Era un ragazzo come noi

La parte più triste della morte di Paolo Rossi è il senso di incapacità che proviamo tutti. Vallo a spiegare a chi è oggi un ragazzo, chi è stato Pablito. Se sei nato negli anni Novanta o dopo, se non hai avuto un padre, uno zio o un nonno che un bel giorno ti ha messo sul divano per raccontarti la storia del Mondiale ’82, è impossibile che tu riesca a cogliere la perdita che oggi sperimenta il Paese. Non se n’è andato un calciatore in questa notte maledetta, se n’è andato un eroe nazionale.

Non c’è esagerazione, nessuna iperbole dettata dal dolore della scomparsa, Paolo Rossi è stato un campione straordinario, molto più di quello che il suo cognome da italiano medio suggerirebbe. Non era un Dio del calcio come Maradona, ha fatto paradossalmente meglio: in mancanza del suo talento è diventato il simbolo di un popolo per quarant’anni.

E di nuovo monta il dolore, quel senso di colpa: impossibile far comprendere la tragedia che ci ha colpiti. E’ vero che l’Italia, dopo il 1982, un altro Mondiale di calcio lo ha vinto. Ma nessuno dei fantastici ragazzi del 2006 possiede l’alone magico di Paolo Rossi. Si può azzardare qualche paragone? No. Perché ciò che Pablito è stato per il 15enne italiano del 1982 non è stato Totti, Del Piero, neanche Grosso, l’uomo decisivo del Mondiale francese.

E’ facile rendersene conto: quando ancora oggi i reduci del “Mundial” vengono invitati in questa o quell’altra trasmissione, l’accoglienza del pubblico è quella riservata agli eroi del popolo. E non perché si sia perso oggi il gusto di vincere una partita di pallone, ma perché la squadra di Bearzot, quella che fece impazzire Pertini in tribuna, pareva composta da ragazzi italiani che campioni del mondo lo erano diventati per tutti quelli che erano a casa, oltre che per loro stessi. Erano giovani che niente avrebbe impedito di trovare al bar sotto casa. Campioni timidi. Uomini verissimi, stelle, non “star”, di cui Paolo Rossi incarnava l’immagine ideale.

Sapete, forse il modo più semplice per capire Paolo Rossi, chi era, cos’è stato per gli italiani, è rivedere i suoi 6 gol al Mondiale 1982. Meglio: l’attimo immediatamente successivo, quello delle sue esultanze. L’opposto di quelle controllate, studiate, preconfezionate del calcio odierno. Dopo ogni rete Paolo Rossi alzava le braccia al cielo, faceva un piccolo salto, come chi non è in grado di gestire la propria gioia, di contenerla per quanto è grande, poi urlava qualcosa, probabilmente “goool”, come ognuno di noi ha fatto almeno una volta nel cortile sotto casa con gli amici.

Questo è stato Paolo Rossi. Aveva ragione Venditti: “Era un ragazzo come noi”.


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Un mondo senza Maradona

Che brutto mestiere, questo. Ti obbliga a scrivere anche quando vorresti fare tutt’altro. Ad esempio rifiatare, spulciare tra vecchie videocassette e filmati su Youtube, afferrare un ricordo tra album di vecchie figurine mai completati, ritagli di giornale che chissà dove sono finiti. Ma poi c’è la notizia. Maledetta. Che viene prima di tutto, che ti impone di riordinare le idee, di mettere in fila i pensieri, di scriverli in un articolo che non sai neanche quale senso debba avere.

Perché è morto Diego Armando Maradona, e non può esserci niente di normale in una frase come questa.

Si sprecheranno i luoghi comuni, si scomoderà il mito, la leggenda. Sappiate che è inevitabile, sappiate che è l’unica cosa che è possibile fare. Passeranno nei tg le immagini dei suoi gol, i palleggi con la sfera incollata al piede e sulla fronte. Diego che fa la foca, che gioca a pallone nel vero senso del verbo. Si chiamerà in causa il “calcio di una volta”, quello che non c’è più. Si proclamerà lutto nazionale in Argentina, con ogni probabilità a Napoli. Vedremo gente in lacrime per le strade di Buenos Aires, nei vicoli partenopei, lutto al braccio di chissà quante squadre. E sarà tutto così scontato e giusto che risulterà inutile, fuor di luogo.

Ci racconteranno la sua storia migliaia di volte, dalle stalle alle stelle: e viceversa. Ci parleranno del gol del secolo dribblando tutti, subito dopo proporranno la “mano de Dios”. Ci diranno: “Diego era genio e sregolatezza”, e avranno ragione, anche stavolta.

Ci parleranno dei suoi eccessi, del suo essere goliardico, ci ricorderanno che con un’altra testa avrebbe potuto vincere chissà quanto di più. Ci diranno della sua discesa agli inferi, della droga e dell’alcol, dei suoi eterni ritorni alla vita.

Ma stavolta non c’è lieto fine, parabola che si infila all’incrocio, giravolta cui affidare le proprie speranze.

