Una Leonessa è per sempre

Francesca Schiavone

Non fate caso alla testa rasata. Davvero non vedete in controluce la sua folta criniera splendente? E’ lì, intatta, come la smorfia, il verso, il ruggito di una Leonessa che quella era, quella è rimasta. C’è tutta, Francesca Schiavone. In quel messaggio onesto, in quelle poche parole dopo 7 mesi di silenzio fitto, di non-detti pesanti, di inquietanti dubbi: “Mi hanno diagnosticato un tumore maligno. E’ stata la lotta più dura, in assoluto, che ho mai affrontato. E la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia”.

Per un secondo appena, compare sul volto una ruga di rabbia, un rinnovato senso di sfida, e forse perfino disgusto, per quel male subdolo. Scompare subito. Dietro quegli occhi così, malinconici anche nel sorriso. Spazzato via dall’incredulità di poter vivere ancora, dall’impareggiabile meraviglia della “normalità”, dalla gratitudine di essersi guadagnata chissà come un secondo tempo.

Che a confronto la gioia di quel Roland Garros storico, la terra di Parigi assaporata in un raptus di amore folle, assomigliano alla copia sbiadita di Marte. Su un pianeta diverso, quello della malattia, Francesca Schiavone si è scoperta fragile, come mai è stata su un campo da tennis.

Avreste dovuto vederla, negli ultimi anni di carriera. Troppo semplice seguirla all’apice. Fosse stati insieme a noi, il giorno di una partita memorabile, ma che in pochi ricordano a Roma, contro una spagnola di nome Muguruza che poi avrebbe vinto qualcosa, avreste percepito la scorza della lottatrice pura, l’orgoglio della guerriera al tramonto. E tra un punto e l’altro, tra uno sbuffo e un sospiro, tra un asciugamano e il sudore che cola comunque, a te, nel pubblico, ad un passo dal campo, eroe senza volto tra i tanti sotto il sole che brucia, eccola riservare uno sguardo, un incoraggiamento ad incoraggiarla. Come se ce ne fosse bisogno.

Non abbiamo saputo. Avremmo voluto. Per alzarci in piedi, come allora. Per urlarle ogni giorno su un social una frase. Dai Franci, alé. Non ne ha avuto bisogno. Ha guardato negli occhi il suo mostro, lo ha affrontato a petto in fuori. Ha ruggito. Si è ferita. Si è rialzata. Una Leonessa è per sempre.

Elogio sobrio di Ezio Greggio

Ezio Greggio e il padre Nereo

Non fate di Ezio Greggio il nuovo simbolo della sinistra, non rivestitelo di un ruolo che non gli appartiene, non descrivetelo come qualcosa di più di ciò che è sempre è stato: un conduttore simpatico, un “amico” della televisione. Non ingigantitene il gesto, non cantatene troppo le lodi, non parlatene come di uno statista mancato, non dipingetelo come l’eroe che ha deciso di opporsi alle indicazioni del fascismo di turno, come invece fece suo padre, Nereo, spedito soldato in Grecia, quando rifiutò di tornare in Italia per combattere contro partigiani e parenti, finendo per questo internato 3 anni in un campo di concentramento in Germania.

No, il rifiuto di Ezio Greggio alla cittadinanza onoraria conferitagli da Biella non deve sembrare qualcosa di speciale. Deve passare invece per quello che è: un gesto splendidamente normale, l’atto sincero di una persona perbene che sente di non potere scendere a patti con chi nega lo stesso riconoscimento a Liliana Segre, esempio di vita cui abbiamo inflitto anche la “punizione” di una scorta, intesa come il segno che la sua sofferenza, il suo dolore, quei numerini stampati sulla pelle, non sono serviti poi a molto.

Sia, quello di Ezio Greggio, l’elogio della normalità, della modestia, della sobrietà, dell’onestà intellettuale di cui gli italiani possono essere capaci. Non fatene l’emblema dell’anti-salvinismo, limitatevi a riservargli un applauso silenzioso, un “bravo” in testa, una promessa che anche voi, qualora se ne presentasse l’occasione, scegliereste di comportarvi come lui, esattamente come lui.

Governo sott’acqua

Giuseppe Conte a Venezia

A pensare male si potrebbe dire che il governo stia scontando con gli interessi il suo peccato originale, l’essersi barricato dentro i palazzi, l’aver ignorato l’esistenza di un popolo che chiedeva di essere ascoltato, non sottovalutato nella sua intelligenza, nella sua capacità di discernere, in un bivio della Storia, il Bene dal Male. D’un tratto, in un mese di novembre che pare deciso a portare con sé molto più del suo consueto carico di malinconia autunnale, Natura e Realtà si sono svegliate, forse persino ribellate.

