Franceschini, il solito

dario franceschini

 

L’uomo nell’ombra, quello con il fiuto sempre giusto, che non sbaglia mai cavallo. Sa scommettere, Franceschini. Forse non sarà un vincente, ma almeno è capace a non perdere. Ha l’intuito del giocatore esperto, quello che ai sentimenti non bada. Non s’innamora delle sue scelte, pensa solo alle statistiche, ai freddi numeri. Gioca col pallottoliere da una vita, e poche volte ha pensato di correre in proprio. Preferisce far spompare gli altri, tanto prima o poi qualcosa gli torna indietro. Sempre.

Fu alla corte di D’Alema prima, di Prodi poi. C’era con Veltroni, c’è stato con Bersani. Ha capito prima di altri ch’era venuto il momento di schierarsi con Renzi, ma questo non gli ha impedito di fare il ministro anche con Letta e Gentiloni. E adesso ci riprova, sempre un passo indietro, non sia mai che qualche calcolo sia sbagliato: le frecce nel petto le prendano gli altri.

Ora ha scelto Zingaretti, il fratello di Montalbano. Che ancora nella politica nazionale non si è misurato, deve farsi conoscere, ma di una cosa può stare  certo: se Franceschini lo ha scelto significa che ha grandi possibilità vincere. Sale sul carro giusto come nessuno, Dario. E si dirà: che male c’è? Forse nessun male.

Ma che sia per colpa di uomini così se ci ritroviamo Di Maio e Salvini, di chi dice che il prossimo Congresso del Pd dovrà “fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013- 2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente” – come se lui in quest’arco di tempo non avesse fatto il ministro in due dicasteri e tre governi – è un fatto.

Che sia anche questo modo di agire subdolo, tra correnti che altro non sono che spifferi, rigagnoli che fiume umano non diventeranno mai, ad aver spalancato le porte al governo del peggioramento, questo è un altro fatto. Purtroppo.

Ma insomma questo è Franceschini, il solito.

Io me ne andrei

renzi pd

 

Sono forse i fischi ai funerali di stato di Genova, spontanei o organizzati che fossero, il segno della fine del Partito Democratico. Un contenitore politico che ha tradito la missione che si era dato agli albori, quella che lo caratterizza persino nel nome: essere “veramente” democratico. Perché è un fatto che il popolo non si senta rappresentato da una cospicua parte dei suoi dirigenti, come lo è pure che milioni di voti per eleggere un segretario siano stati di volta in volta bellamente ignorati dagli sconfitti di turno, sempre gli stessi, o forse sarebbe meglio chiamarli “perdenti”. Loro incapaci di vincere ma insuperabili quando a far perdere gli altri.

In tutto questo c’è Renzi. Un leader che ha sbagliato molte mosse, ma pur sempre un leader. E se il carattere suggerisce di restare a combattere, di riprendersi il Partito, ancora, nonostante tutto e nonostante tutti, forse per una volta è il caso di ascoltare la ragione. Intestardirsi nel tentativo di riesumare un Pd esanime sarà pure uno scopo nobile, dimostrare che è in grado di farlo sarà anche una sfida umanamente impareggiabile, ma in gioco non c’è solo il destino politico di uno, bensì le sorti quotidiane di milioni di italiani che non vogliono essere rappresentati dai populisti al governo.

Allora fossi al posto di Renzi non ci penserei due volte. Mi guarderei intorno, chiamerei gli amici e gli chiederei di seguirmi. Farei lo stesso con le voci critiche. Le persone serie però. Quelle che stanno dentro a tutti i partiti, quelle che quando parlano lo fanno con cognizione di causa. Quelle che se esprimono dissenso lo fanno apertamente, onestamente. Pure a loro direi: venite, che ne dite? Sì. Perché io il Pd lo lascerei. Io me ne andrei.

Renzi è troppo (o comunque di troppo) per il Pd

renzi assemblea pd

 

Un fuoriclasse. E forse anche per questo inevitabilmente “fuori” dalla classe.

