Penne nere, non camicie

Il cappello degli alpini con la tradizionale penna nera

Sfilano gli Alpini. E ti si gonfia il petto. Come se quel cappello con la penna nera lo indossassi proprio tu. Sfilano gli Alpini, orgoglio nazionale, e pensi a quei giovani pronti ad immolarsi sulle montagne per le famiglie lasciate nelle valli, a quei ragazzi addestrati per combattere tra i ghiacci e poi inviati tra le dune del deserto, per assecondare famelici appetiti coloniali di questo o quel regime.

Li vedi marciare, fieri, come fossero loro gli eroi mandati al massacro nella campagna di Russia, loro i compagni dei caduti all’Ortigara, sempre loro, ancora loro, gli ultimi bastioni ad impedire l’ingresso degli “invasori”.

Sono gli eredi di una tradizione e di un sentimento, di un orgoglio e di una cultura. Ed è impossibile non percepire la differenza che passa tra chi indossa questa divisa per cuore e storia, come fosse una seconda pelle, e chi invece usa quella dei corpi di polizia dello Stato come uno strumento per i suoi fini elettorali. E’ innegabile il senso di nostalgia che assale chi vede sfilare queste reali espressioni di un’identità nazionale coraggiosa, nobile e incondizionata, a paragone dei nazionalismi e dei sovranismi che di patriottico hanno ben poco.

Quella degli Alpini è la storia di un’Italia semplice e di cuore. E’ quella del binomio coi muli, splendidamente fotografata da Giulio Bedeschi nel suo autobiografico “Centomila gavette di ghiaccio”: “Una volta un conducente rimase ferito da una scheggia che gli fratturò la gamba ed io che ero ufficiale medico tentai di prestargli qualche cura, quando ad un certo punto il suo mulo gli si avvicinò e infilò il muso tra la terra e la nuca del ferito, in modo da sostenerlo, riscaldarlo, confortarlo. Una scena che non dimenticherò mai“.

In un’epoca di nuove e vecchie inquietudini, di pericolosi richiami, di fascismi diversi ma pur sempre fascismi, è bene urlare forte e chiaro il loro motto, quello degli Alpini:”Di qui non si passa“. Sono penne nere, non camicie.

Non è “prima i rom” ma “mai coi fascisti”

La mamma della famiglia rom di Casal Bruciato scortata dagli agenti mentre tiene la figlia in braccio

Una società civile che abbia la pretesa di definirsi tale deve avere il coraggio di affermare il diritto anche quando questo è altamente impopolare. Casal Bruciato è la linea del Piave della nostra dignità. Le immagini di una mamma scortata da decine di poliziotti mentre tiene in braccio la propria figlia, gli agenti che la sottraggono ad un tentativo di linciaggio barbaro e violento, fascista e inaccettabile, sono allo stesso tempo un’onta e una speranza.

Devono farci vergognare, perché sono la prova dell’intolleranza e del degrado, dell’assenza di moderazione e del pregiudizio che ci stanno intorno. Ma allo stesso tempo devono darci coraggio, perché confermano che uno Stato ancora c’è, che in Italia ancora esiste la capacità delle istituzioni, o almeno di una loro parte, di distinguere ciò che è giusto da quel che è sbagliato. Qui non importa che siano bambini rom, importa che siano bambini. E se la legge dice che hanno diritto ad una casa è giusto che abbiano una casa: non si può pensare di dichiararli fuorilegge perché hanno un accento diverso dal nostro, usanze e tradizioni proprie, magari “troppi” figli. Tra parentesi papà Omerovic è bosniaco: la stessa nazionalità di Edin Dzeko, l’attaccante della Roma che fa esultare molti di quelli che oggi protestano. E’ un eterno paradosso.

E’ l’assurdo di chi chiede maggiore sicurezza, pene severe, giustizia certa, non più disordine, non sia mai campi rom e poi protesta quando un alloggio popolare viene assegnato – nel rispetto delle leggi – ad un nucleo familiare di 14 persone. Il principio è lo stesso di chi dice di combattere l’immigrazione e poi col decreto Sicurezza riempie le strade di nuovi “irregolari”. Un controsenso figlio del pregiudizio e dell’ignoranza, del razzismo e dell’intolleranza.

Le periferie romane, ma non solo quelle, hanno pieno diritto di protestare contro un’amministrazione incapace di metterle “al centro” delle proprie politiche. Ma affidarsi a gruppi come CasaPound ha un solo risultato: quello di passare immediatamente dalla parte del torto.

Salvini dice prima gli italiani. Di Maio avrebbe detto prima i romani. Noi diciamo un’altra cosa: mai i fascisti. Così non ci sbagliamo.

Italiani brava gente?

Pare il titolo di un film. E in fondo lo è: Italiani brava gente (1965) è il racconto della campagna di Russia vista con gli occhi dei nostri soldati. Quelli convinti che Hitler e Mussolini avessero ragione, quelli che però non erano cattivi come i nazisti. Noi no. Noi mai. Italiani brava gente.

Questo ci siamo detti, questo ci siamo raccontati. Questo abbiamo sperato che nel mondo pensassero di noi. E ancora crediamo che in Medio Oriente, quando vedono un soldato italiano, si fermino a salutare. Perché i nostri ragazzi ci rappresentano come meglio non si potrebbe, perché hanno cuore i nostri, non sparano a vista, attendono un secondo più degli altri prima di premere il grilletto, conoscono l’arte del dialogo.

Da quel film e quel racconto, da quel revisionismo storico che lo ha suggerito, dalla voglia di riscrivere la nostra storia, non si sfugge. Italiani brava gente, nonostante tutto. Nonostante mafia, ‘ndrangheta e camorra. Nonostante il colonialismo in Africa. Nonostante le guerre di ieri, le missioni di oggi, e chissà cosa di domani. Tregua olimpica perpetua: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli“, recita la Costituzione.

Siamo tutti buoni e accoglienti. Amichevoli e solidali. Poi però succede che un folle spari a Macerata contro gli immigrati e sotto sotto – ma nemmeno poi tanto – ci riscopriamo quasi pronti a giustificarlo. Come se alla fine fosse normale, umano e comprensibile, prima o poi, che un fatto del genere accadesse.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, pochi giorni dopo il raid razzista, ha confermato questa lettura dei fatti:”Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione“.

Più che scrutato l’orizzonte, Minniti, forse aveva letto i libri di storia. Quella in cui gli italiani sono come gli altri. Americani, inglesi, spagnoli: dominatori, conquistatori, per di più voltagabbana. Non siamo diversi, purtroppo. E non basta neanche dissociarsi. Imputare la colpa al Traini di turno. Era uno di noi.

Tutti uguali, che ormai anche la questione della superiorità antropologica della sinistra pare superata. Facciamocene una ragione. Proviamo a guardarci dentro. Saremo spesso animati da buoni intenti, ma non migliori.

Suona bene però, suona come un ritornello da cui non ti separi. Serve a lavarci le coscienze, a sentirci meno sporchi. Italiani brava gente…