Il giusto addio di Matteo Renzi

renzi pd

Si discuterà in queste ore e in questi giorni della scelta di Matteo Renzi di lasciare il Pd. Della tempistica di questa scissione, del fatto che sia un assist a Salvini, della megalomania vera o presunta del personaggio. La realtà è che il suo addio al Partito Democratico è una buona notizia per tutti: lo è per lui, che recupererà finalmente la libertà di giocare la sua partita senza fingersi soldato semplice a disposizione del comandante (scarso) di turno (si legga Nicola Zingaretti).

Lo è per il Pd, che adesso ha l’occasione di dimostrare quanto detto in tutti questi anni in tutte le salse: e cioè che i problemi della sinistra italiana derivassero da Renzi, e che i problemi della sinistra mondiale derivassero da “quelli come Renzi”.

Ma lo è soprattutto per l’Italia, perché al di là delle simpatie/antipatie che il personaggio può suscitare, il suo addio al Pd significa disporre di un anti-Salvini (vero, non Conte, per essere chiari) in più. E questa sì, è una buona notizia.

Detto questo si può essere d’accordo o meno sulle modalità di questo addio, si può giudicare sbagliato il timing, immotivato lo strappo. Ma sono discorsi di poco conto se rapportati all’equivoco di fondo che ha caratterizzato l’esperienza di Renzi nel Pd. E cioè che quello non è mai stato il “suo” partito, ad eccezione di quando ne è stato a capo.

Non è un merito o un demerito, è semplicemente un dato di fatto. Renzi non ha nulla a che fare per storia, stile, cultura con il Pd di Zingaretti. Magari sarebbe stato più umanamente comprensibile lasciare il partito in seguito alla freddezza mostrata dai “compagni” in occasione dell’indagine sui suoi genitori; forse sarebbe stato politicamente più giusto farlo il 5 marzo 2018, nel giorno in cui un’intera classe dirigente mostrava di aver dimenticato di aver governato con Renzi, condiviso le sue politiche, applauditone ogni sua declinazione (meglio Bersani sempre contro, per intenderci).

Ma resta la sensazione che alla fine l’approdo fosse questo. Un addio. Inevitabile. E perfino giusto.

La lezione di sovranismo di Mario Draghi

Mario Draghi

In un’epoca di falsi sovranismi, di sterili isolazionismi, di pericolosi nazionalismi, Mario Draghi dà una lezione di politica ad alcuni dei nostri leader, o presunti tali, che resterà nella storia.

Il più “tecnico” in assoluto, quello più ontologicamente parte del cattivo establishment, il numero uno dei banchieri della vecchia e bistrattata Europa, dal “fortino” della sua Eurotower ha imbracciato il “bazooka” e ne ha fatto esplodere un colpo destinato a dare all’Italia, più che ad altri Paesi, la possibilità di scrivere pagine importanti del proprio futuro. Ad un patto: quello di saper almeno impugnare la penna.

“Mario l’italiano”, come viene apostrofato con quella punta di snobismo dagli altri governatori europei, che con lui hanno ingaggiato ieri una lotta come non si vedeva da tempo all’interno del board Bce, ha accettato il braccio di ferro. E lo ha vinto.

Ha deciso di rimestare nella cassetta degli attrezzi a sua disposizione lasciando un’eredità pesante, ingombrante, per la sua erede, la francese Lagarde, tracciando un solco dal quale sarà complicato uscire fuori prima di qualche anno. La sua “legacy”, per dirla come gli americani, è la seguente: l’economia, oggi più che mai, ha bisogno di stimoli.

Ecco allora il Quantitative easing, che con il suo programma di acquisti di titoli di stato terrà lo spread basso e al riparo da eventuali fibrillazioni; e beccatevi il taglio dei tassi sui depositi, che porterà le banche a prestare più soldi e a finanziare una maggiore liquidità per famiglie e imprese. Le stesse imprese che all’estero saranno anche favorite negli scambi da un euro debole.

