La dignità di un figlio

C’è puzza di marcio lontano un chilometro. Ma non è questo che conta, pensate. Non è tanto sapere che dietro un attacco ai tuoi genitori c’è la volontà di abbattere politicamente te, non è il senso di colpa per il dolore recato, quello di ingiustizia provato ogni minuto. E neanche la tentazione di dire: “Sapete che c’è? Io me ne vado. Fate quel che vi pare. Ridatemi la mia famiglia e la nostra serenità“. No, non è questo quel che più conta e fa più male.

È l’altra parte, quella degli affetti e dell’onore, dell’orgoglio e del rispetto, per la propria storia e per quella di tuo padre e di tua madre, per chi ti ha cresciuto come uomo libero, per chi ti ha insegnato l’onestà come valore primario. È questa la lancia che ferisce e trapassa il petto, che arriva fino al cuore e mozza il respiro. È riuscire a restare se stessi sempre, anche quando il vento soffia contro. Anche quando le certezze di una vita vacillano, quando giusto e sbagliato si confondono.

Soprattutto nel momento in cui vorresti muoverti ma non puoi che attendere. Nell’ora più buia e più lunga, bisogna saper scindere due sfere distinte che altri hanno intersecato. Aver fiducia nei confronti di chi mette in dubbio la parola di chi mai metteresti in dubbio. Guardare con impazienza l’orologio e credere nel tempo che è un galantuomo, per quanto lento, perfino troppo. È essere uomo quando vorresti solo tornare figlio. È quello che Renzi ha fatto.

Salvini salvo, Di Maio meno: è nato un altro MoVimento 5 Stelle

Vince Salvini. E questo lo sapevamo da giorni. Pure nel caso la base grillina avesse votato in massa per l’autorizzazione a procedere ci saremmo ritrovati a parlare di un segretario della Lega pronto ad involarsi verso una schiacciante vittoria alle elezioni Europee sull’onda emotiva del caso Diciotti.

Ma è la percentuale di iscritti M5s che salva Salvini la vera notizia della serata. Il fatto che al netto di tutti gli appelli, i distinguo, i tentativi di orientare il voto da parte di Luigi Di Maio, alla fine sia stato soltanto il 59% dei votanti a seguire la linea tracciata dal “capo” politico.

Quasi la metà dei pentastellati ha scelto di esprimere un voto di dissenso rispetto all’indicazione dei vertici. C’è uno scollamento tra la famigerata base e il MoVimento 5 Stelle di governo che non può essere derubricato ad episodio isolato. Non fosse altro perché il tema oggetto della consultazione online – per inciso, una pagliacciata manipolabile, aliena rispetto a qualsivoglia forma di controllo sulla regolarità – investiva un tema caro all’elettorato grillino come l’immunità dei parlamentari di fronte alla legge.

Ora non è chiaro se Luigi Di Maio abbia sensibilità politica per rendersene conto o se sia troppo sollevato dal fatto di aver salvato il posto al ministero: quel che è certo è che il 40% di voti favorevoli all’autorizzazione a procedere sono il primo vero terremoto che mina la sua leadership all’interno del MoVimento 5 Stelle.

Stavolta non si tratta di qualche dissidente da mettere in castigo, non c’è in gioco un derby tra grillini Dc e grillini comunisti, tra chi preferisce la compostezza di Di Maio all’arroganza di Di Battista, sulla Diciotti matura una spaccatura molto probabilmente insanabile, l’evidente impossibilità di conciliare le aspettative degli “ortodossi” del MoVimento con i compromessi necessari a governare che si tratti di stringere un’alleanza con la Lega o che si parli di salvare il suo leader.

Sarebbero bastati solo 5mila voti in più ai “No” per segnare la fine della leadership di Di Maio all’interno del MoVimento 5 Stelle. E di conseguenza per porre fine all’esistenza del governo. Il paradosso è che a sancirla non sarebbe stato Salvini.

Se il voto online non ha ucciso l’esecutivo, però, è chiaro che ha inspessito la fronda che si oppone all’attuale guida politica, ha partorito l’opposizione interna, una minoranza pronta all’Opa. Da oggi non c’è più un solo MoVimento. Ne è nato un altro.

