Glenn Youngkin, chi è la nuova stella del Gop che può portare i Repubblicani oltre Trump

Con Donald Trump ha in comune, oltre al partito di appartenenza, anche un patrimonio personale invidiabile. Secondo Forbes, la ricchezza di Glenn Youngkin, da stanotte nuovo governatore della Virginia, è stimabile in 400 milioni di dollari. Complimenti. Circa 20 li ha investiti nella campagna elettorale che lo ha proiettato di diritto nel firmamento del Partito Repubblicano con la definizione di nuova stella, predestinata a splendere possibilmente nel 2024, quando il Gop cercherà di riprendersi la Casa Bianca. E chissà se come qualche analista asserisce – certo con fretta un po’ sospetta, magari con malcelato desiderio di archiviare per sempre The Donald – sarà proprio Youngkin a guidare il partito che fu di Reagan e finì Trumpiano. Finì, sì, perché di quei Repubblicani è rimasto a dire il vero poco o nulla.

C’è dell’altro, però, che Glenn Youngkin e Donald Trump hanno in comune. Non il percorso personale. Trump ha ereditato il suo impero dal padre, Youngkin è stato più bravo a costruirlo, e a giocare in campagna elettorale il grande classico del self-made man, l’uomo che si è fatto da solo. E che si è fatto bene. Al punto da poter sfoggiare una moglie innamoratissima (ricambiata), 4 figli, una fama da uomo rispettabile, credente praticante (sempre per volere di consorte); il curriculum di chi, dopo aver ricevuto una borsa di studio sportiva, si è laureato ad Harvard e ha poi fatto carriera nel mondo degli affari. Trovate una pecca, se riuscite, provate.

I moralisti in servizio permanente indicheranno la scaltrezza. E così spalancheranno la strada alla ricerca dell’altro tratto in comune con Trump: il fiuto politico, la capacità di intuire dove tira il vento, cosa l’elettore vuol sentirsi dire. E assecondarlo, anche se questo significa fare la cosa sbagliata (eccola, la pecca). Così è stato anche nell’ultima campagna elettorale, quando Youngkin si è fiondato come un rapace su una frase apparentemente innocua pronunciata dal suo contendente, l’ex governatore democratico McAuliffe: “Non credo che i genitori dovrebbero dire alle scuole cosa dovrebbero insegnare”. Non l’avesse mai detto. Youngkin ha passato gli ultimi giorni della sua campagna elettorale cercando di far credere che il voto per la Virginia rappresentasse in realtà una sorta di referendum sul futuro della comunità scolastica. Non un argomento banale se il dibattito a livello nazionale verte da tempo sulla cosiddetta Teoria critica della razza, la tesi secondo cui le istituzioni sociali degli Stati Uniti (ad esempio, il sistema di giustizia penale, il sistema educativo, il mercato del lavoro, il mercato immobiliare e il sistema sanitario) sono intessute di razzismo incorporato in leggi, regolamenti e procedure che producono effetti differenti a seconda delle razze. Una verità risaputa, ma ancora scarsamente accettata.

Youngkin ha strumentalizzato questo concetto, sostenendo come molti media e politici conservatori che la suddetta Teoria insegni ai bambini bianchi che sono cattivi e da biasimare per i problemi razziali nel paese. Falso, ovviamente. Ma convincente, come dimostrato dal video, diventato virale in questi giorni in America, dell’elettore che indica la Teoria critica della razza come il tema principale delle elezioni in Virginia. Salvo poi ammettere candidamente di non avere la più pallida idea di che cosa sia.

Eppure la strategia di Youngkin ha pagato. Per mesi l’uomo che da semplice cittadino aveva finanziato di tasca propria i candidati moderati del Partito Repubblicano (dall’ex prodigio Paul Ryan al rassicurante Mitt Romney) è riuscito a non alienarsi il favore della base fedele a Donald Trump. Per intenderci: quella composta da sciroccati che pensano Biden abbia rubato le elezioni presidenziali rendendosi responsabile di una grande frode. Così facendo è riuscito a comporre quella che gli esperti chiamano una “coalizione elettorale” variegata, solleticando l’istinto dei trumpiani di ferro ma senza spaventare i moderati dei “suburbs”, i sobborghi residenziali decisivi per vincere il voto. Sono su larga scala, gli ingredienti per far sì che la traversata nel deserto rappresentata dal dopo-Trump sia più breve del previsto. Youngkin ha fatto un primo tratto fra le dune: i prossimi anni da governatore della Virginia se la sua vittoria è stato solo un colpo di fortuna o la prima scintilla della riscossa repubblicana.

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