L’Altra Italia di Berlusconi che somiglia all’«altra cosa» di Renzi

 

Nella lettera inviata oggi al Corriere, in cui annuncia la volontà di riformare Forza Italia, sta tutta la consapevolezza di un leader descritto come arrendevole e poco lucido. Berlusconi sapeva da tempo che le amministrative non sarebbero andate secondo i suoi desiderata. Così al giorno che di norma sarebbe dedicato ai bilanci nefasti di un partito in agonia oppone la svolta di un’idea nuova, il rilancio dell’andatura quando la spinta sui pedali pareva estinta.

E tra le righe che sono un continuo attacco al MoVimento 5 Stelle si leggono pure le stilettate a quello che ancora è sulla carta l’alleato leghista, a quel Salvini colpevole di aver dato vita con Di Maio ad un “governo contro natura“, che Berlusconi vede destinato ad “implodere” a causa delle sue contraddizioni. Nel mirino finisce pure quella retorica populista che non tiene conto della realtà, tutta basata sull’«illusione che basti fare la voce grossa per cambiare equilibri politici ed economici europei e mondiali molto complessi, rispetto ai quali il nostro Paese sarà debolissimo se non avrà i conti in ordine».

E anche se non rinuncia all’etichetta di centro-destra, pure se la lettera al Corriere è ufficialmente il tentativo di rilanciare Forza Italia, l’uomo di Arcore – è chiaro – cerca strade nuove. Ha intuito che la sua sopravvivenza politica passerà da un’opposizione netta. Così prova a marcare il territorio, a rappresentare e a rappresentarsi come l’alternativa al populismo, la scelta basata sul “buon senso” e sulla “concretezza“, sulla “professionalità” e sull’«esperienza».

Allora parla apertamente di un “nuovo cammino“, che lui ha deciso di chiamare “l’Altra Italia“. Un “fronte” al populismo, al giustizialismo e al pauperismo che se non potrà essere quello Repubblicano per i veti di una certa sinistra – che non a caso Berlusconi definisce “tradizionale” – assomiglia evidentemente a quello prospettato da Renzi nei giorni della nascita del nuovo governo e sintetizzato su Twitter con l’hashtag #altracosa.

Una differenza, quella rispetto all’esecutivo gialloverde, marcata dall’ex segretario Pd anche nel suo ultimo intervento in Senato, quando Renzi ha definito sé e i suoi come “altra cosa sull’Europa” e “altra cosa sulla giustizia“.

Potrebbe essere l’Altra Italia di Berlusconi l’«altra cosa» di Renzi.

La lezione del G7 per i sovranisti italiani

g7 canada

 

Al governo Conte è concesso un vantaggio. Essendosi appena insediato può godere di una luna di miele con gli italiani che si traduce soprattutto in un tesoretto di tempo utile per capire da che parte stare. Ma dovrebbero essere bastati i due giorni di G7 in Canada, al premier Conte, per rendersi conto che il solo posto dove l’Italia può sperare di dire la sua è anche lo stesso da cui Salvini e Di Maio sono intimamente tentati di uscire: l’Europa.

In un contesto storico in cui i nazionalismi e i sovranismi la fanno da padrone, dove le riunioni tra leader vengono vissute con insofferenza e fastidio – si veda l’atteggiamento di Trump – Paesi come l’Italia hanno un’unica strada per tentare di contare qualcosa: fare squadra con chi ha interessi se non uguali quanto meno simili.

E in questo senso è da salutare con fiducia la retromarcia di Conte sul piano delle sanzioni nei confronti della Russia. Si può immaginare che stretto tra Merkel e Macron, salutato come un nipote da Juncker e Tusk, Conte abbia iniziato a capire che l’Italia non può permettersi fughe in avanti. A meno che non voglia essere vassallo di qualcuno.

Che poi, anche volendosi del male, si farebbe fatica a scegliere a quale padrone asservirsi. Trump, nonostante i suoi modi ruvidi, ha un merito: sta mantenendo gli impegni presi con gli americani in campagna elettorale. E questo significa che gli Usa non interpretano più come nel passato il ruolo di guida universale del mondo libero. Basta uno slogan: America first, per rendersi conto che andare dietro agli americani non è oggi né conveniente né tanto meno possibile.

