Un Affare di Famiglia

Lorenzo Fontana

Ci era stato detto, a più riprese, che dopo le Europee nulla sarebbe cambiato nel governo. Un po’ un paradosso per l’autoproclamato “governo del cambiamento”. Ed in parte è stato vero. Non sono cambiate le polemiche sul nulla, le risse verbali nelle interviste, le accuse a mezzo social, le indecisioni sui fatti concreti, i numeri allarmanti sull’economia, le previsioni di (de)crescita stagnante, le tattiche di distrazione di massa. Su un punto, però, Matteo Salvini, vincitore annunciato delle Europee, era stato chiaro: nessun rimpasto di governo.

Ora ci dicano cos’è la nomina di Lorenzo Fontana a ministro degli Affari Europei se non un rimpastino, una rivendicazione per il risultato del 26 maggio, un premio per il successo nelle urne, un esercizio di equilibrismo nel nome del potere e delle poltrone.

Alla Famiglia va invece Alessandra Locatelli, vicesindaco di Como nota al grande pubblico per umanità (memorabili le sue crociate contro l’elemosina ai clochard) e rispetto delle istituzioni (come quando chiese agli amministratori della Lega in Lombardia di rimuovere la foto di Mattarella dagli uffici pubblici).

Certo non sarà facile per lei fare peggio di Fontana al ministero. Ininfluente nella capacità di incidere sulla vita delle famiglie italiane, dimentico dei disabili che avrebbe dovuto invece tutelare, attento soltanto a discriminare, dividere, offendere, un po’ come fatto col patrocinio del Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona. C’è da sperare che Fontana faccia meglio nel suo nuovo ruolo, che per esempio partecipi alle riunioni in Europa tra ministri, non prendendo ad esempio Salvini, suo ex compagno di banco a Strasburgo (per poco, a dire il vero, visto che Matteo il suo scranno lo ha occupato raramente).

Ora chissà se dopo questo rimpasto qualcuno si deciderà a dare qualche risposta: sul futuro di Alitalia e di ILVA, sulle Autonomie e sulla TAV, sulla Flat Tax e sull’IVA, giusto per citare qualche argomento di poco conto. Vabbé che ormai lo abbiamo capito: è solo un Affare di Famiglia…

Se Salvini fosse serio non andrebbe a Verona

Ho spiegato ieri perché a mio avviso il Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona è una porcata, punto. Quando ho scritto l’articolo, però, non erano ancora uscite le immagini del feto di gomma distribuito tra i gadget dagli organizzatori del convegno. Migliore rappresentazione del degrado etico delle persone che rappresentano questo meeting non avrebbe potuto esserci: un embrione di 10 settimane, accompagnato da un cartellino con la scritta: “L’aborto ferma un cuore che batte”!. Sembrerebbe lo scherzo macabro del maniaco di un film horror: è invece il souvenir di un evento a cui prenderà parte oggi Matteo Salvini.

Adesso mancano ancora alcune ore prima dell’intervento del vicepremier, previsto intorno alle 16. C’è ancora tempo per un’inversione di rotta che farebbe bene prima a lui e poi al Paese. Non è ammissibile che il vicepremier italiano presti il volto a queste iniziative barbare e anti-storiche. Non è possibile che non si renda conto della gravità di certe teorie assurde e malsane, attribuibili alle peggiori sette più che a politici e studiosi.

Glielo diamo come consiglio: Salvini non vada a Verona. Inventi una scusa: dica che ha il mal di denti, dica che il figlio ha la febbre e che il suo compito è come sempre quello di fare “da ministro e da papà”. Dica ciò che vuole: ma non vada.

Ne guadagnerebbe un’apertura di credito da parte di milioni di italiani di centrodestra e centrosinistra che apprezzerebbero la capacità del ministro di cambiare idea su un evento rivelatosi terrificante per i suoi contenuti.

Testimonierebbe, con questo gesto, la potenzialità di trasformare le sue politiche estremiste in qualcosa di almeno lontanamente vicino alla ragione, alla moderatezza, alla realtà.

Perderebbe qualche voto a destra, ma li rimpiazzerebbe in abbondanza al centro, si fidi.

Tutti ottimi motivi per non partecipare, non crede?

Eppure ne basterebbe uno solo: se Salvini fosse serio non andrebbe a Verona.

Perché il Congresso delle Famiglie di Verona è una porcata

Quando una carica istituzionale, in questo caso il vice-presidente del Consiglio, decide di prendere parte ad un evento dal così alto valore simbolico come quello del Congresso delle Famiglie di Verona, non può valere il discorso secondo cui di quella manifestazione si abbracciano soltanto i concetti che fanno più comodo.

Ci spieghiamo: Salvini che dice di andare a Verona per “pappagallare” e strumentalizzare le parole del Papa (e non è la prima volta) sulla famiglia formata da un uomo e una donna deve assumersi le responsabilità di tutto il pacchetto che il convegno rappresenta. Un esempio più chiaro, alla portata del leghista: è come se un musulmano moderato si presentasse ad un ritrovo di terroristi di Al-Qaida sostenendo che di fondo c’è la comune fede in Allah. Poi se gli estremisti ammazzano le persone è un problema loro. Chiaro il paragone?

