“Fare politica non è reato”. E l’uomo Renzi si fa da parte

Per giorni ha lavorato al suo j’accuse. E quando l’aggravarsi della crisi in Ucraina gli ha fornito una buona ragione per rinviare l’ospitata in programma sulle reti Mediaset, ieri sera, Matteo Renzi non si è strappato i capelli, per usare un eufemismo. Era giusto così: che nell’Aula della quale ha rivendicato con veemenza la dignità, Renzi pronunciasse parole di verità. La sua, certo. Anzi no, non più, non solo. Una verità più grande. Che da troppi anni a questa parte non riguarda più il singolo leader di partito, ma un’intera classe politica, vittima di una sindrome auto-immune che le impedisce di rivendicare la propria dignità, di rifiutare per sé stessa la sporca etichettatura che giustizialismo e populismo le hanno violentemente affibbiato.

Intendiamoci, il Parlamento odierno non pullula di statisti. E i partiti di oggi non sono nemmeno l’ombra sbiadita di ciò che furono nella Prima Repubblica. Ma se la politica fosse un corpo umano, se fosse dotato di vene, sangue e muscoli, se avesse per caso anche un cuore, questo oggi pomeriggio si sarebbe di certo gonfiato d’orgoglio, rischiando financo di esplodere, sentendo vibrare nell’Aula un grido d’appartenenza ed un atto di dolore insieme: “Fare politica non è reato“.

L’urlo e il passo di lato: l’uomo Renzi si fa da parte

Si può decidere di fare l’esegesi dell’intero discorso, analizzare la cura con cui l’intervento è stato studiato. L’inizio e la fine, il richiamo alla data palindroma, la stoccata a chi “mente sapendo di mentire” (Conte, ndr) sostenendo che Renzi voglia fuggire dai processi. E poi, ancora, si potrebbero richiamare le citazioni ad effetto: Calamandrei, per esempio, e il suo “quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra“. Infine, last but not least, si potrebbe toccare con mano il dolore derivato dal parlare in Senato della “lettera che ricevi da tuo padre, con considerazioni di tipo personale“. Ma non c’è niente di più forte, in tutto il discorso, niente davvero, di quella frase preceduta da una pausa scenica e fortemente voluta, proprio a farla risuonare più forte, a scuotere le fondamenta di Palazzo Madama: “…

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