Conte in debito con Draghi: salvato dal naufragio in Cdm

Nel pezzo di ricostruzione scritto subito dopo la fine del Cdm che ha dato il via libera alla giustizia, avevo scritto: “Mario Draghi si è dimostrato ancora una volta uno statista, rispettoso del mandato assegnatogli dal presidente della Repubblica. Avrebbe potuto rompere, far passare la riforma senza i 5 Stelle (aveva i numeri), invece ha insistito, nonostante l’irritazione e gli sgarbi dei pentastellati, perché il suo – non bisogna dimenticarlo mai – è un governo del presidente, di unità nazionale“.

Confermo questa versione dei fatti, che nel frattempo si è arricchita di ulteriori – succosi – particolari.

Nel corso della riunione, ad un certo punto, è stato chiaro a tutti che quella di Giuseppe Conte fosse una battaglia compiuta con i piedi poggiati su un terreno alquanto friabile. A tradire la propria debolezza è stato inconsapevolmente lo stesso ex premier alla fine del Cdm, ammettendo di aver dovuto ingoiare il rospo dell’opposizione leghista ad alcuni punti legati ai reati per mafia.

Punto di domanda: perché, se Conte riteneva questi punti così importanti, addirittura indispensabili, non ha tolto il sostegno dei 5 Stelle alla riforma e al governo? Risposta: perché non ha il pieno controllo del MoVimento.

Draghi, che tutto è meno che stupido, compresa la situazione ha lanciato un ultimo salvagente all’avvocato: un compromesso, prendere o lasciare, che era ormai sicuro che Conte avrebbe accettato.

E’ stato il modo, signorile, da uomo delle istituzioni, di non infierire su un azionista di maggioranza che ha mostrato i muscoli pur avendoli di gomma. Se solo Draghi avesse tenuto il punto, per Conte sarebbe stato il naufragio, per i 5 Stelle la scissione. Svelato il bluff, Draghi si è accontato di portare a casa il risultato senza umiliare il suo predecessore.

Ha sbagliato? Bisogna ricordare che il presidente del Consiglio è a Palazzo Chigi per fare politica, non per fare il politico.

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