali, intenerirsi, assegnargli sentimenti e pensieri che non appartengono loro.

Ora sarà che da bambini abbiamo visto troppi cartoni, ma io onestamente ci vedo qualcosa di troppo poetico nel comportamento di quest’orso per pensare che sia soltanto una “bestia” da mandare al macello.

Già me lo vedo l’orso “Papillon”, soprannome legato al famoso evaso Henri Charrière, col capo incassato tra le spalle, ciondolare sornione nella riserva in Trentino per settimane. Depresso, solitario, fingere un adattamento alla cattività, trascorrere le giornate sognando i boschi lontani, il miele dolcissimo. E poi una notte, approfittando dell’oscurità, sfidare la sorte e la morte, superare cariche elettriche e alte recinzioni, cercare la fuga, trovarla. Ignaro che stavolta non basterà confondere le tracce, muoversi in maniera circospetta, ci sarà il collare ad indicare agli inseguitori ogni suo passo, ad avvicinarlo ad una nuova prigionia.

Chissà che non riesca incredibilmente a liberarsi anche di quello. Chissà che non trovi un Paese disposto ad accoglierlo meglio di noi, che non interpreti quel suo “papillon” come un cappio.

Corri, M49, corri più lontano che puoi. Per sempre libero.

L’ultimo grande silenzio di Ennio Morricone

Non mi unirò al coro di tuttologi che oggi si scoprono grandi esperti di Ennio Morricone. I miei 29 anni e gli interessi che ho coltivato mi impediscono di esprimere un giudizio informato sulla straordinarietà di questo genio italiano. Per intenderci: non so dire quale sia stato il suo capolavoro assoluto. Non ho le competenze per farlo. Posso al massimo indicare la melodia per me più emozionante tra quelle che ho avuto la fortuna di ascoltare. Ma su una cosa credo di poter azzardare un modesto parere: sul necrologio d’autore, il silenzioso addio, che rivela tutta la grandezza dell’uomo, prim’ancora che dell’artista Morricone.

Io, Ennio Morricone, sono morto“. Già l’incipit meriterebbe di diventare il titolo di un film. Un manifesto d’ironia. C’è il paradosso di chi tenta di varcare il confine della vita, di far arrivare la propria voce anche dall’altro mondo, pur essendo ancora in questo. Eppure con la morte non si può solo scherzare. Così l’uomo che ha dato musica ai sentimenti ne ha per tutti. Parole misurate, sobrie, ma allo stesso tempo “piene”. Le più belle sono quelle dedicate alla moglie, a quell’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare. A Lei il più doloroso addio.

Più d’ogni altra cosa, però, mi ha colpito la motivazione con cui Morricone ha spiegato la scelta di un funerale in forma privata: “Non voglio disturbare“, ha scritto.

Andarsene in punta di piedi. In silenzio. Come un gran signore. Quasi a voler dire: per me ha già detto tutto la musica.

A Mondragone il trailer della bomba sociale che rischia l’Italia

Sbaglia maledettamente chi pensa che a Mondragone vada in scena uno scontro di natura sanitaria. Chi crede che la rabbia sia soltanto figlia di un contagio bulgaro tra i braccianti delle palazzine Cirio non ha compreso ciò che il mondo sta diventando in questi mesi. Lo spazio in cui ci muoviamo, le nostre vite, non sono state catapultate in una nuova realtà: semmai ogni fenomeno è stato esasperato, portato al limite, accelerato al punto di sortire un’inevitabile collisione tra le troppe incongruenze che fino a ieri avevamo sopito dietro una parvenza di normalità.

E allora non è un caso che le proteste, le sedie lanciate dai balconi, i finestrini delle auto rotte, si verifichino a Mondragone anziché a Montecarlo. E’ lì dove diritti non ci sono mai stati che il coronavirus ha reso tutto più insopportabile. Perché chi non ha da mettere pane sotto i denti e a ferie pagate o cassa integrazione non ha diritto perché invisibile, pensa prima a sé stesso più che alla propria comunità. Anche quando pensare a se stesso vuol dire rischiare la vita, anche quando significa mettere a repentaglio la salute dei propri cari.

Non è questa una difesa dei braccianti bulgari, non si tratta di prendere le parti degli uni o degli altri. D’altronde è difficile non dare ragione alle preoccupazioni delle mamme di Mondragone, quelle che temono di incrociare ai supermercati i bulgari che ogni mattina salgono accalcati sui furgoncini dei caporali che li portano ai campi. Ma il punto è un altro: la bomba sociale del coronavirus colpisce i più deboli. E siamo solo all’inizio. Quando analisti ed esperti ci avvisavano del rischio di rivolte violente, quando vedevamo in America file di persone davanti ai negozi di armi, non erano impazziti: era al trailer di Mondragone che stavamo assistendo. Forse all’anticipazione di un horror che riguarderà molte comunità in questo Paese.

