Berlusconi tiene il servizio: e Salvini rischia il break

berlusconi molise

 

I numeri dello spoglio in Molise arrivano a rilento. Ed è già un nuovo giorno, ad Arcore, quando Berlusconi apprende che Forza Italia è ancora il primo partito del centrodestra vincente in regione. L’assalto al castello, l’ultimo fortino da difendere dall’assedio dell’alleato leghista, è stato respinto. Almeno per ora.

Si registra un calo importante in termini percentuali, rispetto alle Politiche del 4 marzo, ma in ambienti azzurri già avanza l’ipotesi che gran parte del bottino berlusconiano sia andato suddiviso tra due delle liste civiche moderate che hanno appoggiato il nuovo governatore Donato Toma. Tesi plausibile, almeno in parte.

Ma a Berlusconi, solitamente maniaco dei numeri e delle percentuali, questa volta poco importa dei decimali. Voleva soltanto un voto in più della Lega, per ricordare a Salvini che il centrodestra – almeno da Roma in giù – è ancora Berlusconi. E per prendersi su Di Maio una rivincita: “allora chi è che ha vinto?“.

Ma adesso? Cosa succede adesso? Tutti a guardare al Molise come all’Ohio nelle elezioni Usa, il piccolo stato chiave, spesso in bilico, che determina le sorti del Paese. E il Molise ha detto che la strada per il governo giallo-verde si complica, che Di Maio e Salvini se vorranno formare un esecutivo dovranno farlo con Berlusconi ancora in campo, non fuori gioco come speravano fino a stanotte.

Lo schema nuovo, adesso, sarà rinviare la partita di una settimana: fino alle elezioni del Friuli Venezia Giulia, dove però Salvini ha già stravinto alle Politiche rispetto a Forza Italia, conquistando il 25% contro il 10% di Berlusconi.

Difficilmente potrà erodere ulteriormente il consenso del vecchio Silvio, che il suo game al servizio – per usare un gergo tennistico – l’ha vinto in Molise. Adesso gli tocca ricevere la battuta in Friuli. E se solo riuscisse a migliorare di poco il risultato del 4 marzo, allora sì che farebbe il break. A quel punto Di Maio e Salvini sarebbero come una coppia di doppio iscritta ad un torneo di singolare. Irregolari, squalificati, costretti a lasciare il campo. Eppure avevano uno smash da schiacciare sotto rete…

Perché Di Maio sbaglia: il torto al M5s e quello al Paese

di maio bis

 

Quando sorride ai giornalisti, facendo il suo ingresso nella Sala degli Specchi di Palazzo Giustiniani, l’atmosfera è carica di un’attesa paragonabile a quella di una finale olimpica. Ma Luigi Di Maio non sale sul podio a prendersi la medaglia. Piuttosto ha l’espressione di chi ha corso sapendo di non poter vincere, dopo il colloquio con la Casellati.

Parla un politichese di primissimo livello, il leader del Movimento 5 Stelle. Che più i giorni passano e più si fa strada la convinzione che a breve sarà Partito.

Sostiene l’impossibilità di sedersi allo stesso tavolo di Berlusconi. E nel ragionamento infila anche la Meloni, una sottigliezza volta a chiarire che lui la Terza Repubblica vuole inaugurarla con il solo Salvini. Gli altri, se vogliono, possono al massimo regalargli i loro voti in Parlamento.

E c’è quasi da capirla, l’ostinazione con cui difende la parola data Di Maio,  che la frittata non l’ha fatta oggi, ma nel momento in cui ha rivendicato l’impossibilità di formare un governo con Berlusconi.

Un atteggiamento, per quanto sostenuto con piglio fermo dalla base grillina, autolesionista e ingiustificabile. Non tanto – o non solo – per l’arroganza con cui chi schifa il voto di 4 milioni e mezzo di italiani, ma soprattutto politicamente miope.

Perché dopo anni di opposizione e promesse, di ricette di buon governo declamate in tv, non può essere un Berlusconi al 14% a poter condizionare la forza di un Movimento che ha preso il 32% e che vuole governare con il 17%.