18 motivi per salvare Salvini sulla Diciotti

Al di là delle elucubrazioni mentali del M5s sul voto online che dovrà decidere se salvare o meno Salvini. Sorvolando sui tentativi disperati di influenzare il voto da parte di Di Maio e company, terrorizzati dall’idea che il governo possa cadere. Ci sono almeno 18 buoni motivi per negare l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini sul caso Diciotti. E lo dice uno che il leghista non lo ama particolarmente, per usare un eufemismo.

  1. Mandare a processo Salvini significa trovarsi la Lega alle Europee al 40%. Minimo. Volete questo?
  2. Quella di Salvini sulla Diciotti è stata una manovra spregiudicata e disumana nei confronti di disperati: ma parlare di sequestro di persona è giuridicamente inesatto. Non scherzate.
  3. Salvini sta applicando in fatto di immigrazione le misure largamente annunciate in campagna elettorale. Vabbé, rimpatri a parte su cui l’ha sparata grossissima. Andava squalificato prima se le sue proposte erano “illegali”.
  4. Non siete stanchi dei processi politici? Siete, cari grillini, i giustizialisti manettari che abbiamo sempre pensato che foste? Smentiteci, sorprendeteci.
  5. Votare contro Salvini sulla Diciotti significa sconfessare la linea politica dell’intero governo. Ora, noi saremmo anche d’accordo, ma “amici” M5s siete davvero così autolesionisti?
  6. L’avversario politico si batte alle elezioni. Volete mettere la soddisfazione?
  7. Occhio a creare un precedente (oddio, in effetti ce ne sono già altri): la magistratura faccia la magistratura, consenta alla politica di fare politica.
  8. Punire Salvini sulla Diciotti servirà ad evitare un nuovo caso Diciotti? No. La linea del governo è compatta sulla linea dei “porti chiusi” (che poi anche questa è una bufala).
  9. Mandare Salvini a processo per una questione legata ai migranti: pensate cosa accadrebbe un minuto dopo. Volete davvero rendere il clima nel Paese più avvelenato di così?
  10. Ci regalate la soddisfazione di vedere Di Maio arrampicarsi sugli specchi mentre giustifica per la prima volta la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di un esponente politico, peraltro suo alleato di governo?
  11. Volete provare a rendere il MoVimento 5 Stelle una forza politica se non “normale” quanto meno ragionevole?
  12. Con Salvini a processo il governo cade. Se non oggi, domani. Se non domani, dopodomani. Di nuovo: a noi sta bene. Ma lo sapete che oggi ci condannereste a Salvini premier, sì?
  13. Salvare Salvini significa risparmiarci mesi di dirette Facebook in versione “san Matteo da Milano martire“. Ci fate il piacere?
  14. Cari M5s, vi siete messi in un brutto guaio: sarete attaccati qualsiasi decisione verrà presa su Rousseau. Consiglio: l’anima (se mai l’avete avuta) l’avete persa. Risparmiatevi quel po’ di faccia che è rimasta: date seguito alla linea politica che avete concordato con l’alleato, siate rispettosi se non degli italiani almeno di voi stessi.
  15. Processare Salvini riporterà questa Lega nell’alveo del centrodestra. Vi invitiamo a restare uniti: per l’Italia vogliamo un altro centro-destra. Non un destra-centro.
  16. Non è da escludere che una decisione contro Salvini porti un pezzo di M5s ad allearsi con il Pd de-renzizzato. Anche in questo caso: per l’Italia vogliamo un altro centrosinistra. Restate vicini a Salvini. Forza.
  17. Ve lo diciamo qui e siamo pronti ad accettare scommesse: anche mandato a processo, Salvini verrebbe assolto. Risparmiatevi la fatica: non ne vale la pena.
  18. Davvero non vi sono bastati gli altri 17?

