Referendum sul taglio dei parlamentari: vince la politica (e arrivano le elezioni)

Taglio parlamentari

Ora affannatevi pure a chiamare in causa l’amore per la poltrona dei senatori che anche voi (sì, proprio voi) avete eletto. Commentate sui social con malcelato disgusto l’istinto di auto-conservazione di quelli che cadono sempre in piedi. Denunciate indignati l’accordo trasversale tra partiti solo sulla carta diversi. Sfogate la rabbia per il fatto che la firma numero 64, quella decisiva al raggiungimento del quorum necessario ad avviare il referendum sul taglio dei parlamentari, arrivi dall’Australia, da Francesco Giacobbe, senatore (del Pd!) eletto – per giunta! – all’estero. Voi che i senatori all’estero li odiate da sempre, vorreste abolirli. Che vogliono farne (loro) del (nostro) governo? Pensino al governo estero!

Dopodiché, esaurita la lista di cose ovvie da fare, sforzatevi di capire che la messa in discussione della riforma grillina, altro non è che l’occasione per riportare in questo Paese un po’ di realtà. Lo ricordate Di Maio in piazza nell’atto di strappare lo striscione con le poltrone simbolo della casta? Lo avete presente mentre parlava di “fatto storico” che “ricorderanno i nostri figli e i nostri nipoti”? Ecco, dimenticatelo. Un quinto di senatori ha deciso di opporsi a quella deriva teatrale, ad una riforma sbagliata che non elimina un problema (che sia uno) della democrazia italiana ma ne crea un altro: quello della rappresentanza. Chiedere a Roberto D’Alimonte, forse il massimo esperto di sistemi elettorali in Italia: a fare la differenza per il (mal)funzionamento della politica nostrana non è tanto il numero di parlamentari, semmai il bicameralismo paritario. Due camere che fanno esattamente lo stesso lavoro. Ridondanti. Ripetenti.

Ci vuole coraggio per affermare verità impopolari contro falsità diffuse e dannose. E se il conto da pagare per l’affermazione di questo principio sarà assistere ad un’accelerazione verso le urne poco importa. Se le forze politiche spingeranno per eleggere per l’ultima volta 945 parlamentari anziché 600, ce lo faremo andar bene. Perché poi, per il resto, portare alle urne un numero di cittadini tale da abolirla davvero, la riforma, non sarà impresa facile. E allora ecco che per non rischiare di restare senza seggio, una volta che il taglio sarà entrato in vigore (com’è probabile tra maggio e giugno), qualcuno potrà pensare bene di far cadere il governo nella finestra che si è aperta oggi e si chiuderà col referendum.

Magari sarà la scusa per trovare l’intesa, una buona volta, su una legge elettorale che assicuri al popolo il diritto di scegliersi il governo che vuole, e insieme quello di rappresentanza. Guardate al sistema degli Usa, alla Francia col doppio turno, al Regno Unito di cui abbiamo adorato la chiarezza pochi giorni fa. No, non serve il taglio dei parlamentari perché vinca la politica. C’è soltanto bisogno di politica. Vera.

Perché il taglio dei parlamentari (comunque la si pensi) è la sconfitta della politica

Taglio parlamentari

Si può essere più o meno d’accordo con il taglio dei parlamentari, credere che questa riforma sia un atto di giustizia sociale o al contrario lo sconcertante prodotto della demagogia che ogni giorno respiriamo, il frutto naturale di quanto seminato in questi anni. Ma ciò che più dovrebbe preoccupare, al di là di come la si pensi, è il modo in cui la politica, tutta, si sia genuflessa dinanzi alla pericolosa retorica dell’antipolitica. Non si può contestare più di tanto il MoVimento 5 Stelle, che di questo punto ha fatto negli anni un suo cavallo di battaglia. Ci si può però domandare quale futuro abbiano dei partiti che votano favorevolmente una riforma di cui non condividono l’impianto, dominati soltanto dal timore (e in alcuni casi dal terrore) di passare agli occhi del popolo – cui dovrebbero invece saper parlare – come una casta di poltronisti legati al proprio scranno come ad un salvagente in mare aperto.

Il voto a favore del taglio dei parlamentari da parte di quei partiti che per mesi ne hanno denunciato tutti i pericoli e le deformazioni, suona come una resa. Equivale a dire che il popolo non avrebbe compreso una teoria diversa da quella propinata e imposta dai 5 Stelle con la forza delle bugie, prim’ancora che dei propri numeri in Parlamento. Questa è una doppia sconfitta: lo è in primis per i politici che hanno rinunciato alla loro funzione di guida, sempre più al traino di sondaggi e indici di gradimento piuttosto che interessati al cosiddetto “bene comune”. Ma è anche una sconfitta “nostra”, della gente comune. Perché se la politica ha abdicato, se ha pensato di non essere in grado di convincerci che il taglio dei parlamentari sì, ma il taglio dei parlamentari “così” no, significa che l’immagine di società che arriva è quella di un agglomerato rissoso, il più delle volte incapace di accettare un confronto informato sui temi, troppo preso dal desiderio di alimentare la sua bava alla bocca.

Il resto è contorno. Lo è Di Maio, che dopo aver annunciato la nascita della Terza Repubblica e l’abolizione della povertà, con gli stessi toni trionfalistici ha parlato ieri di “fatto storico” che “ricorderanno i nostri figli e i nostri nipoti”. Ma lo è pure l’alternativa, talmente inesistente da aver consentito a Luigi questo ennesimo teatrino.