Era tutto scritto

 

Che Marco Minniti abbia ritirato la sua candidatura a segretario del Pd non può sorprendere nessuno che abbia un po’ di conoscenza delle cose di quel partito. Un organismo elefantiaco, dominato in larga parte da correnti e interessi personali, da gruppi dirigenti interessati ad aumentare il proprio peso in direzione, ad assicurarsi i posti in lista per le prossime elezioni, a conservare la propria fetta di influenza su questo o quell’altro dirigente locale.

Il peccato originale della candidatura di Marco Minniti è stata la sua stessa candidatura. Non avrebbe dovuto candidarsi. A meno che non fosse stato intimamente convinto di potersi giocare la partita con le proprie forze. Essere il candidato di Renzi senza voler apparire come il candidato di Renzi ha il suo prezzo politico: significa che non tutti i cosiddetti “renziani” si sentono obbligati a rispettare un vincolo che cessa di esistere nel momento in cui il leader è presente ma non completamente.

E qui arriviamo all’altra questione. Renzi sta impiegando troppo tempo a prendere una decisione che è chiara almeno dal 4 marzo. Ma a dirla tutta da qualche anno. Il Pd non è il suo posto. Voleva tornare a guidarlo per prendersi un’ennesima rivincita? Avrebbe dovuto candidarsi nuovamente alla segreteria. E probabilmente avrebbe vinto di nuovo.

Ma se è evidente che una scelta del genere non sarebbe stata possibile dopo la debacle del 4 marzo, allora lo è pure che Renzi avrebbe dovuto lanciare mesi fa, al più tardi alla Leopolda, il suo nuovo partito. Chiariamoci: il partito di Renzi, non un partito di centrosinistra.

Così facendo non avrebbe consentito ai suoi avversari di additarlo come quello che abbandona Minniti al suo destino. E Minniti stesso non si sarebbe esposto a quello che resta un passo indietro umiliante per la sua carriera. Ma prima di tutto per gli elettori Pd.

Era tutto scritto.

Franceschini, il solito

dario franceschini

 

L’uomo nell’ombra, quello con il fiuto sempre giusto, che non sbaglia mai cavallo. Sa scommettere, Franceschini. Forse non sarà un vincente, ma almeno è capace a non perdere. Ha l’intuito del giocatore esperto, quello che ai sentimenti non bada. Non s’innamora delle sue scelte, pensa solo alle statistiche, ai freddi numeri. Gioca col pallottoliere da una vita, e poche volte ha pensato di correre in proprio. Preferisce far spompare gli altri, tanto prima o poi qualcosa gli torna indietro. Sempre.

Fu alla corte di D’Alema prima, di Prodi poi. C’era con Veltroni, c’è stato con Bersani. Ha capito prima di altri ch’era venuto il momento di schierarsi con Renzi, ma questo non gli ha impedito di fare il ministro anche con Letta e Gentiloni. E adesso ci riprova, sempre un passo indietro, non sia mai che qualche calcolo sia sbagliato: le frecce nel petto le prendano gli altri.

Ora ha scelto Zingaretti, il fratello di Montalbano. Che ancora nella politica nazionale non si è misurato, deve farsi conoscere, ma di una cosa può stare  certo: se Franceschini lo ha scelto significa che ha grandi possibilità vincere. Sale sul carro giusto come nessuno, Dario. E si dirà: che male c’è? Forse nessun male.

Ma che sia per colpa di uomini così se ci ritroviamo Di Maio e Salvini, di chi dice che il prossimo Congresso del Pd dovrà “fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013- 2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente” – come se lui in quest’arco di tempo non avesse fatto il ministro in due dicasteri e tre governi – è un fatto.

Che sia anche questo modo di agire subdolo, tra correnti che altro non sono che spifferi, rigagnoli che fiume umano non diventeranno mai, ad aver spalancato le porte al governo del peggioramento, questo è un altro fatto. Purtroppo.

Ma insomma questo è Franceschini, il solito.

Io me ne andrei

renzi pd

 

Sono forse i fischi ai funerali di stato di Genova, spontanei o organizzati che fossero, il segno della fine del Partito Democratico. Un contenitore politico che ha tradito la missione che si era dato agli albori, quella che lo caratterizza persino nel nome: essere “veramente” democratico. Perché è un fatto che il popolo non si senta rappresentato da una cospicua parte dei suoi dirigenti, come lo è pure che milioni di voti per eleggere un segretario siano stati di volta in volta bellamente ignorati dagli sconfitti di turno, sempre gli stessi, o forse sarebbe meglio chiamarli “perdenti”. Loro incapaci di vincere ma insuperabili quando a far perdere gli altri.

In tutto questo c’è Renzi. Un leader che ha sbagliato molte mosse, ma pur sempre un leader. E se il carattere suggerisce di restare a combattere, di riprendersi il Partito, ancora, nonostante tutto e nonostante tutti, forse per una volta è il caso di ascoltare la ragione. Intestardirsi nel tentativo di riesumare un Pd esanime sarà pure uno scopo nobile, dimostrare che è in grado di farlo sarà anche una sfida umanamente impareggiabile, ma in gioco non c’è solo il destino politico di uno, bensì le sorti quotidiane di milioni di italiani che non vogliono essere rappresentati dai populisti al governo.

Allora fossi al posto di Renzi non ci penserei due volte. Mi guarderei intorno, chiamerei gli amici e gli chiederei di seguirmi. Farei lo stesso con le voci critiche. Le persone serie però. Quelle che stanno dentro a tutti i partiti, quelle che quando parlano lo fanno con cognizione di causa. Quelle che se esprimono dissenso lo fanno apertamente, onestamente. Pure a loro direi: venite, che ne dite? Sì. Perché io il Pd lo lascerei. Io me ne andrei.