Borghi ha gettato la maschera della Lega sull’Europa

Sappiatelo fin da ora: le dichiarazioni di Claudio Borghi verranno catalogate a breve come “posizione personale” del deputato del Carroccio. Ma c’è un fatto, che non è secondario: Claudio Borghi è il responsabile economico della Lega. E se il responsabile economico della Lega in un convegno sull’Europa pronuncia testuali parole:”Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti ‘mandarini’ guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne“, se le pronuncia, dicevamo, allora c’è da pensare che forse è questa la vera posizione della Lega. Più che una exit strategy una Italexit.

Come se la lezione sulla Brexit non avesse insegnato nulla, come se le paure dei mercati, quelle che hanno fatto schizzare lo spread verso l’alto, le stesse costateci diversi miliardi di euro, fossero state in realtà tutto uno scherzo, argomenti buoni per un dibattito tra economisti amanti della teoria. Così torna lo spettro di un cigno nero che sembrava essersi volatilizzato. Ed ecco riaffiorare in superficie la vera natura della Lega, che non è cambiata sulla questione delle autonomie e nemmeno rispetto al proprio euro-scetticismo.

Non si tratta di una questione banale, non si parla di una dichiarazione roboante che lascia il tempo che trova. Al netto delle rassicurazioni e delle smentite che Salvini firmerà da qui alle prossime ore, nonostante i proclami che dalla Lega arriveranno sulla volontà di cambiare l’Europa dal suo interno, è fuori dall’Ue che il Carroccio ci vuole. Ma l’Italia non è, rapportata all’Europa, ciò che sono il Veneto o la Lombardia rispetto allo Stato centrale. Non è una “regione virtuosa” che può permettersi di richiedere l’autonomia.

Sarà bene spiegarlo a Borghi. Non prima di averlo ringraziato: ha il merito di aver gettato la maschera della Lega sull’Europa. Lo ha fatto in tempo. Forse.

Salvini e l’autonomia: svegliati Sud, la Lega non è cambiata

L’accelerazione sulla cosiddetta “autonomia regionale differenziata” cos’è se non la prova che la Lega è rimasto il partito del Nord? Certo Umberto Bossi non è più in cabina di comando, e sì, parole d’ordine come “secessione” e “Roma ladrona” sono state stracciate dal vocabolario del Carroccio ormai da tempo. Ma è lì, nella Padania, nella regione senza confini delimitati dalle cartine, che è rimasto incastonato il cuore della Lega, sempre lì che le radici del consenso sono conficcate in maniera così profonda da non poter ignorare una questione sentita come quella dell’indipendenza dal corpaccione statale, dalla zavorra che frena e limita il volo.

Potrà sembrare un’eresia, ma quell’Umberto Bossi era rispetto a Matteo Salvini un finissimo pensatore politico, un illuminato visionario che aveva compreso prima di tutti il sentiment profondo e malcelato di un ceto produttivo, quello settentrionale, che gli sperperi di denari da Roma in giù non era più disposto a pagarli. Matteo Salvini di quella tradizione politica è l’erede. E a quella “legacy” politica deve far riferimento. Così può sorprendere soltanto chi ha voluto scientemente farsi abbindolare dai “bacioni” salviniani, il fatto che oggi la Lega alla prima occasione utile doti il Nord della possibilità di accelerare in maniera tale da lasciare indietro il Sud in maniera definitiva.

Non che sia giusto privare chi corre più veloce della possibilità di raggiungere più ambiziosi traguardi. Anzi, chi scrive è convinto che una maggiore concessione di poteri alle regioni costringerà anche quelle del Meridione ad una maggiore responsabilità nelle scelte. Ma il rischio che la riforma pensata dalla Lega in accordo con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna spacchi un’Italia già fratturata di suo è altissimo. Il Sud può provare a restare in scia per come può, l’idea di una macro-regione di Caldoro è una delle tante, ma che questioni come la scuola e l’assistenza sanitaria siano più o meno efficienti a seconda del gettito di una regione è qualcosa che gli onesti contribuenti del Meridione non meritano di scontare.

Da qui due conclusioni: l’assenza di un “partito del Sud” – nonostante la presenza al governo di un MoVimento 5 Stelle che proprio nella metà più povera d’Italia ha ottenuto i maggiori consensi – capace di tutelarne adeguatamente gli interessi. E la caduta della maschera di Matteo Salvini. Tornato da “prima gli italiani” a “prima i padani”.

