Tutte le pedine stanno andando a dama: come questo blog ha anticipato più volte – sperimentando spesso un senso di solitudine rispetto alle ricostruzioni di molti giornali – la crisi di governo è un’opzione non soltanto possibile, ma addirittura probabile.

A far precipitare la situazione, al netto di ciò che dice la vulgata, (o se preferite: di quel che fa filtrare Casalino) non è stato Matteo Renzi, ma Giuseppe Conte.

Vero è che ricomporre la frattura maturata in seno all’esecutivo sarebbe stato in ogni caso complicato, salvo rinunciare alla propria autonomia. E vero è pure che l’incompatibilità politica di fondo tra la visione grillina e quella renziana dell’Italia di domani sarebbe venuta comunque irrimediabilmente a galla, nel momento in cui le risorse del Recovery Fund rappresentano pennello e vernice coi quali disegnare il futuro del Paese.

Ma Conte ha commesso un errore tattico grave: credersi insostituibile, pensarsi centrale.

Non sappiamo come questa crisi (già in atto) evolverà, non abbiamo la palla di vetro e le componenti in gioco sono tali – e spesso personali – da rendere impossibile ad oggi una previsione (diffidate da chi ha troppe certezze). Eppure è chiaro che quando Conte si è presentato in conferenza stampa il 30 dicembre sfidando apertamente Renzi a venire in Parlamento, ha commesso un errore di inesperienza grave, ha bluffato senza avere il punto in mano.

Conte ha creduto che i parlamentari, molti dei quali “miracolati” (con tutto il rispetto per la carica che ricoprono, non per i singoli), piuttosto che rinunciare a lui come premier avrebbero fatto precipitare la crisi verso nuove elezioni. Non ha pensato, però, che così facendo sarebbero precipitate pure le finanze di molti deputati e senatori. Loro se lo sono ricordati e così è sfumato lo spettro del voto, ipotesi che Conte sperava di utilizzare per placare gli ardori di Renzi.

In alternativa, allora, il premier ha sperato di trovare dei “responsabili” pronti a sostituire i renziani, così mettendo nel sacco il senatore di Rignano. La diga eretta nei gruppi più piccoli del centrodestra, però, ha retto finora senza cedere alla marea di avances di questi giorni. Anche dal Colle, inoltre, è arrivata un’indicazione molto chiara: se volete fare un nuovo governo, anche un Conte-ter, fate pure. Ma a patto che la nuova maggioranza non poggi su un manipolo di scappati di casa: ciò che Conte non può assicurare.

A parziale scusante del premier bisogna dire che nella trappola del suo stesso bluff è incappato per colpa dei suoi più fedeli alleati: quel Nicola Zingaretti che lo ha descritto in tempi non sospetti come “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste” e quel Luigi Di Maio che ancora oggi ha definito “folle mettere in discussione” il premier.

Ecco, Conte ha finito per crederci.

Si è pensato imprescindibile e non ha fatto i conti con la matematica del Parlamento. Per questo il primo round l’ha già perduto. Una sua permanenza a Palazzo Chigi passerà inevitabilmente da un bivio: o una pubblica umiliazione appannaggio di Renzi o un Conte-ter (difficile) con equilibri politici molto cambiati.

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2 pensiero su “Appunti di tattica politica: perché Conte ha sottovalutato Renzi”
  1. Analisi corretta. Per amor di verità c’è da dire che era molto facile da ipotizzare: ma ce li vedete i parlamentari dei 5 Stelle che rinunciano a 2 anni di stipendi ed indennità per difendere Giuseppe Conte? Siamo seri, su…..

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