Sinisa, nella paura e nel coraggio

Sinisa Mihajlovic

Non puoi fare a meno di pensare che sia tutto un incubo se te lo dice pure lui, Sinisa, che ancora fatica a credere sia tutto vero. Perché capita sempre così, quando un treno ti finisce addosso: è tutto troppo brutto per ritenerlo credibile, fa tutto troppo male per pensarlo possibile. E la tecnica dei pizzicotti non funziona, stavolta non ti svegli. Chissà perché nei film fanno sempre così.

Parla, Sinisa. Parla e ti arriva al cuore. Perché pure nel giorno più buio, l’uomo vero non cambia. Non si tratta di indossare una maschera, di ostentare la corazza del “Sergente”. Mihajlovic conosce un solo modo per affrontare la vita, anche nella malattia: a petto in fuori, a testa alta. Ma se per una volta colui che sfondava le porte coi suoi sinistri violenti vacilla, se oggi il padrone della tecnica e della potenza non ha riferimenti, è lì che bisogna sostenerlo, aiutarlo.

Così il gigante si fa piccino: si affida ai medici perché non può far altro, alla moglie che ha voluto proteggere per qualche ora nascondendole il fatto, alle figlie che non vuole lasciare, agli amici di sempre che non vorrebbe perdere. Chiede aiuto, voglioso di fare la sua parte, desideroso di capire come un carattere forgiatosi nei Balcani può fare la differenza, incapace di considerare l’idea della sconfitta.

Eppure Sinisa fa una specie di miracolo. La sua provvisoria impotenza dà il metro della vita, anche a quelli che Sinisa non l’hanno mai visto dal vivo, a quelli che ogni tanto allo stadio o sul divano lo hanno insultato, ma non con cattiveria, da tifosi. “Miha” li stordisce, come fossero malcapitati difensori sulla traiettoria di un suo missile da fuori. Perché la storia di Mihajlovic è anche la loro, se ci pensano: Sinisa è lì da anni, per qualcuno da sempre, pensare che se ne vada è fuori discussione.

Ma è in quell’ammissione tenera e straziante, in quel “ti passa la vita davanti” cui seguono le lacrime, in quegli occhi piccoli che vorrebbero affrontare la malattia a muso duro, quasi fosse un avversario indisponente a cui insegnare come si sta al mondo in un campetto di Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia, che riconosci la fibra dell’uomo, la potenza di chi muore dalla voglia di vivere.

E per questo è capace di coraggio, pur avendo una paura folle. Non è da tutti. È da Sinisa.

Non è vero che Salvini tifa Milan

Parola di un milanista, vero: ieri il Milan ha giocato male il derby e l’Inter ha vinto meritatamente. Capita, punto. Anche se non è questo il punto.

Dando per scontato che Matteo Salvini non sia un cretino, dando per certo che non sia uno sprovveduto della comunicazione, uno che non sa calcolare l’impatto delle sue dichiarazioni, che non consideri l’eco che ogni sua frase ottiene e le implicazioni di una sua critica all’allenatore e alla squadra, allora una domanda è giusto porsela: ma siamo sicuro che tifi Milan?

Perché nessuno mette in dubbio che Salvini frequentasse San Siro fin da ragazzino, nessuno ha dimenticato l’abbraccio a Luca Lucci, l’ultras rossonero condannato in primo grado per traffico di droga e ritenuto tra i responsabili della rissa in cui rimase accecato il tifoso dell’Inter Virgilio Motta. Né sono passate inosservate le dichiarazioni post-partita di questi mesi, in cui Salvini si è detto ripetutamente “incazzato” per i risultati della squadra.

Ma se sei un personaggio pubblico, anzi, se sei il personaggio più pubblico del momento in Italia, allora le cose a cui tieni devi tenerle al riparo, gli affari di cuore li devi trattare con cura. Non basta mettere il braccialetto al polso e la sciarpa al collo.

Prima regola: mai infierire sulla propria squadra quando perde. Lo si apprende da bambini, dai tempi della scuola: piuttosto salto un giorno di lezione, se proprio devo litigo con il mio migliore amico, ma dalla mia bocca non uscirà una parola contro la mia squadra. Un comandamento che per Salvini dovrebbe valere doppio, dato che ogni sua accusa viene amplificata e usata come arma dai nemici del Milan, ogni suo parere tattico finisce per ferire quel grande uomo che risponde al nome di Rino Gattuso, che la prima volta è caduto nella trappola e ha risposto poi, capito il soggetto, ha deciso di ignorarlo.