Il Matteo Renzi dell’Assemblea Pd è una spanna sopra gli altri, non c’è dubbio.

Ma è pure un po’ sopra le righe.

Renzi è il solito, insomma. È Renzi.

Ed è inutile chiedergli di cambiare, di mostrarsi diverso. Questo è, questo sarà. Un alieno in un mondo vecchio. Uno al massimo di centro, in un posto in cui si coltiva segretamente il ritorno dell’ideologia comunista.

Ma allora cosa deve fare? E perché non se ne va? La risposta alla prima domanda è una sola: lasciare il Pd al suo destino. Sul perché non lo faccia sta anche un tratto della sua personalità: il non volerla dare vinta a quelli che non vedono l’ora di dichiarare il Partito “liberato” da quello che considerano un dittatore.

Ma non può essere un problema di Renzi, se è troppo forte per essere spodestato dai comprimari che anche ieri lo osservavano con imbarazzo e fastidio. Sono gli stessi che speravano che le sconfitte elettorali lo avrebbero convinto a farsi definitivamente da parte; sono quelli che credevano sarebbe bastato rievocare l’Ulivo per convincere tutti che il renzismo era tramontato, passato, finito, “tiriamo dritto e a quello non pensiamoci più“. Macché.

Il punto è che poi quello arriva, col suo piglio pure un po’ arrogante, e a Roma si prende una standing ovation da comizio di piazza, piuttosto che da Assemblea deputata a comprare ancora tempo per un partito moribondo. Ne fa le spese il mite Martina, che con la sua maglia rossa e la sua cadenza sonnolenta ci prova a riscaldare la folla, a prendersi la scena che in fondo doveva essere sua. Ma è come entrare in campo al San Paolo di Napoli dopo Diego Armando Maradona: puoi fare quel che vuoi, non sarai mai il preferito del pubblico.

E sta forse in questo disallineamento tra ciò che pensano i dirigenti e ciò che sente il popolo, l’equivoco della convivenza tra Renzi e tutti gli altri, tra quelli che fischiano l’ex segretario e lui che ripromette battaglia: “Ci rivedremo al Congresso, riperderete il congresso e dal giorno dopo tornerete a criticare chi ha vinto esattamente come prima!“.  Sta tra il fatto che alla fine Renzi le primarie le vince, Renzi gli applausi li prende, e gli altri tutto questo non lo accettano, il partito renziano non lo vogliono e non lo vorranno mai.

Così non se ne esce. Perché se Renzi o chi per lui dovesse vincere le prossime primarie, il Pd si troverebbe al punto di partenza.

Altro che il cubo di Rubik. È un rompicapo senza soluzione.

Renzi è troppo. O comunque di troppo, per questo Pd.

Il solito Pd

pd-targa

 

Sarà che alle presunte rese dei conti che alla fine si trasformano in tregua armata siamo oramai abituati. Oppure sarà che ciò che succede all’interno del Pd, oggi, non è poi così centrale come un tempo.

Del resto non si decidono più al Nazareno le sorti politiche del Paese. Come in un leggendario cimitero degli elefanti, le ossa della sinistra giacciono in un luogo di cui forse solo il popolo abbandonato conosce veramente l’accesso.

Ma il paradosso è che nonostante il terremoto degli ultimi mesi, nonostante lo smarrimento di milioni di elettori e le sconfitte elettorali inanellate in serie, a dispetto di un governo di destra (senza centro) che fa tremare non solo i deboli di cuore, il principale interesse degli astanti sia non tanto capire cosa diventare, chi rappresentare e in che modo. Piuttosto allontanare il momento finale, quello cioè in cui si capirà di chi sarà il partito nei prossimi anni.

