Con una mossa il centrodestra può liberarsi di Conte

Sebbene sia chiara la tendenza che oggi vede Conte in palese difficoltà rispetto al giorno d’apertura della crisi, sono in pochi a notare che le difficoltà del premier si devono soprattutto alla tenuta sin qui mostrata dal centrodestra.

Quando l’hashtag #AvantiConConte lanciato da Rocco & friends aveva esaltato le ambizioni dei contiani, erano in tanti a credere che l’UDC di Lorenzo Cesa, col suo prezioso pacchetto di tre senatori, sarebbe passato dalla parte della maggioranza senza farsi particolari problemi.

Come nel più classico dei paradossi, sarebbe stato proprio Silvio Berlusconi – privatamente il leader con i rapporti più cordiali con Giuseppe Conte – a bloccare l’operazione sul nascere, facendo valere se non altro il fatto che i senatori dello scudo crociato sono parte di un gruppo che lascia poco spazio ad interpretazioni: “Forza Italia Berlusconi Presidente-UDC”.

E proprio il Cavaliere, più dei suoi più giovani colleghi capi di partito del centrodestra, sembra aver compreso preoccupazioni e istinti di sopravvivenza dei tanti corteggiati di queste ore in Parlamento. Se è vero, come Renzi ha detto, che l’ipotesi del voto come soluzione alla crisi non esiste, lo è pure che i proclami con cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni si affannano ad indicare le urne come “strada maestra” nel caso in cui Conte non raggiunga la maggioranza assoluta di 161 voti al Senato, rappresentano ennesima prova di miopia da parte dei due leader sovranisti.

Per intenderci, la paura è sempre un gran collante, e molti parlamentari oggi dubbiosi se scegliere Conte o la sponda avversa, potrebbero non sentirsi rassicurati – per usare un eufemismo – dalle richieste di “elezioni subito” che provengono dal centrodestra. A maggior ragione considerando che il prossimo Parlamento, complice la mossa kamikaze del recente referendum, accoglierà molti meno deputati e senatori di quelli che oggi ospita. Tradotto: al di là delle promesse che i due schieramenti oggi millantano, anche i più ingenui sanno bene che fra gli scranni non ci sarà spazio per tutti nella prossima legislatura.

Da qui la mossa tattica che il centrodestra dovrebbe compiere per attirare a sé gli indecisi, quanto meno per evitare che votino la fiducia a Conte: far trapelare l’intenzione, o almeno la disponibilità, a dare vita ad un governo di unità nazionale, di scopo, di “salute pubblica”, per riesumare una vecchia formula tragicamente adatta alla situazione sanitaria che il nostro Paese sta vivendo.

Quanto Berlusconi ha ampiamente compreso, al punto da uscire ieri con una nota dai tratti solo apparentemente ambigui, nella quale chiede che “si ridia subito la parola al Capo dello Stato per metterlo in condizione di assumere nel più breve tempo possibile le determinazioni necessarie”. Elezioni? Neanche nominate.

Sensibilità che ancora Salvini e Meloni non hanno sviluppato, preferendo lo scontro di muscoli al lavoro di ricamo. Forse perdendo l’opportunità di mettere con una mossa nel sacco Conte.


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L’errore tattico di Conte: Renzi non è Salvini

La tentazione di equiparare sulla base del nome di battesimo i due Matteo della politica italiana da tempo stuzzica la cerchia più ristretta del premier Conte.

L’ultima prova si è avuta oggi, quando Repubblica ha riportato un virgolettato di Rocco Casalino – ovviamente smentito, sarebbe altrimenti già caduto il governo – nel quale di Renzi si diceva: “Se andiamo in Senato lo asfaltiamo, come è successo con Salvini“.

Portavoce del premier a parte, ciò che Conte pensa di Renzi si è intuito del resto soltanto poche ore fa. La presunzione di superiorità del presidente del Consiglio nei confronti del leader di Italia Viva è stata infatti messa nero su bianco sabato sera, quando Conte ha ammesso su Facebook di essere stato più volte consigliato nel “portare pazienza” dinanzi alle bizze del suo azionista di maggioranza più irrequieto. Così comunicando l’idea di un capo che deve mordere il freno, sempre più infastidito, da quell’impiccio che il senatore fiorentino rappresenta ai suoi occhi.

Ora, l’idea, tradita già nella conferenza di fine anno, in cui Conte espose la volontà di “parlamentarizzare” un’eventuale crisi, è appunto quella di trattare questo Matteo (Renzi), come l’altro Matteo (Salvini).

