Il bambino che ha urlato “papà”

Io non lo so che cosa si prova a trovarsi la morte in faccia, a scoprire che l’autista dello scuolabus, quello che aspetta pazientemente mentre ti diverti con gli amici in gita, si trasforma d’un tratto in un orco. Io non lo so che cosa si sente coi polsi legati, se trovarsi a sfregare le braccia per liberarti dai lacci è così facile come si vede nei film. Né so immaginare quali parole avrei scelto per una telefonata disperata a 12 anni, pensando che sarebbe stata l’ultima.

Non lo so quanti interminabili secondi sarebbero passati, prima che i miei genitori capissero che non era uno scherzo, che purtroppo era tutto vero, che la morte era lì da venire, per un pazzo che ha scelto il mio pullman e il mio giorno d’uscita da scuola per fare una strage.

Io non lo so che cosa è stato più brutto. Se scansarsi di corsa dalla strada mentre il pullman speronava le macchine dei carabinieri. Oppure restare all’interno, tra gli ultimi a uscire, mentre l’aria diventa più calda e le fiamme si fanno vicine.

Non lo so se è stata peggiore l’attesa, la paura che nessuno venisse. O che lo facesse in ritardo. Non lo immagino com’è stato vedere i professori impotenti, così insolitamente insicuri, pure loro sbiancati nel tentativo di pensare a noialtri, di placare la furia di un grande che dei loro ordini se ne frega.

Non lo conosco il terrore intenso, l’istinto primitivo che ha spinto un bambino ad urlare correndo un lungo, disperato e infinito “Papà!!!”. E non lo so se alla fine della sua corsa ha trovato le braccia del padre. Se gli è bastato vederlo per sentirsi di nuovo sicuro.

So che qualcuno, però, di questo giorno da incubo dovrà rispondere. So che i pazzi vanno fermati. Sempre. Da Traini al senegalese Sy. Ma so pure che è folle, molto più folle di un mostro d’autista, continuare a soffiare sull’odio. Perché prima o poi il vento gira, cambia direzione, rischiando di travolgere tutto. Pure noi.

Può succedere in Italia

La strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, è uno schiaffo in faccia a quelli che per anni sono andati in televisione a raccontarci che “va bene, non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Bisogna capirlo una volta per tutte: la follia e l’ignoranza, l’estremismo e la violenza, non conoscono distinzione etnica o religiosa.

Il manifesto dei suprematisti bianchi entrati in azione nelle moschee neozelandesi è un concentrato di teorie tanto assurde quanto pericolose. L’errore che si deve evitare in questo momento è quello di scatenare una guerra tra bande. E’ innegabile che ci siano politici che soffiano sul vento della paura per ottenere consensi. Non è un caso che Trump sia citato come “simbolo della rinnovata identità bianca”, né lo è che la Merkel, che ha accolto in Germania centinaia di migliaia di profughi siriani, venga individuata come “la prima della lista” tra i nemici da abbattere.

Ci saremmo sorpresi se una strage simile si fosse verificata in Italia? No, onestamente. Perché chi semina vento raccoglie tempesta. E qui è in atto una bufera.

Quello che possiamo fare ora è non lasciarci vincere dalla tentazione di estremizzare un dibattito di per sé già esasperato. Questo però non significa rinunciare a chiedere a chi oggi guida il governo, a chi in questi mesi ha strizzato l’occhio ai razzisti, un’assunzione di responsabilità che fino a questo momento è mancata. L’islamofobia diffusa, la demonizzazione dei migranti, se non sono le cause dirette di stragi di questo tipo, sono almeno dei fattori che hanno inciso nel determinare la morte di decine di innocenti. Non i primi e purtroppo neanche gli ultimi.

Per questo motivo bisogna dire basta ad atteggiamenti mezzi e mezzi. Esempio concreto: è indegno che il presidente del Consiglio Conte abbia aspettato le 12:05 per twittare un messaggio di cordoglio. Lo è ancora di più che Salvini cinguetti di tutto ma non un pensiero di condanna per l’attentato.

Poi non meravigliamoci se i prossimi saremo noi.

Nasim che spara per i video di YouTube

 

Si chiamava Nasim Najafi Aghdam, e aveva 39 annni, la donna di origini iraniane che ha tentato di fare una strage nella sede di YouTube a San Diego, in California.

E non ingannino le origini musulmane dell’assalitrice. Non c’è nessuna radicalizzazione, non stavolta.

Nasim era più occidentale di noi: di mestiere faceva la youtuber. Pubblicava video di animali, esercizi fisici da fare in casa, parodie di canzoni famose. I video su cui clicchiamo tutti quanti.

Nasim non era una terrorista. Ma in qualcosa di simile si è trasformata quando YouTube, di fatto il suo datore di lavoro, ha cambiato le regole del gioco. Vincoli più stringenti per avere accesso ai pagamenti. Un numero maggiore di followers e robe del genere, per non veder crollare i propri guadagni.

Nasim allora ha provato a chiedere spiegazioni all’assistenza, ha protestato per il giro di vite imposto dall’azienda, ma non è riuscita ad ottenere nulla. Così ieri ha preso una pistola, è uscita di casa, ed ha iniziato a sparare all’interno della sede di YouTube. Poi si è fermata all’ingresso, ha premuto il grilletto e si è tolta la vita.

Lo ha fatto così, con semplicità. Come fosse una naturale conseguenza del torto subito. Come se i responsabili, poi, fossero i dipendenti sui quali ha aperto il fuoco. Come fossero burattini senza vita, personaggi senza storia, ostacoli sul suo cammino di popolarità. Lo ha fatto, pensando che fosse giusto farlo.

Nasim non ha ucciso, ma c’è andata vicina. Nasim si è uccisa, e non si capisce perché. Nasim che spara per i video di YouTube, è la fine del mondo.