Succede così che prima dell’Assemblea si facciano le ore piccole per tentare di trovare l’ennesimo accordo tra capi e capetti dimezzati che in realtà si odiano ed ogni cosa vorrebbero meno che parlarsi e stringersi la mano. In molti troppo deboli per imporre una linea. Alcuni incerti sulla strada prendere. Altri persino dubbiosi rispetto al fatto che il Pd sia ancora il partito giusto per dire la propria.

E allora la vigilia della non-resa dei conti, quella che dovrebbe confermare Martina segretario, diventa la stessa in cui Franceschini annusa l’aria per capire da che parte tira il vento, Orlando tenta di elaborare un pensiero in tempi che non siano biblici, Zingaretti si illude che bastino le buone intenzioni per imprimere un cambio di passo. Basterebbe chiedere a Renzi, ne sa qualcosa.

Dunque cosa resta se non l’immagine di una riunione di condominio in cui si litiga di continuo? C’è chi si lamenta dei rumori notturni, chi vuol cambiare il giardiniere che lavora poco e male, chi sbraita perché trova il proprio parcheggio sempre occupato. E alla fine nessuno che pensi allo stato complessivo del palazzo che intanto cade a pezzi. Mai qualcuno che alzi la mano e dica: l’unico modo per salvarci è questo qua, scommettiamo che vi convinco?

Forse la verità è che bisognerebbe ripopolarlo con gente nuova, il palazzo.  Ma in fondo lo sappiamo, no? È il solito Pd…

L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

Perché il Fronte Repubblicano è una buona idea

fronte repubblicano

 

A lanciare l’idea del Fronte Repubblicano è stato un uomo concreto come Carlo Calenda. E già questo dovrebbe deporre a favore di un progetto che per tanti è soltanto un esercizio di fantasia. L’idea che si riescano a superare – almeno temporaneamente – le categorie di destra e sinistra, a difesa della Repubblica, in nome dell’istituzione che negli ultimi 70 anni ci ha tenuti insieme, è a dir poco affascinante.

Ha il sapore della pacificazione, porta in dote la consapevolezza che errori sono stati compiuti da una parte e dall’altra ma che, come sempre hanno fatto gli italiani nei momenti più difficili della loro storia, dinanzi ad un pericolo incombente ci sia la capacità di mobilitarsi, di ritrovarsi, di riunirsi.

E in questo momento i pericoli sono più di uno. Sono le ventate di populismo che spirano potenti su un Paese fragile. Sono i mercati internazionali che guardano all’Italia con preoccupazione e per questo ci preoccupano. Sono Salvini e Di Maio, per dirla chiaramente, che giocano una partita continuamente al rialzo, suggerendo che il loro vero obiettivo sia quello di far saltare il banco.

Ma se salta il “sistema”, se vincono le urla sulle buone ragioni, se le teorie del complotto fanno più rumore delle verità, allora c’è bisogno di qualcosa di straordinario. Serve togliersi le casacche indossate per anni, accantonare per un po’ questa o quella fede, spiegare agli italiani – ad uno ad uno, in maniera semplice e concreta – che per una volta è necessario individuarla una parte giusta della storia.

E in questo caso è quella che vede il suo leader in Sergio Mattarella, nell’arbitro che resterà imparziale sempre, ma che dei giocatori scorretti hanno messo proprio al centro della contesa.

Aprire un Fronte Repubblicano, dunque, significa spiegare che per un’Italia migliore non serve ricorrere agli estremisti e ai “nuovisti”. Piuttosto serve mettere insieme le competenze migliori e il buon senso. Dimenticare gli scontri ideologici e dimostrare che la buona politica serve.

Il percorso di costituzione dovrà essere rapido, anche più di quanto servirebbe normalmente per mettere da parte orgoglio e rancori. Servirà soprattutto un sacrificio da parte di due leader: Renzi e Berlusconi.

Dovranno essere loro, se il progetto vuole sperare di andare in porto, a superare da una parte l’idea di un Pd rissoso e autoreferenziale, e dall’altra la rassegnazione che il centrodestra debba essere quello estremista rappresentato da Salvini e Meloni.