Renzi è troppo (o comunque di troppo) per il Pd

renzi assemblea pd

 

Un fuoriclasse. E forse anche per questo inevitabilmente “fuori” dalla classe.

Il Matteo Renzi dell’Assemblea Pd è una spanna sopra gli altri, non c’è dubbio.

Ma è pure un po’ sopra le righe.

Renzi è il solito, insomma. È Renzi.

Ed è inutile chiedergli di cambiare, di mostrarsi diverso. Questo è, questo sarà. Un alieno in un mondo vecchio. Uno al massimo di centro, in un posto in cui si coltiva segretamente il ritorno dell’ideologia comunista.

Ma allora cosa deve fare? E perché non se ne va? La risposta alla prima domanda è una sola: lasciare il Pd al suo destino. Sul perché non lo faccia sta anche un tratto della sua personalità: il non volerla dare vinta a quelli che non vedono l’ora di dichiarare il Partito “liberato” da quello che considerano un dittatore.

Ma non può essere un problema di Renzi, se è troppo forte per essere spodestato dai comprimari che anche ieri lo osservavano con imbarazzo e fastidio. Sono gli stessi che speravano che le sconfitte elettorali lo avrebbero convinto a farsi definitivamente da parte; sono quelli che credevano sarebbe bastato rievocare l’Ulivo per convincere tutti che il renzismo era tramontato, passato, finito, “tiriamo dritto e a quello non pensiamoci più“. Macché.

Il punto è che poi quello arriva, col suo piglio pure un po’ arrogante, e a Roma si prende una standing ovation da comizio di piazza, piuttosto che da Assemblea deputata a comprare ancora tempo per un partito moribondo. Ne fa le spese il mite Martina, che con la sua maglia rossa e la sua cadenza sonnolenta ci prova a riscaldare la folla, a prendersi la scena che in fondo doveva essere sua. Ma è come entrare in campo al San Paolo di Napoli dopo Diego Armando Maradona: puoi fare quel che vuoi, non sarai mai il preferito del pubblico.

E sta forse in questo disallineamento tra ciò che pensano i dirigenti e ciò che sente il popolo, l’equivoco della convivenza tra Renzi e tutti gli altri, tra quelli che fischiano l’ex segretario e lui che ripromette battaglia: “Ci rivedremo al Congresso, riperderete il congresso e dal giorno dopo tornerete a criticare chi ha vinto esattamente come prima!“.  Sta tra il fatto che alla fine Renzi le primarie le vince, Renzi gli applausi li prende, e gli altri tutto questo non lo accettano, il partito renziano non lo vogliono e non lo vorranno mai.

Così non se ne esce. Perché se Renzi o chi per lui dovesse vincere le prossime primarie, il Pd si troverebbe al punto di partenza.

Altro che il cubo di Rubik. È un rompicapo senza soluzione.

Renzi è troppo. O comunque di troppo, per questo Pd.

Il solito Pd

pd-targa

 

Sarà che alle presunte rese dei conti che alla fine si trasformano in tregua armata siamo oramai abituati. Oppure sarà che ciò che succede all’interno del Pd, oggi, non è poi così centrale come un tempo.

Del resto non si decidono più al Nazareno le sorti politiche del Paese. Come in un leggendario cimitero degli elefanti, le ossa della sinistra giacciono in un luogo di cui forse solo il popolo abbandonato conosce veramente l’accesso.

Ma il paradosso è che nonostante il terremoto degli ultimi mesi, nonostante lo smarrimento di milioni di elettori e le sconfitte elettorali inanellate in serie, a dispetto di un governo di destra (senza centro) che fa tremare non solo i deboli di cuore, il principale interesse degli astanti sia non tanto capire cosa diventare, chi rappresentare e in che modo. Piuttosto allontanare il momento finale, quello cioè in cui si capirà di chi sarà il partito nei prossimi anni.

Succede così che prima dell’Assemblea si facciano le ore piccole per tentare di trovare l’ennesimo accordo tra capi e capetti dimezzati che in realtà si odiano ed ogni cosa vorrebbero meno che parlarsi e stringersi la mano. In molti troppo deboli per imporre una linea. Alcuni incerti sulla strada prendere. Altri persino dubbiosi rispetto al fatto che il Pd sia ancora il partito giusto per dire la propria.

E allora la vigilia della non-resa dei conti, quella che dovrebbe confermare Martina segretario, diventa la stessa in cui Franceschini annusa l’aria per capire da che parte tira il vento, Orlando tenta di elaborare un pensiero in tempi che non siano biblici, Zingaretti si illude che bastino le buone intenzioni per imprimere un cambio di passo. Basterebbe chiedere a Renzi, ne sa qualcosa.

Dunque cosa resta se non l’immagine di una riunione di condominio in cui si litiga di continuo? C’è chi si lamenta dei rumori notturni, chi vuol cambiare il giardiniere che lavora poco e male, chi sbraita perché trova il proprio parcheggio sempre occupato. E alla fine nessuno che pensi allo stato complessivo del palazzo che intanto cade a pezzi. Mai qualcuno che alzi la mano e dica: l’unico modo per salvarci è questo qua, scommettiamo che vi convinco?

Forse la verità è che bisognerebbe ripopolarlo con gente nuova, il palazzo.  Ma in fondo lo sappiamo, no? È il solito Pd…