E allora, potrebbe pensare qualcuno, buttiamoci con Putin. Il presidente russo è probabilmente il giocatore più lucido e talentuoso in fatto di geopolitica. Si è impossessato del Medio Oriente sfruttando la timidezza in politica estera di Obama; e una volta tagliato fuori dall’Occidente ha allargato il fronte verso l’Asia, creando una relazione privilegiata con la Cina che è forse il motivo principale per cui Trump ha proposto di reinserirlo nel G8. Ma di nuovo: l’Italia non ha la forza economica e politica per trattare da pari a pari con colossi come Usa, Russia e Cina.

Possono dunque esistere rapporti di amicizia e di rispetto, nei confronti dei giganti del mondo. Ma se l’Italia vuole contare qualcosa, invece di pensare a distruggere l’Europa pensi a renderla più forte e a scalare posizioni al suo interno.

La strada sarà pure in salita, ma è l’unica che porti da qualche parte.

Questi fanno solo danni: l’Italia rischia l’isolamento

conte di maio salvini bis

 

Il fatto che non ci siano soldi per le promesse irrealizzabili di M5s e Lega mette a rischio tutti gli italiani. Di Maio e Salvini – e se proprio vogliamo citarlo anche Conte – hanno bisogno di alzare i toni dello scontro, per non fare la parte degli inetti al potere.

Così è quasi inevitabile che nel giro di pochi giorni il nuovo establishment italiano si trovi a fare i conti con scivoloni e cortocircuiti internazionali che rischiano di compromettere quanto di più importante un Paese possa giocare nella delicata partita della politica estera: la propria credibilità.

Non meraviglia, dunque, che Salvini sacrifichi sull’altare della campagna elettorale permanente i buoni rapporti con la Tunisia. Nonostante il suo nuovo ruolo da Ministro dell’Interno.

Non sorprende neanche che festeggi il mancato accordo sulla revisione del Trattato di Dublino (e poco importa che il dossier immigrazione resterà invariato forse per anni) sulla base di un’intesa con Orban e soci che per motivi geopolitici non ha motivi di esistere.

Il blocco di Visegrad ha interesse a difendere la rotta balcanica dei migranti ed è contrario alla ricollocazione dei richiedenti asilo sul modello della ripartizione in quote. L’Italia è il primo approdo per chi arriva dal Mediterraneo e necessita proprio di solidarietà sul tema della ridistribuzione dei profughi. Cosa ne viene fuori?

Che non c’è un disegno, una visione, una strategia politica. Si plaude al decisionismo di Trump, che negli Usa mette i dazi sull’importazione di acciaio e alluminio proprio dall’Europa. Tutto per il gusto di pronunciare una frase contro Angela Merkel, per gonfiare le vele di un consenso che non può fare affidamento sulla brezza dei fatti.

Si mette a rischio la tenuta della NATO, si annuncia la volontà di rivedere le sanzioni sulla Russia – una cosa non fuori dal mondo, attenzione –  ma con modi da bulletti che dimostrano tutta l’incoscienza di chi adesso è chiamato a guidare il Paese e a confrontarsi con gli altri partner.

Perché così facendo, scardinando rapporti decennali, agendo da battitori liberi, si potrà pure ottenere il consenso disinformato della base. Si potrà pure convincere qualcuno che finalmente l’Italia fa sentire la propria voce. Ma alla fine rischiamo di ritrovarci da soli. Senza nessuno che venga ad aiutarci in caso di bisogno.

Chi vuole per amico qualcuno che urla, promette e non mantiene?

Grillo delira sull’ILVA. E il problema è che ora comanda

grillo

 

Non si scherza sul futuro delle persone. Non è più tempo di “vaffa Day”, di Maalox dopo elezioni perse. Beppe Grillo, se ancora non lo avesse capito, è il leader morale e il fondatore del partito di maggioranza al governo. Per questo motivo non può permettersi di trattare con superficialità e arroganza un tema delicato come quello dell’ILVA.

Ne parla profilando una possibile “riconversione”, prospettando una bonifica dell’impianto siderurgico più grande d’Europa da tradursi magari nella nascita di un “parco archeologico”. Ma Grillo il visionario questa volta è andato fuori tema. Vagheggia di un modello ILVA sullo stile della Ruhr, in Germania. Ma i sogni, in politica, devono fare i conti con la realtà. Sempre.