Una volta spiegato il “principio” per cui Salvini sbaglia ad andare a Verona, entriamo nella sostanza. Perché sullo stesso palco del nostro vicepremier salirà ad esempio Dmitri Smirnov, esponente della Chiesa ortodossa russa, secondo cui le donne che scelgono di abortire sono “assassine e cannibali“. C’è poi un liberale come Jim Garlow, pastore americano secondo cui le coppie omosessuali ridurranno la nostra società in schiavitù e sono uno strumento del Demonio per distruggere Dio. Ha ritirato la sua partecipazione in extremis la signora Silvana De Mari, italiana, secondo cui
l’atto sessuale tra due persone dello stesso sesso è una forma di violenza fisica usata anche come pratica di iniziazione al satanismo“. E’ evidente che la sua assenza sarà compensata dalla nigeriana Theresa Okafor, che ha
sostenuto la legge che prevede pene di reclusione fino a 14 anni per i membri di coppie omosessuali.

Ora l’elenco è lunghissimo, si potrebbe continuare all’infinito, ma è chiaro che a Salvini sfugge un concetto: quello di libertà. Perché non basta difendersi da Barbara D’Urso dicendo che ognuno nella sua camera da letto può fare quel che vuole se poi ci si mescola con personaggi di questo tipo, se si strizza l’occhio a posizione omofobe e anti-femministe, se le si avalla con la propria presenza, “da ministro e da papà”, come ama ripetere a sproposito ormai su ogni questione.

E attenzione a non cascare nella scusa ufficiale dei leghisti, quella che per intenderci fa capo al ministro Fontana, secondo cui il vero problema dell’Italia sono le culle vuote. Non è partecipando al Congresso delle Famiglie di Verona che aumenterà la natalità. Per farlo sarebbe stato più utile trascorrere una giornata in Parlamento o in Consiglio dei ministri, adottare delle misure concrete come gli sgravi fiscali per chi assume le donne, le stesse che una gravidanza spesso non possono nemmeno sognarla perché non hanno un lavoro; stanziare un assegno di maternità universale e misure di sostegno per le famiglie più numerose. Sono queste le politiche che aiutano la famiglia “naturale”, sono queste le cose da fare per passare veramente “dalle parole ai fatti”. Non le vergognose passerelle affianco a personaggi da cui prendere le distanze senza se e senza ma.

Perché le famiglie “tradizionali” italiane non sono formate da estremisti, oltranzisti, omofobi e antifemministi. Le famiglie “tradizionali” italiane sono composte da gente perbene che coltiva le proprie convinzioni ma riconosce i diritti altrui. Non come al Congresso delle Famiglie di Verona, che è una porcata, punto.

Conte ha scelto su quale carro salire

Il segnale politico passa inosservato ai più. I grandi media sottolineano soltanto che Giuseppe Conte ha tolto il patrocinio della Presidenza del Consiglio al Congresso delle Famiglia di Verona. Breve inciso: i conservatori moderati, i cattolici e i centristi non si lascino abbindolare dal titolo dell’evento, dentro c’è quanto di più sessista e razzista possa esistere. La retorica di Salvini, per cui il Congresso vuol promuovere e difendere la famiglia tradizionale composta dalla mamma e dal papà, nasconde in realtà un assunto terrificante per i suoi contenuti, più inquietante e pericoloso di quanto si lasci trasparire. Arriviamo a dire che Di Maio, per una volta, ha pienamente ragione.

Ma tornando a Conte, per quanto sia di buon senso la decisione di non legittimare con il patrocinio di Palazzo Chigi una manifestazione di questo stampo – lasciando così al solo ministero della Famiglia del leghista Fontana la possibilità di appoggiare l’evento – ciò che va ravvisata è una presa di posizione che di per sé è già una notizia. Non è un inedito, attenzione, e proprio questo è il segnale politico da cogliere in prospettiva. Già all’inizio di marzo, quando il caso Tav rischiava di far implodere il governo, Conte era andato in conferenza stampa ad esprimere “forti dubbi e perplessità sulla convenienza” della Torino-Lione. Di più, si era spinto a dichiararsi “non affatto convinto” dall’utilità dell’opera per l’Italia.

Si tratta di un’evoluzione non marginale per il premier chiamato a fare da mediatore tra due soggetti quasi sempre in disaccordo come Lega e 5 Stelle. Certo, Conte è ancora lontano dal farsi attore e giocatore della partita politica. Ne si ha una prova analizzando nel dettaglio il tono del suo messaggio su Facebook. Adopera espressioni come “all’esito di un’approfondita istruttoria“, e termini demodé come “perspicua“. Gioca insomma sul filo sottile che separa il tecnicismo dalla supercazzola, rischiando di passare da “avvocato del popolo” ad Azzeccagarbugli.

C’è però un cambio di strategia. Perché non bisogna mai dimenticare che se Conte è arrivato a Palazzo Chigi lo deve soprattutto a Di Maio. E che il suo nome resta d’area M5s, se è vero che prima delle elezioni era stato indicato dal capo politico 5 Stelle come ministro della Pubblica Amministrazione in pectore, in un rito ridicolo che non teneva conto del fatto che a nominare i ministri è il Presidente della Repubblica (dettaglio forse di cui Di Maio non era a conoscenza, ecco perché ha chiesto l’impeachment per Mattarella dopo il no a Savona).

Nelle dinamiche del governo il posizionamento di Conte può contare. Può voler dire che il premier e Di Maio hanno deciso di fare squadra, giocando di coppia, per arginare Salvini. E se questo nel medio termine determinerà frizioni e irritazioni da parte leghista, molto alla lunga rischia di rappresentare un problema per lo stesso Di Maio.

Perché l’umana ambizione, si sa, è senza confini.