No, non può essere che su una questione di principio si areni la possibilità di formare un esecutivo. Non può essere che Di Maio rischi di spiaggiarsi per non aver voluto incontrare Berlusconi.

Davvero il veto su un uomo solo può bloccare milioni di italiani? E davvero Di Maio può arrogarsi il diritto di impedire al M5s di dimostrare che in tutti questi anni aveva ragione ad attaccare i partiti tradizionali?

C’era un detto, che è sempre valido: chi troppo vuole…

Il gioco del trono: così è rinato Renzusconi

gioco trono

 

Dai segnali di fumo alle schermaglie. Dalle pacche sulla spalle alle telefonate mancate. Salvini e Di Maio, adesso, per comunicare usano televisioni e social, a dimostrazione che la luna di miele è già finita e il matrimonio annunciato rischia di naufragare al primo scoglio. Così iniziano a beccarsi, a provocarsi, a giocare al “vediamo chi è più forte“, dimostrando forse scarsa memoria: perché il punto è sempre lo stesso, mancano i voti per fare un governo. O qualcuno cede o si torna al voto.

Prospettiva, quest’ultima, che entrambi i leader della Terza Repubblica accarezzano quotidianamente, restandone ogni volta affascinati. Di Maio nella convinzione che il M5s otterrebbe un mandato ancora più forte di quello appena ricevuto, Salvini consapevole che la sua irruenza nei rapporti con Forza Italia per poco non ha mandato Berlusconi al tappeto, consentendogli di travasare molti voti azzurri nel nuovo partito che verrà: Lega Italia.

Ma nella lunga notte delle trattative seguite allo strappo sul Senato, Berlusconi ha avuto il merito di cambiare registro. Perdere una battaglia per non rinunciare alla guerra. Sul terreno ha lasciato soldati che mai avrebbe pensato di sacrificare come Brunetta e Romani, ma nella partita più ampia, quella della sopravvivenza, pure l’uomo di Arcore ha presente il significato dell’espressione “mors tua vita mea“.

Così, di nuovo, è ancora Berlusconi l’ago della bilancia per la formazione del governo. Perché Di Maio si è arroccato sul principio di non volere i voti di Forza Italia (che però per l’elezione di Fico alla Camera ha accettato) fidandosi di Salvini e del fatto che “Matteo” avrebbe dato al Cavaliere il benservito in tempi brevi.

Ma il leader della Lega, al di là di un aspetto rozzo, è stratega finissimo. Non ha interesse nell’abbandonare la compagnia di un Berlusconi al tramonto per servire a Di Maio la leadership su un piatto d’argento. Piuttosto aspetta che l’agonia di Silvio giunga a compimento. Se possibile senza strappi ulteriori, che i fedelissimi berlusconiani in giro per l’Italia difficilmente gli perdonerebbero, così come le sue televisioni.

E in questa guerra di posizione, l’unico che potrebbe far saltare gli schemi, si chiama Matteo Renzi. Ma l’ex segretario preferisce gustarsi lo spettacolo come fosse al cinema. Consapevole che il potere logora, ma in questo caso – facendo propria la citazione di Giulio Andreotti – soprattutto chi non ce l’ha: cioè Salvini e Di Maio.

Nella drammatica notte che ha portato alla composizione delle liste del Pd, Renzi ha blindato il Partito, lo ha riempito di fedelissimi che non tradiranno il suo diktat: restare all’opposizione ad ogni costo, lasciar fare ai due vincitori delle elezioni perché “adesso tocca a loro“.

Così il paradosso si rende plastico. Speravano di vincere, Renzi e Berlusconi. Di accordarsi su un Nazareno-bis che avrebbe garantito la centralità di entrambi. Hanno perso, ma nessuno può escluderli dal gioco del trono. Così è rinato Renzusconi.

La coltellata di Salvini, ma Berlusconi può scegliere come morire

 

Quando viene raggiunto dalla coltellata di Salvini, Silvio Berlusconi sperimenta sulla propria pelle la sorpresa e il dolore del tradimento. Non pensava che si sarebbe arrivati a questo. Non così. Non adesso.

