A Mondragone il trailer della bomba sociale che rischia l’Italia

Mondragone

Sbaglia maledettamente chi pensa che a Mondragone vada in scena uno scontro di natura sanitaria. Chi crede che la rabbia sia soltanto figlia di un contagio bulgaro tra i braccianti delle palazzine Cirio non ha compreso ciò che il mondo sta diventando in questi mesi. Lo spazio in cui ci muoviamo, le nostre vite, non sono state catapultate in una nuova realtà: semmai ogni fenomeno è stato esasperato, portato al limite, accelerato al punto di sortire un’inevitabile collisione tra le troppe incongruenze che fino a ieri avevamo sopito dietro una parvenza di normalità.

E allora non è un caso che le proteste, le sedie lanciate dai balconi, i finestrini delle auto rotte, si verifichino a Mondragone anziché a Montecarlo. E’ lì dove diritti non ci sono mai stati che il coronavirus ha reso tutto più insopportabile. Perché chi non ha da mettere pane sotto i denti e a ferie pagate o cassa integrazione non ha diritto perché invisibile, pensa prima a sé stesso più che alla propria comunità. Anche quando pensare a se stesso vuol dire rischiare la vita, anche quando significa mettere a repentaglio la salute dei propri cari.

Non è questa una difesa dei braccianti bulgari, non si tratta di prendere le parti degli uni o degli altri. D’altronde è difficile non dare ragione alle preoccupazioni delle mamme di Mondragone, quelle che temono di incrociare ai supermercati i bulgari che ogni mattina salgono accalcati sui furgoncini dei caporali che li portano ai campi. Ma il punto è un altro: la bomba sociale del coronavirus colpisce i più deboli. E siamo solo all’inizio. Quando analisti ed esperti ci avvisavano del rischio di rivolte violente, quando vedevamo in America file di persone davanti ai negozi di armi, non erano impazziti: era al trailer di Mondragone che stavamo assistendo. Forse all’anticipazione di un horror che riguarderà molte comunità in questo Paese.

Per lungo tempo abbiamo accumulato polvere sotto il tappeto, creduto che i nostri vizi, le ingiustizie sociali, fossero un orpello quasi caratteristico del nostro modo di fare, degli effetti collaterali trascurabili per il semplice fatto che non ci riguardavano da vicino. Ma il caos che oggi monta a Mondragone impiegherà poco a trasferirsi sotto le nostre case se non riusciremo a curare e guarire le ferite delle nostre comunità, se non sapremo evitare che queste diventino piaghe. Più contagiosa di qualsiasi virus, arriva un punto in cui la disuguaglianza diventa inaccettabile anche per chi ha sempre e soltanto subito. Bisognerebbe ricordarlo a chi oggi soffia sul fuoco, sperando di cavalcare un giorno le proteste. Con le parole di Vergniaud rivoluzionario francese, poi finito sulla ghigliottina, che suonano come un memento, un’oscura profezia: “La rivoluzione è come Saturno: divora i suoi figli”.

Zanardi contro il destino

Alex Zanardi

“Lo porterei su Marte per dire agli alieni cos’è un uomo”, ha detto di lui Roberto Vecchioni. Ma sbaglierebbe, così facendo li trarrebbe in inganno: perché Alex Zanardi è di certo una delle nostre migliori versioni. Saperlo in un letto d’ospedale, di nuovo, a lottare tra la vita e la morte c’ha sconvolto tutti: dal tifoso alla casalinga, dall’appassionato al telespettatore distratto. Il motivo è semplice: ad ognuno crediamo tocchi in una vita una certa dose di fortuna e di sfortuna. E’ proprio quando la misura eccede, in un senso o nell’altro, che la nostra attenzione si fa meraviglia o dolore.

Ecco, la straordinarietà di Zanardi sta nella capacità di ribaltare l’ineluttabilità del destino, di ignorarlo, di sfidarlo, di volgerlo a proprio vantaggio. Privato delle gambe, ha riempito la sua vita di amore ed esempio per gli altri. Mai domo, ha rifiutato l’etichetta di disgraziato, piuttosto si è trasformato nell’incarnazione vivente di ottimismo e speranza, è diventato l’emblema di grinta e coraggio.

