Fatelo leggere a Letta. La diagnosi di Tony Blair alla sinistra (e al Pd): “Così morirà”

Intervenuto sulla pagine di Newstatesman, l’ex primo ministro inglese Tony Blair ha analizzato il momento della sinistra occidentale. Un’analisi che ha preso le mosse dall’ultima cocente sconfitta del Partito Laburista nel Regno Unito, ma che si adatta alla perfezione anche al Partito Democratico e in generale ai partiti progressisti europei. Nella sua disamina, Blair sottolinea come “i partiti politici non esistono per diritto divino e i partiti progressisti di centro e centro-sinistra stanno affrontando la marginalizzazione, persino l’estinzione, in tutto il mondo occidentale“.

Il quadro dipinto da Blair è tanto realista quanto allarmante: “A parte la vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, la politica progressista in tutto il mondo è messa male: quattro sconfitte elettorali per il Partito Laburista britannico e nessuno scommette contro una quinta; l’SPD tedesco si è piazzato dietro un Partito Verde moderato; i socialisti francesi, che hanno vinto la presidenza nel 2012, ora sono all’11%; la sinistra italiana è implosa e divisa; i socialisti spagnoli e svedesi sono al potere, ma molto al di sotto dei loro precedenti livelli di sostegno“.

Peraltro, nota Blair giustamente, nessuno dovrebbe sopravvalutare la vittoria di Biden. Ha vinto contro un presidente uscente dissennato, travolto dalla peggiore pandemia da un secolo a questa parte. E se non fosse stato per le qualità di Biden, un moderato di cui gli americani si fidano, è altamente probabile che Trump avrebbe conquistato la rielezione.

La diagnosi del dottor Tony Blair

Dunque, qual è la diagnosi del “dottor Blair“? “Il problema dei progressisti è che, in un’epoca in cui la gente vuole il cambiamento in un mondo che cambia, e un futuro più giusto, migliore e più prospero, i progressisti radicali non sono ragionevoli e i ragionevoli non sono radicali“. La scelta, secondo Blair, si riduce dunque “tra coloro che non riescono a ispirare speranza e coloro che ispirano tanta paura quanta speranza“.

Secondo Blair il pensiero della sinistra radicale rispetto alle sfide dei prossimi decenni è totalmente “obsoleto“, ancora improntato sull’ideologia marxista. Slogan come quelli emersi negli Usa dopo l’omicidio di George Floyd contro la polizia (“Defund the police“), peraltro, possono rappresentare a detta di Blair “lo slogan politico più dannoso della sinistra dopo “la dittatura del proletariato”“, risultando “repellenti” per un’ampia fetta di popolazione. “Il risultato – continua Blair – è che oggi la politica progressista ha un messaggio economico vecchio stile di Grande Stato, tassa e spendi che, tranne la parte della spesa (che la destra può comunque fare), non è particolarmente attraente“.

D’altra parte anche i moderati hanno i loro problemi: “I moderati – spesso di vecchia generazione – non capiscono bene la forza del sentimento su temi come i diritti dei trans. Non si fidano dei loro stessi sensori e temono di inciampare o di dire la cosa sbagliata, e così sono arrivati a una posizione che fondamentalmente dice: non c’è nessuna guerra culturale, in ogni caso non la giochiamo, o se c’è e siamo costretti a giocare, giocheremo in fondo il più silenziosamente possibile“.

Blair sulla questione dice: “Credo che questo sia un errore e non fa altro che rafforzare la sensazione di essere persone deboli che non sostengono davvero nulla. E, come so da una vita in politica, per quanto tu sia un leader di successo, non sempre decidi l’agenda. Puoi decidere la risposta, ma non puoi sempre decidere la domanda. I tuoi avversari politici hanno voce in capitolo e, soprattutto, anche il pubblico. La destra sa di avere una posizione su questi temi culturali. Se ne rallegra e tende tranelli alla sinistra nei quali la sinistra casca ad uno ad uno. (Oppure no. Un momento chiave per Biden è stato quando ha completamente rinnegato il “defunding the police”, mentre appoggiava la riforma della polizia). Tenere la testa bassa non è una strategia. C’è una grande battaglia culturale in corso. (…) E la battaglia viene combattuta su un terreno definito dalla destra perché i progressisti ragionevoli non vogliono affatto essere in campo. La conseguenza di ciò è che i progressisti “radicali”, che sono abbastanza felici di combattere su quel terreno, definiscono lo standard progressista. Il fatto che ciò assicuri una continua vittoria della destra non li dissuade affatto. Al contrario, dà loro un accresciuto senso di giustizia, come kamikaze politici“.