L’indicazione della Bernini come presidente del Senato suona alle orecchie dell’uomo di Arcore come un diktat dai toni prepotenti e intollerabili. E c’è da capirlo Berlusconi, fino a venti giorni fa capo indiscusso del regno e adesso insidiato anche in casa propria. Così, pochi minuti dopo la mossa del cavallo di Salvini, il Cavaliere raduna tutti i suoi fedelissimi a Palazzo Grazioli, la residenza romana dove 24 ore prima erano andati in scena l’abbraccio e la calorosa stretta di mano con quello che adesso ha preso a considerare come un traditore. Un nuovo Fini, per intenderci.

Vuole guardare in faccia la sua guardia reale, Berlusconi. I Romani, i Brunetta, i Gianni Letta, gli uomini chiamati a serrare le fila ora che, è chiaro, da parte del leader della Lega si tenta di mandare allo sbaraglio l’intera armata azzurra. E pallottoliere alla mano, Berlusconi inizia la conta. Da grande imprenditore qual è stato, però, il Cavaliere conosce la realtà dei numeri: ed è quella che rifiuta dalla notte del 4 marzo, la stessa che gli impedisce di vincere il braccio di ferro col giovane leader. Nemmeno è certo di riuscire a trattenere tutti i suoi parlamentari, quelli che – quando si tratterà di fare la scelta di campo definitiva – guarderanno prima alla carta d’identità dei leader in gioco (un 45enne contro un 81enne) soltanto poi alla parola data.

Così si appresta giocare quest’ultima battaglia da sconfitto, scommettendo sul fatto che gli italiani presto si renderanno conto del tradimento, che il centrodestra è centrodestra solo se c’è Berlusconi. E Salvini vada pure coi 5 Stelle, prima o poi si renderà conto dell’errore che ha fatto.

Ragionamenti che avrebbero un senso diverso se gli anni fossero meno, se Berlusconi fosse candidabile in prima persona, se non ci fossero così tanti “se” da rendere difficile immaginarne l’ennesima resurrezione. Ma un diritto, con il suo ultimo 14% e con i milioni di voti che ha ottenuto in questi anni, Berlusconi se l’è conquistato: può scegliere la fine che ritiene per sé migliore. Nessuno potrà togliergli il gusto di morire con la spada in pugno.

L’errore di Di Maio: o cresce o dice addio al governo

 

La partita del Palazzo è intricata, scorbutica, a volte rissosa. Il fischio d’inizio c’è stato la notte del 4 marzo, ma se tre settimane non sono bastate a scegliere due figure di garanzia per eleggere i presidenti di Camera e Senato vuol dire che davvero non c’è via d’uscita. Non tanto per una questione di numeri – che con un po’ di buon senso un’intesa si riuscirebbe anche a trovare – ma per la qualità degli uomini che si ritrovano adesso a trattare, a dover capitalizzare il consenso che gli elettori gli hanno dato – e in massa – quando sono stati chiamati a decidere il futuro del Paese nelle urne.

Così veniamo a Di Maio e a quell’arroganza diventata spocchia, a quel “noi siamo bravi e voi (tutti gli altri) disonesti“, che esclude il Movimento da ogni possibile intesa, non solo per l’elezione dei Presidenti delle Camere, ma soprattutto per la formazione del nuovo governo.

Era parso, un attimo dopo il voto, che il M5s avesse fatto un bagno di realtà, si fosse definitivamente allontanato dall’epoca dei vaffa e del giustizialismo, avesse consapevolmente abbandonato i toni dell’uno contro tutti per trovare un accordo, visto che la premessa di fondo è che non ha i numeri per governare da solo. Era sembrato un buon segnale, un fatto positivo soprattutto per la pacificazione di un Paese che ha sfiorato i forconi. Era parso, era sembrato. Appunto. 

Perché alla prova dei fatti è arrivato l’errore, la caduta nella trappola di Berlusconi, che pure al tramonto riesce ad essere il più lucido degli strateghi. La richiesta, in fondo, non è peregrina: se il centrodestra al suo interno si è accordato per Paolo Romani presidente del Senato, non spetta al M5s – che dall’inizio ha professato la volontà di voler dividere le due Camere tra sé e la coalizione vincitrice delle elezioni – sindacare sulle decisioni interne a quello schieramento.