Si dirà che Berlusconi faceva lo stesso. Era diverso. Si trattava del presidente della squadra, di quello che c’aveva messo i soldi e l’aveva costruita. E al di là delle leggende del Berlusconi che imponeva la formazione agli allenatori, le battutine del Cavaliere erano sempre consigli – a volte sensati, altre meno – votati al bene della squadra, la sua.

Ecco, nel nostro caso il discorso cambia. Perché il ragionamento per cui ogni tifoso può dire la propria, qui non vale. No che non può. Non se ti chiami Salvini.

A meno che non ci sia un grande equivoco di fondo. Ovvero che il Milan, di cui Salvini guarda caso parla soltanto quando perde (e questo accade ogni volta che va allo stadio: Matteo, ti prego, guarda la partita in tv!), sia soltanto la “seconda” squadra del cuore del ministro.

Perché cosa crea più empatia coi tifosi rossoneri di un bel commento seccato, scorato e schifato sulla partita appena persa contro gli “odiati” cugini dell’Inter? È campagna elettorale. Pure sul pallone. Perché io l’ho capito: Salvini non tifa Milan. Salvini tifa Salvini.

Di Maio si aggrappa a Zidane

Resta il dilemma di sempre: se dietro la sparata del giorno vi sia strategia o ignoranza. Desiderio di spostare l’attenzione dai problemi interni buttandola in caciara, oppure un’inadeguatezza preoccupante, una dose di incompetenza che sarebbe comica, se non si trattasse del vicepremier italiano. Pure il nostro, quindi.

Luigi Di Maio individua il problema dell’Africa nel “franco coloniale”. L’autoproclamatosi statista dell’autoproclamato governo del cambiamento apre una polemica con Parigi di cui non si sentiva onestamente il bisogno. E lo fa come sempre nello stile dei 5 stelle, a colpi di fake news. Quello che lui definisce “franco coloniale” altro non è che una moneta, non una tassa. Per chiarire: le tasse sono quelle che Di Maio e Salvini hanno aumentato per 13 miliardi. Quello franco-africano è un sistema volontario. E se è vero che molti dirigenti africani hanno espresso dei dubbi sulla sua utilità lo è altrettanto che Emmanuel Macron ha replicato:”Se alcuni paesi non sono felici con il Fca (Franc de la Comunauté français d’Afrique ), basta lasciarlo e crearsi la propria moneta”.

Ma la verità sembra un concetto superato, obsoleto, per i dioscuri populisti. Quel che conta è polemizzare, aizzare le masse, solleticare il campanilismo sopito, a costo di creare un incidente diplomatico che non porterà da nessuna parte. Mettere in discussione la condotta degli ultimi secoli di storia francese attribuendone le colpe a Macron. Eccolo, il dubbio che ritorna: ci sono o ci fanno?

Forse è più rassicurante pensare sia la seconda opzione, cullarsi nel pensiero che alla fine siano soltanto dei polemisti spudorati e astuti, capaci di sacrificare la serenità dei rapporti con un alleato storico sull’altare di un proprio tornaconto, di una campagna elettorale per le Europee che altrimenti sarebbe da giocare di rincorsa sui temi, quelli veri, ad esempio un’economia in recessione, un reddito di cittadinanza che non convince, una politica dell’immigrazione disumana e indegna.

Forse è più comodo così: forse è più facile rievocare Italia-Francia, l’eterna sfida tra cugini, la testata di Zidane. Prima però eravamo campioni del mondo. Adesso non ci qualifichiamo nemmeno. Nel senso che siamo inqualificabili.

È Rino Gattuso l’anti-Salvini

Gattuso

 

Serviva la sincerità di un emigrato calabrese, la genuinità ruvida di un terrone fiero, la schiena dritta di un uomo vero, per mettere a tacere la spocchia irritante di Matteo Salvini. Quell’uomo si chiama Rino Gattuso e di mestiere fa l’allenatore del Milan.

Possiede l’amore per la verità degli onesti, Ringhio, che sulla panchina della sua squadra di bambino è arrivato versando lacrime e sudore, rinunciando alle comodità di casa da giovanissimo, saggiando sulla propria pelle il razzismo di cui oggi Matteo Salvini è il megafono e il portabandiera.

