Governare la collera

 

Nascondere che qualcosa si è rotto nel cuore dell’Europa non si può più. Non siamo i soli, a vivere l’epoca della rabbia furiosa. Dovevamo capirlo subito dopo la Brexit, la Gran Bretagna che non si era piegata al nazismo e che invece ha ceduto alla tentazione di un passo verso l’ignoto. E si è visto come (non) è andata a finire.

Poi è arrivato il nostro turno. Un 4 marzo che ha spalancato le porte ai populisti, che a dire il vero un merito politico lo hanno avuto: intercettare le paure più profonde della gente, farle venire a galla. Ma solo quello.

Ora è il turno della Francia, con i gilet gialli che sono l’espressione di un sentimento diffuso di rabbia e protesta, la prova che il malcontento è arrivato ad una soglia di non ritorno. Parigi violentata da quelli che i francesi chiamano “casseur”, teppisti, vandali che approfittano della sommossa di turno per creare disordine. Ma un movimento che non è (ancora) un partito varrebbe oggi il 12% dei voti se presentasse una lista alle Elezioni Europee. Significa che dentro c’è la Francia, o almeno una sua parte corposa, desiderosa di risposte che la politica fino ad oggi non ha saputo dare.

In questo senso Emmanuel Macron ha fatto un gesto probabilmente tardivo, necessario, ma a suo modo coraggioso. Condannare le violenze prima di tutto, distinguere i rivoluzionari dai rivoltosi, e poi ammettere che sì, “la collera è giusta, in un certo senso”. E’ il primo passo per non abdicare ai populisti che attendono al varco il fallimento della politica per salire al potere. Ed è anche la sfida più bella e difficile che possa capitare a chiunque guidi un Paese e ne abbia a cuore le sorti. Che sia in Francia come in Italia.

Accettarne l’esistenza, comprenderne le verità, i motivi più profondi. E poi governare la collera.

Salvini lasci in pace papa Wojtyla (e non dica bugie, che è peccato)

 

Matteo Salvini è l’uomo che agita il rosario, che mostra il Vangelo e giura su di esso. Ma da ieri è anche il politico che strumentalizza le parole di un santo nel giorno dell’Immacolata Concezione. Il riferimento alle parole di papa Wojtyla è un colpo basso che più basso non si può. Il tentativo di giustificare il sovranismo ottuso professato dalla Lega estrapolando frasi decontestualizzate risalenti a 36 anni fa è un oltraggio alla memoria di San Giovanni Paolo II e all’intelligenza di chi quel papa lo ha amato e conosciuto talmente bene da sapere che in questo momento si sta rivoltando nella tomba.

Ma a Salvini bisogna rispondere sul punto. Il ministro ha detto che papa Wojtyla parlava dell’Europa come “unione di popoli distinti etnicamente, parlava di una grande varietà di culture, parlava delle ricchezze delle singole civilizzazioni nazionali, auspicava di veder nascere dalle varietà delle esperienze locali e nazionali una nuova e comune civilizzazione europea“.

Punto primo, Salvini: c’è differenza tra “distinzione etnica” e “razzismo”. Studia.

Punto secondo: la varietà di culture non impedisce una condivisione dei saperi.

Punto terzo: nessuno nega che le singole civilizzazioni nazionali siano una ricchezza.

Punto quarto: lo dice il papa, “varietà delle esperienze locali e nazionali” per formare “una nuova e comune civilizzazione europea”. Leggi.

Infine un passaggio che può essere illuminante. Leggere fa bene, in particolare leggere “tutto”, non soltanto i passaggi decontestualizzati che fanno più comodo.  Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, paragrafo 101 di “Ecclesia in Europa”: “Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione “universalistica” del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana. Lo stesso fenomeno della globalizzazione reclama apertura e condivisione, se non vuole essere radice di esclusione e di emarginazione, ma piuttosto di partecipazione solidale di tutti alla produzione e allo scambio dei beni“.

Salvini lasci in pace papa Wojtyla (e non dica bugie, che è peccato).

Piazza del Populista

 

Il controsenso più clamoroso della manifestazione della Lega sta nella scelta della data. Perché se l’8 dicembre si celebra l’Immacolata Concezione, è vero anche che di “immacolato” non c’è proprio nulla nella “concezione” politica dell’Italia di Matteo Salvini. Basta un dettaglio, uno solo, per rappresentare l’ambiguità e l’opportunismo del leader del momento. Colui che indossava le magliette “Padania is not Italy”, lo stesso che orgogliosamente rivendicava di non tifare per la Nazionale azzurra, quello che – da ministro – alla Festa della Repubblica non ha cantato l’inno di Mameli, sfoggia oggi a Roma il tanto vituperato tricolore. Cosa non si fa per conquistare voti?