Ma più del no a Romani, a meravigliare è l’atteggiamento adolescenziale nei confronti del leader di Forza Italia. Berlusconi, una volta appreso il no del M5s a Romani, chiede un incontro tra leader. E anche in questo caso Di Maio si nega, provando a suggerire che a parlare di poltrone siano i capigruppo, come se rapportarsi con Brunetta non fosse la stessa cosa che parlare con Berlusconi, in sostanza.

E l’equivoco, anche divertente, è che Di Maio cita l’esperienza del Nazareno, dell’accordo tra Renzi e Berlusconi, per giustificare quello che non è altro che un errore di inesperienza. Non puoi ambire a formare un governo con i voti del centrodestra schifando uno dei leader del centrodestra. Non puoi sperare di ottenerne i voti, se non lo legittimi come hanno fatto – anche stavolta – milioni di italiani.

Chiedono i voti, ma mettono veti. La campagna elettorale è finita. Qualcuno informi Di Maio se non vuole iniziarne un’altra.

La giusta fine di Nicolas Sarkozy

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Nicolas il viscido, Nicolas il traditore. Sarkozy l’arrivista, Sarkozy il malfattore. L’ex Presidente della Repubblica francese in stato di fermo: “mon Dieu“, perché non ci stupisce?

Eletto grazie ai soldi di Gheddafi, il capo della Libia che ha sbagliato a fidarsi di lui. Sarkozy che cambia idea troppo spesso, Sarkozy lo scostante: Sarkozy che voleva essere il nuovo Napoleone, e allora sapete che c’è? Ha pensato bene di bombardarlo il Colonnello, di fomentare la rivolta dei suoi oppositori, di contribuire all’uccisione del suo vecchio finanziatore.

Sarkozy e quell’ossessione per la grandeur perduta, ma mica da lui (che grande mai lo è stato), semmai dalla Francia. Sarkozy il leader ad ogni costo: appunto, persino pagando. Nicolas il presenzialista, mai una volta dietro le telecamere: sempre davanti, sempre pronto a prendersi la scena. Con quel sorriso che per un po’ ha intrigato i francesi, poi li ha irritati, disgustati.

Sarkozy non più affascinante, se non per Carla Bruni. E qualcuno ci dica se l’accento dobbiamo metterlo oppure no sul cognome dell’ex prèmier dame. Se la Bruni è Carla l’italiana o Carlà la francese, che la signora cambia idea a seconda delle circostanze, un po’ come il marito. Lo scorbutico, suscettibile, maleducato Sarkozy. Quello che al G20 di Cannes inveì contro il presidente greco che rischiava la bancarotta, dimenticando le regole del buon padrone di casa.

Sarkozy il cugino infido dell’Italia. Sarkozy, sempre lo stesso, quello del sorrisino malizioso con Angela Merkel che mise in ginocchio la credibilità di Berlusconi dentro e fuori i confini nazionali.

Sarkozy, il cattivo. L’uomo che voleva farci distruggere dal Fondo Monetario Internazionale, presieduto guarda caso da Christine Lagarde, la francese che in una lettera passata alla storia scrisse al suo Presidente:”Usami per il tempo che ti serve“. Ci salvò Barack Obama, che in un vertice drammatico se ne uscì con una battuta dai toni cinematografici:”I think Silvio is right“, “Penso che Silvio ha ragione“.

Ma resta sullo sfondo il suo ghigno malefico. Sarkozy sul piedistallo, Sarkozy che adesso non ride più. Sarkozy che stavolta è finito. Rien ne va plus, adieu Nicolas.

Si torna al voto, più prima che poi

 

La partita dei leader non ammette pareggi. Nessun arretramento, da chi pensa di aver vinto da solo. Ne è convinto Di Maio, che ragiona come se il suo 32% fosse il 51%. Ma allo stesso modo la pensa Salvini, che ha ridotto le Elezioni 2018 al grado di primarie del centrodestra: “Io ho superato Berlusconi, il centrodestra è primo, quindi governo io“, il suo ragionamento in sintesi.

