6 Ottobre 2022

Totoministri, chi vuole cosa (e chi Meloni non vuole). “Giorgia me lo dica in faccia”: il risiko nel centrodestra dilania i partiti

Ognuno di loro ha un segreto inconfessabile. Un posto al sole che sogna da anni. Un ufficio in cui è capitato quella volta, per quel colloquio, con quel ministro, che lo ha portato a pensare, “magari un giorno, io…“. Per quanto non lo diano a vedere, sebbene si dicano disposti a passi indietro perché “prima viene la squadra“, i protagonisti di questo felpato totoministri sono uomini e donne con i loro desideri. Così danno vita ad una liturgia meticolosa, quasi sacra, fatta di messaggini e sussurri, dentro e fuori il Palazzo. Ponderando ogni passo, calcolandone rischi e benefici, sapendo che un piede messo in fallo oggi significa mettere in discussione l’intera impresa e arrivederci e grazie, se ne riparla tra 5 anni (a patto di vincere le prossime elezioni, prego). Proprio questa consapevolezza li connota come professionisti. Non c’è bisogno di nessuno che li informi che prima di passare sotto la scure del Quirinale, dovranno uscire indenni dagli “hunger games” nei loro partiti. Sanno bene che i posti sono pochi, pochissimi, contati. E poi “ora Giorgia si è pure messa in testa di chiamare i tecnici!“. Perché Giorgia, ovviamente, è il vertice della piramide a cui ambiscono ad arrivare.

I “ministrabili” di Lega e Forza Italia, ad esempio, sono in queste ore impegnati nell’impresa di lavorare ai fianchi i cerchi più o meno magici di Salvini e Berlusconi. E nel farlo invidiano loro, i colleghi di Fratelli d’Italia, quelli che tutti i giorni si sentono e si vedono con lei, Giorgia, appunto. Quello che non immaginano è che se Atene piange Sparta non ride. La vita dei colonnelli meloniani in queste ore è infatti particolarmente dura. Proprio a loro, ai fedelissimi che hanno compiuto la lunga traversata nel deserto prima di giungere presso l’oasi della vittoria, viene fatta in queste ore più o meno esplicita richiesta di prepararsi al sacrificio. Per la Patria, s’intende. E perché, dopotutto, se un favore non lo chiedi agli amici, allora a chi? Loro, che il carattere di Meloni lo conoscono meglio di chiunque, pubblicamente si piazzano sull’attenti ostentando sorrisi e indifferenza rispetto ai retroscena dei giornali. Ma intimamente coltivano delusione e un certo disappunto: perché c’è voluta una vita per arrivare a questo punto. E allora è umano domandarsi “perché lui sì e io no?“.

Totoministri, gli ultimi sussurri: lo sfogo di Salvini contro Giorgia. Il derby del Carroccio per la Camera. Veti in Forza Italia. E Casellati…

Esaurita la lunga premessa, fuori i nomi e le ambizioni (con veti annessi).

Dicono che Matteo Salvini stia pian piano maturando l’idea che no, non sarà lui il prossimo inquilino del Viminale. Con una certa cattiveria e una buona memoria i suoi avversari interni commentano: “Perché? Quando mai lo è stato?“. Eppure il segretario del Carroccio crede che dalla sua collocazione nel governo passino pure i suoi destini da leader politico. Così se il ministero del Mare sembra destinato a non prendere vita per l’opposizione del Colle, se arrivare agli Interni equivale oggi a scalare l’Everest, allora Salvini potrebbe anche accontentarsi delle Infrastrutture: da lì, dopotutto, potrebbe sempre dire la sua sulla gestione dei porti, e financo controllare la Guardia Costiera. Mica male per un leader finito. Di certo se le sue ambizioni verranno abortite, se la strada gli sarà veramente sbarrata, a comunicarglielo…

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