Misure forti, potenzialmente rivoluzionarie, a conferma che le banche centrali sono gli unici veri soggetti in grado di cambiare le carte in tavola, e forse anche il corso della storia. L’Europa ha (per ora) un fuoriclasse di nome Mario Draghi. Gli Stati Uniti hanno Jerome Powell, e provate a chiedere a Donald Trump qual è il suo parere sul numero uno della Federal Reserve (peraltro da lui nominato).

Draghi ha vinto una partita politica non scontata: lo ha fatto contro il tedesco Jens Weidmann, il governatore della Bundesbank che per una vita ha sognato la sua poltrona. Ma anche contro la Francia, che si è schierata accanto ai tedeschi nel convincimento che non fosse più tempo di varare una politica ultra-espansiva come quella pensata dal nostro connazionale. Aveva contro l’Olanda, l’Austria, l’Estonia: cosa pensate abbia fatto Mario Draghi?

Credete che abbia preso il telefono e iniziato a girare una diretta Facebook? Pensate che abbia twittato contro i poteri forti? Lo immaginate in una trasmissione televisiva mentre attacca i burocrati di Bruxelles e le regole europee? No. Neanche per sogno. Pur nel momento di maggior debolezza del suo mandato, giunto ormai a conclusione, Mario Draghi, il tecnico, ha usato la politica. Ha convinto la maggioranza dei governatori degli altri Paesi europei a passare dalla sua parte, gli ha illustrato la saggezza (e quel pizzico di follia) delle sue scelte, li ha spinti a votare perché premessero insieme a lui il grilletto del bazooka. Così ha vinto Draghi, e con lui l’Italia. Ecco il sovranismo che vogliamo: l’unico veramente utile al Paese. Bella lezione, Mario.

Un calcio che spezza il cuore

L’ultima crisi dei migranti è quella della Alan Kurdi, la nave che prende il nome dal bambino siriano di 3 anni il cui corpicino venne ritrovato su una spiaggia turca dopo il naufragio di un gommone che avrebbe dovuto portarlo in Europa.

Tre anni, come il bambino nordafricano colpito con un calcio a Cosenza, la mia città. Colpevole di aver sbirciato una neonata nella culla, colpevole di curiosità, colpevole di avere la sua età.

Ora possiamo nasconderci dietro un dito, far finta che la bestia che ha sferrato il calcio al bimbo di colore lo abbia fatto perché “fratello di un pentito di camorra” e dunque affetto da una cattiveria genetica, quasi innata.

Ma la verità è un’altra. La verità è che un episodio del genere, a Cosenza, in Calabria, in Italia, fino a dieci, vent’anni fa, non sarebbe mai successo. Se un delinquente – perché questo è – si è sentito autorizzato a prendere a calci un bambino di 3 anni è perché il clima di odio che si è respirato in questo Paese negli ultimi mesi lo ha autorizzato, non dico a farlo, ma a pensare che un gesto del genere fosse “giustificabile”.

D’altronde se è in primis lo Stato a confezionare provvedimenti che violano le leggi internazionali, a mostrarsi indifferente rispetto all’osservanza dei diritti umani, ad avallare politiche razziste, poi non c’è da sorprendersi se i più stupidi, i più ignoranti, compiono gesti del genere.

Per 14 mesi, su questa pagina, abbiamo condannato la condotta di Matteo Salvini come ministro dell’Interno e le politiche migratorie attuate dal governo Lega-M5s. I porti chiusi – oltre che inutili e inefficaci – sono una misura indegna di uno Stato liberale che voglia definirsi tale. Leggiamo che il nuovo ministro Luciana Lamorgese ha risposto picche alla richiesta della Alan Kurdi di entrare in porto. Il tutto mentre un naufrago a bordo ha tentato il suicidio. E della tanto decantata “discontinuità” richiesta da Zingaretti non vediamo traccia.

