Per quanto tempo Mario Draghi resterà a Palazzo Chigi? Se la domanda è rimasta sospesa, inevasa, fin dalla nascita del suo governo, è perché il premier in persona non ha indicato una scadenza precisa. Scelta politicamente intelligente, necessaria a non indebolire la sua figura. Funziona, per spiegare i vantaggi di questo approccio, il paragone con ciò che accade nel mondo del calcio. Guai ad annunciare anzitempo la fine del rapporto con l’allenatore, il suo mancato rinnovo. Pena un “liberi tutti” tra i giocatori: perché dovremmo rispettare le indicazioni di quel signore che sbraita in panchina se è destinato a salutare a fine stagione?

Se da un lato l’incertezza ha così fortificato il presidente del Consiglio, dall’altro, col passare dei mesi, è lecito domandarsi quali siano le intenzioni di Draghi.

Fino a qualche mese fa lo schema più probabile sembrava quello che potremmo definire “modello Ciampi”. Un passaggio a Palazzo Chigi di circa un anno per poi puntare al Colle.

Nel 1993, la missione di quel “governo tecnico rivelatosi felicemente politico“, per usare le parole di Sergio Mattarella, fu quella di “salvare il Paese dalla bancarotta“. Profilo (entrambi ex governatori della Banca d’Italia) e missione (anche in questo caso l’Italia è sull’orlo del baratro) di Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi coincidono in maniera affascinante.

Draghi premier fino al 2023?

Se davvero Draghi volesse ricalcare la parabola del suo mentore, l’esperienza a Palazzo Chigi sarebbe già da considerarsi agli sgoccioli: il nuovo capo dello Stato verrà eletto infatti a gennaio.

Per sapere cosa farà Draghi, oggi non basterebbe però neanche l’essere nella sua testa. Elemento chiave sarà l’andamento della pandemia da qui ai prossimi 7-8 mesi, nonché la capacità dell’Italia di sbloccare i fondi del Recovery Fund.

Nella migliore delle ipotesi, messo il Paese in sicurezza dal punto di vista sanitario, imboccata la strada della ripresa economica, Draghi potrebbe fisiologicamente iniziare il suo settennato al Quirinale forte di un’ampia maggioranza.

In Europa, però, sembrano aver fatto la bocca buona ad una guida italiana così autorevole. E se è vero che le prossime Politiche sono in programma – caschi pure il mondo – nel 2023 è comprensibile la prospettiva allarmata di chi teme a Bruxelles (e non solo) di passare dalla guida di Draghi a quella di Salvini – ad oggi prospettiva più accreditata dai sondaggi.

Esiste dunque un’exit strategy in grado di salvare capra e cavoli? L’opzione “naturale” prevederebbe un bis a tempo di Mattarella – sul modello di Giorgio Napolitano – per consentire a Draghi di restare a Palazzo Chigi fino al 2023, venendo poi innalzato a capo dello Stato dal nuovo Parlamento. Questa ipotesi, però, si scontra col convincimento espresso a più riprese da Mattarella di non protrarre la sua permanenza al Quirinale per ragioni di rispetto della Costituzione.

Se il capo dello Stato non dovesse cambiare idea, Draghi sarebbe dunque posto dinanzi ad un bivio. Lasciare Palazzo Chigi dopo pochi mesi, lasciando l’opera di governo incompleta, oppure proseguire ma perdendo il treno per il Quirinale.

Draghi in Europa?

Se le pressioni interne ed esterne convincessero Draghi della necessità di restare nella cabina di comando di Palazzo Chigi oltre il gennaio 2022 dovessero avere successo, Super Mario dovrebbe così rivedere i propri programmi. Non più al Colle, ma neanche in pensione. Ecco allora aprirsi, se non spalancarsi, lo scenario di un incarico europeo. Complice la fine di un’epoca in Germania – Merkel in autunno saluterà – e data l’incertezza derivante dalle elezioni in Francia nella primavera del 2022, in tanti sarebbero entusiasti di colmare la carenza di leadership europea con quella di Mario Draghi.

Al riguardo, sempre a gennaio verrà indicato il nuovo presidente del Consiglio Europeo, il quale entrerà in carica a maggio del prossimo anno. Dopo la gaffe nel Sofa-Gate, è difficile pensare che Charles Michel possa essere riconfermato. Allo stesso tempo, però, fatico a credere che Draghi possa avere l’ambizione di retrocedere se stesso al ruolo di cerimoniere. Egli avrebbe infatti poca possibilità di incidere, come si intuisce leggendo i compiti che da trattato sono affidati al leader di turno, tra cui il “presiedere e animare i lavori” del Consiglio Europeo. Non è un caso che dall’istituzione di questa figura, essa sia stata sempre incarnata da personalità non di primo livello, per essere buoni.

Una prospettiva poco entusiasmante, dunque. Certamente meno di quella che potrebbe vedere Draghi a capo della Commissione Europea. Il mandato di Ursula von der Leyen scade nel 2024. Sembrano tempi lunghissimi, ma l’ipotesi di avere finalmente un numero di telefono da comporre per chiedere la posizione dell’Europa in merito alle questioni del globo sarebbe gradita e caldeggiata anche a Washington.

La partita è dunque aperta, intricata ed incerta. L’esito ignoto anche ai diretti interessati, ad oggi. Ma pochi mesi basteranno a risolvere il rebus, a scoprire quale futuro per Mario Draghi.

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