Una Leonessa è per sempre

Francesca Schiavone

Non fate caso alla testa rasata. Davvero non vedete in controluce la sua folta criniera splendente? E’ lì, intatta, come la smorfia, il verso, il ruggito di una Leonessa che quella era, quella è rimasta. C’è tutta, Francesca Schiavone. In quel messaggio onesto, in quelle poche parole dopo 7 mesi di silenzio fitto, di non-detti pesanti, di inquietanti dubbi: “Mi hanno diagnosticato un tumore maligno. E’ stata la lotta più dura, in assoluto, che ho mai affrontato. E la cosa più bella è che sono riuscita a vincere questa battaglia”.

Per un secondo appena, compare sul volto una ruga di rabbia, un rinnovato senso di sfida, e forse perfino disgusto, per quel male subdolo. Scompare subito. Dietro quegli occhi così, malinconici anche nel sorriso. Spazzato via dall’incredulità di poter vivere ancora, dall’impareggiabile meraviglia della “normalità”, dalla gratitudine di essersi guadagnata chissà come un secondo tempo.

Che a confronto la gioia di quel Roland Garros storico, la terra di Parigi assaporata in un raptus di amore folle, assomigliano alla copia sbiadita di Marte. Su un pianeta diverso, quello della malattia, Francesca Schiavone si è scoperta fragile, come mai è stata su un campo da tennis.

Avreste dovuto vederla, negli ultimi anni di carriera. Troppo semplice seguirla all’apice. Fosse stati insieme a noi, il giorno di una partita memorabile, ma che in pochi ricordano a Roma, contro una spagnola di nome Muguruza che poi avrebbe vinto qualcosa, avreste percepito la scorza della lottatrice pura, l’orgoglio della guerriera al tramonto. E tra un punto e l’altro, tra uno sbuffo e un sospiro, tra un asciugamano e il sudore che cola comunque, a te, nel pubblico, ad un passo dal campo, eroe senza volto tra i tanti sotto il sole che brucia, eccola riservare uno sguardo, un incoraggiamento ad incoraggiarla. Come se ce ne fosse bisogno.

Non abbiamo saputo. Avremmo voluto. Per alzarci in piedi, come allora. Per urlarle ogni giorno su un social una frase. Dai Franci, alé. Non ne ha avuto bisogno. Ha guardato negli occhi il suo mostro, lo ha affrontato a petto in fuori. Ha ruggito. Si è ferita. Si è rialzata. Una Leonessa è per sempre.

Boom Jo!

Boris Johnson vince le elezioni

Curiosità e tristezza (sì, un po’) si mescolano all’indomani della notte che sancisce l’addio degli amici britannici all’Unione Europea. Era chiaro a chiunque che il tanto invocato “secondo referendum” sulla Brexit, il salvagente che avremmo voluto lanciare al popolo d’Oltremanica dopo il voto del 2016, fosse rappresentato delle elezioni di ieri. Ha vinto Boris Johnson. Anzi, ha stravinto Boris Johnson. Segno evidente che i britannici non solo pensano di essere in grado di nuotare da soli, ma ci considerano perfino una zavorra. Il tempo dirà se la loro scelta sarà stata saggia (difficile), ma c’è da notare come i mercati abbiano reagito in maniera diametralmente opposta rispetto al giugno 2016: all’epoca la vittoria dei Leave fece sprofondare le Borse, oggi la sterlina vola. E’ il sintomo di un allineamento tra il volere popolare e la stabilità inseguita in ogni contesto dai mercati: la chiarezza viene premiata, sempre.

Nel titolo dell’articolo con cui avevamo presentato le elezioni in Gran Bretagna, quel romantico “Via col Regno”, c’era l’indicazione chiara di un risultato quasi scontato per chi segue le vicende UK. Jeremy Corbyn non era un leader presentabile: e non solo per le sue note posizioni antisemite. Le sue ricette di sinistra datata, superata dalla storia, tutta tasse e nazionalizzazioni, non potevano di certo attrarre il popolo dell’ex Impero. Altro errore fatale l’incapacità di assumere una linea chiara su Brexit. Da una parte Boris Johnson indicava una cammino preciso: fuori dall’Ue, senza se e senza ma (“no ifs, no buts“); dall’altra i laburisti continuavano a restare con un piede in due scarpe, in un eterno e grigissimo limbo, mai in grado di incarnare l’alternativa credibile al disegno euroscettico dei Conservatori. Troppo debole, di contro, la posizione dei simpatici LibDem, i nostri preferiti per il solo fatto di volere fermamente restare all’interno dell’Unione. Ma in questo nobilissimo intento hanno dimenticato un dettaglio: il popolo. Non si può cancellare la democrazia, il voto del 2016 non è stato un errore della storia, ma una scelta precisa dei britannici con cui adesso bisognerà fare i conti, sul serio.