Ed è per questo che è troppo lo sgomento. Perché da qualche minuto ci ha lasciati il guizzo del campione, la gioventù ribelle che spiazza dentro e fuori dal campo, la serpentina che dribbla gli stereotipi, il capopopolo che infiamma i cuori dei sognatori di tutto il mondo.

Certo, oggi non si può dire sia morto un Dio: troppi vizi. E sarebbe sbagliato cedere all’esagerazione di dire che è morto il calcio: sopravvivrà pure a questo assurdo lutto. Ma se n’è andato un artista eterno, un rivoluzionario, guarda caso nel giorno in cui morì Fidel Castro (“Un secondo padre”, per usare le sue parole).

Tutto, forse, come da copione. Eppure questo spaesamento resta, come se qualcuno avesse tagliato un filo che era lì da sempre. Non conosciamo un mondo senza Maradona. Sappiamo solo che sarà più triste.


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Il bellissimo calcio al razzismo di Mario Balotelli

Forse ci toccherà restare per sempre col dubbio. Non sapremo mai quale sia la “vera” esultanza di Mario Balotelli, del ragazzo che anni fa, a chi chiedeva perché non si lasciasse andare ad uno slancio di gioia dopo un gol, disse che l’urlo più bello lo teneva in serbo per quando avrebbe deciso con una sua rete la finale dei Mondiali di calcio con la maglia dell’Italia. La storia ha preso col tempo un’altra piega. Balotelli è stato Balotelli solo a tratti. O forse lo è stato troppo, per far sì che a quel sogno di ragazzo seguissero i fatti.

Forse sarà proprio lui, un giorno, a fine carriera, a chiedersi se nella promessa (mantenuta) al padre scomparso, quella di tornare un giorno ad indossare la maglia della Nazionale, non vi fosse una dose eccessiva di arrendevole umiltà, per nulla coerente con un talento calcistico tanto arrogante quanto affascinante. Chissà se sarebbe bastato porre l’asticella più in alto, chissà se sarebbe servito.

Ma nella potenzialità non tradotta in realtà del calciatore, nei limiti (molti) dell’uomo, è rimasta dopotutto la sensibilità del ragazzo. Mario Balotelli nella sua carriera è andato e tornato al Milan, la sua squadra del cuore da bambino. Ora, a 29 anni, si è concesso il tempo di un altro ritorno. Quello a casa, nella “sua” Brescia.

Giunto a Verona, davanti a quel pubblico che in passato aveva stuzzicato con dei tweet dal forte sapore campanilista, Super Mario sapeva di doversi aspettare dei fischi. Li aveva messi in conto. Ma i cori, gli ululati razzisti, quelli no. Balotelli non li ha accettati. Per questo ha smesso di fare la cosa che, nonostante tutto, gli piace più di ogni altra: giocare a calcio. Ha stoppato l’azione, preso il pallone tra le mani, e lo ha calciato con la forza devastante delle sue fibre bianche (tu guarda, il destino) contro la curva dalla quale provenivano quelle offese infamanti (per chi le compie).

Non erano insulti di campo, che quelli Balotelli e i suoi colleghi sono abituati a sopportarli. Erano quelli che anni fa, quando ancora si pensava di costruire una Nazionale attorno al suo talento, lo portarono a reagire male: “Solo a Roma e Firenze succedono certe cose”, disse. Erano parole sbagliate, ma figlie di una delusione genuina, di una ferita che non si sana neanche dopo un gol importante, di un sentirsi emarginato, diverso, soltanto per il colore della propria pelle.

Ora ci saranno i distinguo, le giustificazioni, la tempesta mediatica e poi, di nuovo, il grande silenzio. Arriveranno le promesse, scorreranno le parole di ferma condanna e poi, forse, verranno pure i titoli di coda su un gioco sempre meno gioco, sempre più business e polemiche. Ma resterà il suo bellissimo calcio al razzismo. Quel potente fuoricampo, per ricordare a tutti che Balotelli, il bad-boy, il personaggio vittima di sé e delle sue “balotellate”, ha perso tanti treni e forse l’occasione per essere un campione in campo e fuori, ma ha compreso il senso di essere uomo. Altri no.

Sì, siamo razzisti con i razzisti.

Sinisa, nella paura e nel coraggio

Non puoi fare a meno di pensare che sia tutto un incubo se te lo dice pure lui, Sinisa, che ancora fatica a credere sia tutto vero. Perché capita sempre così, quando un treno ti finisce addosso: è tutto troppo brutto per ritenerlo credibile, fa tutto troppo male per pensarlo possibile. E la tecnica dei pizzicotti non funziona, stavolta non ti svegli. Chissà perché nei film fanno sempre così.

