Una via di mezzo tra Salvini e Saviano

Saviano

C’è modo e modo di dire la verità. C’è modo e modo per denunciare ciò che non va. Si dirà che al tempo del populismo 2.0, dei rigurgiti fascisti o presunti tali, tirare di fioretto non porta risultati, che la gente ha bisogno di messaggi chiari, possibilmente forti, necessariamente incisivi. Si dirà tutto questo, e si arriverà al giustificare i mezzi per raggiungere il fine, diventando così diversamente populisti, diversamente fascisti.

Noi abbiamo poco da insegnare a Roberto Saviano. Non siamo suoi nemici, non siamo tra quelli che lo attaccano per il suo “attico a New York“, non ce l’abbiamo con lui perché “è diventato ricco scrivendo di camorra“, ne stimiamo il talento di scrittore, gli siamo grati per aver fatto luce su un mondo che non conoscevamo abbastanza e saremmo in prima fila se qualcuno davvero pensasse di levargli la scorta. Ma Roberto Saviano nel video di ieri non ci è piaciuto.

Non tanto nei contenuti, di cui condividiamo per sommi capi il senso: nella descrizione di Liliana Segre come simbolo da tutelare e di cui andare fieri, e in quella di Salvini e Meloni come politici mediocri responsabili per loro conto dell’inasprimento di un clima che s’è fatto pesante, davvero troppo. Ma quando Saviano dice “Salvini e Meloni, ci fate schifo“, quel modo rabbioso e aggressivo non lo riconosciamo, non lo condividiamo. Qualcuno, chissà stavolta da che parte, ci accuserà di buonismo. Noi invece riteniamo che sia buon senso.

Definire Salvini e Meloni come “squallide figure“, sostenere che “l’odio che state diffondendo vi si ritorcerà contro, contro di voi e le persone che vi circondano” equivale ad una minaccia neanche troppo velata, significa denunciare odio diffondendo altro odio.

La domanda, ora, è se sia possibile una via di mezzo tra Salvini e Saviano. Non tanto in termini di proposta politica (quello è certo), quanto di messaggio. C’è posto tra chi dice “chi decide cos’è razzismo?” e chi risponde “noi non apparteniamo a voi“? C’è spazio tra chi parlando di Liliana Segre dice “A me è appena arrivato un altro proiettile” e chi replica “un giorno la storia farà i conti con voi“?

La risposta è che sì, c’è una strada: è quella che comporta più fatica, che porta a denunciare l’incoerenza e la pericolosità di certe posizioni senza scendere al livello di chi le propone. È quella più difficile, la più tortuosa, è quella che passa per lo studio, per la consultazione di più fonti, per la lettura di libri che sappiano farci riconoscere gli inganni di chi li pronuncia. È la via di mezzo di chi sceglie la politica al populismo. Pure quando il populismo fa paura. Così paura da pensare che l’unico modo per sconfiggerlo sia produrne altrettanto.

La scorta è una ferita. Chiediamo scusa a Liliana Segre

Liliana Segre

Non c’era bisogno della decisione del prefetto di Milano, Renato Saccone, per rendersi conto che il clima in questo Paese s’è fatto da qualche tempo cupo, a tratti inquietante. Liliana Segre, 89 anni compiuti da poco, avrà da oggi due carabinieri ad accompagnarla in ogni suo spostamento. Questa signora onesta, questa vita che parla, uscendo da casa ogni mattina avrà due presenze fisse che tratterà benevolmente, come nipoti acquisiti, ma è certo che nel fare la spesa, nel recarsi a questo o quell’altro incontro, proverà nel frattempo un sentimento di disagio, un senso di irrisolto che per noi è un’onta, una macchia che ci porteremo dentro sempre.

Certo, lo Stato per una volta non si è preoccupato di escluderla, come quando ad 8 anni venne espulsa da scuola. E ancora: in questo caso il suo Paese le assegna una tutela a protezione della sua persona, non la manda a 13 anni ad Auschwitz per essere deportata in un campo di concentramento. La differenza c’è, eccome se c’è. Ma questa decisione del prefetto, doverosa, previdente, giusta, è anche la conferma che non sempre il Bene vince sul Male. Non completamente, almeno.

Dovremmo chiederci, allora, se è giusto che il leader politico più votato d’Italia debba sentirsi in diritto di rispondere, a chi gli chiede perché non ha votato favorevolmente alla nascita della Commissione Segre, con un’altra domanda: “Chi decide cos’è razzismo?“. Perché ci sono valori che in uno Stato di diritto, in uno Stato democratico e liberale qual è l’Italia, dovrebbero essere patrimonio di tutti. Valori indiscutibili, nel senso che non possono essere messi in discussione. Da nessuno e per nessun motivo. Vale per il razzismo, dove il gesto di stizza di un calciatore che non vuole essere apostrofato come “negro” viene derubricato a teatrino, e vale per l’antisemitismo, che purtroppo ancora c’è, esiste, è presente sui social ma soprattutto nelle menti di tanti italiani. Sempre troppi.