C’è un investitore, Mittal. Un colosso indiano che ha deciso dopo diverse controversie di accettare la sfida pugliese. Chiudere l’ILVA significherebbe condannare 20mila lavoratori alla disoccupazione, oltre che certificare che al Sud fare industria è impossibile. Riconvertirla vorrebbe dire un salto nel vuoto. Proprio quello che migliaia di famiglie non possono permettersi.

Salvate l’ILVA. E mettete fine a questi deliri.

Lega e M5s, tocca a voi: dimostrate che abbiamo sempre avuto torto

di maio conte salvini

 

“E adesso?”. La domanda gira e rigira nella testa di quanti il governo M5s-Lega non lo hanno votato neanche per sogno. “Adesso dobbiamo sorbirci davvero 5 anni di Di Maio e Salvini?” I più sarcastici replicano che falliremo prima, ma non è questa la consolazione che un innamorato dell’Italia può augurarsi.

Adesso, più semplicemente, è il momento dell’attesa. Non infinita però. Il tempo di prendere confidenza coi comandi della nave, e poi sarà lecito aspettarsi che i nuovi capitani ci portino in acque tranquille. Lontani dalle mareggiate, fuori dalla tempesta che pure loro hanno contribuito ad alimentare.

Non che ci siano elementi di novità per essere ottimisti, anzi. Ma se è vero che da giorni si invoca il rispetto della democrazia, se lo è pure che Mattarella alla fine ha dato agli italiani il governo che avevano votato, adesso vediamoli all’opera.

Chi per anni ha maledetto l’establishment, da oggi fa parte dell’establishment. Chi per anni ha criticato la debolezza dell’Italia, da oggi è chiamato a trasferire al Paese la propria forza. Chi per anni ha detto di avere in tasca la ricetta che risolverà tutti i nostri problemi, adesso può applicarla.

La buona notizia è che la campagna elettorale è finita. Almeno per un po’. Certo arriveranno i decreti puramente propagandistici. Di Maio e Salvini non perderanno occasione, sui social, per raccontare l’Italia che improvvisamente cambia e diventa un posto felice. Ma la narrazione conta fino ad un certo punto.

Lo sa bene il Pd, che nell’ultima campagna elettorale ha raccontato un Paese diverso da quello che il Paese sapeva di essere.

Si può bluffare fino ad un certo punto, insomma.

Adesso tocca a loro, com’è giusto.

Adesso, però, dimostrate che abbiamo sempre avuto torto.

Per un Savona qualunque si strappa l’Italia

paolo savona

 

La linea di non ritorno è stata varcata da un po’. Precisamente da quando Matteo Salvini ha chiarito che sul nome di Paolo Savona non arretrerà. Suggerimenti, proposte, idee, davanti alle telecamere; ma al tavolo con Giuseppe Conte quello per il ruolo di ministro dell’Economia diventa un diktat che dalle parti del Colle non vogliono e non possono tollerare.

Eppure è chiaro che Mattarella non ha alcun interesse ad impuntarsi. Per quale motivo dovrebbe opporsi alla nascita di un nuovo governo? Tanti sono stati i passi che il Quirinale ha compiuto affinché le forze politiche riuscissero a formare un esecutivo. Ha percorso diverse strade, promosso consultazioni su consultazioni, proposto perfino che fosse uno tra Di Maio e Salvini – se non addirittura entrambi – ad intestarsi la guida del governo. E allora perché proprio adesso Mattarella viene accusato di essere il sabotatore nemmeno tanto oscuro della partita?

Altra domanda: perché Paolo Savona a tutti i costi? Curriculum importante, non c’è che dire. Ma è davvero lui l’unico depositario della ricetta della salvezza italiana? Al Colle pensano il contrario. Ed è per questo che Mattarella indugia, frena, sconsiglia. Perché se pure qualcuno l’ha dimenticato, lui resta il Presidente “della Repubblica” e quella è chiamato a tutelare e a difendere. Anche dalle avventurose fughe in avanti che rischiano di mettere a repentaglio tutto il sistema di cui – è bene chiarirlo – facciamo parte tutti quanti.