Magari con partiti nuovi, che suggeriscano un’evoluzione del Partito Democratico e di Forza Italia, capaci di attrarre tutti gli italiani di centrosinistra e centrodestra che alla “vera democrazia” non vogliono rinunciare, che quando hanno sentito accusare Mattarella di tradimento si sono sentiti personalmente feriti, che alla Repubblica credono ancora.

Un altro Monti e poi al voto

mattarella quirinale

 

Si sentono fino all’ultimo minuto disponibile, Di Maio e Salvini. Anche pochi istanti prima che la delegazione del Movimento 5 Stelle entri al Quirinale, con il leader dei grillini desideroso di capire quale sia il verdetto del vertice che va in scena a Palazzo Grazioli da ormai diverse ore.

Ma alla fine, chissà come, il centrodestra regge al tentativo ultimo del M5s di spaccarlo. Non che si stappi spumante, all’interno della coalizione. Il confronto è stato aspro e in più di un’occasione si è arrivati ad un passo dalla rottura. Soprattutto quando, in privato, Salvini ha chiesto a Berlusconi il famoso “passo di lato” per far nascere un governo giallo-verde.

Ed è stato in quel momento, quando Berlusconi ha capito che da quel “no ad un appoggio esterno di Forza Italia” sarebbe passata la sua sopravvivenza politica, che si è rivisto lo schema iniziale di Salvini. Tentato sì, di lasciare Berlusconi e di andare al governo, ma frenato pure. Soprattutto dai numeri, da quel 17% che in ogni caso lo avrebbe relegato a socio di minoranza di un governo con i 5 Stelle e senza il centrodestra.

Così la salita al Colle della coalizione al completo si traduce in un esercizio fantasioso, almeno per le orecchie di Sergio Mattarella che, sarà chiaro molto presto, non assegnerà un incarico al buio a Salvini, così come chiesto dal centrodestra.

Piuttosto la situazione sembra precipitare vertiginosamente verso un nuovo voto. Con l’indicazione di una figura neutra che dovrà pure sottoporsi all’onta della bocciatura in Parlamento per amor di patria, col compito di traghettare il Paese alle elezioni.

Si capiranno a breve i margini della nuova mossa di Mattarella. In ogni caso quella definitiva.

Più probabilmente un altro Monti per l’estate.

La scissione della scissione del Pd

direzione pd

 

Al Nazareno i protagonisti attesi arrivano alla spicciolata, uno alla volta, assediati tutti dalle telecamere e dai giornalisti. Ma pure dai militanti, dall’ormai celeberrima “base”, che ai propri delegati continua a chiedere conto dello sfacelo degli ultimi mesi, senza ottenere risposta. Ma la Direzione Pd che doveva trasformarsi in una conta, abbastanza incredibilmente si tramuta in un “volemose bene” al quale non crede nessuno.

Vince come sempre Renzi, che ha smontato l’ordine del giorno sul dialogo con il MoVimento 5 Stelle. Non perde il timone Martina, ma di certo un po’ di faccia sì, se è vero che fino a pochi giorni fa si batteva per un accordo con Di Maio e ora si fa andare bene il no al confronto, ricevendo in cambio che il no valga per tutti, pure per il centrodestra di Salvini e Berlusconi.

Ma quando salgono sul podio – tutti tranne Renzi, che la sua l’ha già detta ampiamente da Fazio – gli uomini che oggi compongono il Pd rendono plastica l’impressione che il Partito non sia più uno solo. C’è chi parla di unità, chi scongiura a parole il “doppio timone”, ma l’acqua ha ormai iniziato a filtrare da tempo nella nave democratica e le stive sono già allagate.

Così la decisione dei renziani di confermare la fiducia a Martina fino all’Assemblea può essere letta come un contentino da assegnare al reggente che è giunto a più miti consigli, che ha salvaguardato l’unità esteriore di un Partito lacerato al suo interno.

