Talebani, il lupo si è travestito da agnello

Quando nel 1996 i Talebani presero il potere, il copione fu più o meno lo stesso di questi giorni. Dissero di non essere animati da cattive intenzioni. Promisero un’amnistia generale. Giurarono di non nutrire rancore personale verso nessuno dei propri nemici. I giornalisti, allora, cercarono di ottenere un commento da parte del presidente uscente, Mohammad Najibullah. Non lo ottennero. E non perché l’ex capo del governo fosse in silenzio stampa. Semplicemente perché negli stessi minuti in cui i Talebani mostravano al mondo la loro faccia presentabile, Najibullah veniva castrato, costretto a mettere in bocca i suoi stessi genitali e poi impiccato ad un lampione.

La storia si sta ripetendo allo stesso identico modo. E il dramma è che qualcuno non dà segno di accorgersene. Persino un ex ministro della Repubblica italiana, Lorenzo Fioramonti, chiede di “verificare” la bontà delle offerte dei Talebani, prima di giudicarli negativamente.

Come se non li conoscessimo. Come se non bastassero le uccisioni, le torture, gli stupri messi in atto dalla fondazione della loro formazione ad oggi.

Fra i tanti video che servono a capire chi sono veramente i Talebani, ce n’è uno che in questi giorni mi ha veramente colpito. Ritrae una giornalista nell’atto di chiedere ai suoi interlocutori se col nuovo regime sarà consentito agli afgani di eleggere anche delle donne in politica. I Talebani ci provano a trattenersi, sul serio, ma ad un certo punto scoppiano a ridere e chiedono di interrompere la registrazione.

I Talebani promettono che il loro governo sarà ispirato alla sharia, ma la legge islamica non è scritta sulla pietra, è il frutto di interpretazioni che variano a seconda delle circostanze e di chi è chiamato ad applicarla. Nel caso specifico vorrebbe dire esporre i diritti di milioni di abitanti alla mercé degli umori dell’etnia pashtu, quella a cui appartengono appunto i Talebani, storicamente tra i più rigidi interpreti della stessa.

Attenzione, dunque, a lasciarsi ingannare dai buoni propositi lanciati in pasto alla stampa in questi giorni. Se i Talebani non hanno ancora fatto strage dei propri nemici a Kabul, se ancora consentono alle giornaliste di condurre i tg, sebbene coperte da un velo, non è perché abbiano imparato ad apprezzare in questi anni la bellezza delle diversità di opinioni. No. Semplicemente si sono fatti più scaltri rispetto al passato. Sanno di dover allontanare il rischio dell’isolamento. Vogliono a tutti i costi un riconoscimento internazionale. E sanno di essere a buon punto per farlo, visto che sono stati proprio gli USA a legittimarli con il famoso accordo di Doha siglato dall’amministrazione Trump.

Ora devono tenere a freno la lingua, limitarsi ad uccidere i propri nemici nelle province, dove le immagini degli smartphone non arrivano, mostrare che Kabul e le grandi città non hanno niente da temere da loro. Sanno che prima o poi l’attenzione calerà sull’Afghanistan. Oggi sono ancora sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Fra pochi giorni ci sarà un articolo nella sezione esteri. Fra due settimane un piccolo trafiletto dedicato ad alcuni morti in una protesta. Tra un mese o due sull’Afghanistan piomberà il silenzio.

C’è un motivo se il vecchio adagio afgano più quotato in questi giorni è il proverbio che il mullah Omar era solito ripetere agli occidentali: “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo“. Ne hanno così tanto da potersi permettere di usarlo.

Ma almeno non facciamo finta di non vedere che il regime talebano è un lupo travestito da agnello.

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