Sarà per questo che credere che alla fine possa uscire perdente dalla terapia intensiva di Siena ci risulta oggi impossibile. Sarà perché ci abituati al lieto fine, sarà perché lo riteniamo un guerriero invincibile, quanto di più simile ad un eroe dei fumetti.

Oppure sarà che noi il destino lo temiamo sul serio. E solo Zanardi, col suo sorriso, può ricordarci che si può essere più forti di tutto, anche di quello.

A scuola col plexiglass, ma senza Cuore

Plexiglass a scuola

Ci vogliono dunque divisi, amico mio. E mi domando che scuola sarà senza te come compagno di banco. A separarci una barriera invisibile, quel plexiglass all’interno del quale pare vogliano confinarci. Da settembre, quando riprenderanno le lezioni, ti raccomando di venire attrezzato di penne e matite: pur volendo non potrei prestarti come sempre le mie. Sarebbero per te un pericolo, un veicolo di contagio.

Mi ritorna in mente quel vecchio libro che leggemmo insieme anni fa: “Cuore” di Edmondo De Amicis. E mi domando se può dirsi scuola quella che per noi stanno immaginando. In questi mesi senza lezioni ho ripensato alla lettera del papà di Enrico: “Ma senti: pensa un po’ che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, a capo a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna, stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza“.

Ora è vero, a scuola si parla di tornare. Ma che classe saremo, tutti rinchiusi nei propri loculi, impediti a scambiarci una parola, uno scherzo tra amici. Ci viene vietato persino il litigio, l’abbraccio con cui esso si risolve. Come le gomitate tra Enrico e Coretti. E che dire di Garrone? Neanche gli sarà dato di proteggere Nelli. Pure sarà impossibile far chiasso, cicalare mentre il maestro fa lezione. Non sarà il nostro amico gigante buono, all’arrivo del supplente, a metterci in riga: “Finitela. Siete bestie. Abusate perché è buono. Se vi pestasse le ossa stareste mogi come cani. Siete un branco di vigliacchi. Il primo che gli fa ancora uno scherno lo aspetto fuori e gli rompo i denti, lo giuro, anche sotto gli occhi di suo padre!“.

Persino Derossi, il primo della classe, non avrà vita facile. La sua bravura, all’interno della scatola cui vorrebbero infilarlo, c’apparirebbe per la prima volta antipatica. Impossibilitato a bisbigliarci un aiuto, attutito dal plexiglass, Derossi sarebbe il migliore e basta. Guardando verso di lui non troveremmo l’amico pronto ad aiutarci senza saccenza, piuttosto ci specchieremmo nel riflesso della nostra inferiorità, finendo per odiarlo.

No, amico mio, compagno di banco, di mille avventure: in classe si torna col plexiglass, ma senza Cuore. E “non mi par più bella come prima la scuola“.

Non è un Paese per vecchi

Nonna Lisa

Affetti da malattie pregresse. Bollati a vita, o forse a morte, da un marchio di inutilità. Resi d’un tratto numeri in eccesso, per questo da eliminare. Se non dal coronavirus, almeno dalla narrazione che un governo deve dare della realtà, per renderla più accettabile ai sani.

Vecchi, in una parola.

Nel senso di usati, consunti, spremuti, senza più niente da dare. Come se in presenza di comorbilità fosse lecito staccare la spina, meno assurda l’idea di morte, o giustificabile l’assenza di una dignitosa fine.

Chiedete all’anziano che scrive da una casa di riposo, ad un passo dal suo personale sipario, per capire. E trattenete le lacrime se vi riesce, nel leggere quella verità così amara, quell’incubo quotidiano rimasto imprigionato a lungo, fino all’attimo prima dei titoli di coda: “Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando. E così il cambio. Ma non fate nulla vi prego…non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice“.

