Lasciamo la Cina in Cina

La CNN questa mattina titolava in prima pagina: “La Cina affronta una crisi diplomatica in Africa“. Chi organizza il sito americano non è impazzito, sa bene che in questo momento la notizia è la pandemia. Ma mentre l’emergenza sanitaria viene gestita, la geopolitica continua il suo corso. In nuce: tutto è geopolitica, a maggior ragione durante una pandemia.

Ma cosa c’entra la crisi diplomatica tra Cina e Africa con il coronavirus? E soprattutto: cosa c’entra tutto questo con noi? I fatti: la scorsa settimana cittadini e studenti africani a Guangzhou sono stati obbligati arbitrariamente a sottoporsi a tampone e ad osservare una quarantena di 14 giorni. Anche se non avevano lasciato la Cina negli ultimi mesi. Anche se non erano stati in contatto con un paziente affetto dal virus. Anche se avevano appena completato un isolamento di 14 giorni. E anche se avevano certificati che dimostravano la loro perfetta salute. Di più: moltissimi cittadini africani sono rimasti senza casa dopo essere stati sfrattati dai proprietari e respinti dagli alberghi della città. Cosa c’è dietro questa serie di comportamenti? Razzismo. L’idea che una persona di colore in quanto tale sia infetta.

Dal punto di vista cinese si tratta di una bella gatta da pelare. Diversi Paesi africani hanno protestato per il trattamento ricevuto dai loro connazionali in Cina, obbligando il portavoce del ministro degli Esteri di Pechino a prendere le distanze da quanto accaduto. Il Global Times, quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha attribuito il tutto ai “report virali” utilizzati “da alcuni media occidentali per provocare i problemi tra la Cina e i Paesi africani“. Una narrazione leggermente schierata, per usare un eufemismo.

Dove voglio arrivare? Certo non serviva quest’ultimo episodio per dire di come funzionano le cose in Cina. Nei giorni in cui Pechino esercita tutta la sua capacità di “soft power”, sfoggiando la sua capacità di ripresa, la sua straordinaria efficienza nei controlli, la sua lodevole (e apprezzata) solidarietà, il rischio che la fascinazione si tramuti in subalternità è concreto. Colpa anche dell’inadeguatezza di una presidenza americana troppo impegnata a metabolizzare il colpo del virus – quasi fosse un torto personale e non una tragedia planetaria, poiché arrivata nell’anno delle elezioni – per pensare di ottemperare ai suoi compiti di superpotenza. Ma le titubanze di Trump, l’incapacità di esercitare la leadership globale che è stata una caratteristica degli Stati Uniti in tutte le maggiori crisi recenti, non devono convincerci che il modello cinese sia il futuro al quale ambire.

E’ notizia di queste ore che il governo di Pechino ha imposto restrizioni alla pubblicazione di ricerche accademiche sulle origini del nuovo coronavirus. Gli studi di due università cinesi sono stati rimossi dal web e da qui in avanti le ricerche dovranno essere sottoposte a verifica da parte del regime prima di essere pubblicati. Così si vive in un regime. Altro che modello cinese. Più che un Grande Fratello un Grande Tranello. Lasciamo la Cina dov’è: in Cina.

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