La pistolettata di Siri-jevo

L’accusa è di quelle pesanti: Armando Siri è indagato per corruzione. Gli inquirenti della Dia di Palermo gli contestano di aver “caldeggiato” l’approvazione di alcuni emendamenti richiesti da tale Paolo Arata, faccendiere impegnato nel settore dell’energia, in cambio di una mazzetta da 30mila euro. Arata è noto per aver intrattenuto dei rapporti con Vito Nicastri, arrestato circa un anno fa e definito il “signore del vento” per il suo business nell’eolico, guarda caso il settore preferito da Matteo Messina Denaro.

Ora è chiaro che non si può essere garantisti a giorni alterni: Siri è indagato, non colpevole, fino a prova contraria. In questo senso i 5 Stelle si dimostrano assurdamente coerenti: sono manettari e giustizialisti. Quando non si tratta di loro. Per questo, un minuto dopo la notizia dell’inchiesta, Di Maio ha chiesto le dimissioni del sottosegretario per le Infrastrutture.

Occhio però alle conseguenze di queste fughe in avanti. Perché non siamo in presenza di un governo monocolore: Di Maio è il capo politico del MoVimento 5 Stelle, non è il premier dell’esecutivo. Dunque in questo caso ci troviamo in presenza di “fatti della Lega”, innanzitutto. Poi del governo. Chiedere la testa di Siri equivale ad invadere l’area di competenza di Salvini, scavalcarlo. Lesa maestà.

Siri d’altronde non è uno qualunque: è vicinissimo al “Capitano“, è l’ideologo della flat tax. Sì, quella tassa piatta che tanto fa storcere il naso ai 5 Stelle nelle modalità pensate dal Carroccio, la stessa tassa piatta che potrebbe causare l’aumento dell’Iva. Perché Tria in questo senso è stato chiaro: delle due l’una.

La mossa di Di Maio però non è casuale, è una provocazione voluta.

La risposta di Salvini è la solita. Opposta rispetto alla posizione di Giggino:”Conosco Siri e lo stimo, non ho dubbio alcuno“.

A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Perché la storia insegna che alle volte da un evento “collaterale” può originarsi il “casus belli”. Fu così nel 1914: l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, venne ucciso a Sarajevo da un attentatore serbo. Da quell’episodio, di cui nei momenti immediatamente successivi nessuno sembrò curarsi, l’Austria ricavò il pretesto per attaccare la Serbia e scaturì la Prima Guerra Mondiale: 14 milioni di morti.

Nel nostro piccolo: Di Maio ha sparato. Salvini è stato colpito. Un mini-conflitto è già scoppiato. Ma il governo può cadere per un caso simile? Forse può essere questa la nostra “pistolettata di Siri-jevo”.

La rivincita di Tria

Nelle pieghe di un discorso fatto da un economista si possono cogliere i dettagli che fanno la differenza. D’altronde la vita di un matematico è fatta così, di minuzie, di particolari. Provate a togliere una parentesi da un’espressione e vedrete come cambia. Per questo l’intervista di Giovanni Tria al Messaggero, nella sua narrazione complessiva, può sì sembrare in linea con le promesse e i proclami del governo, cioè spropositatamente ottimistica, marcatamente assolutoria per quanto riguarda i temi economici (non) affrontati da questo esecutivo. Eppure ci sono dei punti che Tria mette a fuoco, sconfessando i suoi colleghi ministri e affermando quel principio di realtà che il titolare dei conti deve sempre avere come bussola.

Il primo punto da tenere a mente è quello che riguarda la riforma delle pensioni. Salvini per mesi ci ha detto che la Fornero era superata, archiviata per sempre. La verità su quota 100 ce la dice Tria, tra le righe, ovviamente:”Quanto alla sua durata, il provvedimento è triennale e quindi temporaneo“. Bene, d’altronde non è un problema di questo governo pensare a cosa accadrà dopo quota 100: fra tre anni a raccogliere i cocci saranno altri.

C’è però un altro elemento di verità che Tria mette sul tavolo, lasciando intendere che il punto di caduta del governo in materia economica si giocherà su un tema cruciale, che tutti oggi fanno finta di non vedere: l’aumento dell’Iva. Salvini sulla flat tax si gioca la sua collocazione politica, perché se c’è un provvedimento economico di centrodestra, oggi, è proprio la flat tax.

Però il problema delle coperture è tema d’interesse di Tria. Che si pavoneggia, perché è nel suo stile, non è solo un freddo economista, ha un cuore caldo, ama il tango, ma alla fine è chiaro, netto, chirurgico: “Il taglio dell’Irpef è un atto di giustizia necessario, soprattutto per i ceti medi (…) Su questo argomento mi limito a dire che nel 2006 ho ricevuto un premio giornalistico per un articolo nel quale spiegavo le virtù di un’imposta più spostata sui consumi che sulle persone. E qui mi fermo, perché si tratta di una posizione scientifica non di una decisione politica“.Traduzione, se volete fare la flat tax dovete per forza aumentare l’Iva: scegliete pure quale promessa tradire.

Non si passa, è la linea del suo personalissimo Piave, l’argine eretto dai numeri, freddi ma espressivi. Ed è anche un altro capitolo, l’ennesimo di questi tempi, della sua riscossa. Perché così com’è accaduto per i rimborsi ai risparmiatori truffati dalla banche, la linea del successore di Quintino Sella è quella della prudenza e del buon senso. E il fatto che oggi Di Maio e Salvini siano costretti a fare i conti con lui, con l’uomo che i conti li fà per mestiere, è anche la sua rivincita, la rivincita di Tria.