Certo, a Matteo Salvini poco importa degli appunti mossi dai suoi oppositori. Finché il vento gonfierà le vele del consenso, la nave leghista non si incaglierà negli scogli della sua incoerenza.

Eppure la gente, quella vera, quella partita ieri notte coi pullman, quella arrivata stamattina presto coi treni, quella in buona fede e senza i paraocchi, prima o poi chiederà al proprio capo il conto delle sue promesse.

Vorrà sapere come mai il decreto Salvini invece di produrre sicurezza ha creato illegalità. Chiederà perché i soldi del reddito di cittadinanza e di quota 100 non sono stati spesi meglio. E si porrà il quesito dei quesiti. Domanderà se per caso, l’8 dicembre dell’anno 2018, non si sia trovata per sbaglio, per un terribile sbaglio, anziché in Piazza del Popolo nella Piazza del Populista.

Tria come Magda di Verdone: “Non ce la faccio più”

 

La smentita è arrivata. E sarebbe stato sorprendente il contrario. Ma che una firma autorevole come Augusto Minzolini si sia inventato di sana pianta il messaggio inviato da Giovanni Tria al collega e amico Renato Brunetta pare quanto meno improbabile. Un sms che ha il sapore dello sfogo più sincero: “Non ce la faccio più, sono sottoposto ad un agguato dietro l’altro. L’ultimo è stato quello di mandarmi davanti alla commissione parlamentare di ritorno dall’Ecofin. L’unica cosa che mi interessa è salvare il Paese. Quella è la mia luce. Altrimenti, se fosse solo per me, già ora…“. Già ora darebbe le dimissioni, Tria. Anzi, già le avrebbe date da un pezzo, a dirla tutta. Da quella sera di settembre in cui il MoVimento 5 Stelle profanò il balcone di Palazzo Chigi per festeggiare il primo passo verso il baratro.

Tria che nel frattempo è divenuto suo malgrado la trasposizione perfetta di Magda, la protagonista femminile di “Bianco, rosso e Verdone”, la moglie di Furio, il marito logorroico e assillante, il maniaco dell’ordine che controlla la disposizione delle valige nel portabagagli, che si accerta che la donna abbia sprangato le persiane e chiuso il gas, portato il sandwich al burro, allo stracchino e pure quello al prosciutto. “A proposito, ma il prosciutto lo hai preso da Luciano o da Gino?”.

La via di fuga di Magda alla fine è un bagno, che sia quello di casa o del primo autogrill, è la stanza in cui urlare a se stessa e al mondo intero il fatidico “non ce la faccio più”.

Così Tria, assediato non da Furio, ma da due Furie come Salvini e Di Maio, costretto a sentire ogni giorno una rivendicazione assurda, una proposta folle, avrebbe impugnato il telefono e scritto all’amico Renato. E non sorprendano le dichiarazioni di stima di Di Maio e degli altri. Non meravigli la smentita di Tria. Come diceva Verdone: “Magda, tu mi adori?”. Risposta: “Sì”. “E allora lo vedi che la cosa è reciproca?”.

Era tutto scritto

 

Che Marco Minniti abbia ritirato la sua candidatura a segretario del Pd non può sorprendere nessuno che abbia un po’ di conoscenza delle cose di quel partito. Un organismo elefantiaco, dominato in larga parte da correnti e interessi personali, da gruppi dirigenti interessati ad aumentare il proprio peso in direzione, ad assicurarsi i posti in lista per le prossime elezioni, a conservare la propria fetta di influenza su questo o quell’altro dirigente locale.

Il peccato originale della candidatura di Marco Minniti è stata la sua stessa candidatura. Non avrebbe dovuto candidarsi. A meno che non fosse stato intimamente convinto di potersi giocare la partita con le proprie forze. Essere il candidato di Renzi senza voler apparire come il candidato di Renzi ha il suo prezzo politico: significa che non tutti i cosiddetti “renziani” si sentono obbligati a rispettare un vincolo che cessa di esistere nel momento in cui il leader è presente ma non completamente.

E qui arriviamo all’altra questione. Renzi sta impiegando troppo tempo a prendere una decisione che è chiara almeno dal 4 marzo. Ma a dirla tutta da qualche anno. Il Pd non è il suo posto. Voleva tornare a guidarlo per prendersi un’ennesima rivincita? Avrebbe dovuto candidarsi nuovamente alla segreteria. E probabilmente avrebbe vinto di nuovo.