Conte si è fatto infatti convinto della bontà dello “schema D’Alema“: “Non si manda via l’uomo più popolare del Paese per fare un favore a quello più impopolare“. Da qui la tentazione di rendere il Senato nuovamente arena di un duello come quello che lo vide distruggere il Salvini reduce dal Papeete, illusosi nell’estate 2019 di togliere di mezzo l’avvocato e prendersi la sua poltrona a Palazzo Chigi. Salvo essere clamorosamente sconfitto nei suoi intenti.

Qui però sorge un problema: non basta un nome ad accomunare due figure. Renzi, insomma, non è Salvini, per quanto Conte vorrebbe che fosse.

Non serve dunque un master per dire che anche un eventuale showdown in Senato avrebbe esito diverso da quello forzato da Salvini un anno e mezzo fa. In primis perché Renzi, che conosce la storia del concittadino Machiavelli, è politico più accorto dell’omonimo leghista. Se accetterà la conta è perché certo di poterla spuntare.

In secondo luogo per attitudine politica: sebbene infatti il gradimento del premier sia oggi molto più forte nel Paese del suo, Renzi non resterebbe placido mentre Conte, magari mettendogli una mano sulla spalla, si erge a statista in difesa delle istituzioni. E non solo per via del necessario distanziamento.

A subire l’accusa di essere populista sarebbe insomma – con ottimi motivi – Conte stesso, per giunta chiamato con ogni probabilità a difendere i suoi trascorsi. Non solo gialloverdi e giallorossi. Ma pure trumpiani, dopo l’assalto a Capitol Hill cui si è aggiunto l’imbarazzo per la mancata condanna riservata a colui che lo ribattezzò “Giuseppi” e del quale oggi Conte mostra con orgoglio l’autografo agli amici.

Chi conosce Renzi sa bene che un confronto nell’aula parlamentare è quanto di più esaltante possa esserci per il leader di Italia Viva, amante da sempre dei dibattiti all’americana, non a caso in questi giorni dettosi più volte disponibile ad accettare il guanto di sfida lanciato dal premier .

Pur privi del pallottoliere, sebbene costretti in un’epoca dalle poche certezze, le frequenze di “radio Parlamento” ci dicono che chi ha bluffato fino ad oggi è Conte. Se deciderà di risolvere comunque la partita in Aula sarà perché convinto di non poter contare su Renzi per un terzo incarico, al di là delle assicurazioni di quest’ultimo. Difficile pensare che possa trovare una maggioranza politica alternativa: a maggior ragione considerando che dal Colle è pervenuto chiaro il messaggio che Mattarella non accetterà soluzioni raffazzonate.

Se è vero insomma che esiste quella che qualcuno ha ribattezzato “maledizione di Palazzo Chigi”, sostenendo che dopo qualche tempo trascorso nel palazzo governativo si perde il senso della realtà e della misura, lo scopriremo presto. Probabilmente se e quando Conte penserà davvero di poter infliggere a Renzi lo stesso trattamento riservato all’altro Matteo.


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Tutti a scuola da nonno Silvio

Si può, con un partito ridotto al 6%, e a 84 anni suonati, risultare decisivi per la politica italiana?

E si può, con le stesse credenziali di cui sopra, costringere a giocare di rimessa due partiti “alleati” la cui somma dei voti fa all’incirca il 40%?

La risposta è che sì, si può: a patto di chiamarsi Silvio Berlusconi.

I retroscena raccontano che sia stato intorno alla mezzanotte di ieri che il Cavaliere ha deciso di imprimere l’accelerazione finale, quella decisiva. Quando ancora Matteo Salvini era certo di poter evitare una convergenza di Forza Italia con il governo, Silvio Berlusconi ha ottenuto infatti dal ministro Gualtieri le dovute assicurazioni sul fatto che le richieste del partito fossero state recepite in toto: stretta di mano virtuale e poi stamattina l’annuncio telefonico ai deputati azzurri, “noi votiamo lo scostamento di bilancio: gli altri facciano ciò che vogliono“.

E’ stato a quel punto che Matteo Salvini ha compreso per la prima volta dal marzo 2018, da quando cioè ha operato il sorpasso elettorale ai danni di Berlusconi, quanto possa essere difficile fare il leader dell’intera coalizione anziché del suo solo partito.