Occhio però a cosa accadrà in Scozia, dove il partito nazionalista della prima ministra Nicola Sturgeon ha fatto il pieno di voti. E lo ha fatto su posizioni antitetiche rispetto a quelle che hanno portato Boris Johnson alla vittoria. Gli scozzesi vogliono restare nell’Unione Europea, ma fanno pur sempre parte del Regno (dis)Unito. Nel 2014 un referendum per l’indipendenza scozzese vide il No trionfare con il 55% dei voti. Nel frattempo è arrivata la Brexit. E il voto di ieri conferma che in Scozia non vogliono più stare al traino delle decisioni prese a Westminster. Un secondo referendum? C’è già chi prospetta una nuova Catalogna: Johnson si è sempre detto contrario a quest’ipotesi, ma se ne tornerà a parlare. Potete scommetterci.

Oggi, però, per il primo ministro è il giorno della festa (e fa bene, un successo di queste proporzioni non si vedeva dai tempi della Thatcher). Trump ha esultato insieme a lui, pronosticando un accordo commerciale che l’Unione Europea, a suo dire, non avrebbe mai potuto equiparare. Forse ha ragione. In Italia, Salvini esulta come Johnson fosse un suo pari, un compagno sovranista. Non è così. Johnson è spregiudicato, arrivista, anche populista. Ma possiede cultura e all’occasione moderazione (proprio così, vedrete), doti di cui non dispongono gli esponenti della destra sovranista nostrana. Ad avercelo, BoJo. O, da ieri notte, Boom Jo!

Renzi vince “La guerra dei fondi”

Matteo Renzi al Senato

Parafrasando H.G. Wells, si potrebbe definire quella in corso come “La guerra dei fondi“. Ma a differenza di quanto accade nello splendido romanzo “La guerra dei mondi“, l’invasione non riguarda la Terra, attaccata in quel caso da una bellicosa specie aliena proveniente da Marte. Molto più in piccolo, riguarda l’invasione di campo che sempre più spesso realizza la magistratura nei confronti della politica italiana. Indipendentemente dal proprio credo, con l’autonomia di chi ha confessato in tempi non sospetti di non aver mai votato per Matteo Renzi, sento di poter dire che quello pronunciato oggi in Senato dal leader di Italia Viva sia stato uno dei migliori discorsi di questa disastrata legislatura.

Bene ha fatto, Renzi, a ricordare come il punto cruciale non sia tanto la questione legata ai finanziamenti alla Fondazione Open a lui riconducibile. Quanto la separazione dei poteri. E’ vero, viviamo l’era della debolezza della politica. Subiamo gli effetti di una carenza di leadership, l’assenza di una classe dirigente non all’altezza, l’ascesa di una parte politica che come missione si è data quella di interpretare i valori dell’anti-politica. Ma questo non può essere il preludio dell’avvento dello “Stato etico”, in cui “etico” non significa dotato di morale, ma Stato sovrano rispetto ai cittadini, intesi come sudditi, chiamati per questo a rinunciare alle loro particolarità per omologarsi nel “corpo” unico che Locke definiva Leviatano.

Ecco perché è corretto il richiamo di Renzi alle parole di Bettino Craxi: “Ho imparato ad avere orrore del vuoto politico“. E’ in quel vuoto che può inserirsi e insinuarsi una parte di magistratura che – non dobbiamo temere di dirlo – ha perso il senso della propria missione. Questo non significa non rispettarla, venire meno al senso di riconoscenza eterna, al sentimento di gratitudine commossa per quei giudici che hanno pagato con la vita l’aver operato “nel nome della legge”, ma era chiaro già ad Aristotele che potere esecutivo, legislativo e giudiziario dovessero restare ambiti separati, indipendenti. Un concetto poi meglio definito da Montesquieu. In gioco non c’è il destino politico di Matteo Renzi, capiamolo, ma ciò che di più caro abbiamo al mondo: la nostra libertà.

Via col Regno

Boris Johnson

Da questa mattina, e fino a stanotte, nel Regno Unito si vota per le elezioni anticipate. Per la terza volta in 4 anni la politica d’Oltremanica chiede al suo popolo un mandato forte per governare. Esagerati? Magari sì. Ma viene spontaneo notare che in Italia per votare lo stesso numero di volte abbiamo impiegato 11 anni. Trova le differenze.

