America 2020: tutto come (im)previsto

Non sono i sondaggi i veri sconfitti dell’Election Night americana. Nessuna Caporetto delle previsioni. Siamo ampiamente dentro il margine d’errore e con milioni di voti ancora da scrutinare è ancora tutto possibile: dall’ipotesi più probabile, che porti in qualche modo Joe Biden alla Casa Bianca, a quella meno scontata ma mai esclusa da chi conosce le dinamiche elettorali a stelle e strisce, un bis di Trump.

Allora cos’è andato storto? Perché, se qui è già giorno, non conosciamo ancora il nome del prossimo presidente Usa? Sintetizzando, con un po’ di ironia, si potrebbe dire che siamo pur sempre nel 2020, un anno che ha fatto fin dall’inizio di testa propria, in cui il giallo è il colore d’ordinanza: sarà così fino in fondo.

Scavando in profondità, però, si possono già mettere in fila alcuni elementi.

Primo: Trump nel 2016 non è stato un accidente della storia. Se così fosse stato, a questo punto avremmo avuto una “landslide victory” di Biden, una vittoria a valanga del Democratico e un rigetto del Paese nei confronti di Donald. Non c’è stata, è un fatto.

Secondo: il biondo di Manhattan è uno straordinario animale da campagna elettorale. Negli ultimi giorni ha battuto l’America palmo a palmo, l’Air Force One lo ha trasportato da un angolo all’altro del Paese e la sensazione del cronista è stata confermata in particolare a Sud: la fan-base del presidente era motivata, addirittura sovreccitata; ai suoi comizi non c’erano lo scoramento e la rassegnazione tipica delle comunità perdenti. Anche stavolta se l’è giocata. Dovesse perdere, il Partito Repubblicano difficilmente riuscirà a “detrumpizzarsi”; dovesse vincere avrebbe fatto un capolavoro di portata storica.

E Biden? Biden sta facendo il suo. Ad eccezione della Florida, dove i cubano-americani hanno spostato l’ago della bilancia a favore di Trump, il candidato democratico sta facendo anche meglio di Hillary Clinton nel 2016 praticamente ovunque. Serve che completi l’opera negli stati del Midwest: Wisconsin, Michigan, soprattutto Pennsylvania, la sua terra d’origine. Tutto può finire dove tutto ha avuto inizio. Con l’aiuto (quasi) insperato dell’Arizona: lo Stato d’origine di un certo John McCain, l’eroe di guerra, il Repubblicano vecchio stampo che non ha mai accettato di piegarsi al Trumpismo, e forse sta dando una mano da lassù al “vecchio” amico Joe.

Non c’è altra soluzione che aspettare: ore, probabilmente giorni, a meno che non sia chiaro che si possa fare a meno della Pennsylvania per assegnare la vittoria ad uno dei candidati. Ma difficilmente accadrà. Nel frattempo Trump ha detto di avere “già vinto“. Falso, tutto è ancora in gioco.

Paradossalmente tutto sta andando come (im)previsto: lo avevamo scritto il giorno prima del voto. C’è il rischio di finire in tribunale, quello ancora più concreto che le parole del Presidente alimentino scontri tra opposte fazioni. Due Americhe, una Casa Bianca: è lunga, è ancora lunga.


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Trump e il virus: manuale di campagna elettorale per candidati infetti

Donald Trump sta meglio e nella più rosea delle ipotesi potrebbe essere dimesso addirittura oggi. Lo ha detto il suo medico, Sean P. Conley, un dottore che nelle ultime ore non ha certo brillato per onestà e chiarezza, ma ci sono buone ragioni per pensare che in questo caso le informazioni rilasciate dall’osteopata della Casa Bianca siano attendibili.

I problemi di salute di Trump sono stati in parte nascosti, in parte minimizzati. C’è chi si sconvolge per la mancanza di trasparenza sulle condizioni dell’uomo più potente della Terra, la verità è che essere il “comandante in capo” degli Stati Uniti comporta delle conseguenze. Prima di fare sprofondare nel panico una nazione ci si pensa due volte, almeno.

Quando Trump è arrivato al Walter Reed Medical Center non era ancora “out of the woods”, fuori dal bosco, come dicono gli americani per dichiarare una persona “fuori pericolo“. Queste sono le ore decisive per considerare The Donald se non guarito quanto meno sulla strada per esserlo. Si tratta di una buona notizia: anche per chi non ama le sue politiche (come chi scrive), anche per quella parte d’America e di mondo che ha esultato alla notizia del contagio invocando il karma.

Trump e la campagna elettorale da infetto

Qualcuno, subito dopo la notizia del contagio di Trump, ha invocato la sospensione della campagna elettorale da parte dei Democratici. Si tratta di “fair play“, dicevano. Non si vede perché Biden – che già aveva fatto ritirare tutti gli spot negativi sul presidente – avrebbe dovuto scegliere di penalizzare se stesso quando i Repubblicani nel frattempo non solo sguinzagliavano il vice Mike Pence e la figlia di Donald, Ivanka, ai quattro angoli d’America, ma soprattutto utilizzavano la degenza in ospedale di Trump come formidabile occasione per fare campagna elettorale.

