Giro d’Italia, pensaci tu

coppi bartali

 

Lo senti il ronzio delle biciclette, preceduto dalla carovana di macchine e moto che precedono il gruppo. Eccolo, dietro quella curva, passa proprio sotto casa tua: è arrivato il Giro d’Italia, applausi alla Maglia Rosa. Siamo italiani, tutti.

Questo è il Giro d’Italia, ancora, incredibilmente. Un momento di unità nazionale, un ricordo di un’epoca che c’è stata nel Paese, e forse a dirla tutta è svanita. Il saluto agli eroi che pedalano per ore sotto il sole e sotto la pioggia, che sfidano pure la neve, che si lanciano in discesa a 100 all’ora, che coi crampi in salita pedalano come non ci fosse un domani, tutto per non mettere un piede, quel maledetto piede a terra.

Poesia sulle strade d’Italia. Anche se per la partenza siamo in Israele. Va bene così: la scelta è pure simbolica, e se per una volta a lanciare un messaggio al mondo siamo noi italiani non c’è motivo di scandalizzarsi.

Siamo quelli di Coppi e Bartali, di Gimondi contro Saronni. Di Pantani e Cipollini. E adesso di Nibali e Aru, di chi li sconfigge gli alieni Froome e Dumoulin. Siamo sempre noi, dopotutto. Divisi sempre, incapaci di fare il nostro bene, di accordarci per un governo, ma speciali nel modo di unirci attorno ad uno dei pochi simboli che c’è rimasto.

Noi che pensiamo al Giro d’Italia con orgoglio, che quando ci dicono che è più importante il Tour de France non lo accettiamo. Noi che guardiamo le cartine delle tappe, tutti gli anni, per vedere quanto ci passerà vicino. Noi che scenderemo le scale di casa lo stesso, che un applauso al Giro non si nega, mai.

Sul pavé della Roubaix

parigi roubaix

 

Sul pavé della Roubaix non puoi nasconderti. Quando entri all’Inferno il diavolo sa come trovarti. Sei nell’incubo di mille notti, nel sogno che hai sognato di sognare. Ci sei dentro questa volta, e indietro non si torna.

Sul pavé della Roubaix non c’è spazio per le paure. Non c’è tempo. Solo pietre, se va bene. Selciato cattivo, ruote spesse, odore di sudore, di uomini che lottano per sopravvivere.

C’è il ciclismo, sul pavé della Roubaix. Il mito che diventa realtà. La foresta di Arenberg, dritta e infinita. Alberi alti, scheletrici, vegetazione fitta sui due lati: non vedi oltre, non vedi nulla, se non quel tunnel buio dove la bici si inceppa, il cambio salta, i tuoi compagni pure.

E lì senti le urla delle cadute, vedi le ginocchia sbucciate, erano accanto a te un secondo fa. E adesso sono per terra, speri di non essere il prossimo. Capisci perché lo chiamano inferno del Nord. Speri solo finisca in fretta.

Perché sul pavé della Roubaix sai che niente può salvarti. Non il sole che genera polvere. Non la pioggia da cui ha origine il fango. Puoi solo serrare forte le mani sul manubrio, stringere gli occhi quando serve e chiedere all’ammiraglia quanto manca alla fine.

Puoi arrivare a piangere, uscire di senno, non poterne più della bici che vibra, del freddo e del caldo, della fatica e del dolore, delle gambe che bruciano, sul pavé della Roubaix.

Ma se esci vivo dal pavé della Roubaix, allora sei pronto a conoscere anche il suo parquet. Quello di un velodromo elegante e festoso, che ti aspetta per renderti onore, per dirti che da oggi sei un uomo diverso.

In fondo ce l’hai fatta: da Parigi sei arrivato a Roubaix.

Sagan è Sagan, non Eddy Merckx

 

Sconta il fatto di essere Sagan, il più forte di tutti, il povero Peter. Che del resto non c’è soltanto la maglia iridata di campione del mondo a dirlo, ma pure il modo in cui affronta le corse, quell’immagine da fuoriclasse che non può proprio scrollarsi di dosso. Uno strapotere quasi sfottente, sulle rampe che spezzano le gambe dei comuni mortali che gli pedalano accanto, con quella maschera monouso stampata in viso: mai un ghigno di fatica, mai una goccia di sudore, mai una traccia di normalità.