Se la paura di perdere consensi ha la meglio sulla capacità di assumere scelte di rottura rispetto al governo precedente, se prevale sulla volontà di costruire un Paese diverso, in cui la parola “integrazione” non viene letta come subdolo tentativo di “sostituzione della razza”, in cui il termine “accoglienza” non viene interpretato come prodromo di una “invasione”, allora sarà il caso di dire che il problema non era solo Salvini. Ma una classe politica incapace, tutta o quasi, di andare oltre i sondaggi, non in grado di disegnare un’Italia di cui andare fieri, un’Italia in cui un bambino di 3 anni può salutare una neonata nella culla, senza essere colpito all’addome con un calcio che spezza il fiato, ma soprattutto il cuore.

Appello alle cancellerie internazionali: non prendete Di Maio sul serio

Luigi Di Maio ministro degli Esteri

Forse è colpa delle stanze dei bottoni, del sortilegio provocato dall’assidua frequentazione del “Palazzo”. E magari è anche comprensibile, che vada a finire sempre così, quando si tratta di Luigi Di Maio.

La prima volta al governo ha voluto fare le cose in grande: oltre al ruolo di vicepremier ha chiesto per sé due ministeri, quello del Lavoro e quello dello Sviluppo Economico. I dati dicono che la sua esperienza non è stata “bellissima” (cit. Giuseppe Conte). Ma vabbè, la prima volta ci sta di sbagliare, di smaniare e di strafare.

Se però la seconda volta, 14 mesi dopo, dimostri di non aver capito niente dalla lezione che ti è stata impartita da quella cosa che ogni tanto bussa alla porta e si chiama “realtà”, allora la questione è grave. Se insisti per avere di nuovo il ruolo di vicepremier, se richiedi incarichi, ruoli, posizioni come fossi impegnato a trattare nel suk di un vicolo del Cairo, se guardi al Viminale come all’occasione per sfregiare Salvini piuttosto che ad un’istituzione da de-politicizzare, se sconfitto, umiliato dallo stesso fondatore del tuo partito, pretendi come “indennizzo” la Farnesina, allora significa che con l’uomo che voleva per sé “pieni poteri” – e ora ha pieno solo il pugno (di mosche) – hai più di qualcosa in comune.

Cosa? Per esempio un’autostima esagerata, una cognizione di te stesso che non trova riscontro nei fatti, una presunzione preoccupante che non porta a domandarti se per caso, per purissimo caso, forse, magari, chissà, non sarebbe stato meglio lasciare il ministero degli Esteri a qualcuno un filo più preparato. Non per forza un tecnico, attenzione, che di recente abbiamo avuto prova che essere ottimi diplomatici non significa di conseguenza essere bravi politici: si veda il caso di Moavero Milanesi, di cui oggi ricordiamo più semplicemente il cognome anziché l’operato (ed è tutto dire).

Ma almeno qualcuno che conosca un po’ di storia, che sappia collocare Pinochet in Cile anziché in Venezuela. Qualcuno in possesso di un paio di nozioni di geopolitica, in grado di capire che la firma del memorandum d’intesa con la Cina è stato uno sgarbo agli Usa parecchio grave, e se questo è chiedere troppo, almeno, qualcuno capace di ricordarsi il nome del presidente cinese, che per inciso non è “Ping” (pong).

Ma se pensate che il problema sia solo quando ci si allontana troppo, che con un po’ di tempo Luigi allargherà i confini delle sue conoscenze, vi sbagliate: pure in Europa, Di Maio, ne ha combinate parecchie. L’ultima è l’appoggio alla frangia violenta e facinorosa dei gilet gialli in Francia, ma in passato abbiamo annotato posizioni “no Euro” e “no Europa” (ad esempio pro-Farage) che non sono il migliore biglietto da visita per chi dovrà aiutare l’Italia a riprendersi il posto che le spetta nel mondo, ma ancor prima nel Vecchio Continente.

Da qui un appello a tutela dell’Italia, che può suonare sarcastico (ma credetemi, non lo è), rivolto a tutte le cancellerie internazionali, a tutte le nazioni del mondo: non dategli ascolto, non prendetelo troppo sul serio. Luigi è fatto così, a volte le spara grosse, ma poi ci ripensa. Non è cattivo, è solo Di Maio.

Luigi, molla.