Sabato Trump aveva pubblicato su Twitter un video di 4 minuti, un messaggio rivolto in particolare agli avversari interni e ai nemici esterni dell’America. Ieri il salto di qualità: Trump, scravattato come sempre, pubblica su Twitter un video di un minuto in cui ringrazia i suoi sostenitori. Ce ne sono a migliaia all’esterno dell’ospedale, pronti a fare il tifo per lui. Ma osservate bene il suo volto: non è più tirato come quello in cui annunciava il suo ricovero, ha anche riacquistato parte del suo proverbiale colorito arancione. E le braccia, le mani: le movenze sono quelle di sempre, se possibile più accentuate. Trump vuole comunicare forza, benessere, ottimismo: sorride, è disteso, spiega che “ho imparato molto sul Covid, questa è la vera scuola, non è la scuola del ‘leggiamo i libri’“.

Trump fa Trump, porta scompiglio, improvvisazione, spettacolo.

Il colpo di teatro lo porta all’esterno dell’ospedale: sale su “the beast“, la bestia, la macchina presidenziale super-blindata che si incammina su una strada transennata, sui cui marciapiedi sventolano bandiere americane e ali di folla urlano “four more years“, altri 4 anni. Trump, da dietro il finestrino, indossa la mascherina (e menomale!) e alza il pollice: come dire, “sto bene“. E sono qui tra voi. Con voi.

Non sappiamo come andranno le elezioni, e questo blog continua a credere che Joe Biden sarebbe un presidente migliore per gli americani e per i cittadini di tutto il mondo. Ma a Donald quel che è di Donald. La malattia avrebbe segnato il capolinea della campagna di qualsiasi candidato, a maggior ragione quella di un presidente che ha sottovalutato una pandemia, con oltre 200mila americani morti, di un uomo che ha rifiutato ogni forma di precauzione (sbagliando clamorosamente) e che ha finito per ammalarsi a sua volta. Ma le regole tradizionali del buon senso e della politica, applicate a Trump, non valgono. È la lezione del 2016, forse anche quella del 2020.

Il film della corsa alla Casa Bianca vive un nuovo capitolo, un altro colpo di scena che evita di rendere il finale scontato. Per chi ama l’America e la politica è davvero difficile chiedere di più.


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Salvini aveva torto sui migranti. Ma sulla magistratura ha ragione

Chiunque mi segua da più di qualche giorno è informato dell’assenza di affinità tra questo blog e Matteo Salvini. Questo portale e il leader della Lega sono sintonizzati su frequenze diverse, interpretano la realtà da punti di vista opposti, vivono la politica in maniera visceralmente differente.

Eppure chi mi conosce sa che da quando ho iniziato a scrivere su queste pagine ne ho avuto un po’ per tutti. Non per spirito di contraddizione generalizzato. E di certo non per calcolo di convenienza: quando attacchi a turno tutti, il lettore che aveva iniziato a seguirti perché contento di un parere positivo sul suo leader, è pronto a mollarti non appena osi muovergli una piccola critica. Credo però che l’integralismo di certi utenti, la polarizzazione del dibattito, debbano lasciare spazio all’indipendenza di pensiero e all’onestà intellettuale.

Libero da vincoli di sorta, scevro da condizionamenti esterni, posso concedermi il lusso di una difesa di Matteo Salvini sul tema della magistratura.

Allo scoppio del caso CSM ho già espresso il profondo convincimento che le correnti interne alla magistratura vadano abolite. Così come ho definito una grande ipocrisia il fatto che ad un giudice sia vietato iscriversi ad un partito ma allo stesso tempo sia concesso di essere eletto in Parlamento. Penso da sempre che chi vuole fare politica faccia una scelta di campo: l’arbitro non può scegliere di abbandonare temporaneamente il fischietto per aiutare una squadra e poi tornare a dirigere la partita come niente fosse. Eppure esiste qualcosa di peggio: giocare la partita mentre ancora la si sta arbitrando.

Le intercettazioni svelate dal quotidiano “La Verità” che riportano il dialogo tra Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo, e Luca Palamara, magistrato sospeso dal Csm e indagato a Perugia per corruzione, rappresentano l’ennesimo schiaffo inferto alla credibilità della magistratura e della Giustizia italiana. Che in una conversazione privata due magistrati dicano che “Salvini ha ragione sui migranti ma va attaccato” non ha giustificazioni. Che lo definiscano “una merda” è inaudito.

Tornano utili in questo senso le parole pronunciate da Sergio Mattarella presiedendo lo scorso giugno la riunione straordinaria del plenum del CSM: “Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’ordine giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla magistratura“.

Com’è noto, io non credo che Salvini abbia gestito correttamente le politiche migratorie da ministro dell’Interno. Non penso, come hanno sostenuto i magistrati nella loro conversazione privata, che il leader della Lega difendesse le coste italiane da “soggetti invasori“. Penso si trattasse per la maggior parte di disperati. Credo che la decisione di trattenere per giorni in mare aperto centinaia di persone, tra cui donne e bambini, fosse strumentale e inumana. Ritengo che i suoi decreti sicurezza, oltre a creare insicurezza (migliaia e migliaia di irregolari liberi di scorrazzare per l’Italia senza controllo), fossero anche illegittimi poiché dimentichi del diritto del mare.