Pastores no t’arrendas

C’è uno striscione esposto dagli studenti del liceo classico Siotto di Cagliari che recita: “Pastores no t’arrendas”. Dal sardo all’italiano cambia la melodia, si perde un po’ di musicalità, ma non il senso: “Pastori non arrendetevi”. Ed è commovente e bellissimo che a mostrarlo orgogliosamente siano migliaia di ragazzi che studiano il greco e il latino, che pastori non lo diventeranno, che una pecora probabilmente mai la mungeranno.

Ma i pastori sardi che versano il latte, in un gesto estremo che a molti è apparso quasi sacrilego, sono i loro padri e i loro fratelli, sono stati i loro nonni e i loro avi, e non è detto che un giorno non possano essere i loro figli. Perché quella che “dal continente” – come i sardi chiamano il resto d’Italia – potrebbe sembrare un’esagerazione di qualche contadino un po’ buzzurro è invece una vera battaglia identitaria in un tempo di sovranismi falsi.

L’agropastorizia è la chiave di lettura di una terra bella e contorta, inaffondabile e irrisolta, la Sardegna è questo mix di nuovo e antico al quale non si sfugge, e la battaglia dei pastori sardi è quella di una regione, anzi, di una civiltà intera, forse mai così compatta nella volontà di preservare il proprio diritto a campare.

La dignità del lavoro, la possibilità di guadagnare da vivere per sé e la propria famiglia, l’onesta retribuzione. Concetti che qualcuno vorrebbe archiviare, quasi fossero datati e privi di senso, viviamo d’altronde nell’Italia del reddito di cittadinanza, ma che l’ostinata gente sarda sente come un diritto irrinunciabile. A ragione.

Dovrebbero bastare queste motivazioni per favorire un intervento rapido e concreto della politica. Per garantire una leale concorrenza, una necessaria sopravvivenza. Invece, forse, giocheranno un ruolo fondamentale le prossime elezioni regionali. Piangere sul latte versato è ciò che riesce meglio ad una certa politica, cavalcare le onde del malcontento è quanto di meglio chiedono alcuni affabulatori senza vergogna.

Ma coi sardi, coi pastori sardi, non si scherza. Forza Paris. Avanti insieme. Pastores no t’arrendas.

Il MoVimento 5 Stelle sta per finire?

di maio m5s

Scriveva Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Allora immaginiamo di trovarci in un giallo, d’altronde il colore del MoVimento 5 Stelle quello è, apriamo il taccuino e mettiamo qualche appunto nero su bianco.

  • Il flop alle elezioni suppletive di Cagliari
  • La debacle alle regionali in Abruzzo
  • I sondaggi nazionali in picchiata

Si potrebbe continuare, anzi, si continuerà con le regionali della Sardegna. (Nota a margine: invece di preoccuparsi dei gilet gialli, perché Di Maio non fa qualcosa per i pastori sardi?). La sensazione è che non si tratti più di una sensazione. Neanche di una speranza. Qualcosa si è rotto tra i 5 Stelle e gli italiani. Per italiani non intendiamo gli attivisti, gli integralisti e i populisti. Per italiani si intende “il popolo”, quello citato a sproposito in ogni occasione dal presidente del Consiglio Conte, quello ingannato dal MoVimento per anni con promesse irrealizzabili e che in questi pochi mesi di governo stanno presentando il conto.

Di Maio si è illuso che la fiducia degli elettori fosse senza scadenza. Di Battista ha pensato che il suo essere (finto) rivoluzionario lo mettesse al riparo dal logoramento. Ha provato persino a fuggire in Guatemala, ma il suo ritorno in Italia non ha avuto effetti salvifici, anzi. Grillo si è dissociato, disinteressato, forse per primo si è disilluso. Casaleggio non è un politico, eppure la politica è il suo lavoro. Casalino è il guru, l’intoccabile, anzi: l’inspiegabile.