Per lungo tempo abbiamo accumulato polvere sotto il tappeto, creduto che i nostri vizi, le ingiustizie sociali, fossero un orpello quasi caratteristico del nostro modo di fare, degli effetti collaterali trascurabili per il semplice fatto che non ci riguardavano da vicino. Ma il caos che oggi monta a Mondragone impiegherà poco a trasferirsi sotto le nostre case se non riusciremo a curare e guarire le ferite delle nostre comunità, se non sapremo evitare che queste diventino piaghe. Più contagiosa di qualsiasi virus, arriva un punto in cui la disuguaglianza diventa inaccettabile anche per chi ha sempre e soltanto subito. Bisognerebbe ricordarlo a chi oggi soffia sul fuoco, sperando di cavalcare un giorno le proteste. Con le parole di Vergniaud rivoluzionario francese, poi finito sulla ghigliottina, che suonano come un memento, un’oscura profezia: “La rivoluzione è come Saturno: divora i suoi figli”.

Zanardi contro il destino

“Lo porterei su Marte per dire agli alieni cos’è un uomo”, ha detto di lui Roberto Vecchioni. Ma sbaglierebbe, così facendo li trarrebbe in inganno: perché Alex Zanardi è di certo una delle nostre migliori versioni. Saperlo in un letto d’ospedale, di nuovo, a lottare tra la vita e la morte c’ha sconvolto tutti: dal tifoso alla casalinga, dall’appassionato al telespettatore distratto. Il motivo è semplice: ad ognuno crediamo tocchi in una vita una certa dose di fortuna e di sfortuna. E’ proprio quando la misura eccede, in un senso o nell’altro, che la nostra attenzione si fa meraviglia o dolore.

Ecco, la straordinarietà di Zanardi sta nella capacità di ribaltare l’ineluttabilità del destino, di ignorarlo, di sfidarlo, di volgerlo a proprio vantaggio. Privato delle gambe, ha riempito la sua vita di amore ed esempio per gli altri. Mai domo, ha rifiutato l’etichetta di disgraziato, piuttosto si è trasformato nell’incarnazione vivente di ottimismo e speranza, è diventato l’emblema di grinta e coraggio.

Sarà per questo che credere che alla fine possa uscire perdente dalla terapia intensiva di Siena ci risulta oggi impossibile. Sarà perché ci abituati al lieto fine, sarà perché lo riteniamo un guerriero invincibile, quanto di più simile ad un eroe dei fumetti.

Oppure sarà che noi il destino lo temiamo sul serio. E solo Zanardi, col suo sorriso, può ricordarci che si può essere più forti di tutto, anche di quello.

A scuola col plexiglass, ma senza Cuore

Ci vogliono dunque divisi, amico mio. E mi domando che scuola sarà senza te come compagno di banco. A separarci una barriera invisibile, quel plexiglass all’interno del quale pare vogliano confinarci. Da settembre, quando riprenderanno le lezioni, ti raccomando di venire attrezzato di penne e matite: pur volendo non potrei prestarti come sempre le mie. Sarebbero per te un pericolo, un veicolo di contagio.

Mi ritorna in mente quel vecchio libro che leggemmo insieme anni fa: “Cuore” di Edmondo De Amicis. E mi domando se può dirsi scuola quella che per noi stanno immaginando. In questi mesi senza lezioni ho ripensato alla lettera del papà di Enrico: “Ma senti: pensa un po’ che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, a capo a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna, stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza“.

Ora è vero, a scuola si parla di tornare. Ma che classe saremo, tutti rinchiusi nei propri loculi, impediti a scambiarci una parola, uno scherzo tra amici. Ci viene vietato persino il litigio, l’abbraccio con cui esso si risolve. Come le gomitate tra Enrico e Coretti. E che dire di Garrone? Neanche gli sarà dato di proteggere Nelli. Pure sarà impossibile far chiasso, cicalare mentre il maestro fa lezione. Non sarà il nostro amico gigante buono, all’arrivo del supplente, a metterci in riga: “Finitela. Siete bestie. Abusate perché è buono. Se vi pestasse le ossa stareste mogi come cani. Siete un branco di vigliacchi. Il primo che gli fa ancora uno scherno lo aspetto fuori e gli rompo i denti, lo giuro, anche sotto gli occhi di suo padre!“.

Persino Derossi, il primo della classe, non avrà vita facile. La sua bravura, all’interno della scatola cui vorrebbero infilarlo, c’apparirebbe per la prima volta antipatica. Impossibilitato a bisbigliarci un aiuto, attutito dal plexiglass, Derossi sarebbe il migliore e basta. Guardando verso di lui non troveremmo l’amico pronto ad aiutarci senza saccenza, piuttosto ci specchieremmo nel riflesso della nostra inferiorità, finendo per odiarlo.

No, amico mio, compagno di banco, di mille avventure: in classe si torna col plexiglass, ma senza Cuore. E “non mi par più bella come prima la scuola“.