La conferenza stampa di oggi, venerdì 16 aprile, segna un chiaro punto di svolta nell’approccio dell’Italia alla pandemia, nonché il più evidente segno di discontinuità tra la politica di Mario Draghi e quella di Giuseppe Conte. Solo il tempo dirà se quello che il premier ha definito un “rischio ragionato” si rivelerà anche vincente. La verità è che il ritorno in zona gialla dal 26 aprile marca l’approdo dell’Italia nella “vera” Fase 2 di questa pandemia: un anno dopo, ci apprestiamo per la prima volta a convivere con il coronavirus, siamo sulle soglie del “new normal”.

Viene anticipato di una settimana il ricorso alla zona gialla, consentite le attività all’aperto e favorito il ritorno della scuola in presenza. Si tratta di un azzardo, è evidente, ma fondato sui numeri che danno il contagio in regressione e su quelli di un’economia e di un tessuto sociale che, un anno dopo, stanno velocemente sfarinandosi.

L’apertura non è ideologica, come dimostra l’ammissione che “non c’è dubbio che possiamo tornare indietro” a zone di più intensa gradazione, ma ancora una volta Draghi sembra preferire la fiducia nel senso civico degli italiani al paternalismo. Per questo pone come premessa per le riaperture che “i comportamenti siano osservati scrupolosamente“, con “mascherine e distanziamenti, nelle realtà riaperte“. Di fatto concedendo ad imprenditori, commercianti, l’apertura di credito che chiedono da inizio pandemia: la possibilità di lavorare seguendo i protocolli. E’ evidente che non tutti li rispetteranno, così come è chiaro che le zone rosse di queste settimane non hanno nulla a che vedere con il lockdown di un anno fa: era fisiologico che accadesse, perché ad un certo punto subentra la stanchezza, ma nel momento in cui si sceglie di riaprire dovranno essere istituzioni locali e forze dell’ordine, non a caso chiamate in causa esplicitamente da Draghi, a controllare che le misure vengano rispettate per far sì che “il rischio si trasformi in opportunità“.

Non sono, spiega Draghi in conferenza stampa, decisioni prese “per vedere l’effetto che fa“, né a colpi di maggioranza all’interno del governo. Bensì all’unanimità, sulla base di numeri, dati scientifici e, soprattutto, con un’arma in più rispetto al passato: i vaccini.

Con prudenza, ma nella consapevolezza che chiudersi in casa nei prossimi mesi non avrebbe risolto comunque il problema in maniera definitiva, Draghi afferma di fatto una dura verità: il rischio zero non esiste.

Dieci giorni, poi anche l’Italia farà il suo ingresso nel “nuovo mondo“.

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