Per questo motivo, la consapevolezza di un’Italia che ancora tanti passi in avanti ha da compiere, con l’assegnazione della scorta a Liliana Segre diventa una ferita che non si può più ignorare. Sono passati tanti anni dalle pagine più nere di questo Paese. Ma non siamo stati in grado di estirpare le radici del Male. Ne fa le spese una signora gentile, che a quasi 90 anni è costretta a chiedersi se, dopotutto, l’aver saggiato l’Inferno in questo mondo abbia avuto un senso o se invece quella subita non sia stata una punizione gratuita, una lezione inflitta, marchiata per sempre sulla sua, di pelle, della quale in pochi hanno appreso il senso.

Noi per questo Le chiediamo scusa, signora Liliana. Cercheremo di fare di più. Sempre.

Il governo di Nessuno

Giorno dopo giorno emerge sempre con maggiore chiarezza che questo governo non è di nessuno.

Il governo non è del MoVimento 5 Stelle, che attraverso Luigi Di Maio non perde occasione per rivendicare soltanto i provvedimenti che gli fanno comodo, evidentemente troppo preso dal rinviare (perché evitare non si può) la fine della sua esperienza politica.

Il governo non è del Pd, che con Nicola Zingaretti non fa altro che rincorrere alleati – o presunti tali – anziché preoccuparsi di sfornare una ricetta economica credibile per la crescita di questo Paese. Bussa ironicamente alla porta il segretario dem, fa “toc toc, c’è qualche altro leader che sostiene e che ha voluto questo Governo, che lo difende dalle bugie e dagli attacchi della destra?“. Ma gli sfugge un fatto: nessuno può sentirlo. Il suo tocco è debole, quasi inesistente, certamente non è magico. Carisma cercasi.

Il governo non è di Italia Viva, che con Matteo Renzi sta scoprendo che scegliere di abbassare le tasse quando si è alleati di Pd e M5s non è la cosa più facile di questo mondo, che fare politica – per gli altri – significa fare polemica. E che forse sarebbe stato più giusto – e onesto – dar vita soltanto ad un governo di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, di certo non di legislatura.

Ma soprattutto questo governo non è degli italiani, che non l’hanno voluto, non l’hanno votato. Ma sono obbligati a subirlo.

Ora nessuno mette in dubbio la legittimità dell’operazione di palazzo messa in atto dopo la crisi aperta da Salvini nel mese d’agosto; nessuno si sogna nemmeno di mettere in discussione la necessità di scongiurare l’aumento dell’Iva lasciato in dote dalla coppia Salvini-Di Maio. Ma allo stesso tempo nessuno avrebbe potuto immaginare che a meno di due mesi dalla nascita dell’esecutivo il livello di litigiosità sarebbe stato tale da farci rimpiangere quello giallo-verde. Sì, perché lì almeno le sparavano così grosse da farci divertire nel commento.

Nel governo giallo-rosso si parla invece di tasse sulle auto aziendali, sulla plastica, sulle merendine. La preoccupazione è assicurare il futuro della legislatura fino al 2023, eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, impedire l’avanzata di Salvini, ma come? Se non si parla di lavoro, di imprese, di sostegno al ceto medio (visto anzi come un nemico da tartassare), di agricoltura, di turismo. Nell’agenda non trovano posto argomenti come scuola, cultura, educazione civica.

Nessuno pensa al Paese di domani, piuttosto si è in continua lotta sui rancori di ieri.

E viene in mente l’Odissea, con Ulisse che per sfuggire al gigante Polifemo disse di chiamarsi “Nessuno”. Ecco, avviso ai naviganti: qui non funziona così. Allo scaricabarile non ci crede più nessuno.

Forza Italia non ha tradito Liliana Segre, ha tradito Berlusconi

Liliana Segre

E’ vero, come dice Silvio Berlusconi, che l’astensione di ieri di Forza Italia sulla mozione Segre è stata strumentalizzata. Ma lo è pure che è stato lo stesso gruppo di senatori azzurri ad esporsi a questo rischio, decidendo di smarcarsi da un voto che come obiettivo finale non aveva quello di criminalizzare la libertà di espressione ma semplicemente di istituire una commissione d’inchiesta contro l’istigazione all’odio su proposta di Liliana Segre, persona e personalità evidentemente al di sopra delle beghe politiche quotidiane. Per intenderci, di ben altro livello rispetto al “chi decide cos’è razzismo?” di Matteo Salvini e al “#restiamoumani” di una certa sinistra rimasto hashtag morto una volta tornata al governo.

