Non è vero che Salvini tifa Milan

Parola di un milanista, vero: ieri il Milan ha giocato male il derby e l’Inter ha vinto meritatamente. Capita, punto. Anche se non è questo il punto.

Dando per scontato che Matteo Salvini non sia un cretino, dando per certo che non sia uno sprovveduto della comunicazione, uno che non sa calcolare l’impatto delle sue dichiarazioni, che non consideri l’eco che ogni sua frase ottiene e le implicazioni di una sua critica all’allenatore e alla squadra, allora una domanda è giusto porsela: ma siamo sicuro che tifi Milan?

Perché nessuno mette in dubbio che Salvini frequentasse San Siro fin da ragazzino, nessuno ha dimenticato l’abbraccio a Luca Lucci, l’ultras rossonero condannato in primo grado per traffico di droga e ritenuto tra i responsabili della rissa in cui rimase accecato il tifoso dell’Inter Virgilio Motta. Né sono passate inosservate le dichiarazioni post-partita di questi mesi, in cui Salvini si è detto ripetutamente “incazzato” per i risultati della squadra.

Ma se sei un personaggio pubblico, anzi, se sei il personaggio più pubblico del momento in Italia, allora le cose a cui tieni devi tenerle al riparo, gli affari di cuore li devi trattare con cura. Non basta mettere il braccialetto al polso e la sciarpa al collo.

Prima regola: mai infierire sulla propria squadra quando perde. Lo si apprende da bambini, dai tempi della scuola: piuttosto salto un giorno di lezione, se proprio devo litigo con il mio migliore amico, ma dalla mia bocca non uscirà una parola contro la mia squadra. Un comandamento che per Salvini dovrebbe valere doppio, dato che ogni sua accusa viene amplificata e usata come arma dai nemici del Milan, ogni suo parere tattico finisce per ferire quel grande uomo che risponde al nome di Rino Gattuso, che la prima volta è caduto nella trappola e ha risposto poi, capito il soggetto, ha deciso di ignorarlo.

Si dirà che Berlusconi faceva lo stesso. Era diverso. Si trattava del presidente della squadra, di quello che c’aveva messo i soldi e l’aveva costruita. E al di là delle leggende del Berlusconi che imponeva la formazione agli allenatori, le battutine del Cavaliere erano sempre consigli – a volte sensati, altre meno – votati al bene della squadra, la sua.

Ecco, nel nostro caso il discorso cambia. Perché il ragionamento per cui ogni tifoso può dire la propria, qui non vale. No che non può. Non se ti chiami Salvini.

A meno che non ci sia un grande equivoco di fondo. Ovvero che il Milan, di cui Salvini guarda caso parla soltanto quando perde (e questo accade ogni volta che va allo stadio: Matteo, ti prego, guarda la partita in tv!), sia soltanto la “seconda” squadra del cuore del ministro.

Perché cosa crea più empatia coi tifosi rossoneri di un bel commento seccato, scorato e schifato sulla partita appena persa contro gli “odiati” cugini dell’Inter? È campagna elettorale. Pure sul pallone. Perché io l’ho capito: Salvini non tifa Milan. Salvini tifa Salvini.

È Rino Gattuso l’anti-Salvini

 

Serviva la sincerità di un emigrato calabrese, la genuinità ruvida di un terrone fiero, la schiena dritta di un uomo vero, per mettere a tacere la spocchia irritante di Matteo Salvini. Quell’uomo si chiama Rino Gattuso e di mestiere fa l’allenatore del Milan.

Possiede l’amore per la verità degli onesti, Ringhio, che sulla panchina della sua squadra di bambino è arrivato versando lacrime e sudore, rinunciando alle comodità di casa da giovanissimo, saggiando sulla propria pelle il razzismo di cui oggi Matteo Salvini è il megafono e il portabandiera.

E ieri da buon tuttologo, dopo essersi improvvisato cantante sulle note di Vasco Rossi al Maurizio Costanzo Show, il vicepremier ha detto la sua anche sul pareggio del Milan contro la Lazio. Ha sentenziato che Gattuso avrebbe dovuto fare per tempo delle sostituzioni perché i suoi giocatori erano stanchi, e così non avrebbe preso gol.