Luigi Di Maio

Leader difficilmente si diventa, quasi sempre si nasce. E Luigi Di Maio sta mostrando in questi giorni tutta la sua inadeguatezza al ruolo, tutta la sua incapacità di rappresentare un punto di riferimento per la sua parte politica e per il Paese. Le recenti uscite di Beppe Grillo vanno lette come una paterna azione di tutoraggio nei suoi confronti, un nemmeno troppo velato commissariamento da parte di un Elevato che per salvare la sua creatura è sceso a patti con ciò che ha sempre considerato il Diavolo.

Ora sarebbe facile prendersela con Luigi Di Maio, denunciare il suo sfacciato poltronismo, denigrare il suo indebito vittimismo, chiedergli conto di parole a lui note come “dignità” e “onestà”, domandargli se pensa realmente che basti presentarsi alla stampa e leggere 10 punti oggi, altri 20 domani, come fossero i buoni propositi della letterina di Natale, per dimenticare i danni realizzati in 14 mesi di (s)governo con Salvini.

Sarebbe semplice, perfino lecito, forse addirittura necessario. Ma non servirebbe. Perché avrebbe lo stesso effetto di parlare con un italiano in norvegese. E attenzione: noi non crediamo che Di Maio sia stupido. Non ci interessa il suo passato da steward al San Paolo, qui nessuno si è mai azzardato a definirlo “bibitaro” in un’accezione negativa. Onore a chi lavora onestamente, sempre.

Ma Luigi Di Maio non ha gli strumenti per comprendere che la sua stagione politica è finita, non è strutturato per riconoscere il punto di caduta della sua esperienza, non ha i mezzi per salvaguardare ciò che rimane della sua persona. Soprattutto non ha chiaro che la sua sta diventando una farsa, ciò che nel teatro antico rappresentava l’intermezzo tra due drammi (il primo è stato più che altro una tragedia, il secondo vedremo).

L’ostinazione con cui ambisce a ricoprire un ruolo di primo piano nel futuro governo tradisce sì l’ambizione sfrenata di chi ha vinto la lotteria e non vuole rinunciare al suo futuro da turista per sempre, ma allo stesso modo denuncia una pochezza umana che non è propria di un leader (vero), men che meno di un uomo di Stato.

Non sappiamo se Di Maio sia attorniato da cattivi consiglieri, da quella specie di malfidati arrivisti che si trova in tutti gli ambiti, in ogni settore, ma soprattutto in politica. Se fossimo suoi amici, però, non avremmo dubbi su cosa dirgli. Per il suo bene, due parole: Luigi, molla.

O Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito

Salvini

O Capitano, mio Capitano, il nostro viaggio tremendo è finito“.

Comincia così la splendida poesia di Walt Whitman, resa celebre dal film “L’attimo fuggente“, con Robin Williams nei panni del professor Keating, l’insegnante di letteratura che ognuno di noi ha sognato di incontrare almeno una volta nella vita.

Saremmo saliti su quel banco pure noi per dichiarargli fedeltà, ne avessimo avuto l’occasione. E l’avremmo fatta rivivere di certo, la “Setta dei poeti estinti“.

Capitano“, voleva essere chiamato il professor Keating del film che abbiamo amato. Così come “Capitano” è il soprannome che Matteo Salvini si è dato. Ma le similitudini finiscono qui. Perché non c’è carisma lontanamente paragonabile, poesia degna d’esser definita tale nel viaggio intrapreso dal leader della Lega nel mare agitato della politica.

Anzi, il dubbio che abbia visto questo film senza prestarvi la dovuta attenzione, fraintendendolo, mal interpretandolo, è più vivo che mai.

Pensate al professor Keating che spinge i suoi allievi ad osservare le foto dei ragazzi che li hanno preceduti in quelle stesse aule, in quegli stessi banchi, molti anni prima. Un tempo forti, vigorosi, invincibili, ma divenuti ormai “freddi“, morti forse senza aver realizzato neanche uno dei loro sogni. E ritornate con la mente ai versi di Orazio:

O vergine, cogli l’attimo che fugge,
Cogli la rosa quand’è il momento,
Ché il tempo, lo sai, vola:
E lo stesso fiore che sboccia oggi,
Domani appassirà.