Il punto, però, è che Mattarella per non forzare la mano quando poteva adesso si trova all’angolo. Perché i partiti “di maggioranza” hanno già dato il via ad una campagna elettorale contro il Colle che ha pochi precedenti nella nostra storia. Salvini ha iniziato a parlare di “frattura tra i Palazzi del potere e gli italiani“, Di Maio lo seguirà a ruota, e l’ipotesi che la gente si faccia convincere che la forzatura sia stata quella del Quirinale – e non dei partiti come in realtà è stato – è concreta.

Dovrebbe preoccuparci il fatto che per un Savona qualunque, sconosciuto ai più fino a dieci giorni fa, venga messa in discussione la più alta carica dello Stato. Dovremmo stare in allarme, pensando che un illustre sconosciuto può strappare l’Italia.

Sono tempi bui.

Berlusconi e il “vorrei ma non posso”

 

Non è la prima volta che la corda con Salvini rischia di spezzarsi. E forse non sarà nemmeno l’ultima. Ma nello strappo che per l’ennesima volta si ipotizza e non si consuma sta tutta la prigionia politica del momento di Silvio Berlusconi.

Il segno che il Cavaliere non sia libero da guinzagli arriva dopo le consultazioni con Giuseppe Conte. Nemmeno il richiamo dei giornalisti, neanche la possibilità di ritrovare il microfono e la parola, dopo le umiliazioni inferte da Salvini al Colle, lo convincono a mostrarsi davanti alle telecamere. Via da un’uscita laterale di Montecitorio e consegna del silenzio alle due capigruppo Bernini e Gelmini.

La nota che Forza Italia diramerà da lì a poco non è altro che la conferma dei sospetti di Berlusconi: sarà opposizione perché non ci possiamo fidare. Ma se dai 5 Stelle sapeva cosa attendersi, è da Salvini che Berlusconi è umanamente deluso. “Mi ha preso in giro“, va sfogandosi da giorni, rimarcando il fatto che i patti con il leader del Carroccio non erano questi.

Ha ottenuto il via libera al governo per non passare da traditore, ma alla fine ha tradito lo stesso, è il Berlusconi-pensiero riferito a Salvini, che anche ieri dopo essere stato braccato dal vecchio Silvio in una stanza di Montecitorio non si è trattenuto dal rifilare una stoccata alla delegazione forzista che non si era presentata davanti alle telecamere: “Siamo qua per non mancare di rispetto alle dirette televisive“, ha detto appena uscito dal colloquio con Conte. Colpito e quasi affondato.

Dicono che ogni giorno Berlusconi mediti un colpo di teatro, che muoia dalla voglia di denunciare la giravolta di Salvini, che intimamente speri di veder naufragare in extremis il balletto di governo M5s-Lega per tornare al voto con il centrodestra unito (o con ciò che n’è rimasto) e dare l’assalto a Palazzo Chigi.

Poi però Gianni Letta gli ricorda i sondaggi e consiglia di aspettare tempi migliori, di attendere almeno che Di Maio e Salvini commettano i primi errori.

È un continuo di “vorrei ma non posso“, nel mondo di Silvio. La domanda che evita di farsi, però, è questa: “Ma prima o poi potrò di nuovo?“.

L’avvocato Conte, che sa già di Azzecca-garbugli

giuseppe conte

 

C’è da dire che Giuseppe Conte ha mostrato una buona dose di coraggio a scegliere per sé la definizione di “avvocato del popolo italiano“. Non fosse altro perché di Avvocato, nell’immaginario collettivo nostrano, resterà sempre e comunque uno solo: l’Avvocato appunto, Gianni Agnelli.

Certo nessuno sa con certezza se quell’appellativo il nobile Conte se lo sia dato da solo oppure se un paio di sceneggiatori (due a caso) abbiano deciso al suo posto di inserire nel primo e imbalsamato discorso da premier incaricato un’indicazione di ciò che ci aspetta.

E sì, perché se Conte sarà il nostro avvocato difensore c’è da pensare che qualcuno vorrà accusarci, attaccarci. La retorica del complottismo, del “ce l’hanno tutti con noi, poveri italiani che siamo” non è destinata a svanire in fretta, purtroppo.