Salvini, insomma, sui migranti aveva torto. Ma su questa magistratura ha pienamente ragione.

Bonafede è salvo, la Giustizia no

Come ha sintetizzato Matteo Renzi nel suo intervento al Senato, oggi la “vendetta” nei confronti di Alfonso Bonafede era stata servita su un vassoio d’argento.

Ma se il leader di Italia Viva ha ragione nel dire che la politica è una cosa e la vendetta personale un’altra, allo stesso tempo sbaglia adducendo ragioni politiche per giustificare il suo voto contrario alle mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni.

E’ vero, Giuseppe Conte ha politicizzato il dibattito su Bonafede. Ha reso la mozione di sfiducia individuale contro il Guardasigilli una mozione di sfiducia nei confronti dell’intero esecutivo. Se Renzi avesse sfiduciato Bonafede si sarebbe aperta un attimo dopo la crisi di governo.

Ma il punto è un altro: cosa c’è di più politico della tutela della Giustizia? Cosa c’è di meno “individuale” di proteggere il dettato secondo cui “la legge è uguale per tutti”? In una domanda: su quali temi è sacrosanto far cadere un esecutivo se non sulla Giustizia?

Se un intero governo, un presidente del Consiglio, un partito di maggioranza relativa in Parlamento, non hanno il coraggio politico di chiedere ad un proprio esponente inadeguato e dannoso di fare un passo di lato, allora quale alternativa c’è alla sfiducia? Risposta: nessuna.

Se si sostiene che in questo momento aprire una crisi di governo sia da irresponsabili si diffonde una grande fake news. I Paesi hanno bisogno di stabilità, questo è vero. Ma soprattutto hanno bisogno di un governo che sappia governare.

La tesi per la quale questo esecutivo doveva restare in sella a tutti i costi, salvo far sprofondare il Paese nel caos, era valida nel mese di febbraio, in quello di marzo e ancora ad aprile. Per questo motivo ho criticato chi – nei giorni dell’emergenza – tramava nell’ombra per dare vita ad un “governo Amuchina“.

Ma al giorno 20 del mese di maggio, con il Paese che lentamente riparte o prova a farlo, anche la Politica deve assumersi le sue responsabilità. Soprattutto la Politica non può usare l’emergenza per nascondere le proprie debolezze, le proprie paure.

Oggi Bonafede è salvo: lo stato di diritto, la Giustizia, l’Italia, meno.

Recovery Gong: Francia e Germania mettono in riga l’Italia

La sera del 23 aprile, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciò: “Per il Recovery Fund non stiamo parlando di milioni, ma di migliaia di miliardi di euro”.

La sera del 18 maggio, neanche un mese dopo, Angela Merkel ed Emmanuel Macron annunciano che Germania e Francia hanno raggiunto un accordo per un fondo di 500 miliardi di euro. Molto meno dei 2000 miliardi paventati dagli inguaribili “eurottimisti”, ma meno anche dei 1000 miliardi di base proposti dall’Europarlamento.

Siamo evidentemente al di sotto della soglia di galleggiamento, almeno per le esigenze dell’Italia. La speranza nutrita dal governo dopo il “decreto rilancio” da 55 miliardi di euro, e cioè che arrivasse dall’Europa l’ossigeno necessario ad affrontare i prossimi mesi post-pandemia, questa sera appare una fragile illusione.

La centralità acquisita da Conte nel dibattito italiano – più che altro per mancanza di alternative credibili – non sembra evidentemente tradursi in considerazione da parte degli alleati europei. L’asse franco-tedesco torna a dettare se non legge quanto meno l’agenda. E a Palazzo Chigi non resta che ostentare soddisfazione e diffondere una velina nella quale si cita uno “scambio di messaggi sms tra Merkel, Macron e Conte”. Un po’ come scoprire che la propria amata ha una storia con un altro e il giorno dopo commentare: “Sì, ma nel suo cuore, io resterò per sempre”.

La stessa Commissione Europea, scavalcata dall’iniziativa franco-tedesca, è costretta a fare buon viso a cattivo gioco premurandosi di sottolineare, attraverso la presidente von der Leyen, che l’intesa Merkel-Macron “va nella direzione della proposta su cui sta lavorando la Commissione, che terrà conto anche delle opinioni di tutti gli Stati membri e del Parlamento europeo”.

Il bicchiere è inesorabilmente mezzo vuoto. Ci si può consolare con la notizia che i fondi saranno sussidi a fondo perduto e non prestiti da restituire. Si può giustamente osservare che fino a qualche mese fa l’istituzione di un fondo del genere sarebbe stata fantapolitica. Ma alzi la mano chi avrebbe ipotizzato qualche mese fa lo scoppio di una pandemia.

La notizia è che il coronavirus non ha cambiato i rapporti di forza all’interno dell’Europa. Contano sempre i soliti. E noi nei soliti non siamo compresi.

Più che Recovery Fund, per l’Italia è Recovery Gong.