In passato è andata bene soltanto a David Cameron, ma poi sappiamo com’è finita: un referendum sulla Brexit ha modificato la curvatura della storia. Theresa May si è fidata nel 2017 dei sondaggi, intendeva sfruttare il “momentum” favorevole ai Conservatori, ma i sondaggi in Gran Bretagna per tradizione non sono affidabili come i nostri (sì, ogni tanto qualche merito ce lo prendiamo). E Theresa ha lanciato il suo personalissimo May-Day. Ora ci riprova Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra semplicisticamente descritto dalla stampa main-stream come un surrogato di Donald Trump d’Oltremanica.

BoJo non è Trump. E nemmeno Salvini

Certo, la chioma bionda ribelle (The Donald è phonato, non scherziamo) potrebbe ingannare e suggerire presenza di indole da populista sovranista, un Salvini più grassoccio, una Le Pen al maschile con la fortuna di appartenere al partito giusto, piuttosto che alla spaventosa destra estremista. Ma non è così. Definizione perfetta di BoJo è stata data su “Il Foglio” da quella mente finissima che risponde al nome di Giuliano Ferrara, per cui Johnson “non è un Arancione, non è un Truce, non è della razza dei Bolsonaro dei Duterte degli Erdogan, e a rigore non è nemmeno un Putin dipendente. È un inglese di Eton, supercasta. Un conservatore brillante, con il lignaggio della sua specie tutto a posto, che ha scritto libri anche divertenti su Churchill, non pamphlet per la casa editrice Altaforte“.

Istrionico come Churchill, l’uomo che salvò l’Europa dai nazisti, scarsamente empatico, antipatico all’establishment, decisamente arrivista, poco telegenico, non avvezzo al confronto coi giornalisti. Ma BoJo possiede una cultura che molti dei sovranisti sopracitati sognano, un fiuto da animale politico di razza, il pedigree del perfetto conservatore. Le sue sorti politiche dipendono dal voto odierno. Ma in gioco c’è molto più del suo destino personale.

Perché questo è il secondo referendum Brexit

Il secondo referendum sulla Brexit è di fatto questo. Johnson è il solo ad aver puntato sul Leave, sulla conferma di quel voto inimmaginabile del 2016, sull’orgoglio della diversità britannica, sulla libertà dai vincoli brussellesi, in una frase: sulla nostalgia dell’impero. Per questo ha ripetuto in maniera quasi ossessiva il suo “Get Brexit done“, lo slogan che è diventato un tormentone. Come dire “facciamo Brexit“, usciamo da questo tunnel di accordi con l’Ue, poniamo fine agli estenuanti giochi parlamentari, e poi occupiamoci delle altre priorità del Paese, dei veri problemi della gente. Punta a prendere i britannici per sfiancamento BoJo, sul loro desiderio di farla finita, di andare avanti con gli occhi bendati, ma pur sempre avanti.

Perché BoJo può “non-vincere”

Nessuno dubita che stanotte il primo partito sia il suo, ma anche in un sistema maggioritario esasperato come il “first-past-the-post” – chi arriva primo in un collegio prende il seggio e saluti alla compagnia (il sogno proibito di Salvini) – è concreto il rischio di un “hung Parliament“, un Parlamento appeso, bloccato. Non tanto perché il laburista Jeremy Corbyn entusiasmi gli elettori, anzi (d’altronde individuarne i limiti è stato fin troppo semplice). Ma proprio perché è chiaro a tutti gli anti-Brexit che il voto di oggi è l’ultima chiamata. Non c’è possibilità di appello. Ecco allora fiorire come funghi siti che spiegano ai “remainers” come votare per fermare Johnson. Lo chiamano “tactical voting“. Lo ha riassunto bene Lorenzo Pregliasco su YouTrend: “La versione british del nostro “turarsi il naso”. Esempio concreto: se sono un LibDem anti-Brexit e voglio evitare a tutti i costi che nel mio collegio vinca il candidato Conservatore, può darsi che mi convenga turarmi il naso e votare Labour, perché avrei più chances che nel mio collegio non vincano i Tories“.

Quasi tutto si giocherà nei cosiddetti “marginal seats“, paragonabili agli “swing states” americani, collegi in bilico, molti dei quali appartenenti al cosiddetto “red wall“, il muro rosso, l’equivalente delle una-volta-roccaforti-rosse italiane.