Ma se è evidente che una scelta del genere non sarebbe stata possibile dopo la debacle del 4 marzo, allora lo è pure che Renzi avrebbe dovuto lanciare mesi fa, al più tardi alla Leopolda, il suo nuovo partito. Chiariamoci: il partito di Renzi, non un partito di centrosinistra.

Così facendo non avrebbe consentito ai suoi avversari di additarlo come quello che abbandona Minniti al suo destino. E Minniti stesso non si sarebbe esposto a quello che resta un passo indietro umiliante per la sua carriera. Ma prima di tutto per gli elettori Pd.

Era tutto scritto.

Noi non ci saremo

 

Noi non ci saremo l’8 dicembre in Piazza del Popolo a Roma. E quel “noi”,  per quanto scritto da “uno”, ha la pretesa di rappresentare il sentimento di milioni di italiani verso una manifestazione che si propone di celebrare la deriva della politica nostrana. Viva la democrazia, sempre. Ma se Matteo Salvini si è conquistato il diritto di incarnare le speranze di tante persone, questo non vuol dire che presteremo il fianco a ciò che riteniamo il male del Paese.

Noi, quelli che non hanno mai preso una tessera di partito, quelli che alle elezioni votano secondo coscienza e non per ideologia; noi, che non prendiamo un euro se al governo ci va Berlusconi o Di Maio, Renzi o Salvini, noi che non abbiamo alcun interesse se non quello per l’Italia, non ci saremo.

Noi che crediamo ad un’Italia che va avanti, che non torna indietro sulle grandi opere, che non (s)vende il futuro delle prossime generazioni in cambio di qualche voto in più alle Europee, non ci saremo.

Noi, che non ci sentiamo né razzisti né fessi, noi che riteniamo l’Europa casa nostra e per questo vogliamo cambiarla, non lasciarla; noi che siamo stanchi di parole al vento e di promesse in fumo, non ci saremo.

La leggenda vuole che Piazza del Popolo tragga il suo nome dal latino “populus”, pioppo, dal boschetto che Nerone vi fece piantare.

Ecco, noi non ci saremo a celebrare un nuovo Nerone.

Noi che non vogliamo un altro Grande Incendio del Paese.

Noi che amiamo Piazza del Popolo. Non la Piazza dei Populisti.

No, noi no, non ci saremo.

Ben svegliato, Boccia

 

Sono passati tre mesi, 90 giorni che sembrano un’era geologica, da quando Vincenzo Boccia incoronava Matteo Salvini rappresentante ufficiale delle istanze delle imprese italiane. Vedeva, il capo degli industriali, nel leader della Lega il cavallo su cui puntare, anzi, sul quale montare, perché è chiaro che Confindustria ha i suoi interessi da tutelare e a governo che cambia corrispondono salti sul carro da mettere in conto.

Ma le aperture di credito di settembre non sono diventati regali da scartare sotto l’albero di Natale. Segnale che Salvini e Di Maio hanno già mandato in fumo un patrimonio mastodontico in termini di fiducia: quello delle 12 associazioni di categoria rappresentative di 3 milioni di imprese e 13 milioni di dipendenti. Il 65% del Pil italiano riunito ieri a Torino ha suonato la sveglia ad un governo talmente dentro al tunnel da non vedere che la luce si può raggiungere dicendo semplicemente dei “Sì”: sì alla Tav, sì alle infrastrutture che rendono un Paese competitivo, sì agli investimenti.

Tre mesi. Sono stati probabilmente troppi. Perché non ci voleva un genio per capire – al contrario di quanto diceva Boccia – che di responsabile non c’era nulla nelle parole di Salvini dei primi giorni di governo. E di credibile ancora meno. Tempo al tempo. Meglio tardi che mai. E intanto ben svegliato, Boccia.

Dimenticate Quota 100: sarà Quota 104

 

Chissà come la prenderanno tutti quei lavoratori che hanno votato Matteo Salvini convinti – a ragione – di aver maturato il diritto di andare in pensione dopo una vita di sacrifici. Chissà se si pentiranno di aver votato Lega, ora che Quota 100 rischia di restare soltanto un ricordo. Il peccato originale non può essere lavato via: i soldi per attuare in un unico contratto i programmi di Lega e M5s non ci sono, non ci sono mai stati, non ci saranno mai.