Sono una serie di elementi che messi uno dietro l’altro fanno una somma che per il MoVimento 5 Stelle è quasi una sentenza. Quella definitiva arriverà alle elezioni Europee del prossimo maggio, quando Salvini con ogni probabilità prosciugherà il bacino di voti dell’area di governo consentendo ad uno tra Fico e Di Battista di passare al regicidio di Di Maio in nome di un ideale “ritorno alle origini”.

Non basterà. Su questo siate pronti a scommettere. Il rovescio della medaglia di essere un partito nuovo sulla scena politica è dato proprio dall’assenza di tradizione e riferimenti. Chi vota centrodestra o centrosinistra può non amare il leader del momento, ma prima o poi troverà un argomento convincente per tornare all’ovile. Chi ha votato i 5 Stelle, fatta eccezione per le categorie di cui sopra (gli attivisti, gli integralisti e i populisti), lo ha fatto affidandogli una speranza di cambiamento che è stata tradita, affossata, umiliata, irrisa. Era questo il patrimonio politico da conservare, da custodire con gelosia e attenzione. Non ce l’hanno fatta. Ed è per questo che il MoVimento 5 stelle sta per finire.

Chi ha ragione tra Francia e Italia

La sensazione provata da milioni di italiani dopo la decisione della Francia di richiamare il proprio ambasciatore è più o meno quella che si provava dopo un litigio di quelli forti, da bambini, con l’amico del palazzo accanto. Ti costava pure ammetterlo, perché lui le voleva sempre tutte vinte, eppure sapevi in cuor tuo di esser stato prepotente, di aver sbagliato, di dover fare – se non delle scuse – quanto meno il primo passo per riportare la pace.

Ecco, così è Italia-Francia. E peccato non sia una partita di pallone. Lì, almeno fino a qualche anno fa, avevamo qualche occasione di dire la nostra. Questa volta no. Non abbiamo motivo di iniziare una guerra coi nostri vicini, se non quella che fa bene a Di Maio e Salvini (per ora): distogliere l’attenzione dai problemi più gravi che ci portano ad essere il fanalino d’Europa dal punto di vista della crescita.

Ma possibile, diranno i sovranisti coi paraocchi, possibile che anche quando ci “attacca” un’altra nazione voi preferiate schierarvi contro questo governo? Possibile, purtroppo. Perché il torto e la ragione non hanno bandiera. E se provochi, stuzzichi, attacchi, devi aspettarti prima o poi una reazione, non puoi stupirti.

Se vai ad incontrare il leader dell’ala più estremista dei gilet gialli, quella che un sabato sì e l’altro pure mette a ferro e fuoco Parigi, se lo fai senza neanche la correttezza di avvisare il governo locale di un incontro di natura politica, vuol dire che non solo ignori le regole basiche della cortesia istituzionale, ma che sei anche uno sprovveduto, un pericoloso sprovveduto.

Se fai campagna elettorale sui terroristi italiani in Francia, se invece di lavorare a livello diplomatico col tuo omologo ministro dell’Interno affinché ne faciliti l’espulsione, vuol dire che non solo di riportare questi criminali a casa non ti interessa più di tanto, ma che sei un doppiogiochista, un pericoloso doppiogiochista.

Se diffondi teorie bugiarde sul franco “coloniale”, se ti lamenti con gli unici che fino ad oggi avevano rispettato gli impegni di redistribuzione dei migranti nei vari casi creati ad arte dalla Diciotti in avanti, se il tuo Presidente del Consiglio ammette alla cancelliera tedesca che il MoVimento 5 Stelle ha deciso di prendere di mira la Francia perché altrimenti non sa come frenare il suo declino, allora devi aspettarti che dall’altra parte delle Alpi qualcuno prima o poi reagisca.

Vi beccate – e ci becchiamo – che la Francia non si prenda più i migranti che aveva accettato di prendere in segno di amicizia verso l’Italia, che Air France si sfili dal tentativo di salvataggio di Alitalia, che agisca con un atto forte, risoluto, antipatico ma obbligato, dal loro punto di vista giusto e, purtroppo, anche dal nostro.

Ed è proprio questo il fatto che più difficilmente vi perdoneremo: l’averci costretto a vergognarci dell’Italia, almeno di quella che voi rappresentate.