A dire il vero pochi giorni fa, quando ancora era certo di poter soffocare sul nascere la voglia berlusconiana di offrire collaborazione al governo, il leader della Lega aveva tentato di riproporre lo schema che in questi anni si era sempre rivelato vincente: sfoderare i muscoli tonici della sua forza politica rispetto a quelli afflosciati dell’ex premier.

Così era andata, per esempio, quando Berlusconi aveva individuato in Paolo Romani il nome giusto per il ruolo di presidente del Senato quasi tre anni or sono. Salvini, senza consultarlo, aveva riservato uno sgarbo al vecchio leader: la Lega vota l’azzurra Bernini, annunciò davanti alle telecamere all’insaputa di Silvio.

Fu l’orgoglioso ma all’epoca inascoltato Brunetta, in quell’occasione, a denunciare alle agenzie “l’atto ostile” della Lega. Rimarginare lo “sfregio” di Salvini fu possibile soltanto attraverso la ricerca di un “nome terzo” di provenienza forzista, quello della stimata Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Allo stesso modo, convinto di ottenere lo stesso risultato, Salvini aveva in questi giorni tentato di spaventare l’uomo di Arcore lanciando segnali intimidatori su due fronti: quello delle aziende di famiglia, con gli ostacoli posti sul cammino della norma “salva Mediaset“, e quello parlamentare, con il reclutamento – dal tempismo quanto meno sospetto – di tre parlamentari forzisti in uscita.

A sorpresa, missione fallita.

A maggior ragione se è vero che oggi il caso beffardo, o forse il tempo galantuomo, ha voluto che fosse proprio Brunetta a prendersi in Aula l’attesa rivincita, annunciando il voto favorevole di Forza Italia allo scostamento di bilancio, indipendentemente dall’avallo degli alleati di coalizione.

Eppure c’è dell’altro. Perché la “nuova fase” di collaborazione aperta oggi con il governo, per usare le parole del fedelissimo berlusconiano, segna anche l’inizio di una nuova fase nei rapporti interni al centrodestra.

Il Cavaliere, oltre ad aver dato una lezione di tattica ai due più giovani capi partito di Lega e Fratelli d’Italia, ha infatti mostrato un guizzo d’autonomia degno dell’epoca in cui era proprio il suo partito il primo per numeri all’interno del centrodestra. Con una differenza che cronaca impone di riportare: Berlusconi ha mostrato sempre nei confronti degli alleati più piccoli un rispetto il più delle volte non ricambiato. Quanto non si può dire fino ad oggi di Matteo Salvini.

Così, indipendentemente dal contesto mutato, dai rapporti di forza invertiti, da un passato che difficilmente tornerà, Berlusconi è tornato a fare Berlusconi. Ha portato a spasso Salvini e Meloni, dato loro una ripassata di grammatica politica, spiegato coi fatti ai sovranisti il vero significato dell’espressione “interesse nazionale” e lanciato un messaggio chiarissimo: Forza Italia ha una sua linea politica. Sembra poco, ma di questi tempi non lo è.

Matteo e Giorgia, tutti a scuola da nonno Silvio.


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Ho fatto un sogno: Conte, Salvini, Di Maio e…

Ho fatto un sogno che non era veramente un sogno. Era in parte un ricordo. Ho visto Conte, Salvini, Di Maio, seduti uno accanto all’altro. Distanziati, sì, perché c’era già la pandemia. Tutti con la mascherina, anche il Capitano che di solito la mal sopporta.

Ho fatto un sogno, che non era il governo gialloverde: in quel caso avrei scritto, “ho fatto un incubo“. E poi vi avrei detto che ho mangiato pesante ieri o visto un film di Halloween rimasto in arretrato.

Invece io ho fatto un sogno, ho sognato che ci trovavamo tutti nella sala stampa di Palazzo Chigi, e che con Conte, Salvini, Di Maio, c’erano pure Berlusconi, Zingaretti, Meloni, Renzi. C’erano tutti, seduti al tavolo e con davanti un microfono.

Ho sognato che a parlare per primo fosse il presidente Conte, che ringraziasse “maggioranza e opposizione per lo sforzo ‘poderoso‘ profuso nell’interesse dei nostri concittadini“. Poi passava la parola a Matteo Salvini, che con un certo orgoglio da statista rimarcava: “Noi ci siamo. Ci siamo per le mamme, i papà, i commercianti, gli artigiani…“. Finita la lista toccava a Di Maio, evidentemente su di giri perché “oggi la politica italiana ha fatto la Storia anche grazie al MoVimento 5 Stelle“. Berlusconi, dopo di lui, rivendicava la regia dell’operazione e di essere “sceso in campo come nel 1994 per fare qualcosa per il mio Paese“. Zingaretti dal canto suo si godeva questo “straordinario momento di ‘unità“, mentre Meloni irrigidita sottolineava di aver fatto tutto questo “unicamente per la Patria” e Renzi divertito sottolineava: “Vedo un certo affollamento: e menomale che criticavate il mio Patto del Nazareno!“.