La puntualizzazione di Berlusconi su Facebook sul suo impegno decennale nel contrasto dell’antisemitismo è sincera quanto doverosa, ma resta allo stesso modo tardiva o inutile alla luce di quanto confezionato dai suoi senatori a Palazzo Madama. L’immagine che è passata all’esterno, e non a torto visto che i forzisti hanno votato in maniera identica a Lega e Fratelli d’Italia, è che FI sia della stessa pasta dei partiti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ovvero di schieramenti che non hanno perso occasione, in questi anni e in questi mesi, per ammiccare a fenomeni inquietanti nel segno dell’illiberalità e del razzismo.

Di nuovo: la storia di Silvio Berlusconi non può essere messa in discussione quando si parla di Israele e mondo ebraico. Soltanto nel 2010 “Bibi” Netanyahu disse del Cav: “Israele non ha un amico più grande di lui nella comunità internazionale“. Proprio per questo motivo occorre domandarsi come sia stato possibile che i senatori di Forza Italia abbiano deciso di astenersi rispetto alla mozione di Segre. Così facendo hanno non solo commesso un errore politico, ma tradito la propria storia: Silvio Berlusconi, prim’ancora che Liliana Segre.

Nicola Zingaretti e il pesciolino rosso

Nicola Zingaretti

Durante le primarie meno entusiasmanti della storia del Pd avevo scritto che Nicola Zingaretti era rimasto il fratello del commissario Montalbano.

Una constatazione del fatto che il governatore del Lazio mancasse del carisma necessario al leader di una comunità per affermarsi come tale. Un capo non dev’essere un comandante, neanche un Capitano. Ma dev’essere in grado di indicare la rotta, di rappresentare una guida soprattutto quando tira vento di burrasca.

Nicola Zingaretti non è tutto questo. E non significa che il segretario del Pd sia una cattiva persona. Ma un pesciolino rosso messo in una piscina di squali difficilmente riuscirà a sopravvivere a lungo. Nella migliore delle ipotesi, rintanandosi in un angolo, nascondendosi, non visto, potrà guadagnare del tempo. Questo ha fatto Zingaretti nell’immediatezza della crisi agostana aperta da Salvini. E così facendo ha scavato la fossa a sé stesso e al Partito Democratico.

Quando Matteo Renzi ha dato il via alla sua partita personale, aprendo le porte all’accordo di governo con il MoVimento 5 Stelle, Nicola Zingaretti ha perso il treno per il voto. In quella fase storica il Pd era intorno al 25%. La fase tracotante di Salvini, quella dei “pieni poteri” per intenderci, avrebbe posto le condizioni per formare un’alleanza di ampio respiro, non sbilanciata a sinistra, appetibile anche per i centristi e i moderati italiani. Le Politiche sarebbero diventate un referendum sulla figura di Salvini: e di solito in Italia questi tipi di elezioni finiscono sempre allo stesso modo. Male. Per coloro che tentano di mettere le mani sul Paese.

Una volta ammessa (coi fatti) la propria subalternità rispetto a Renzi e al suo disegno, vuoi per senso di responsabilità, vuoi per mancanza di coerenza e coraggio, Nicola Zingaretti ha compiuto il secondo errore della sua esperienza da segretario: l’alleanza col MoVimento 5 Stelle. Non ha concesso al governo una fase di rodaggio, agli elettori un tempo di “ambientamento”. Ha spinto sull’acceleratore presentando in Umbria un insieme di sigle per paura di Salvini. E questa paura è stata percepita dagli elettori – che non sono scemi – e interpretata come figlia di un’ammucchiata senza domani. Correttamente.

Ora Zingaretti è vicino al suo terzo errore. Quello fatale. Il voto regionale ha attestato che il Pd, inteso come maggior partito del centrosinistra, dispone di uno zoccolo duro di consensi importante. Siamo intorno al 20/25%. Il crollo del M5s dà certamente modo a Zingaretti di far sentire il proprio peso nell’alleanza. Il Pd è junior partner in Parlamento ma è più forte nel Paese. Questa condizione potrebbe suggerire a Zingaretti l’idea di un azzardo: quella di porre fine prematuramente all’alleanza con un MoVimento 5 Stelle prosciugato e morente per tornare al voto e sfidare Salvini. Magari con Conte candidato premier, a patto che il suo indice di gradimento sia anche sinonimo di voti. Perché lo ricordiamo: “Giuseppi” non si è mai misurato con le urne, è un’incognita.

C’è questa tentazione. Ma è troppo tardi.

Un voto oggi non sarebbe più un referendum su Salvini. Ma tra Salvini e quelli che hanno tentato di aggirare il voto per restare aggrappati alle poltrone. E’ certamente una semplificazione, ma è anche il prezzo da pagare per aver perso il treno del voto quando stava passando. Zingaretti è all’angolo. Può solo tentare di fare ancora il pesciolino rosso. Perché nella vita saper scegliere i tempi è importante. In politica di più.