Montagne russe

Pure stavolta Matteo Salvini è riuscito nel suo intento: dettare l’agenda, spostare l’attenzione dai suoi problemi a quelli degli altri. Non si tratta di un capolavoro politico raffinato: se sei l’uomo più seguito e ascoltato d’Italia basta una mezza frase perché i giornali aprano con una tua dichiarazione. In quest’occasione, poi, il tempismo dell’ostentata tensione di governo è stato quanto meno sospetto, perfino scontato, arrivato in concomitanza con un’escalation di notizie a dir poco imbarazzanti sul Russiagate de’noantri.

Insomma, Salvini non è Machiavelli.

Ma se l’ennesima manovra di distrazione di massa è riuscita, se la minacciata crisi si è trasformata in una richiesta di rimpasto a mezza voce, non è colpa dei giornalisti che si limitano a raccontare i fatti. Né degli analisti, degli osservatori che ogni tanto, com’è successo qui, riescono ad intuire le vere intenzioni dei burattinai di turno. Le responsabilità di un governo che ha fatto della Luna la sua dimensione terrena (e non nel senso del 50esimo anniversario dello sbarco, magari), di un Paese che vive in una bolla tutta sua, di un esecutivo alle prese con il suo immobilismo frenetico, sono anche di chi consente questo one-man show di dubbio gusto.

Perché d’accordo, è naturale che Luigi Di Maio giochi la partita per la sopravvivenza della sua leadership nel MoVimento 5 Stelle fino in fondo. Caduto il governo gialloverde è evidente che in caso di nuove elezioni non avremo un nuovo accordo tra Lega e M5s: altrimenti perché tornare al voto? Non è anzi da escludere un’ipotesi di scissione grillina: con Di Maio da una parte e il tandem Dibba-Fico dall’altra ad esplorare l’opportunità di un’intesa-inciucio col Pd. Ma se questi scenari sono nella natura delle cose – un leader che tenta di salvaguardare l’incarico più importante della sua vita consapevole che un altro giro di giostra non gli sarà dato – è altrettanto vero che la lungimiranza non dev’essere una qualità di cui Di Maio dispone.

Inseguire Salvini ha portato non solo il MoVimento 5 Stelle ai minimi storici, ma anche il Paese sulle “montagne russe”. Se Salvini tira la corda è perché sa di avere dall’altra parte un leader debole, disposto a tutto (o quasi) per restare in sella. Di Maio ha esposto se stesso ad un’umiliazione perpetua, Salvini è diventato d’un tratto non il suo partner di governo, ma il suo datore di lavoro. Se Matteo si stanca Luigi è nei guai.

Ciò che Di Maio però non ha compreso, nella sua ostinazione ad ingoiare tutto e il suo contrario pur di non rinunciare al governo, è che non sta assicurandosi il futuro ma prolungando la sua agonia. Da ministro si è trasformato in salvagente, da leader a stampella, da uomo a burattino. E non è proprio un bel vedere.

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