Essere Sagan, insomma: e quindi spettacolo a prescindere, sempre e comunque, anche a costo di sacrificare la vittoria. Sarà per questo che nelle classiche Monumento non vince quasi mai: un successo su 24 partecipazioni. Forse perché cerca il bello, piuttosto che l’utile: il successo alla grande, anziché la vittoria e basta.

Un po’ come ieri, al Giro delle Fiandre, dove tra strade sterrate e odore di pioggia è sembrato in controllo della corsa per circa 6 ore. Quello con la gamba migliore di tutti, sempre in testa, sempre pronto a ricucire sugli allunghi dei big. Poi però scatta Terpstra e lui sta lì, a guardare, a marcare i rivali, i soliti noti, a pensare che “figurati se questa è l’azione buona“. E invece lo è: vabbè, sarà per la Roubaix.

E noi, di nuovo, saremo ancora tutti lì ad aspettare il suo sigillo. Nonostante non sia mai andato oltre un sesto posto, nel 2014, nella classica del pavè. Commettendo il solito, inevitabile, errore: credere che il più forte debba anche vincere sempre.

Ma è il ciclismo, signori: quel mix di valori sportivi, tattica, casualità che esalta e delude, affascina e tradisce.

E Sagan è Sagan. Non ancora – forse mai – Eddy Merckx.

Vincenzo, Vincenzo! Ma che hai fatto Vincenzo?

Nibali Sanremo

 

Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!” Basta quella frase in tv, quell’urlo negli altoparlanti di Sanremo, per saltare dalla sedia. “Vincenzo, Vincenzo, è partito Vincenzo!“. Che attenzione, non è Nibali: è Vincenzo.

Vincenzo con quel suo fisico da uomo normale diventato campione, con quella faccia abbronzata da emigrato d’altri tempi, Vincenzo con gli occhi sempre lucidi e profondi. Vincenzo papà di Emma, Vincenzo dai: Vincenzo Nibali.

Così vedi la sua maglia rossa uscire dal gruppo, lanciarsi all’inseguimento del campione lettone: e nel suo sguardo ti sembra di immortalare il lampo di follia che si trasforma in impresa, la frazione di secondo in cui il sogno diventa possibilità.

E adesso pedala, pedala Vincenzo. E non ti voltare, che ci siamo noi, milioni di italiani, a guardarti le spalle, a controllare che il gruppo cattivo non venga a riprenderti.

Disegna le curve della discesa e fingi di non sentirle le gambe che bruciano e fanno male in quel vialone lungo e infinito. Raccogli le energie che ti restano. E goditi il momento, che vorremmo esserci noi al posto tuo. A soffrire, a sudare, a vedere lo striscione del traguardo là sotto, sempre più vicino.

Alè Vincenzo: pedala, pedala, e non ti fermare. Che manca un km, forse meno, e hai ancora un buon margine. Pedala, pedala, ma prenditi il tempo per esultare. Alza le braccia al cielo. Urla, ridi, piangi. Vinci.

Ma che ha fatto Vincenzo?“. “Ma cos’hai fatto Vincenzo?” Ha vinto Vincenzo, Vincenzo Nibali.

Milano-Sanremo: quando c’era Cipollini

 

In fondo basta il nome, Milano-Sanremo, a tirarti fuori quella voglia di ciclismo che hai dentro da sempre. La chiamano la Classicissima, perché più classica di questa non esiste. Duecento corridori che montano in bicicletta e percorrono quasi 300 km tutti d’un fiato, su un percorso che è tutto un saliscendi, col mare accanto, il sole primaverile che inizia ad affacciarsi sulla città dei fiori: che poesia, che bellezza.

Ma la Milano-Sanremo è uno spaccato di vita italiana, una metafora dei successi e delle cadute tricolore. La Milano-Sanremo è l’antipasto che ti annuncia che un paio di mesi e arriva il Giro: e allora tutti fuori, tutti in strada, che tra poco passa la maglia Rosa e bisogna salutarla. Retaggi di un Paese che forse nemmeno esiste più, di una voglia di sentirsi Italia che riaffiora soltanto in poche occasioni: ai Mondiali di calcio, in parte alle Olimpiadi e poi via, pronti di nuovo a dividerci, a farci la guerra, e spesso tra poveri.

Perché in questi anni qualcosa si è perso. La Milano-Sanremo la guardi, ma forse non l’aspetti più come qualche anno fa. Quando ti chiedevano cosa fai sabato e rispondevi indignato: “Ma come cosa faccio? C’è la Milano-Sanremo“. E allora dall’altra parte avevano il garbo di non risponderti, abbassavano lo sguardo imbarazzati, colpevoli di aver dimenticato un appuntamento tanto importante. Così provavano a recuperare, con una domanda tanto stupida quanto fondamentale: “Quest’anno ce la fa Cipollini?“.