Cogli l’attimo, “carpe diem”, dev’essersi detto Matteo Salvini meno di un mese or sono. Dopo aver chiamato in causa un’altra Vergine e il suo Cuore Immacolato, ha creduto che fosse arrivato il momento di capitalizzare il suo consenso, ha pensato che il suo tempo fosse giunto. Qualcuno potrebbe azzardare: cosa c’è di male, di sbagliato, rispetto all’insegnamento del professor Keating? Cosa di frainteso nei versi d’Orazio?

C’è il fine, l’orizzonte, il senso di un’esperienza.

Walt Whitman pensò “O Captain! My Captain!” per Abramo Lincoln, sull’onda emotiva del dolore provato per il suo assassinio. Lincoln, appunto. Uno statista contro un politico senza statura. Un cattivista che ha frainteso pure il senso di questi versi:

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è terminato;
la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato;
vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta

Salvini ha fatto del porto il simbolo non dell’accoglienza, ma della chiusura. Ha fatto della nave una prigione per disperati, del popolo festoso una massa rancorosa.

Fiorella Mannoia canta:

O Capitano Mio Capitano
Anche se il viaggio è finito
Sento ancora tempesta annunciare
“.

Succede sempre così, quando sul ponte di comando sale un tracotante, un egoista, un arrivista. Bisognerebbe aver letto qualche poesia per distinguere le proprie pulsioni dalle vere emozioni.

Per questo, “o Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito“.

E vissero felici e Conte-nti?

Una crisi di governo surreale, condotta alla maniera di due promessi sposi che tutto vorrebbero meno che maritarsi. Non si sono mai visti, se non in qualche occasione, e in quelle poche volte non si sono mai presi. Oggetto di progetti che non sembrano riguardare i sentimenti ma solo le occorrenze, Pd e MoVimento 5 Stelle si studiano, si squadrano, ma non si piacciono. E’ un matrimonio d’interesse. Così nemmeno la politica riesce a fare breccia nella ragnatela dei personalismi e dei tatticismi. Neppure il principio del “male minore” sembra un ideale che valga la pena di perseguire.

C’è chi ha deciso di impiccarsi sulla figura di Giuseppe Conte premier. E c’è chi ha capito, forse tardi, che gli ultimatum dei 5 Stelle sono difficilmente negoziabili. In questo ritardo di comprensione della strategia avversaria, Nicola Zingaretti ha già perso una mossa rispetto a Luigi Di Maio.

Il segretario del Pd ha deciso di ripetere lo “schema Casellati”. In quell’occasione, protagonista della giocata vincente fu Salvini: Forza Italia indicò Paolo Romani come presidente del Senato, il M5s disse no e il leader della Lega provò a sparigliare scegliendo in autonomia un’altra esponente di Forza Italia, la Bernini. Un’imposizione definita da Berlusconi come “atto ostile” di Salvini, dalla quale si venne fuori soltanto con l’indicazione della Casellati da parte degli azzurri.

Zingaretti ha tentato lo stesso schema: ha creduto che Conte, il primo nome con cui Di Maio si è presentato, fosse un nome scelto per essere bruciato. Poi ha fatto sapere che il Pd non avrebbe avuto problemi a stare insieme in un governo guidato dal Presidente della Camera, Roberto Fico. Il finale, però, è stato diverso: dai grillini non è arrivata la reazione attesa, la proposta di un nome terzo. Di Maio è rimasto fermo su Conte, a conferma del fatto che al premier i 5 Stelle non vogliono rinunciare.

Se ne esce soltanto in due casi: o Conte si rende conto di essere d’intralcio e decide di fare un passo indietro in nome di quella cultura istituzionale che ha accusato Salvini di non possedere, oppure Zingaretti ammette di aver perso il primo braccio di ferro di questa partita e accetta l’avvocato premier.

Non c’è molto da discutere, chissà quanto da ragionare. Nel matrimonio d’interesse vige la logica dello scambio, del guadagno reciproco. Ma non è detto che alla fine un punto d’equilibrio si raggiunga, che celebrate le nozze, finiscano per vivere tutti felici e Conte-nti.

