Five Eyes, Draghi pensa al colpaccio con Biden: ma sconta l’eredità di Conte…

Non è detto che ci riesca, ma Mario Draghi ci proverà. Forte del credito di stima che vanta negli USA, il presidente del Consiglio cercherà di lasciare in eredità all’Italia l’ingresso nel club esclusivo dei Five Eyes. Cinque occhi, nella traduzione italiana, quelli di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, che nel 1956 firmarono un’alleanza esclusiva in materia di intelligence nell’ottica del contenimento dell’Unione Sovietica.

Che il mondo sia cambiato è evidente. Prova ne sia che la svolta geopolitica più importante del 2021 è la nascita di Aukus, nuovo partenariato strategico ancora in seno all’anglosfera, ma per mezzo del quale USA e Gran Bretagna chiedono all’Australia di pattugliare le acque dell’Indo-Pacifico per contenere l’espansionismo della Cina.

Cosa c’entra tutto questo con Draghi, l’Italia e i Five Eyes? Semplice, da qualche tempo il Congresso americano ha manifestato l’intenzione di aprire ad una revisione dei Five Eyes. I componenenti del Sottocomitato per l’intelligence e le operazioni speciali della Camera USA, hanno chiesto al capo dei servizi americani, Avril Haines, e al numero uno del Pentagono, Lloyd Austin, di riferire entro il prossimo maggio sullo stato di salute dell’alleanza, valutando anche la possibilità di allargarla ad altri Paesi. I congressmen hanno fatto dei nomi: Giappone, India (già facenti parte del “Quad“, il quadrilatero di sicurezza che comprende anche USA e Australia), ma pure Corea del Sud e Germania.

Certo, e questo è il punto dell’intera vicenda, entrare a far parte di un’alleanza simile significa sperimentare il massimo grado di intimità tra Paesi. Le informazioni condivise sono le più delicate in assoluto, riguardano la reale sicurezza delle nazioni che compongono la coalizione: ne deriva che per meritarsi l’accesso nel club bisogna che i componenti si fidino ciecamente del nuovo arrivato. Punto di domanda: possono gli apparati dei Five Eyes fidarsi dell’Italia? Se fosse unicamente una questione di servizi di intelligence, la risposta sarebbe certamente affermativa, dato l’altissimo livello di affidabilità dimostrato negli anni dai nostri. Ma è la politica ad aver minato l’immagine dell’Italia all’estero.

Il fatto più grave, nell’ottica di un Paese per definizione atlantista come il nostro, è stato l’aver aderito alla Nuova Via della Seta – conosciuta internazionalmente come Belt and Road Initiative (BRI) – ovvero la leva con cui la Cina di Xi Jinping tenta di proiettare la propria influenza all’estero. La mossa compiuta dal governo Conte I è stata considerata a Washington l’anticamera di un tradimento, il tentativo di vendersi al miglior offerente.

Non sappiamo se quella dell’esecutivo gialloverde sia stata mossa geopolitica scellerata dettata da ingenuità (grave) o disegno strategico (gravissimo), fatto sta che da allora Roma sconta nei rapporti con gli Alleati un senso di diffidenza che forse solo il tempo potrà lavare via.

Il tempo o Mario Draghi, i cui ottimi uffici – per usare un eufemismo – all’interno degli apparati USA e dell’attuale amministrazione Biden, potrebbero consentire all’Italia non solo di recuperare il terreno perduto, ma addirittura di guadagnarne di nuovo. Per il nostro Paese sarebbe un colpaccio: l’impresa è ardua, tentare non nuoce…

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