Perché in fondo, il punto, quello era. Il Re Leone che ruggiva ovunque, ma non a Sanremo. Tante partecipazioni, due secondi posti, e sempre qualcosa che va storto. E poi una promessa da onorare. Quella a papà Vivaldo. L’uomo che da piccolo lo portava a vedere le corse, compresa la Sanremo, perché in gruppo c’era Cesare, suo fratello maggiore. L’uomo al quale un giorno, a Savona, il piccolo Mario promise: “Questa corsa un giorno te la vincerò io“.

Ma il destino è spesso infame. Nel 1999 il papà di Cipollini esce in strada per una sgambata in bici. Cade e batte la testa. Non si riprenderà mai più, restando nell’incoscienza fino al 2010. Si è perso il successo del figlio, arrivato nel 2002 al quattordicesimo tentativo. Il treno bianco e nero che scorta Super-Mario ai 250 metri dal traguardo, lo sprint impetuoso e violento di un corpo generato per esprimere potenza, la paura che Rodriguez spunti dalla ruota proprio sotto lo striscione di via Roma, e poi le braccia al cielo, l’urlo della folla, la vittoria.

Non secondo Mario, però, che al traguardo – in quel fantastico 2002 che gli portò in dote pure il Mondiale di Zolder – subito disse: “E so che mio padre mi ha sentito vincere“. Roba da pelle d’oca, da iniziare a piangere senza smettere più. Roba da Milano-Sanremo.

La Milano-Sanremo, quando c’era De Zan in telecronaca. La Milano-Sanremo di “chi scatta oggi sul Poggio?” e quella di Pantani che assalta la Cipressa. La Milano-Sanremo di Bulbarelli e Cassani su Rai Tre. La Milano-Sanremo dei pomeriggi di isolamento consapevole dal resto del mondo, e guai a chi ci disturba davanti alla tv. La Milano-Sanremo. Quando c’era Cipollini

Lettera a Marco Pantani

Quattordici, Marco. Come gli anni che sono passati. Quattordici, come il 14 febbraio in cui te ne sei andato. Un San Valentino, la festa degli innamorati. Per te che avevi perso l’amore per tutto, forse anche per la vita.

Tradito, isolato, rovinato. Il re delle salite che imbocca una discesa infinita. E non c’è bici che tenga, per tentare di ripartire. Certe volte non puoi alzarti sui pedali, levarti la bandana e via, lasciarti tutti i problemi alle spalle.

No, quel 14 di quattordici anni fa sei andato in fuga per sempre. E non c’era un De Zan, un Bulbarelli di turno, in cronaca, a fare da megafono alle tue imprese. Nessuno che urlava “Pantani!“, a bordo strada. Eri da solo Marco. Ma solo davvero. Senza mamma Tonina e papà Paolo, senza tua sorella Manola. Senza i tuoi gregari a coprirti dal vento, a curarti la ruota.

Solo. In preda ai tuoi deliri, a scrivere il tuo testamento su un passaporto. A rivendicare che Pantani era uno sportivo, non un dopato. Solo senza Christina, la danese che ti aveva rapito il cuore. Solo e basta. A pochi metri dalla morte. Che alla fine è arrivata, sotto uno striscione triste – non quello di un tappone del Giro o del Tour – in un residence di Rimini che alla fine hanno pure abbattuto. Si chiamava “Le Rose“.

Ma i petali sono appassiti tutti, pure quelli del ciclismo. Perché se ancora la gente usa i gessetti per scrivere in strada il tuo nome, un motivo ci sarà. Ed è che hai fatto il vuoto, come quando la strada iniziava a salire. Nessuno mai, dopo di te. Non Nibali, non Aru. Nessuno, punto.

Quattordici, quindi. Eppure il nodo in gola c’è sempre, al punto che sembra che tu sia morto oggi. Quattordici, però. Come il 14 di San Valentino e l’amore dei fan – quello no – che non scema. Perché pedali sempre un po’ con noi, che abbiamo il tuo ghigno dipinto in faccia su una rampa di 20 metri, mettiamo le mani sotto il manubrio col rischio di finire a terra, ci leviamo la bandana nonostante tutto. Quattordici, insomma. Ma potrebbero essere pure 100: Pantani vive, viva Pantani.