E se avessero scherzato?

Di Maio e Salvini

Sarebbe curioso ritrovarsi a scoprire che Luigi Di Maio e Matteo Salvini, dopotutto, hanno scherzato. Come se la “dichiarata rottura polemica” denunciata da Mattarella altro non fosse che un teatrino estivo, uno spettacolo per intrattenere il pubblico pagante in attesa della programmazione televisiva di settembre. Eppure il rischio che alla fine questa crisi di governo si risolva nello strumento per ottenere un rimpasto, c’è eccome. Che sia per questo motivo che Di Maio ha lasciato a Conte l’onore e l’onere di fare il poliziotto cattivo in Senato con Salvini? Per lasciarsi una porta aperta? Un’uscita d’emergenza nel caso in cui un accordo col Pd fosse risultato complicato e indigesto?

Che fossero irresponsabili lo abbiamo capito a più riprese, in questi 14 mesi. Che giocassero coi risparmi degli italiani, che trattassero lo spread come un problema che non li riguarda, che sapessero solo fare deficit (e debito) come se i loro figli, i loro nipoti, non fossero italiani, c’era chiaro da tempo. Ma non vogliamo pensare che Luigi Di Maio, dopo aver invocato un anno fa l’impeachment per Mattarella, abbia ritenuto lecito utilizzare il Quirinale, le nostre istituzioni, per portare a compimento il suo personale disegno di vita: quello di diventare premier di questo Paese.

Magari è un’opzione maturata nelle ultime ore, forse è il tentativo disperato di Salvini di non essere relegato all’opposizione per anni, probabilmente è una tentazione alla quale in pochi sarebbero in grado di rinunciare. Ma qualora dovessimo ritrovarci a commentare un nuovo contratto di governo Lega-M5s, un rimpastino in stile Prima Repubblica, un accordicchio al ribasso pensato per spedire Conte a Bruxelles, Toninelli al Brennero e Di Maio a Palazzo Chigi, cosa dovremmo pensare?

Forse che il potere, le future nomine delle partecipate statali in scadenza, la possibilità di scegliere un Presidente della Repubblica populista nel 2022, in una parola, le poltrone, valgono più della coerenza, del buon gusto, della dignità, del bene degli italiani? Forse.

La fine di Salvini. L’inizio di Conte

Salvini e Conte in Senato

Qui nessuno si illude. Né canta vittoria. Perché conti alla mano c’è poco da festeggiare. Ma nella crisi di governo più teatrale e sguaiata che l’Italia ricordi, nelle smorfie sboccate di un truce che ha perso la brocca, la poltrona e la faccia, ci sono gli albori di una “buona novella”. E non serve scomodare il Vangelo. Quello lo facciano altri. Non c’è bisogno. Perché basta meno, molto meno, a percepire una fine. Ad annusare un inizio.

Salvini parte sorridente, ostenta compostezza, guida le reazioni dei suoi come un direttore d’orchestra. Finisce irritato, irretito, fuori di sé al pensiero di aver giocato e perso la partita più importante di una vita. Ha l’andazzo del pugile suonato, ripete gli stessi concetti, con le stesse parole, i medesimi accenti, più volte, in Aula e in tv. Non spiazza, semmai – all’opposto – sorprende per poca fantasia. Tutti ad aspettare il colpo ad effetto, il coniglio dal cilindro, ma la sola cosa che Matteo produce è la negazione di se stesso nel giro di un paio d’ore. Prima esordisce con: “Rifarei tutto quello che ho fatto“. Poi alla disperata ritira la mozione di sfiducia a Conte. Ed è lì che umilia se stesso, è lì che viene sconfitto, è lì che imbocca la strada che porta al declino. Giù la maschera, scoperte le carte: Salvini non ha il punto, ha bluffato. Vedo, ha detto Conte: “Tu non hai il coraggio. Ci penso io, vado dal Presidente della Repubblica“.