Però nel darsi questa definizione Conte sembra confermare l’idea che quello nascente sia tutto tranne che un governo politico. È una connotazione da tecnico, quella che Conte si è scelto. Monti era il Professore, ad esempio. E lo è rimasto anche dopo aver lasciato Palazzo Chigi. Di Conte cosa diremo tra 5 anni? Verrà naturale chiamarlo Presidente?

L’impressione (almeno la prima) è che il premier incaricato sia destinato ad essere ricordato come un avvocato celebre della storia italiana, eppure non propriamente stimato: tale Azzecca-garbugli. Quello che Renzo (non Renzi, sia chiaro!) ne I Promessi Sposi definisce “l’avvocato delle cause perse“. Quello che s’ingegna di volta in volta per trovare le scappatoie legali per giustificare gli azzardi di don Rodrigo.

In questo caso la fatica sarà doppia: i don Rodrigo sono almeno due, Di Maio e Salvini. Nella speranza, tra qualche mese o addirittura qualche anno, che il nostro Azzecca-garbugli non prenda in prestito la frase che Manzoni fece pronunciare a Lucia: “Non sono io che ho cercato guai, ma sono i guai che hanno cercato me“.

Conte-nti voi..

conte giuseppe

 

Habemus premier. Capiremo poi, però, se sarà gaudium magnum. Di certo c’è che non si parte col piede giusto. Con un capo (?) del governo come Giuseppe Conte che da una parte dovrà lavare l’onta del curriculum gonfiato, dall’altra chiarire che il suo essere tecnico non lo priva della potenzialità di essere politico.

A questo punto ci si chiede perché un’alleanza che si preannuncia di legislatura, non abbia trovato al suo interno il coraggio e la forza di assumere la guida del Paese. E soprattutto quale forma assumerà la compagine che sta per nascere, ma è chiaro che ci troviamo in un territorio inesplorato: dietro l’angolo può trovarsi la qualunque, pure il baratro purtroppo.

Ciò che è comprensibile, ma non condivisibile, è l’entusiasmo di chi ha votato M5s e Lega.  Conte è ad oggi un ibrido indefinibile. Anche fosse mero esecutore del programma non è detto che tra 5 anni l’Italia starà meglio di oggi.

Al cinema si direbbe che i trailer sono terminati. Adesso inizia il film: ma chi ha il biglietto sia pronto a tutto. Pure a vedere un horror.

Fate presto

mattarella orologi

 

Fermi al 4 marzo, o giù di lì. Incapaci di darsi una guida credibile, di scegliere un nome terzo che li rappresenti entrambi: i due della diarchia, Salvini e Di Maio, sono forse al rettilineo finale di una corsa mai realmente iniziata.

Hanno giocato a nascondino col Quirinale, celato le carte degli accordi finché hanno potuto, cioè fino a quando Mattarella non ha capito il trucco: “Io non sono un notaio”. Nessuno pensi, insomma, di farsi beffe del Colle e della Costituzione. Non è più tempo dell'”utile idiota”, di marionette mosse da oscuri burattinai.

Ancora di più se chi è chiamato ad entrare in scena, in questo caso Giuseppe Conte, al primo screening sul curriculum denota di condividere poco col tanto decantato “cambiamento” di cui Di Maio e Salvini si professavano paladini.

Così si pone il dilemma del “che fare?”. Con Mattarella che spinge per una soluzione politica – lui accusato di volere a tutti i costi un governo tecnico – e Lega e M5s, storicamente per “i governi eletti dal popolo”, ormai consci che solo un professore a Palazzo Chigi può salvare la loro intesa.

Il rischio di un pericoloso ritorno al voto incombe. A pochi giorni dal G7 in Canada, a circa un mese dal prossimo Consiglio Europeo, non conosciamo ancora chi ci rappresenterà. Ed è il meno.

Osservati dai mercati, che non capiscono questi italiani sempre arraffoni, mai concreti, mai puntuali, mai normali. Con l’incubo di essere declassati dalle agenzie di rating, di vedere i nostri titoli di stato diventare carta straccia. Con il ritorno della parolina magica che pensavamo defunta: spread.

Senza sapere cosa sarà dell’aumento dell’Iva o cosa sarà dell’Ilva. Se resteremo nell’Euro e in Europa. La misura è colma, la nave in tempesta.

Fate presto.