E ieri da buon tuttologo, dopo essersi improvvisato cantante sulle note di Vasco Rossi al Maurizio Costanzo Show, il vicepremier ha detto la sua anche sul pareggio del Milan contro la Lazio. Ha sentenziato che Gattuso avrebbe dovuto fare per tempo delle sostituzioni perché i suoi giocatori erano stanchi, e così non avrebbe preso gol.

Non è il parere “tecnico” che ci interessa: in primis perché Salvini “tecnico” non è. Non è neanche lo sfogo del “tifoso” che ci importa, perché un “vero tifoso” con il ruolo e l’esposizione mediatica di Salvini eviterebbe di certo di mettere in difficoltà l’allenatore della propria squadra dando in pasto ai media le sue critiche.

Ciò che ci interessa è la reazione di Gattuso, stanco e stravolto per la fatica di una gara condotta da leone, alla sua maniera, ma capace di trovare in conferenza stampa la lucidità di pensiero di cui spesso difetta Salvini: “Gli dico di pensare alla politica, perché in Italia abbiamo problemi gravi. E se lui ha tempo di pensare al calcio siamo messi veramente male“.

Eccolo, il gladiatore che ha infiammato tante arene, il terrone che col duro lavoro si è issato sul tetto del mondo, portando in alto – lui sì – l’onore dell’Italia. Non c’è bisogno di fare casting, non servono lauree e master. All’arroganza e al populismo basta opporre un uomo del popolo.

Si chiama Rino Gattuso, è lui l’anti-Salvini.

Cara Juventus, ti hanno sparato e hanno ucciso Buffon. Gigi continua…

buffon

 

Ad un passo dall’impresa. Anzi, ad impresa fatta, arriva il fischio che non avresti voluto sentire, il dito cattivo che indica il dischetto che non avresti voluto vedere. Il sospetto che fosse già tutto scritto, che il Real Madrid, al Bernabeu, non puoi proprio umiliarlo 3 a 0 a quel modo. E allora qualcosa doveva succedere, cara Juventus. Dalla testa non te lo leverà nessuno. Mai.

E non c’entra il tifo, non la fede. Siamo tutti italiani, in Europa. Lo dimostra la Roma che ha unito il Paese, lo conferma il dolore provato guardando Buffon. Il vecchio capitano preso in giro, oltraggiato, buttato fuori. Così dovrebbe chiudersi una carriera. Così probabilmente si chiuderà. 

Scena epica, drammatica, finale da film. Forse il migliore per un fuoriclasse, forse meglio uscire così. A petto in fuori, trafitto nel bel mezzo del duello. Forse, già. Perché così non vale. Quel grilletto non andava premuto.

Hanno sparato alla Juve e ucciso Buffon. Gigi continua, Gigi rialzati.

Semo tutti romanisti: lasciateci godere con voi!

de rossi

 

Lasciateci godere con voi, amici della Roma. Non guardate alla nostra provenienza. Non badate ai colori che avevamo prima. Né a quelli che indosseremo domani. Siamo tutti giallorossi, questa notte. E lo saremo ancora in semifinale. Siamo della Roma perché italiani. Oggi più che mai. Finalmente, soprattutto.

Siamo della Roma. Anzi, semo de Roma, grazie agli eroi di una partita che passerà alla storia, ai gladiatori che hanno sconfitto gli spagnoli invincibili. Ai normali diventati straordinari, almeno per una notte. Almeno per questa notte.

E li guardi ad uno ad uno, i guerrieri che hanno riportato Roma ad essere caput mundi. Vedi Manolas lo Spartano adottato dall’Impero. De Rossi, il vecchio capitano, la barba lunga come la lista dei rimpianti. E pensi a Totti, che chissà come avrebbe meritato di essere in campo, pure per un minuto, pure per un secondo.

Accoglieteci, tifosi della Roma. Dateci le vostre maglie, prestatecele che ve le ridaremo, forse. Fateci sentire della vostra famiglia, fateci godere come state godendo voi, come e più di quanto stiamo già facendo noi. Avete fatto la storia. Siamo nella storia. Semo tutti romanisti.

Semo tutti romanisti: lasciateci godere con voi!

de rossi

 

Lasciateci godere con voi, amici della Roma. Non guardate alla nostra provenienza. Non badate ai colori che avevamo prima. Né a quelli che indosseremo domani. Siamo tutti giallorossi, questa notte. E lo saremo ancora in semifinale. Siamo della Roma perché italiani. Oggi più che mai. Finalmente, soprattutto.

