L’accordo con la Cina è un grosso guaio

C’è un motivo se il governo – dal Venezuela in poi – fatica particolarmente nella politica estera: oltre i confini nazionali le promesse mirabolanti non fanno presa, il realismo la fa da padrone. Salvini e Di Maio mancano di pragmatismo e visione strategica: ne è la prova la firma del memorandum d’intesa tra Italia e Cina che sancisce la nostra adesione alla cosiddetta nuova Via della Seta in un momento che dal punto di vista geo-politico non potrebbe essere più delicato.

Realismo, pragmatismo, dicevamo. Sono qualità che servono ad esempio a rendersi conto che la parola sovranismo non ha senso, soprattutto se ti chiami Italia. La nostra storia recente è quella di un Paese appartenente alla sfera d’influenza Usa. E dalle sfere d’influenza non si esce, quanto meno non per scelta propria. L’anti-americanismo del governo – soprattutto sponda M5s – in questo senso è un problema che a Washington hanno iniziato a cogliere. La nota del National Security Council – l’organismo massimo che regola tutte le questioni di sicurezza nazionale presieduto da Trump in persona -, che ci ha amichevolmente sconsigliato di siglare un’intesa con Pechino pena la perdita di “reputazione” dell’Italia a livello “globale”, è stata bellamente ignorata da chi ci governa e presto ne pagheremo il conto.

Perché una cosa è stringere un accordo con la Cina di natura commerciale, altra cosa è firmare un documento d’intesa vuoto dal punto di vista della sostanza ma dall’altissimo valore simbolico proprio nel momento in cui tra Washington e Pechino è in corso una guerra commerciale che ne nasconde una ben più grande di stampo geopolitico.

Qual è allora il rischio a cui il governo ci ha esposto sul breve-medio periodo? Più in generale quello di una rappresaglia americana. Per un Paese come l’Italia, che ha il suo debito pubblico al 133% del Pil e che dunque ogni anno ha necessità di piazzare i suoi titoli di stato sul mercato, irritare gli Stati Uniti scommettendo che tra alcuni decenni la più grande potenza planetaria sarà la Cina non è una mossa geniale, soprattutto considerando che i tanti elementi di instabilità che Pechino si porta dietro lasciano supporre il contrario.

Non ci si meravigli se un brutto giorno le agenzie di rating americane non riterranno l’Italia abbastanza “credibile” (ricordate la nota del National Security Council sulla “reputazione”?) declassandoci e facendo dei nostri bond “titoli di stato spazzatura”. Di più: le aziende italiane negli Usa (Fiat ma non solo) potrebbero essere esposte ad azioni di ritorsione anche mediatica da parte di un popolo, quello americano, che quando si tratta di tutelare l’interesse nazionale non è secondo a nessuno. Finita qui? Macché. C’è pure, ed è altissimo, il rischio di dazi che Trump, grande esperto del settore, potrebbe applicare sui prodotti italiani. La cosa comica, e allo stesso tempo tragica, è che chi ha partorito l’accordo dalla parte italiana lo ha fatto perché spinto da un ragionamento prettamente economico piuttosto che strategico.

Le ripercussioni economiche non sono però le sole che potrebbero verificarsi se gli Stati Uniti considerassero troppo spinte le relazioni che Roma e Pechino intratterranno nei prossimi mesi di trattativa che seguiranno alla firma del memorandum. Non è da escludere, infatti, che Trump riservi all’Italia lo stesso trattamento che ha minacciato di utilizzare nei confronti della Germania limitando lo scambio di informazioni tra intelligence. Significherebbe per l’Italia, Paese affacciato sul Mediterraneo, naturalmente esposto ai flussi migratori, e a rischio di attacchi terroristici sul proprio suolo, ritrovarsi all’improvviso senza la protezione del gigante che dalla Seconda Guerra Mondiale in poi ne ha garantito la sicurezza.

Non è uno scenario catastrofista: è una possibilità concreta. Non è soffice la nuova Via della Seta.

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