Il professor Alberto Brambilla, che in veste di esperto di previdenza affianca il Salvini, ha spiegato al Corriere della Sera quello che da Tito Boeri in giù chiunque con un briciolo di buon senso sapeva già: “Nel prossimo mese di gennaio l’Inps non può ricevere in un sol colpo quasi 300 mila nuove domande di pensionamento“. Da qui la necessità di diluire, rinviare, scaglionare i pensionamenti per non mandare all’aria il sistema pensionistico.

E allora ecco l’artifizio: in pensione, al 31 dicembre 2018, potrà andare chi Quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi) l’ha maturata da almeno due anni. Vuol dire che potranno uscire dal mondo del lavoro persone con 64 anni di età e 40 di contributi. Dimenticate Quota 100, in pochi mesi di governo è già diventata Quota 104.

Onestà? Onestà?

 

Siamo al punto che neanche contano più di tanto i dettagli dell’inchiesta di Filippo Roma per Le Iene. Che la stalla di famiglia sia diventata una villetta con piscina, che Di Maio la usasse per far festa con gli amici: ormai importa poco. E desta stupore, sì, l’idea soltanto che il vicepremier possa aver fatto da prestanome del padre per non far cadere l’azienda di famiglia tra le mani di Equitalia. Sorprende, sconcerta, delude anche il sospetto – ad oggi non provato – che il capo del MoVimento 5 Stelle abbia potuto partecipare, direttamente o meno, alla configurazione di un reato.

Non è un’inchiesta come un’altra, questa. Non è immotivata la frenesia che sembra possedere Filippo Roma quando incalza Di Maio su questo o quel riscontro, su questo o quell’altro aspetto di una vicenda nebulosa e a tratti oscura. E’ la legge del contrappasso che domina sul resto, è il trattamento che spetta a chi ha affermato l’onestà propria a discapito di quella altrui. Non un dettaglio marginale. Chi non era col MoVimento 5 Stelle era in qualche modo sporco, corrotto, colluso. Non era così, evidentemente.

Il garantismo non è mai stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle. E l’inchiesta delle Iene dovrà servire a provare non la disonestà eventuale di Di Maio, ma a scacciare definitivamente quell’aura di superiorità morale che ha caratterizzato per anni i grillini. Lo vedete che può succedere a tutti, ma proprio a tutti, di finire invischiati in faccende poco chiare? Lo capite, ora, che a voi che urlavate “o-ne-stà, o-ne-stà, o-ne-stà” potremmo rispondere oggi: “Onestà? Onestà? Onestà?”.

Cosa aspetta a dimettersi?

 

Luigi Di Maio fa anche una certa tenerezza, quando guarda negli occhi Filippo Roma delle Iene e gli confida che col papà non si sono parlati per anni, aggiungendo peraltro un “te lo dico col cuore” da far impallidire Barbara D’Urso. Ed è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Perciò la tentazione di andare controcorrente, di schierarmi per una volta dalla parte del capo politico M5s c’è stata, lo ammetto. E non sarebbe stata un’assoluzione, una pacificazione frettolosa e immotivata, piuttosto l’occasione per dimostrare la diversità che esiste tra signori e gente senza scrupoli, tra chi è provvisto di una sensibilità e chi invece è ossessionato dal desiderio di distruggere il rivale politico con tutti i mezzi a sua disposizione.

Ma al netto dei buoni propositi, difendere Luigi Di Maio è oggi impossibile. Avesse guidato un altro ministero, che so, quello degli Esteri, sarebbe rimasto solo un forte senso d’imbarazzo, un’onta difficile da lavare via per chi ha fatto dell’urlo “o-ne-stà, o-ne-stà” il suo grido di battaglia. Non fosse stato il ministro del Lavoro, quello che il lavoro nero è chiamato a combatterlo, la leggerezza del padre sarebbe stata un boccone facile per i suoi detrattori, qualche settimana sulla graticola e via con la prossima polemica. Non avesse ricoperto il ruolo di ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio avrebbe potuto spiegarci in tutta serenità da dove passa lo sviluppo delle imprese, cosa si può fare per favorire la crescita delle aziende e al contempo tutelare i diritti dei lavoratori. Ma i congiuntivi ancora una volta non sono amici di Di Maio.

In un Paese normale, in un’Inghilterra qualunque, il vicepremier avrebbe fatto un passo indietro prima ancora della messa in onda del servizio delle Iene. E non perché sia colpa sua. E non perché umanamente non mi dispiaccia anche un po’. No. Si chiamano ragioni di opportunità. E fanno rima con sensibilità. La stessa che Di Maio e i suoi hanno dimostrato in passato di non avere per faccende simili. Proprio quella che dovrebbe spingerlo a lasciare il suo doppio ministero. Cosa aspetta a dimettersi?