Siamo della Roma. Anzi, semo de Roma, grazie agli eroi di una partita che passerà alla storia, ai gladiatori che hanno sconfitto gli spagnoli invincibili. Ai normali diventati straordinari, almeno per una notte. Almeno per questa notte.

E li guardi ad uno ad uno, i guerrieri che hanno riportato Roma ad essere caput mundi. Vedi Manolas, lo Spartano adottato dall’Impero. De Rossi, il vecchio capitano, la barba lunga come la lista dei rimpianti. E pensi a Totti, che chissà come avrebbe meritato di essere in campo, pure per un minuto, pure per un secondo.

Accoglieteci, tifosi della Roma. Dateci le vostre maglie, prestatecele che ve le ridaremo, forse. Fateci sentire della vostra famiglia, fateci godere come state godendo voi, come e più di quanto stiamo già facendo noi. Avete fatto la storia. Siamo nella storia. Semo tutti romanisti.

Il coraggio di restare Bonucci

bonucci

 

Affronterà tra poche ore il suo passato, Leonardo Bonucci. In un controsenso che di significato invece è denso: guardare indietro per andare avanti.

E non sarà semplice fare ritorno nello stadio che lo ha reso campione, sottoporsi al trattamento severo di un pubblico che non potrà fare a meno di fischiarlo, tanto lo ha amato. Succede sempre così. Amici mai, diceva Venditti. E amici, Bonucci e la Juventus, non potranno essere più.

Tanto meno sabato, quando Leo avrà indosso una divisa rosso e nera, quella del Milan. E al braccio il simbolo che lo indica come capitano dell’armata nemica.

Ci saranno abbracci però, tra vecchi compagni. Perché in fondo Bonucci, Buffon, Barzagli e Chiellini saranno fratelli per sempre. Ad unirli il legame indissolubile delle vittorie, l’affetto che resta dopo le grandi imprese realizzate insieme. Ma non mancherà in campo quel pizzico di rivalità che è il sale dello sport: chi ha fatto meglio? Leo a lasciare o tutti gli altri a restare? Decisivo è il singolo o il gruppo?

La storia – finora – ha detto che la Juve è rimasta, Bonucci s’è perso. Almeno per un po’ ha smarrito la via. Vittima della voglia di dimostrare, dell’ambizione (o presunzione?) che lo ha portato ai vertici, di una frase che lo perseguiterà ad ogni tonfo della carriera:”Sono al Milan per spostare gli equilibri“.

Ma il campione è quello che accetta la sconfitta, che sa rimettersi in discussione il giorno dopo il ko. Così dopo gli scivoloni e le scivolate mancate, dopo gli autogol in campo e fuori, Bonucci ha ritrovato l’orgoglio. Lo ha fatto probabilmente nella notte più tragica della storia del calcio nostrano: l’Italia-Svezia che ha sancito l’esclusione della Nazionale dei Mondiali.

A San Siro, guarda caso il suo nuovo stadio, col risultato in bilico ha gettato lontano la maschera protettiva che doveva servire a tenere a riparo il setto nasale fratturato. Ha corso come un gladiatore verso il centro del campo, infondendo al pubblico l’illusione che sperare si poteva, che la Patria sarebbe stata salva, che come sempre – da Italia – in un modo o nell’altro avremmo saputo cavarcela. Così non fu, si sa.

Ma da quella notte Bonucci è tornato Bonucci. Ha ripreso in mano il suo destino, alzato il livello delle sue prestazioni, riaffermato con orgoglio il suo essere leader.

E ci vuole coraggio ad affrontare il proprio ieri sapendo che di vittoria non è tempo. C’è voluto coraggio a restare Bonucci.

Ah, che bella invidia Cutrone…

Non fai in tempo ad accendere la tv in uno strano sabato pomeriggio di febbraio. Giocano alle 15 e il famoso calcio spezzatino ti coglie impreparato. Ma c’è il Milan e ha già segnato: chi ha fatto gol? Ma lui, è chiaro. E chi sennò? Patrick Cutrone. Il predestinato.