Peccato che gli altri, gli sconfitti, siano più decisivi dei vincitori. E di lasciare spazio a chi vuole rottamarli non abbiano nessuna voglia. Così il Cavaliere un giorno sì e l’altro pure ribadisce la centralità del risultato di Forza Italia e della coalizione, ricordando a Salvini che preso da solo il suo 17 vale addirittura meno del 18 di Renzi.

Renzi che nel frattempo non è più segretario, ha abdicato dal ruolo di capo, ma allo stesso tempo ha mostrato di essere l’unico leader credibile di un’area smarrita. Nel giorno dell’addio ha bloccato i suoi voti, chiarito che da lì non si spostano: resteranno in un modo o nell’altro all’opposizione.

Da qui può partire la musica. Il valzer degli inciuci dove tutti si pestano i piedi. Perché Di Maio è convinto di avere il diritto di fare il governo – e forse davvero lo ha – ma non si capisce perché Salvini dovrebbe dilapidare un patrimonio (la scalata al centrodestra appena compiuta) e tornare a fare il gregario, peraltro non al capitano di sempre (Berlusconi) ma al leader di un Movimento estraneo.

Così tornano di moda gli sconfitti, i mancati vincitori che possono comunque impedire la vittoria altrui. Torna l’uomo di Arcore, che dopo aver accettato suo malgrado il sorpasso leghista, all’ipotesi di fare un governo coi grillini non cederà. Piuttosto punta a logorare Salvini, a dimostrare che nessuno leadership diversa da quella berlusconiana è possibile nel centrodestra. Ed è in questo braccio di ferro tra il giovane e il vecchio leader che si consumerà la rottura che farà franare la 18esima legislatura. Perché la blindatura di Renzi ha escluso di fatto il Pd da qualsiasi scenario.

Diverso sarebbe stato il discorso con un centrodestra a trazione berlusconiana: allora sì che il Partito Democratico avrebbe accettato di sostenere un governo di “unità nazionale”. Ma il “mai con gli estremisti” di Renzi significa prima di tutto “no a Salvini e a Di Maio“.  Resta allora soltanto uno scenario, che M5s e Lega facciano una “cosa” insieme, ma se è vero che Di Maio non è pronto a sacrificare la premiership, lo è altrettanto che Salvini non è ancora noto per essere un kamikaze.

E sarà in quel momento, quando si renderà evidente che né Salvini né Di Maio potranno governare, che i due faranno un’alleanza, l’unica oltre quella che prevede la spartizione dei presidenti di Camera e Senato. Un’intesa su una legge elettorale in cui ad essere premiati siano i singoli partiti e non più le coalizioni, una legge elettorale per far fuori chi li ha fatti fuori.

Nuove le elezioni dunque. A breve però, così a breve che Berlusconi sia ancora incandidabile, talmente a breve che Renzi non venga già rimpianto. Se possibile in estate o al massimo in autunno, su questo deciderà Mattarella. Ma si torna al voto, più prima che poi.

Di Maio e Salvini come Bolt: il terrore della falsa partenza

usain bolt

 

L’atmosfera è surreale, forse non così sacra, ma carica della stessa tensione. Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono due velocisti ai blocchi di partenza di una finale dei 100 metri olimpica. Scaldano i muscoli, respirano a fondo, e buttano un occhio alla linea d’arrivo, ormai lì, distante soltanto pochi passi. Ed è quello il traguardo che sognano da chissà quante notti, il motivo che li ha spinti a dare più degli altri, il premio ambito da tutti: il gradino più alto del podio.

Ma quando lo starter, pistola in mano, chiama “ai posti“, né Di Maio né Salvini sanno bene quale sia la strategia da mettere in atto. Persino il più grande di tutti, Usain Bolt, fu tradito da una falsa partenza. Era il 2011, Mondiali di Daegu, l’uomo più veloce del mondo che vuole andare così veloce da partire prima degli altri. Squalifica, rabbia, lacrime, arrivederci alla prossima.