Ogni mattone buttato giù avvicinerà il bambino che voleva diventare “il re del mondo” a quella leadership inseguita per una vita intera. E allontanerà, bisogna accettarlo, gli amici britannici dall’Europa. Nessun dubbio su questo: se fosse un film si chiamerebbe “Via col Regno”.

Taranto, comune italiano. In provincia di Pechino?

Il punto nave di questo lunedì 9 dicembre racconta di un mare in tempesta. In Italia siamo impegnati nel dibattito ittico tra le sardine e il capitone. Altrove succedono cose importanti. Come sempre. Oggi a Parigi si riunisce il Formato Normandia, il gruppo composto da Ucraina, Russia, Francia e Germania chiamato a risolvere il conflitto nell’Ucraina orientale: non tutti se lo ricordano ma dal 2015 nel Donbass si muore.

Macron si gioca la presidenza

Sono giorni complicati per Macron. Non solo il vertice Nato in cui ha fatto a botte (a parole, s’intende) con mister Trump. Non solo le scaramucce con Erdogan. In Francia si sciopera da giorni contro la sua riforma delle pensioni. La data da cerchiare di rosso è quella di mercoledì 11 dicembre: il governo presenterà ufficialmente il suo piano. Si tratta di rivedere un sistema composto da 42 regimi pensionistici settoriali: costoso per lo Stato e anche profondamente ingiusto, i privilegi sono all’ordine del giorno. Su questo punto è concorde la maggioranza dei francesi. Ma dopo due anni di concertazione e confronto tra governo e sindacati, la gente è scesa in piazza. Ancora prima che fosse chiaro il piano dell’esecutivo. Macron si gioca la presidenza.

“L’Ilva inglese” e i francesi contro i cinesi: la lezione da imparare

A proposito del leader “en marche”. Ha fatto qualcosa che in un certo senso interessa anche l’Italia. British Steel, il colosso siderurgico inglese in crisi come l’Ilva, doveva essere acquistata dai cinesi di Jingye. L’affare però rischia di saltare dal momento che la controllata d’Oltremanica, la BS France, verrà venduta separatamente e non farà parte del pacchetto da 70 milioni di euro con cui i cinesi pensavano di comprare tutto. Macron voleva che i cinesi garantissero almeno due fornitori di acciaio per l’impianto di Hayange: da lì escono i binari utilizzati dai treni TGV e Monsieur Le President non vuole che la mancanza di rotaie blocchi l’Alta Velocità. Non è sovranista, fa l’interesse nazionale. C’è una differenza.

Regno Unito, 3 giorni al voto. Noi tifiamo…

Il cerino rischia di restare, acceso, nelle mani del governo inglese. Giovedì 12 dicembre, altra data importante, si vota nel Regno Unito. Boris Johnson è in testa, ha condotto una campagna dai toni moderati. Non ha fatto il Trump. Rispetto al collega biondo BoJo può vantare una cultura diversa, maggiore. I sondaggi lo danno in testa, i Laburisti di Corbyn non convincono. I Liberaldemocratici sono gli unici a dire apertamente che con loro al governo si torna indietro: il referendum della Brexit? Non esiste. Le loro speranze di successo sono pressoché inesistenti. La democrazia ha un senso, anche quando non asseconda i nostri desideri. Ci rifacciamo alle parole di Donald Tusk di qualche anno fa: “Il Regno Unito già ci manca”. Tifiamo per loro come si poteva tifare anni fa per il Chievo dei miracoli: non vincerà mai il campionato. Però il Leicester di Ranieri…

Italia provincia di Pechino

Ma parlavamo di Macron e dell’Italia che ha qualcosa da imparare dalla vicenda della British Steel, per molti versi simile a quella dell’Ilva. Sembra che ArcelorMittal alla fine andrà via da Taranto. Qual è la soluzione? Per il momento ce n’è una sola: nazionalizzare. Usare i soldi del contribuente. Non vi piace? E’ sempre meglio che accettare l’idea di diventare una colonia cinese. Di Maio li ha negati giorni fa, ma i contatti con le aziende cinesi dell’acciaio ci sono. Bel paradosso: il problema del mercato dell’acciaio è tale anche e soprattutto per la concorrenza sleale dei cinesi, che producono a basso costo grazie agli aiuti di Stato. Dopo la Nuova Via della Seta, il rischio è quella di aprire la Nuova Via dell’Acciaio. In Grecia, ad esempio, hanno accettato di esportare più olive e feta in cambio dell’accesso ai porti e alle infrastrutture. E dire che un tempo gli strateghi ateniesi erano famosi. No, non è un’invasione militare, ma una colonizzazione silenziosa sì. E noi? Recuperiamo la bussola.