C’è chi dice No

Di ogni referendum resta nella storia soltanto l’esito, prima ancora del risultato percentuale. Perciò tra uno, cinque o quindici anni chi dovesse per caso ritrovarsi a commentare quel giorno di settembre in cui in Italia venne deciso il taglio dei parlamentari direbbe che sì, ha vinto il Sì.

Questo per dire che le scuse non servono: oggi è il giorno della sconfitta di chi, come chi vi scrive, ha sperato fino all’ultimo in un andamento diverso della consultazione, in un errore macroscopico dei sondaggi che ormai da mesi raccontavano un finale già scritto, una battaglia persa in partenza.

Dunque niente da festeggiare: vincono i populisti e perde la democrazia. Trionfano le fake news e soccombe la corretta informazione. Eppure un motivo per non abbandonare ogni speranza c’è, nonostante tutto. Riguarda il dato che non conta ai fini della vittoria o della sconfitta, ma che racconta di una fetta di italiani che non si è ancora (incredibilmente) rassegnata alla narrazione del tanto peggio tanto meglio.

Lo spoglio è da poco iniziato ed è ancora presto per dire quanti voti in tutto avrà ottenuto il No al referendum, ma che sia il 30%, il 33 o il 35% poco importa. All’incirca un terzo degli italiani ha deciso di ribellarsi al racconto che celebra il Parlamento come un bivacco di truffatori e manigoldi; ha scelto di credere che il problema non sia la quantità ma la qualità di deputati e senatori; ha sfidato le indicazioni di una classe dirigente troppo pavida per mettersi di traverso rispetto all’orientamento generale, per scegliere scientemente la sconfitta, ma il lato giusto della storia. Questi italiani hanno dimostrato che la politica esiste: sono loro.

Ecco, il Si vince e il No perde. I deputati e i senatori saranno di meno, alcune Regioni saranno sotto-rappresentate e il Parlamento viene amputato. Auguri a tutti. Ma la notizia è questa: c’è chi dice No. Non basta. Ma non è poco.

“Perché No”

Chissà perché nessuno ha pensato di reclutare per il referendum sul taglio dei parlamentari la canzone di Lucio Battisti, “Perché no“.

Messi da parte romanticismo e poesia- “in un grande magazzino una volta al mese, spingere un carrello pieno sotto braccio a te” – i versi di Mogol incarnano lo spirito di questa consultazione molto meglio di tanti articoli e dichiarazioni.

Sta tutto nel ritornello, nella domanda retorica che il cantante pone prima a se stesso e poi alla sua lei: “Perché no? Perché no? Perché no? Scusi lei, mi ama o no?“, seguita dalla risposta dell’interlocutrice: “Non lo so, però ci sto“.

Perché No, allora?
Voto No
, perché così vota una signora di 90 anni che di nome fa Liliana Segre. E di lei mi fido. Voto No perché, per usare le sue parole, “il Parlamento è l’espressione più alta della democrazia” e “sentir parlare di questa istituzione che fa parte della mia religione civile come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene“.

Sì, ma entra nel merito: perché No?
Voto No
, perché dobbiamo smetterla di perdonarci tutto. Di credere che i politici siano dei corpi estranei, mele marce catapultate a Roma cui prendersela quando le cose non vanno come speriamo. Deputati e senatori sono i parenti più prossimi del “popolo”: li abbiamo scelti noi. Voto no perché il problema non è il numero, semmai la qualità. Voto no perché il guaio non è lo stipendio, piuttosto il loro valore.

Quindi, dicevamo: perché No?
Voto No
, perché tagliare la spesa pubblica dello 0,007% non può essere l’ambizione di un grande Paese. Voto No, perché il caffè all’anno di risparmio garantito dal taglio lo offrirei volentieri al politico che rappresenta la mia Regione per esporgli i miei problemi. E invece con il Sì accadrà, per esempio, che pur avendo meno della metà degli abitanti, il Trentino Alto Adige avrà lo stesso numero di senatori della Calabria. O che l’Umbria vedrà più che dimezzata la sua pattuglia di esponenti a Palazzo Madama. Voto No, perché la rappresentatività non è uno scherzo.

Sì, d’accordo, ma se intanto prima tagliamo i parlamentari e poi “facciamo le riforme”…No! Come no? Perché no?
No, per lo stesso principio per cui “voi” decidete di votare sì. Le “riforme“, i “correttivi istituzionali“, la “modifica della legge elettorale“, dovevano essere votati prima. Prima di dire eventualmente sì. Anche per questo voto No. Perché non mi fido e non rinuncio alla democrazia a scatola chiusa.

Ma come la fai lunga, ma come sei provinciale…il mondo è cambiato…
Mondo? Già, lo conoscono bene gli italiani all’estero. Sono 6 milioni, più del 10% della popolazione. E se vincesse il Sì vedrebbero la loro rappresentanza decimata: un senatore per l’Europa, uno per tutto il Sud America, un altro per Centro e Nord America. Voto No, perché emigrare all’estero non significa essere italiani di Serie B.

Ok, ho capito: fai parte della “casta” anche tu!
No
, è che per me il Parlamento non è mai stato una “scatoletta di tonno“. Né ho mai creduto come Davide Casaleggio che “il Parlamento non servirà più“. Voto No, perché un “Vaffa” non ha mai risolto un problema che sia uno. Voto No, perché non voglio tagliare la politica, ma la cattiva politica (e credetemi ce n’è: che ce n’è). Voto No, perché credo nella democrazia, non nella demagogia.

