Non andrà allo scontro frontale, Mario Draghi, perché non è sua abitudine accogliere un ospite con ostilità. E d’altronde è questo che oggi Giuseppe Conte rappresenta a Palazzo Chigi: un ospite, sebbene ogni giorno sogni di farvi ritorno da padrone di casa.

Quando il presidente del Consiglio, questa mattina, riceverà il suo predecessore si mostrerà affabile, cordiale, com’è nella sua natura. E’ probabile che anche Conte cerchi un approccio simile, per convincere l’ex governatore della BCE che il suo atteggiamento non è figlio di risentimento personale, come va ripetendo da settimane a tutti i suoi interlocutori.

Subito, però, si entrerà nel vivo della discussione. Senza perdersi in troppe chiacchiere: anche qui com’è nello stile di Draghi, meno di Conte. E il premier, pur concedendo all’avvocato il tempo di un’arringa, chiarirà in partenza la sua linea del Piave: mettere mano all’impianto della riforma Cartabia è impossibile, aprirebbe alle rivendicazioni di tutti i partiti, sarebbe il preludio ad una valanga di emendamenti che farebbero saltare il compromesso faticosamente raggiunto dal ministro Cartabia. No, di qui non si passa, chiarirà.

Diverso sarebbe apportare qualche lieve modifica, consentire al MoVimento 5 Stelle di salvare la faccia, a Conte di non uscire dalle ossa rotte dal confronto. Ma questo, Draghi, potrebbe concederlo unicamente se il confronto odierno lo convincesse che davanti a lui siede un leader leale, non desideroso di distinguersi per il gusto di farlo come fatto in questi giorni, non propenso ad agitare le acque del governo, a vestire i panni del sabotatore. Circostanze sulle quali il premier non metterebbe oggi la mano sul fuoco.

Per questo motivo il presidente del Consiglio ha pronta l’opzione nucleare, l’arma di fine mondo che in questo caso sarebbe la fine di ogni bluff: la fiducia in Parlamento sulla riforma. Se oggi capisse che con Conte è impossibile raggiungere un compromesso, se fosse chiaro ai suoi occhi che il leader in pectore del MoVimento 5 Stelle ha intenzione di fare del discorso giustizia il terreno di uno scontro ideologico, allora pure la possibilità di una piccola mediazione salterebbe. Draghi blinderebbe il testo, lo porterebbe in Aula deciso a rispettare la tabella di marcia che si è dato, preoccupato unicamente di mostrare all’Europa che l’Italia rispetta i patti, merita i soldi del Recovery Fund.

A quel punto, in questa partita di poker che si chiama politica, Draghi metterebbe Giuseppe Conte all’angolo: un voto di fiducia obblighere il MoVimento 5 Stelle a fare una scelta definitiva. Perché non si può votare “no” ad una riforma decisiva come la giustizia e continuare a restare nel governo.

Draghi lo sa, Conte pure.

Qui l’esito dell’incontro

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