Lo guardi esultare, è compiaciuto. Fa segno di sì con la testa, ma chissà se ci crede almeno lui. Doveva andarsene a Crotone in estate, poi una serie di coincidenze hanno fatto sì che Montella lo lanciasse in prima squadra. E Patrick l’occasione non se la fa sfuggire. Impressiona per la facilità con cui segna tra i grandi. Ma chi è questo ragazzino sfrontato? Da dove salta fuori?

Arriva dai Pulcini rossoneri. Ha fatto tutta la trafila delle giovanili al Milan. Come lui Manuel Locatelli. Sono come fratelli. E insieme hanno realizzato il sogno di indossare la maglia per cui tifano da bambini.  Ma a Cutrone non basta. Rino Gattuso, da quando lo ha visto allenarsi la prima volta, ha detto:”Patrick è tarantolato, ha il veleno addosso“.

E te ne accorgi subito che ha ragione: per come corre, per il suo sguardo da ossesso, per la rabbia che mette in ogni giocata. Cutrone ha 20 anni, accarezza il suo sogno ma non se ne innamora, continua a macinare km, che perdere la magia è un attimo, gliel’hanno già detto in tanti.

Ma a te che stai sul divano, a te che lo guardi esultare in questo strano sabato di febbraio, a te che magari non tifi neanche Milan, quel ragazzo in un modo o nell’altro fa simpatia. Speri di vederlo presto con la maglia della Nazionale, così da poter esultare insieme a lui. E ti auguri che realizzi tutti i suoi sogni. Che alla fine erano anche i tuoi: diventare un gran campione. Dai che ce la fai Cutrone! Ah, che bella invidia Patrick…

Gattuso ha salvato il Milan. Ma il Milan ti salverà, Rino?

Quando in estate lo hanno telefonato per dirgli di guidare la Primavera del Milan, Rino Gattuso non ha esitato un secondo. Allevare i futuri campioni rossoneri era per lui un onore e un piacere. Rientrare a Milanello, il luogo in cui aveva costruito la sua immagine di uomo e di campione, un sogno al quale non poteva rinunciare.

Pochi mesi dopo, però, di telefonata eccone un’altra:”Rino, abbiamo bisogno di te“. Le gambe che tremano e il cuore che pulsa. Ma Rino non si nega: è l’uomo che arringava la Curva con la forza delle sole braccia, è quello che ringhiava a muso duro dinanzi a colossi grossi il doppio. Soprattutto – parole di Marcello Lippi – “per il Milan Gattuso darebbe la vita“.

E all’inizio quasi quasi succede. La vittoria all’esordio illude, perché a metterne alla prova le coronarie è il pareggio col Benevento: gol subito dal portiere avversario all’ultimo minuto. Roba che neanche Hitchcock avrebbe immaginato di peggio. Ma quel che differenzia Rino nel mondo del calcio resta l’umiltà. Testa bassa e lavorare, come sempre. Come quando da giocatore mediocre ha scalato l’Everest del gioco, diventando un intoccabile in una formazione di Campioni del Mondo.

Gattuso entra così nella testa dei giocatori. Li prende in disparte e li convince che il concetto di “uno” in una squadra di calcio non esiste, se non inserito in un contesto di “gruppo“. Parola del gregario per eccellenza, del mastino che all’arrivo di Ronaldinho disse: “Non preoccuparti, corro io per te“.

Così facendo Rino ha salvato il Milan. Lo ha preso quando stava affondando e lo ha riportato in superficie. Gliene danno atto gli stessi giocatori, quelli che in ogni intervista non perdono occasione di ricordare che sì, questo è il Milan di Gattuso e ogni merito va a lui. Ma cosa riceverà il buon Rino in cambio dei suoi servigi?

Chi ha composto il suo numero di telefono per chiedergli di salvare il Milan, sappia che non salverà la faccia quando deciderà di congedarlo a fine stagione. Una pacca sulle spalle e un arrivederci non basteranno. Se ne ricordino Mirabelli e Fassone, quando la tentazione di un cambio in panchina si farà irresistibile in estate.

Rino, che il Milan lo ama veramente, comunque vada non sbatterà la porta. Perché lo ha ripetuto più volte, “questa è casa mia“.  Questo piccolo uomo con la barba nera e i primi capelli bianchi è l’emblema del coraggio. Gattuso è stato Gattuso fino in fondo. Ma dopo aver salvato il Milan dovrà trovare qualcuno che lo salvi dal limbo della mediocrità. E non è detto che a tendergli la mano trovi uomini della sua stessa stoffa…