Voto No, perché anche Lucio Battisti ogni tanto sbagliava. E allora non può valere un “non lo so, però ci sto“. Perché no? Perché No.

La briga di dire No

Dicevano di voler aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E a questo punto non è detto che prima o poi non ci chiedano di buttarla del tutto. Per fare spazio a cosa non è chiaro, evidentemente non importa.

Forse ci chiederanno di sostituire la rappresentanza dei territori con un concetto di democrazia che col popolo ha poco a che vedere; forse a Montecitorio e Palazzo Madama tenteranno di alternare un nuovo “social della democrazia”, un Rousseau 2.0 iper-connesso da sostituire alle piazze, luogo di incontro per eccellenza, fucina della Storia con la “s” maiuscola. Magari i più fantasiosi chiameranno in causa la necessità di evitare ogni tipo di assembramento, ci racconteranno che la società si evolve, la democrazia pure: adattatevi.

Proveranno a convincerci allora che una conferenza su Zoom rende meglio dei comizi, che il rapporto con la gente è superato. Distanziamento. Ovunque, comunque, per sempre. Parafrasando Churchill, che già sono soliti farlo a sproposito, sosterranno che “la democrazia è la peggior forma di governo”. Punto. Senza il resto della frase, quella che precisa: “Eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora“.

E sapete che c’è? Avranno tutto il diritto di farlo.

Perché gli è stato consentito. Perché la Politica si è arresa alla sua deriva senza neanche provare a combattere. Come quando, un anno fa, decise che era più sicuro abbracciare l’antipolitica che rischiare di perdere le elezioni e trovarsi all’opposizione. Così oggi.

La politica e i partiti scelgono di appoggiare un’offesa all’istituzione del Parlamento, di rendersi complici di uno sfregio della democrazia, nell’assurdo convincimento che il popolo finirà per odiarli meno, che basterà sforbiciare qua e là per lavarsi l’onore, recuperare la faccia. Scommessa non quotata: non accadrà.

Come se il problema fosse il numero, non la qualità del lavoro svolto. Come se la questione fosse realmente di risparmio. Come se ignorassero che gli italiani pagherebbero volentieri, a patto di sapere che in Parlamento si produce. Come se in fondo non sapessero che tra qualche anno qualcuno si sveglierà da questo indegno letargo e chiederà conto di questo silenzio vigliacco. Domandando come sia stato possibile che in cosi pochi si siano messi di traverso a questo scempio, si siano presi la briga di dire No.

Referendum sul taglio dei parlamentari: vince la politica (e arrivano le elezioni)

Ora affannatevi pure a chiamare in causa l’amore per la poltrona dei senatori che anche voi (sì, proprio voi) avete eletto. Commentate sui social con malcelato disgusto l’istinto di auto-conservazione di quelli che cadono sempre in piedi. Denunciate indignati l’accordo trasversale tra partiti solo sulla carta diversi. Sfogate la rabbia per il fatto che la firma numero 64, quella decisiva al raggiungimento del quorum necessario ad avviare il referendum sul taglio dei parlamentari, arrivi dall’Australia, da Francesco Giacobbe, senatore (del Pd!) eletto – per giunta! – all’estero. Voi che i senatori all’estero li odiate da sempre, vorreste abolirli. Che vogliono farne (loro) del (nostro) governo? Pensino al governo estero!

Dopodiché, esaurita la lista di cose ovvie da fare, sforzatevi di capire che la messa in discussione della riforma grillina, altro non è che l’occasione per riportare in questo Paese un po’ di realtà. Lo ricordate Di Maio in piazza nell’atto di strappare lo striscione con le poltrone simbolo della casta? Lo avete presente mentre parlava di “fatto storico” che “ricorderanno i nostri figli e i nostri nipoti”? Ecco, dimenticatelo. Un quinto di senatori ha deciso di opporsi a quella deriva teatrale, ad una riforma sbagliata che non elimina un problema (che sia uno) della democrazia italiana ma ne crea un altro: quello della rappresentanza. Chiedere a Roberto D’Alimonte, forse il massimo esperto di sistemi elettorali in Italia: a fare la differenza per il (mal)funzionamento della politica nostrana non è tanto il numero di parlamentari, semmai il bicameralismo paritario. Due camere che fanno esattamente lo stesso lavoro. Ridondanti. Ripetenti.

Ci vuole coraggio per affermare verità impopolari contro falsità diffuse e dannose. E se il conto da pagare per l’affermazione di questo principio sarà assistere ad un’accelerazione verso le urne poco importa. Se le forze politiche spingeranno per eleggere per l’ultima volta 945 parlamentari anziché 600, ce lo faremo andar bene. Perché poi, per il resto, portare alle urne un numero di cittadini tale da abolirla davvero, la riforma, non sarà impresa facile. E allora ecco che per non rischiare di restare senza seggio, una volta che il taglio sarà entrato in vigore (com’è probabile tra maggio e giugno), qualcuno potrà pensare bene di far cadere il governo nella finestra che si è aperta oggi e si chiuderà col referendum.

Magari sarà la scusa per trovare l’intesa, una buona volta, su una legge elettorale che assicuri al popolo il diritto di scegliersi il governo che vuole, e insieme quello di rappresentanza. Guardate al sistema degli Usa, alla Francia col doppio turno, al Regno Unito di cui abbiamo adorato la chiarezza pochi giorni fa. No, non serve il taglio dei parlamentari perché vinca la politica. C’è soltanto bisogno di politica. Vera.