Ci eravamo abituati a pensare che l’Italia non fosse un Paese per giovani. Parlavamo dei laureati costretti ad emigrare all’estero, dei professionisti destinati a restare cervelli in fuga per sempre, di un ricambio generazionale inteso come concetto astratto, articolo di giornale, argomento da talk show. Tutto vero, tutto inaccettabile. Ma in profondità covava dell’altro. Abbiamo dimenticato chi per una vita non ha fatto altro che lavorare per noi: pensare all’oggi per progettare il domani.

C’è chi l’Italia l’ha fatta, l’ha (ri)costruita, con gocce di sudore e calli sulle mani. Come Nonna Lisa, 109 anni, che dal suo balcone di Città di Castello trova la forza per sorridere e gonfiare il petto: “Viva l’Italia, viva gli italiani e viva la bandiera!“. Eppure qualcosa dev’essere andato storto, un meccanismo si dev’essere inceppato, se dopo tante rughe sul volto la società forgiata da Nonna Lisa e dai suoi coetanei si è rivelata priva di rispetto ed empatia. Non puntate subito il dito: non hanno colpe, loro. Se non quella di aver pensato che una vita di sacrifici sarebbe bastata a garantirgli una serena vecchiata. Non hanno avuto neanche quella. Dovremmo vergognarci.

Già da giorni si parla di Fase 2, di ritorno alla normalità, dell’app da scaricare per tornare a circolare come nulla fosse mai accaduto. E loro? Gli anziani? Ce li vedete a tenere uno smartphone tra le mani e a scaricare Immuni? Ve li immaginate tutte le sere, prima di andare al letto, dopo la pillola e il rosario, ad aggiornare le informazioni su spostamenti e stato di salute? Io no.

Siamo quelli che hanno inventato i navigator per i destinatari del reddito di cittadinanza; e poi non pensano ad una forma di assistenza, di “accompagnamento”, per i più fragili, nel nuovo mondo. Assuefatti allo slogan “nessuno deve restare indietro” ci è sfuggito che qualcuno non può fare a meno di camminare più lentamente degli altri. No, non è davvero un Paese per vecchi.

(N)uovo di Pasqua

Papa Francesco nella veglia di Pasqua

Cosa c’è dentro l’uovo di Pasqua di quest’anno? Un portachiavi? Un ciondolo? Una diavoleria tecnologica che crederemo eccezionale per lo spazio di 20 minuti? O meglio: quest’anno c’è l’uovo di Pasqua? Qualcuno ha scelto di non comprarlo. Per economia. Perché l’aveva dimenticato durante l’ultima spesa e ha deciso responsabilmente di non uscire un’altra volta, di lasciar perdere. Anche l’avesse comprato, anche l’avesse rotto simulando gioia e sorpresa, quest’oggi vi avrebbe trovato dentro una bustina di incertezza, una confezione di paura, una scatoletta di dolore.

Perché è inutile dirlo, che questa è una Pasqua diversa. Le campane della chiesa vicino casa suonano a festa, ma ascoltarle provoca magone, malinconia. Non ci sono le strette di mano, i saluti a distanza tra amici felici di scambiarsi gli auguri in quel giorno, in quel momento, a quel modo affettuoso. Tutti sospesi per qualche ora dalla quotidianità, dai problemi. Perché è Pasqua. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Così come oggi non c’è l’ultima corsa in pasticceria prima di pranzo. Il vestito della festa. Il pranzo allargato. Non ci sono i parenti, le mogli coi suoceri, i nipotini coi nonni. Per alcuni non ci sono proprio più le persone. I compagni di vita, le colonne di sempre, i pilastri di un’intera esistenza. Sì, quest’uovo di Pasqua è proprio vuoto. Così vuoto che mette tristezza. Talmente vuoto che Pasqua non sembra.

Ma se crediamo (e anche se no) sappiamo che c’è un solo giorno dell’anno in cui la speranza è autorizzata ad avere la meglio sul resto: è proprio questo. Diciamocelo guardandoci negli occhi: non è andato tutto bene. Ma da oggi, da domani, se ce la mettiamo tutta davvero, magari c’andrà. Non cancellerà il dolore, non ci farà dimenticare la morte, ma forse ci darà di nuovo la vita. In un mondo diverso, nuovo di Pasqua.