Perdere la faccia o vendersi l’anima

di maio pensieroso

Concedere o no l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini? Stare nel mezzo: dire sì in giunta e no in Aula? Lavarsene le mani con un sondaggio sul blog? Sono le domande e le ipotesi che in queste ore affollano i pensieri di Luigi Di Maio, a riprova del fatto che il dubbio amletico, salvare o non salvare Salvini, al netto delle rassicurazioni del leghista, è un nodo cruciale per la tenuta del governo. Perché è francamente impensabile che un ministro dell’Interno continui a far parte di un esecutivo che sul caso Diciotti prima ne appoggia le azioni (disumane e strumentali), e poi quando si tratta di assumerne le responsabilità lo abbandona al proprio (dubbio) destino.

Eppure è proprio la coerenza dei comportamenti, dei fatti che dovrebbero seguire alle parole, che in un caso o nell’altro creerà problemi non marginali ai 5 Stelle. Perché decidere di evitare a Salvini il processo, opporre lo scudo parlamentare alla richiesta dei giudici, equivale a dire che sì, in qualche caso, per quanto isolato, per quanto specifico, esiste un cittadino, peggio, un politico, che può essere al di sopra della legge. E’ una questione che tocca da vicino la questione “etica” dei grillini, giustizialisti convinti e adesso spaccati da un problema che li costringe a scegliere tra la lealtà all’alleato e a quella dei propri princìpi.

Ma il punto che sfugge a molti è probabilmente un altro. Ovvero che la scelta più ovvia, quella più giusta secondo logica, salvare Salvini, si scontri in maniera inconciliabile con quello che fino ad oggi il MoVimento 5 Stelle è stato. Un partito quasi settario, dove la ricerca della “purezza” ha portato all’esasperazione della fede. Un gruppo di integralisti che pur di enunciare la propria superiorità ha denunciato un alto grado di distaccamento dalla realtà.

Eccolo, il nodo cruciale, l’impossibilità di fare la cosa giusta. Perché la cosa giusta non è in linea con i comandamenti del MoVimento. E’ un peccato originale che prima o poi presenta il conto. E’ arrivato, è dietro l’angolo. Bisognerà alla fine scegliere: tra perdere la faccia e vendersi l’anima.

Dove ci porti, Dibba

Richiamato dal Guatemala in fretta e furia, atteso a dicembre come l’Avvento, Alessandro Di Battista – adesso è chiaro – ha fatto ritorno in Italia con l’intento di realizzare un’impresa epica: spararle più grosse di Salvini. In questo reality chiamato politica ciò che conta è il clamore, e poco importa che faccia rima con errore.

Dibba salvaci tu, ha chiosato Grillo da Genova. E la macchietta pentastellata del “Che” è salita sul primo aereo per la Penisola sentendosi un unto dal Signore, uno statista mancato desideroso di riappropriarsi del suo destino. Peccato ora che voglia farlo coincidere con quello degli italiani, chiamati a sorbirsene le “fumose” idee senza un motivo, senza neanche da scontare la colpa di averlo votato ed eletto.

Eppure è lui, questo figlio di fan di dittatore, che la linea ci detta. Come quando parlando della Tav decreta che non si deve fare e “Salvini non rompa i cogli**i”. D’altronde bisognava aspettarselo dal prediletto del teorico del “vaffa”, da questo ruspante finto idealista privo di qualsivoglia percezione della realtà.

Poi però ogni tanto arriva la sveglia. Tipo oggi, tipo sul Venezuela. Con Mattarella che ad un certo punto dice va bene, anche basta. Il Presidente fa il Presidente e dice che “non ci può essere incertezza né esitazione” perché la scelta è “tra la volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato e dall’altro la violenza della forza”. Insomma, Mattarella ha capito che il giusto lato della storia è quello che vede capofila Guaidò. Maduro no, grazie.

Però vallo a spiegare a Di Battista…Secondo lui:”Ci vuole coraggio a mantenere una posizione neutrale in questo momento, lo so”. Lo statista ha parlato. La figuraccia internazionale è assicurata. Dibba rules, Dibba al governo senza essere al governo. Ma dove ci porti, Dibba…