Erano tutti lì, parlavano di scostamento di bilancio, Manovra, Mes, Recovery Fund, e si impegnavano a mettere da parte le ostilità fino a quando il coronavirus non fosse stato definitivamente archiviato, il Paese in tutte le sue componenti messo in sicurezza.

Era strano guardarli. Essere per una volta orgogliosi della nostra politica. Vi ho pensato, ho pensato che bello sarebbe stato se a vederli ci fosse stati pure voi. Stavo già pensando a cosa avrei scritto, a quali parole avrei usato per raccontarvi.

Poi ho capito: era un sogno, evidentemente un sogno.


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E Silvio infine ammise: io non sono Trump

Silvio Berlusconi resterà nel centrodestra. Perché è lui che lo ha fondato, perché lo sente come una sua creatura. Ma le parole ieri pronunciate da Fabio Fazio, a maggior ragione quelle su Trump l’arrogante, rappresentano l’ennesima prova di quello che chi ha studiato la comunicazione del Cavaliere ha intuito ormai da anni.

In estrema sintesi: se solo avesse la forza politica per farlo, se avesse che so, un orizzonte temporale diverso da quello che può avere un uomo di 84 anni, Silvio Berlusconi la compagnia di Matteo Salvini e Giorgia Meloni la lascerebbe volentieri. E di corsa.

Perché moderati si nasce, sovranisti non si diventa.

Magari inscenerebbe un nuovo predellino, forse lancerebbe un nuovo partito, poco importa. La sostanza è che l’insofferenza mostrata per le posizioni estremiste dei due “alleati” prenderebbe forma in una postura politica totalmente diversa da quella cui oggi è costretto.

Eppure, quando gli capita di esternare le sue idee sui temi più disparati, quando gli viene chiesto – come ieri – se sia pronto ad offrire collaborazione al governo sull’emergenza coronavirus, Berlusconi non esita neanche per un istante. Non perché sia diventato d’improvviso un comunista come credono persino molti dei suoi (ex) elettori, bensì perché chi ha governato un Paese coglie spesso sfumature che chi si limita a giocare al gioco dell’opposizione perde di vista. Tra queste: il senso di responsabilità che si mostra in un momento di crisi, il valore dell’unità nazionale quando in gioco vi è la tenuta del Paese. Capisaldi del berlusconismo d’annata, volto migliore della parabola politica di chi ha sempre pensato sé stesso come uno statista. Pur faticando ad essere riconosciuto come tale.

Sorprende anche per questo la meraviglia di tanti nell’apprendere che Berlusconi non abbia tifato Trump alle ultime elezioni Usa, come emerso chiaramente nell’intervista in cui il Cav ha aggiunto peraltro di aver già fatto gli auguri al nuovo presidente eletto Biden. D’altronde il parallelismo che voleva The Donald come il Silvio d’America era la caricatura più semplicistica che si potesse disegnare, oltre che la meno accurata.

Imprenditori entrambi, certo. Uomini soli al comando, vero. Ma Berlusconi, a dispetto di Trump, che ha ereditato le fortune paterne, può vantare un lato più americano del collega d’Oltreceano: quello del “self-made man“, l’uomo che si è fatto da solo.

Per non parlare della qualità umana che divide i due. Basta spulciare su internet i commenti di chi ha avuto a che fare con Donald e Silvio per anni, per cogliere una fondamentale differenza: il primo viene descritto dai più come un uomo cattivo, egoista, vendicativo; l’italiano come un generoso, un altruista.

Nessun tentativo di santificare il Cav, alcuna opera di demonizzazione nei confronti di Trump in corso. Ma la sottolineatura di un fatto sì: soltanto chi ha confuso l’indole dell’uomo di Arcore poteva pensare che egli potesse essere un fan di Trump.

Quale doloroso risveglio per molti elettori di Forza Italia, ora obbligati in un caso o nell’altro a sconfessare sé stessi. E posti davanti ad un bivio: ammettere di aver male interpretato Berlusconi negli ultimi 26 anni oppure d’aver preso con Trump un clamoroso abbaglio.


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