Parla, Sinisa. Parla e ti arriva al cuore. Perché pure nel giorno più buio, l’uomo vero non cambia. Non si tratta di indossare una maschera, di ostentare la corazza del “Sergente”. Mihajlovic conosce un solo modo per affrontare la vita, anche nella malattia: a petto in fuori, a testa alta. Ma se per una volta colui che sfondava le porte coi suoi sinistri violenti vacilla, se oggi il padrone della tecnica e della potenza non ha riferimenti, è lì che bisogna sostenerlo, aiutarlo.

Così il gigante si fa piccino: si affida ai medici perché non può far altro, alla moglie che ha voluto proteggere per qualche ora nascondendole il fatto, alle figlie che non vuole lasciare, agli amici di sempre che non vorrebbe perdere. Chiede aiuto, voglioso di fare la sua parte, desideroso di capire come un carattere forgiatosi nei Balcani può fare la differenza, incapace di considerare l’idea della sconfitta.

Eppure Sinisa fa una specie di miracolo. La sua provvisoria impotenza dà il metro della vita, anche a quelli che Sinisa non l’hanno mai visto dal vivo, a quelli che ogni tanto allo stadio o sul divano lo hanno insultato, ma non con cattiveria, da tifosi. “Miha” li stordisce, come fossero malcapitati difensori sulla traiettoria di un suo missile da fuori. Perché la storia di Mihajlovic è anche la loro, se ci pensano: Sinisa è lì da anni, per qualcuno da sempre, pensare che se ne vada è fuori discussione.

Ma è in quell’ammissione tenera e straziante, in quel “ti passa la vita davanti” cui seguono le lacrime, in quegli occhi piccoli che vorrebbero affrontare la malattia a muso duro, quasi fosse un avversario indisponente a cui insegnare come si sta al mondo in un campetto di Vukovar, al confine tra Croazia e Serbia, che riconosci la fibra dell’uomo, la potenza di chi muore dalla voglia di vivere.

E per questo è capace di coraggio, pur avendo una paura folle. Non è da tutti. È da Sinisa.

Non è vero che Salvini tifa Milan

Parola di un milanista, vero: ieri il Milan ha giocato male il derby e l’Inter ha vinto meritatamente. Capita, punto. Anche se non è questo il punto.

Dando per scontato che Matteo Salvini non sia un cretino, dando per certo che non sia uno sprovveduto della comunicazione, uno che non sa calcolare l’impatto delle sue dichiarazioni, che non consideri l’eco che ogni sua frase ottiene e le implicazioni di una sua critica all’allenatore e alla squadra, allora una domanda è giusto porsela: ma siamo sicuro che tifi Milan?

Perché nessuno mette in dubbio che Salvini frequentasse San Siro fin da ragazzino, nessuno ha dimenticato l’abbraccio a Luca Lucci, l’ultras rossonero condannato in primo grado per traffico di droga e ritenuto tra i responsabili della rissa in cui rimase accecato il tifoso dell’Inter Virgilio Motta. Né sono passate inosservate le dichiarazioni post-partita di questi mesi, in cui Salvini si è detto ripetutamente “incazzato” per i risultati della squadra.

Ma se sei un personaggio pubblico, anzi, se sei il personaggio più pubblico del momento in Italia, allora le cose a cui tieni devi tenerle al riparo, gli affari di cuore li devi trattare con cura. Non basta mettere il braccialetto al polso e la sciarpa al collo.

Prima regola: mai infierire sulla propria squadra quando perde. Lo si apprende da bambini, dai tempi della scuola: piuttosto salto un giorno di lezione, se proprio devo litigo con il mio migliore amico, ma dalla mia bocca non uscirà una parola contro la mia squadra. Un comandamento che per Salvini dovrebbe valere doppio, dato che ogni sua accusa viene amplificata e usata come arma dai nemici del Milan, ogni suo parere tattico finisce per ferire quel grande uomo che risponde al nome di Rino Gattuso, che la prima volta è caduto nella trappola e ha risposto poi, capito il soggetto, ha deciso di ignorarlo.

Si dirà che Berlusconi faceva lo stesso. Era diverso. Si trattava del presidente della squadra, di quello che c’aveva messo i soldi e l’aveva costruita. E al di là delle leggende del Berlusconi che imponeva la formazione agli allenatori, le battutine del Cavaliere erano sempre consigli – a volte sensati, altre meno – votati al bene della squadra, la sua.

Ecco, nel nostro caso il discorso cambia. Perché il ragionamento per cui ogni tifoso può dire la propria, qui non vale. No che non può. Non se ti chiami Salvini.

A meno che non ci sia un grande equivoco di fondo. Ovvero che il Milan, di cui Salvini guarda caso parla soltanto quando perde (e questo accade ogni volta che va allo stadio: Matteo, ti prego, guarda la partita in tv!), sia soltanto la “seconda” squadra del cuore del ministro.

Perché cosa crea più empatia coi tifosi rossoneri di un bel commento seccato, scorato e schifato sulla partita appena persa contro gli “odiati” cugini dell’Inter? È campagna elettorale. Pure sul pallone. Perché io l’ho capito: Salvini non tifa Milan. Salvini tifa Salvini.