Rattoppato l’involucro, però, restano le contraddizioni di un soggetto sfilacciato, ammaccato, seriamente compromesso. Rimane la sensazione che come tra pugili suonati a fine round ci sia dato il tempo di arrivare alla campana senza farsi troppo male, per poi tornare a picchiarsi tra un po’.

La direzione Pd è stata soprattutto questo. Un rinvio della guerra, che ci sarà.

La scissione – nei tempi – della scissione.

Pd, la resa della conta

renzi martina

 

Il 3 maggio è finalmente arrivato. Ma se fino a qualche giorno fa ad aspettare la Direzione del Pd era tutto il Paese, curioso di capire se l’accordo col MoVimento 5 Stelle sarebbe andato in porto o meno, adesso l’attesa gravita sulla resa dei conti interna al Partito Democratico. Anzi, sulla resa della conta.

Perché in queste ore il tema che gli esponenti delle diverse correnti dem si affannano a sottolineare è che in gioco non c’è tanto l’accordo con Di Maio – quello naufragato nel momento stesso in cui Renzi ha parlato da Fazio – quanto la tenuta stessa di un Pd diviso, dilaniato dai rancori, indeciso se spaccarsi oggi o tra qualche tempo.

Così la manovra dei renziani di far firmare ieri un documento che eviti la conta in Direzione può essere letta in due modi: dai meno maliziosi come il tentativo di Renzi di scongiurare una spaccatura che potrebbe risultare tombale per il Partito; da tutti gli altri come la volontà dell’ex premier di mettersi al riparo dagli effetti che un successo risicato potrebbe sortire per la sua leadership.

Dalla minoranza, però, fanno intendere che questa volta qualcosa vorranno ottenere. Da qui il proposito di Martina, il segretario reggente che intende mettere ai voti la fiducia nei suoi confronti. Un po’ per reclamare autonomia e indipendenza da Renzi e un po’ per capire se il segretario ombra del Pd deciderà di votargli contro (e certificare la perdita di consensi rispetto alle Primarie) o obtorto collo preferirà confermargli la fiducia fino al congresso, proprio per evitare lacerazioni definitive.

Ragionamenti che vanno di pari passo col pallottoliere, azioni e mozioni basate sul “chi controlla chi”, sul “come voterà Tizio” e “chissà cosa dirà Caio”.

Siamo alla resa dei conti, è chiaro. Ma quale sarà, alla fine, la resa della conta?

Il suicidio del Pd

pd suicidio

 

Di scissioni a sinistra è piena la storia, ma che la morte di un’area intera dovesse arrivare per annessione no, questo è un paradosso inaccettabile pure per il dizionario politico dei contrari.

Ma in fondo questo rappresenta l’ipotesi di un appoggio del Pd ad un governo Di Maio: un’illusione a cui non crede nessuno, il finto sacrificio per il bene del Paese che cela invece la volontà di tornare al potere prima che il popolo lo decida di nuovo, entrando nelle fauci della balena gialla. Un suicidio politico, insomma.

Ma se proprio si deve morire, meglio farlo con le proprie idee, allora. Con i propri programmi, con i propri uomini, non con quelli del nemico giurato di un’epoca, con l’opposto conclamato che dopo averti sconfitto adesso ti guarda pure strisciare, mentre implori di salire sul suo carro da vincente.

E non fosse palesemente politicamente sbagliato abbracciare il M5s, verrebbe da chiedersi quale sia la molla umana che spinge alcuni dirigenti del Pd a bussare la porta dei pentastellati, a scardinare le travi della propria casa per far posto a nuovi colori, nuovi orizzonti, tutti tombali.

Perché questo è il destino che attende il Pd: a meno che la base non urli forte come sta facendo, a meno che quel #senzadime non diventi in fretta un #senzadinoi.

Perché perdere le elezioni si può. Perdere la faccia no.