Contro il populismo dei leader delle Sardine

Piazza San Giovanni gremita di sardine è importante. Non tanto per la partecipazione – 100mila per gli organizzatori, 35mila per la Questura, poco importa – quasi scontata visto che delle sardine si parla in ogni talk politico a tutte le ore del giorno e della notte. Piazza San Giovanni è importante perché aiuta a capire, almeno in parte, ciò che vogliono Mattia Santori e i suoi amici. Nell’attesa che i leader delle sardine chiariscano i loro legittimi dubbi su ciò che vorranno fare da grandi, ho ascoltato con attenzione i 6 punti di proposta politica enunciati ieri a Roma. Era ciò che chiedevo – non in grande compagnia – da quando il fenomeno sardine è nato. Alla genuina partecipazione di migliaia di persone, si è infatti affiancata un’esaltazione a mio avviso immotivata da parte di osservatori politici, giornalisti, classi “colte”, dirigenti di partito, tutti pronti (se non proni) a dialogare con le sardine (e se loro non volessero?), più per paura di essere spazzati via (qualcosa dalla storia del MoVimento 5 Stelle hanno appreso) che per reale interesse verso una piattaforma programmatica che a dirla tutta fino a ieri neanche esisteva.

Ebbene, dal mio punto di vista, posso dire di essere d’accordo soltanto in minima parte con le loro proposte. Pure io, come loro, credo che il decreto (in)Sicurezza vada ritirato. Per tre ragioni che nulla hanno a che fare con l’antipatia per Matteo Salvini: quel decreto è inefficace, quel decreto viola i diritti umani, quel decreto infrange il diritto internazionale. Le mie affinità con le proposte di Mattia Santori, però, finiscono più o meno qui. Trovo che le sardine nuotino in un mare di banalità, lo dico onestamente, da strenuo oppositore di Salvini, e anche con un po’ di dispiacere, perché la fiducia, le emozioni che hanno generato in tanti italiani disillusi dalla politica, a partire da quel fantastico flashmob messo in piedi un mese fa a Bologna, sono un patrimonio importante, che credo verrà disperso.

Quando viene messo al primo punto del programma: “Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare“, non si scivola in una proposta populista e banale come quelle elaborate dai populisti d.o.c.? Non si rischia di ridurre tutto l’entusiasmo, la partecipazione, la voglia di cambiamento, all’attacco a Salvini? Davvero la priorità del Paese è sottolineare che il Capitone (mi permetto, visto il tema ittico), da ministro, invece di fare campagna elettorale in giro per l’Italia avrebbe dovuto presenziare di più al Viminale? Dite sul serio? Siete rimasti a quello? E’ un fatto così importante da aver meritato il primo posto nella vostra piattaforma programmatica? Forse sì, per me no.

E realmente, per passare al secondo punto, potete chiedere che “chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali“? A pochi giorni dal 2020? Lasciando una prateria sui social appannaggio dei “veri” sovranisti e populisti? E perché un ministro che abbia ottenuto un buon risultato dovrebbe rinunciare all’occasione di condividere il frutto del proprio lavoro con la gente? Perché non dovrebbe sfruttare tutti i canali a sua disposizione per parlare a quante più persone è possibile? Per essere accusato un giorno di essersi rinchiuso nei Palazzi? Se questo punto rappresentava davvero uno snodo cruciale, si sarebbe potuto precisare: “Chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente fatti istituzionali“. Ma qui entriamo su un terreno pericoloso e scivoloso. Vogliamo lo Stato etico? Che ci dica cosa è giusto e cosa no? O ci è data ancora la libertà di scegliere come agire? Non dovremmo intervenire invece alla base del problema? Non dovremmo cercare di dare alle persone gli strumenti per distinguere il politico che sui social porta numeri a sostegno delle sue tesi da quello che sui social “fa numeri” col pane e Nutella?

Niente da dire sul terzo punto, in cui si dice: “Pretendiamo trasparenza dell’uso che la politica fa dei social network“. D’accordo. Magari, mi sento di aggiungere. E che valga per tutti.

Rifuggo dai modi scelti per enunciare il quarto punto: “Pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti“. Pretendete, dite. E cosa succede se qualcuno, questo vostro sforzo, lo interpreta in maniera diversa da voi? Se sceglie di contrastarlo, poiché lo ritiene – udite udite – addirittura sbagliato?

Chiedete che “la violenza venga esclusa dai toni della politica in ogni sua forma. La violenza verbale venga equiparata a quella fisica“. Pure qui, d’accordo. Magari la prossima volta usate un altro verbo, al posto di “pretendere“.

In un articolo di qualche tempo fa avevo scritto di non essere dalla parte delle sardine. E allo stesso tempo di sentirmi distante anni luce dal Capitone. Lo confermo oggi, a maggior ragione, dopo aver sentito le loro proposte. C’è uno spazio, enorme, se non per una proposta politica, quanto meno intellettuale ed emotivo tra queste due diverse forme di populismo. Nuoto da solo.

2 risposte a “Contro il populismo dei leader delle Sardine”

  1. Invece di spaccare il capello in quattro antico metodo obsoleto che non ha mai generato nulla, dia una possibilita’ a questi giovani.Non hanno la scaltrezza dei dinosauri ma ce la stanno mettendo tutta.Li sento piu’ preparati dei 5stelle che languono nella loro inettitudine.Oggi Lei sta facendo un favore a Salvini che producendo il nulla giornaliero si nutre di questa o quella critica a suo favore.Si perche’ criticando le sardine nel bene e nel male si sta aiutando a Salvini a gongolare come se non bastassero le sue gongolate giornaliere. Le sardine non hanno ancora presentato un programma e gia’ glielo stiamo boicottando senza conoscerlo. Ovvio che Salvini si dovra’ battere alle urne intanto il messaggio delle sardine e’ chiaro, stop alla violenza verbale e fisica, stop alle bufale , mi pare che Salvini e Meloni siano maestri in questo, altri bufalari non mancano.

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