Quando la Natura bussa alla porta, il più delle volte la sfonda con una forza ignorante, seguendo il suo particolare copione, affermando le proprie regole su quelle che l’uomo (non) ha scritto per Lei. Così Venezia rischia di affogare, tenuta sott’acqua non tanto dalle maree eccezionali, quanto da una politica che ricorre ai commissari, ai poteri straordinari ai sindaci e ai governatori, ai finanziamenti in ritardo, alle emergenze postume, alle unità di crisi inutili, perché non ha la lucidità di intervenire prima che le tragedie accadano, difetta di organizzazione ma soprattutto di visione.

E la Realtà? Lei ha modi differenti dalla Natura per manifestarsi. Non è così chiassosa, ma certamente è pragmatica. Arriva in maniera inesorabile, onesta, presenta il conto di ciò che si è fatto e di quel che si è lasciato correre. E’ meritocratica, premia chi ha lavorato bene e punisce chi non lo ha fatto. Evidenzia le contraddizioni in essere, spazza via le parole, pone di fronte agli inganni. Così fa dell’Ilva, per esempio, l’emblema di come fare industria di alto livello in questo Paese sia impossibile, la prova di come a queste latitudini fare impresa sia “un’impresa”, l’annuncio di una Storia vicina ai titoli di coda. Senza lieto fine.

Realtà e Natura, Natura e Realtà, sembrano complottare contro un governo incapace di governare se stesso, figurarsi un Paese con tanti problemi sferzato anche da agenti esterni. In realtà fanno il loro mestiere, si muovono all’interno di un flusso che bisogna saper leggere, interpretare. Basterebbe prestare forse meno attenzione ai sondaggi sull’Emilia-Romagna, ai numeri snocciolati dalla Prefettura sulle presenze in una piazza di Bologna, uscire dalla sindrome di una campagna elettorale permanente che potrebbe arrivare troppo tardi. Perché a dare la “spallata” al governo per manifesta incapacità, più che Salvini, rischiano di essere quelle due signore: sì, Realtà e Natura, Natura e Realtà.

Com’è triste Venezia

Venezia

Com’è triste Venezia. Troppo triste Venezia.

Venezia spettrale, Venezia allagata, Venezia mai annacquata. Venezia che oggi si chiede perché? Venezia che stavolta fa effetto, la Basilica di San Marco cattedrale: non nel deserto, in mezzo al mare. Venezia che oggi i piccioni sorvolano i tetti, controllano le case, si chiedono dov’è che sono andati tutti, ma come tutti chi? Tutti quei fessi, quelli che tirano briciole e pensano ai selfie, troppo occupati ad immortalare il momento per pre-occuparsi di ciò che verrà.

Venezia carnevalesca, Venezia in maschera, oggi non ride. Venezia che domanda, Venezia che piange le vittime, Venezia gondola in tempesta, Venezia non gongola. Venezia che “si stava meglio quando c’era il Doge”. Venezia indipendente. Venezia Repubblica. Venezia oggi non è Serenissima. Venezia svegliata dalle sirene, Venezia che “pare la guerra”. Venezia che aspetta il Mose. Ma il Mose aspetta Venezia.

Venezia che conta i danni, Venezia che lava i panni. Venezia elegante, Venezia laboriosa.

Venezia e le maree: Venezia lunatica.

Venezia laguna, Venezia nella palude.

Venezia alluvionata, Venezia dimenticata, Venezia con gli stivali, Venezia è nello Stivale?

Com’è triste Venezia, troppo triste Venezia.

Giovannino, il bambino su un milione

Giovannino è speciale. E’ il bambino su un milione. La sorte di nascere con la Ittiosi Arlecchino è toccata a lui. Proprio a lui. La maschera di Carnevale, però, in questo caso non porta sorrisi. Dà solo l’idea delle squame a forma di rombo che rivestono il suo corpo delicato. Persino un respiro può ferirlo, creare una lesione.

Giovannino, però, lo dicevamo, è speciale. E anche senza l’amore dei suoi genitori, quelli che lo hanno abbandonato in ospedale a Torino, sta tentando di resistere. Quando le infermiere del reparto lo portano a spasso, perché al sole non può esporsi, dicono sia felice. Sembra ami la musica.

Non è detto che abbia tempo per conoscerne dell’altra. Non è dato sapere se dopo aver superato la fase più critica avrà la forza di crescere, di provare a condurre un’esistenza che in un modo o nell’altro si preannuncia complicata. Ma Giovannino, nella sua eroica resistenza, nella sua commovente fragilità, ci ha fatto un regalo.

Dopo che la sua storia è diventata di dominio pubblico, decine di telefonate hanno invaso il centralino dell’ospedale Sant’Anna di Torino: erano altrettanti genitori desiderosi di adottarlo, di prendersene cura, al netto dell’impegno gravoso che per le loro vite comporterà.

Non tutto è perduto. L’Italia può essere ancora un grande Paese.