Non è il parere “tecnico” che ci interessa: in primis perché Salvini “tecnico” non è. Non è neanche lo sfogo del “tifoso” che ci importa, perché un “vero tifoso” con il ruolo e l’esposizione mediatica di Salvini eviterebbe di certo di mettere in difficoltà l’allenatore della propria squadra dando in pasto ai media le sue critiche.

Ciò che ci interessa è la reazione di Gattuso, stanco e stravolto per la fatica di una gara condotta da leone, alla sua maniera, ma capace di trovare in conferenza stampa la lucidità di pensiero di cui spesso difetta Salvini: “Gli dico di pensare alla politica, perché in Italia abbiamo problemi gravi. E se lui ha tempo di pensare al calcio siamo messi veramente male“.

Eccolo, il gladiatore che ha infiammato tante arene, il terrone che col duro lavoro si è issato sul tetto del mondo, portando in alto – lui sì – l’onore dell’Italia. Non c’è bisogno di fare casting, non servono lauree e master. All’arroganza e al populismo basta opporre un uomo del popolo.

Si chiama Rino Gattuso, è lui l’anti-Salvini.

Gattuso ha salvato il Milan. Ma il Milan ti salverà, Rino?

Quando in estate lo hanno telefonato per dirgli di guidare la Primavera del Milan, Rino Gattuso non ha esitato un secondo. Allevare i futuri campioni rossoneri era per lui un onore e un piacere. Rientrare a Milanello, il luogo in cui aveva costruito la sua immagine di uomo e di campione, un sogno al quale non poteva rinunciare.

Pochi mesi dopo, però, di telefonata eccone un’altra:”Rino, abbiamo bisogno di te“. Le gambe che tremano e il cuore che pulsa. Ma Rino non si nega: è l’uomo che arringava la Curva con la forza delle sole braccia, è quello che ringhiava a muso duro dinanzi a colossi grossi il doppio. Soprattutto – parole di Marcello Lippi – “per il Milan Gattuso darebbe la vita“.

E all’inizio quasi quasi succede. La vittoria all’esordio illude, perché a metterne alla prova le coronarie è il pareggio col Benevento: gol subito dal portiere avversario all’ultimo minuto. Roba che neanche Hitchcock avrebbe immaginato di peggio. Ma quel che differenzia Rino nel mondo del calcio resta l’umiltà. Testa bassa e lavorare, come sempre. Come quando da giocatore mediocre ha scalato l’Everest del gioco, diventando un intoccabile in una formazione di Campioni del Mondo.

Gattuso entra così nella testa dei giocatori. Li prende in disparte e li convince che il concetto di “uno” in una squadra di calcio non esiste, se non inserito in un contesto di “gruppo“. Parola del gregario per eccellenza, del mastino che all’arrivo di Ronaldinho disse: “Non preoccuparti, corro io per te“.

Così facendo Rino ha salvato il Milan. Lo ha preso quando stava affondando e lo ha riportato in superficie. Gliene danno atto gli stessi giocatori, quelli che in ogni intervista non perdono occasione di ricordare che sì, questo è il Milan di Gattuso e ogni merito va a lui. Ma cosa riceverà il buon Rino in cambio dei suoi servigi?

Chi ha composto il suo numero di telefono per chiedergli di salvare il Milan, sappia che non salverà la faccia quando deciderà di congedarlo a fine stagione. Una pacca sulle spalle e un arrivederci non basteranno. Se ne ricordino Mirabelli e Fassone, quando la tentazione di un cambio in panchina si farà irresistibile in estate.

Rino, che il Milan lo ama veramente, comunque vada non sbatterà la porta. Perché lo ha ripetuto più volte, “questa è casa mia“.  Questo piccolo uomo con la barba nera e i primi capelli bianchi è l’emblema del coraggio. Gattuso è stato Gattuso fino in fondo. Ma dopo aver salvato il Milan dovrà trovare qualcuno che lo salvi dal limbo della mediocrità. E non è detto che a tendergli la mano trovi uomini della sua stessa stoffa…