Ed è il premier diventato tale quando già scorrevano i titoli di coda, che più di ogni altro si afferma come vero protagonista, vincitore di giornata. Dignitoso, meno burocratese del solito, più politico di sempre, Giuseppe Conte si è preparato un bel discorso. Nel processo a reti unificate per scoprire il killer del governo lui, per una volta, una almeno, veste realmente i panni di “avvocato del popolo” piuttosto che quelli di Azzeccagarbugli. E dà voce al disgusto diffuso di questi mesi, allo sconcerto provato nel vedere umiliate le istituzioni, profanati i simboli religiosi, offesa l’onestà intellettuale. Con Di Maio accanto, che lo guarda neanche fosse un figlio orgoglioso del padre, Conte d’un tratto fà suo il MoVimento e a sorpresa si candida al ruolo di anti-Salvini. Lo fa con il garbo di un professore colto, con il piglio di un uomo ferito.

Quanto durerà non è dato sapere. Se l’indignazione lascerà il posto all’abitudine, se il coraggio verrà sgomberato dalla tentazione al poltronismo, non sappiamo dire. Così come pure rimane la domanda su dove sia stato finora, sul perché non abbia agito prima, sui motivi che gli hanno impedito di arginare la deriva salvinista.

Un anno e alcuni mesi di disastri non si dimenticano, non si cancellano. Neanche con un discorso da applausi, nemmeno con un viso da uomo onesto. Ma resta l’idea di fondo, l’impressione generale, il sentimento comune. Che la fine del suo governo sia anche la fine di Salvini. E per lui il segno di un nuovo inizio.

Silvio ci pensa. Silvio, pensaci

Matteo Salvini e Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ci pensa, in questi giorni di caos. Consapevole che per il tempo che gli è dato non avrà ancora molte carte da giocare. Trattasi di ultima mossa, o giù di lì. Meglio non stare a sottilizzare. Perché la carta d’identità è impietosa, avara di sconti, più feroce della difesa del Milan di Sacchi, e sottolinea, meschina, che è tempo di ricordarsi che tempo non c’è. Non ci sarà.

E allora il Cavaliere, da imprenditore qual è stato per lavoro e qual è ancora per indole, ragiona su più fronti, diverse opzioni, provando a vedere se una scelta meno ovvia oggi possa regalargli una resa maggiore domani. Così, tirato per la giacca come sempre gli accade, nell’eterna guerra tra falchi e colombe di turno, tra consiglieri più o meno fedeli, Silvio deve scegliere il suo futuro. O meglio: la fine della propria storia.

Non è un caso che in questi giorni sia tornato nei retroscena il nome di Gianni Letta. L’anima istituzionale di Berlusconi, tra le menti più lucide che abbiano messo piede ad Arcore, lavora perché Forza Italia sia coinvolta nel cosiddetto governo “Ursula” che sta prendendo piede. Gli effetti di questa manovra sarebbero molteplici: in primis darebbe al partito la possibilità di tornare, sebbene marginalmente, al governo. In secondo luogo, ed è l’aspetto che più intriga Berlusconi, da sempre in cerca di una sorta di riconoscimento della propria figura di “statista”, consentirebbe al Cavaliere di accreditarsi come l’uomo che ha messo da parte i propri interessi per contribuire a salvare l’Italia dopo i fallimenti del governo a trazione Salvini.

Salvini, già. Il vero nodo da sciogliere, l’emblema del dilemma che dilania Berlusconi. Perché Silvio, diciamocelo, non vedrebbe l’ora di separarsi da quel giovane arrivista che lo tratta come un ingombro piuttosto che come un padre nobile. Ma se fatica a separarsene, a dar vita ad un nuovo “predellino”, non è soltanto perché non ha più le forze di 10 anni fa, ma al contrario perché coltiva il sogno, o forse l’illusione, di tornare leader del centrodestra. Restare al traino di Salvini oggi significa presidiare il campo nella speranza che prima o poi Matteo si sgonfi e gli elettori di quella parte tornino a scegliere di nuovo lui. Eppure abbandonarlo potrebbe voler dire confinarlo a destra estrema, Le Pen italiano.

E’ a questo che Silvio pensa. Silvio, pensaci.