Ma se Bolt ha avuto più di un’altra occasione, se il suo strapotere era talmente evidente da consentirgli un passaggio a vuoto, tanto Di Maio quanto Salvini sanno bene che niente è volatile come il consenso politico. Ciò che hai oggi potresti non avere domani, quindi meglio farsi trovare pronti, quando parte la gara.

E a dare il via alla contesa è lui, sempre lui, Sergio Mattarella. Il Presidente felpato, l’uomo che ricuce chiamato ad uno strappo. Toccherà a questo starter d’eccezione, al giudice che spara il colpo di pistola e dà il via alla corsa, decidere quale dei due contendenti avrà il diritto di partire in vantaggio, di formare un governo. O almeno di provarci.

Ma la differenza, rispetto ai 100 metri piani, è che la politica è fatta di tempi lunghi, non si esaurisce nello spazio di 10 secondi. Per questo Di Maio e Salvini corrono su una pista sconnessa: perché partire per primi può sì rappresentare un vantaggio, ma pure il rischio concreto di bruciarsi, di esaurire troppo in fretta le energie, di fornire una scia all’avversario che rimonta da dietro.

Così si osservano, si studiano, ma quasi fingono di non guardarsi. Perché prima dello sprint è bene non mostrare le proprie paure. Pregano, senza nemmeno sapere cosa chiedere. Meglio guardare avanti, soltanto avanti, e sperare che il traguardo arrivi, prima o poi.

Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

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Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.

Se Di Maio diventa Di Mai

di maio m5s festa

 

Mentre fissa tutti e nessuno, nella prima uscita davanti ai giornalisti dopo il boom del Movimento, ti accorgi per la prima volta che neanche Luigi Di Maio avrebbe sperato tanto. A stento trattiene il sorriso. Si sente un predestinato, e forse lo è per davvero.

Ma è con i festeggiamenti della notte prima, quando le proiezioni di Mentana lo danno abbondantemente primo sulla concorrenza, che consegna alla storia l’immagine del sorpasso. Esultano in gruppo davanti allo schermo, i grillini. Come se l’Italia avesse segnato un gol decisivo nella finale dei Mondiali. Ma il paradosso sta nel fatto che nel 2018 è possibile l’impensabile: l’Italia ai Mondiali neanche c’andrà. E il partito di Di Maio è primo alle elezioni.

Primo, però, è diverso da vincitore. Perché chi critica il Rosatellum dimentica che ha fatto il suo dovere: era una legge elettorale studiata per arginare i grillini, e questo ha fatto. Di Maio come Bersani. Siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto.

Per questo, un minuto dopo il voto, il Movimento cambia i toni. Perché è chiaro fin da subito che questa è l’occasione unica che la storia gli ha servito: governare adesso e dimostrare che tutte le promesse erano proposte, per di più realizzabili.

Così parte la caccia ai voti mancanti, che nelle idee del M5s non significa fare alleanze. Ma nei pensieri di chi i suoi voti li deve prestare evidentemente sì. Perché dopo l’onda gialla che sommerge l’Italia da Nord a Sud, sono pure tutti gli altri, gli sconfitti, a domandarsi: e adesso? Abbracciare il Movimento 5 Stelle sperando di godere di luce riflessa o restare dall’altra parte, col rischio di diventare ininfluenti?

Ma dopo il voto che secondo molti fa nascere la Terza Repubblica, è paradossalmente l’uomo che le elezioni le ha vinte, Luigi Di Maio, quello più in difficoltà di tutti. Perché dopo aver ricevuto il mandato popolare, i 5 Stelle non hanno scuse: un governo si deve fare. E il rischio è di dover per forza rinunciare a qualcosa: vuole i voti del Pd de-renzizzato? Deve entrare nell’ottica di rinunciare alla premiership. Vuole i voti del centrodestra o di una sua parte? Il finale è lo stesso. Si chiama compromesso, politica.

E sta nella capacità di trovare un accordo, in quella di sedurre senza svendersi, di abbracciare senza restare soffocati, che andrà delineandosi il valore del capo politico del primo partito italiano. Perché adesso si gioca la sua partita personale: ha vinto, ma deve anche riuscire a governare. Non trasformarsi da Di Maio in Di Mai