La terapia del dottor Tony Blair

La terapia di Tony Blair, fatela leggere ad Enrico Letta: “Alla gente non piace che si manchi di rispetto al proprio paese, alla propria bandiera o alla propria storia. (…) Appoggeranno con forza le campagne contro il razzismo; ma indietreggiano di fronte ad alcune delle lingue e delle azioni delle frange del movimento Black Lives Matter. Alla gente piace il buon senso, la proporzione e la ragione. Non amano il pregiudizio; ma non amano l’estremismo nel combattere il pregiudizio. Sostengono la polizia e le forze armate. Di nuovo, non significa che pensano che quelle istituzioni siano irreprensibili. Niente affatto. Ma stanno in guardia da coloro che pensano che usino qualsiasi malefatta per infangare le istituzioni stesse. E si aspettano che i loro leader esprimano la propria opinione, non che la subappaltino a gruppi di pressione, non importa quanto degni.

La rotta corretta per i progressisti sulle questioni culturali è fare una virtù della ragione e della moderazione. Essere intolleranti rispetto all’intolleranza – dire che si può essere in disaccordo senza denunciare. Cercare l’unità. Evitare la politica dei gesti e degli slogan. E quando sono accusati di non essere sufficientemente solidali con le cause – il che è inevitabile – di farsi valere e mettere in chiaro che non si lasceranno intimidire o spingere. Questo farà perdere alcuni voti tra una minoranza con voci forti; ma legherà a loro il centro solido ma spesso silenzioso. E, naturalmente, permetterà alle cause stesse di essere effettivamente perseguite, come ha fatto l’ultimo governo laburista con la sua rivoluzione nei diritti dei gay e il percorso verso il matrimonio egualitario – e la convergenza forzata del partito conservatore sulla questione“.

Il dilemma dei progressisti

Leggete l’analisi, lucidissima, di Tony Blair sulla situazione inglese. Poi applicatela all’Italia, è perfettamente sovrapponibile. “Il partito laburista britannico è l’incarnazione di questa sfida progressista. Solo 17 mesi fa è passato all’estrema sinistra e ha subito la peggiore sconfitta nella storia del partito. Ora ha sostituito Jeremy Corbyn, un classico politico di protesta completamente inadatto alla leadership, figuriamoci al governo, con Keir Starmer – Sir Keir – intelligente, capace, moderato. Ha preso una posizione forte contro la macchia di antisemitismo dell’era Corbyn, è stato generalmente ragionevole quando si è opposto alla gestione di Covid-19 da parte del governo, e sembra e suona ragionevole. Ma sta lottando per sfondare con il pubblico, e le elezioni della scorsa settimana sono una grande battuta d’arresto. Il partito laburista si sta ora grattando la testa e si sta chiedendo perché la sostituzione di un estremista con qualcuno più moderato non stia ottenendo il miracolo della rinascita. Si sta persino chiedendo se Keir sia il leader giusto.

Ma il Partito Laburista non rinascerà semplicemente con un cambio di leader. Ha bisogno di una totale decostruzione e ricostruzione. Niente di meno lo farà.

Al momento, il Labour esprime perfettamente il dilemma progressista. Corbyn era radicale ma non sensato. Keir sembra sensato ma non radicale. Gli manca un messaggio economico convincente. (…) I partiti progressisti devono modernizzare il loro messaggio economico. Hanno bisogno anche di un messaggio sociale e culturale unificante. I partiti conservatori della politica occidentale si sono adattati e regolati. Ma nel complesso stanno trovando una nuova coalizione economica e culturale.

Nel frattempo, i partiti di sinistra si stanno frammentando, i partiti verdi sono in ascesa ma raramente capaci di vincere il potere, e un’intera generazione di talenti che non è conservatrice non riesce a trovare una casa politica. Per ora, il Partito Laburista non può adempiere alla sua missione storica. I suoi limiti ci sono stati fin dall’inizio, in particolare il suo allontanamento dalla grande tradizione liberale della Gran Bretagna – Gladstone, Lloyd George, Keynes, Beveridge. Ad eccezione del periodo del New Labour, non è mai riuscito a stare al governo per più di sei anni; e il devastante cul-de-sac in cui è caduto nell’ultimo decennio ha reso questi limiti peggiori, forse endemici.

I politici progressisti aperti alla portata della sfida e del cambiamento si trovano nel Partito Laburista, nei LibDem e nelle file dei senzatetto politici. Senza il dramma deviante della speculazione intorno a nuovi partiti politici, abbiamo bisogno di un nuovo movimento progressista; una nuova agenda progressista; e la costruzione di una nuova coalizione di governo.

La costruzione di questo nuovo movimento progressista dovrebbe iniziare con un dialogo aperto tra i membri laburisti e libdem che la pensano allo stesso modo e i non allineati. Altrimenti, ci troveremo nella noiosa attività di combattere per una causa che non è chiara, con le mani legate dietro la schiena, su un terreno che non abbiamo scelto in una battaglia che non possiamo vincere, contro un nemico che non merita di trionfare; e sperando che un’altra sconfitta porti la chiarezza di intenti che dovremmo abbracciare ora. Non succederà“.

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