Se il problema di Salvini è proprio Salvini

Salvini

La tendenza che emerge dal voto in Emilia-Romagna è a dir poco preoccupante per Matteo Salvini. La Lega è un partito potente. Ma il suo punto di forza rischia anche di rivelarsi il principale dei suoi limiti.

Non ci sono dubbi sul fatto che la fortuna elettorale del Carroccio negli ultimi anni sia ascrivibile al ruolo esercitato da Matteo Salvini sull’opinione pubblica italiana. Pur con tutti i suoi difetti, senza il “Capitano” non esisterebbe la Lega al 34%. Questo è un fatto.

Ma un fatto lo è pure che Salvini, in quanto Salvini, rischia di essere condannato all’irrilevanza politica o, nella migliore delle ipotesi, al ruolo di capo dell’opposizione vita natural durante.

“Homo faber fortunae suae”: “L’uomo è l’artefice della propria sorte”

Vinto il derby con Berlusconi per la leadership nel centrodestra alle elezioni Politiche del 4 marzo 2018, Salvini ha costruito il suo consenso su scala nazionale lucrando sull’alleanza con il MoVimento 5 Stelle. Prima proponendosi come sponda credibile per la formazione di un “governo del cambiamento”, poi beneficiando dell’incapacità dei 5 Stelle di passare dalla protesta alla proposta (ricordate tutte le volte che Salvini andava in tv lamentandosi dei “no” pentastellati?).

Alle Elezioni Europee del maggio 2019 Salvini ha drenato ulteriori consensi da Forza Italia, con il popolo di centrodestra che ha coltivato per qualche tempo l’idea di affidarsi mani e piedi all’allora ministro dell’Interno. Salvo tornare all’ovile o ripiegare sulla Meloni. Dal mese di agosto, però, il “magic moment” di Matteo si è interrotto rovinosamente. Dalla crisi del Papeete in avanti Salvini ha infilato una serie di errori grossolani, segni di insicurezza di un politico che percepisce come avversario più temibile non tanto la sinistra, quanto il tempo, principale strumento di logoramento della propria leadership.

Se alle Europee molti elettori 5 Stelle avevano scelto di saltare da un cavallo lento (Di Maio) ad uno iper-eccitato (Salvini), il successivo tradimento agostano ha convinto i grillini – costretti all’accordo col Pd – a punire il leghista, come acclarato dai flussi elettorali che in Emilia osservano una migrazione di massa dai 5 Stelle al Partito Democratico.

Il meccanismo del voto utile ha penalizzato Salvini, colpevole di aver reso il voto dell’Emilia-Romagna un referendum su se stesso. E quando gli elettori, a torto o a ragione, percepiscono la presenza di un “rischio per la democrazia”, ecco che si mobilitano, si compattano, si turano il naso, votano per respingere la fase “pieni poteri”.

Il “virus Le Pen”

Nel laboratorio emiliano-romagnolo, Matteo Salvini ha sperimentato ciò che accade da anni alla famiglia della sua alleata nazionalista e trans-nazionale, Marine Le Pen.

Fu il padre Jean-Marie Le Pen, alle elezioni presidenziali di Francia del 2002, il primo a provare sulla sua pelle la forza del “fronte repubblicano”. Il pericolo che l’estrema destra traslocasse all’Eliseo convinse i francesi di ogni credo a serrare i ranghi attorno a Jacques Chirac, eletto al ballottaggio con una percentuale dell’82%, superiore anche a quella che Luigi Napoleone Bonaparte aveva ottenuto (ma al primo turno) alle elezioni presidenziali del 1848. Di padre in figlia, la storia si ripete: Marine Le Pen nel 2017 è stata sconfitta da Macron con un risultato schiacciante di 66% a 34%.

Il “virus Le Pen” è ciò che Salvini dovrà cercare in questi mesi di combattere. Una vera e propria sindrome che, se non sarà debellata, ne abortirà ogni ambizione di successo. Ancora di più in un sistema bipolare come quello che va delineandosi dopo la fine del MoVimento 5 Stelle. Con il 30% si fa una bella figura, non si va a Palazzo Chigi.

Capitan Paura: Salvini si batte da solo

Salvini Emilia-Romagna

La frase più azzeccata da un po’ di tempo a questa parte Matteo Salvini la pronuncia pochi minuti dopo la mezzanotte: “Il popolo, quando vota, ha sempre ragione”. Quando si presenta in sala stampa, primo tra i leader nazionali per influenzare il dibattito, le prime proiezioni hanno già chiarito che la tanto annunciata “spallata” al governo l’Emilia-Romagna non la darà, ma il Capitano preferisce costruire una narrazione improntata all’ottimismo: “Abbiamo una partita, non era così scontato”.

Vero, verissimo. Ma festeggiare una sconfitta dopo aver raccontato per mesi di una possibile vittoria non è quello che si definirebbe un trionfo di onestà intellettuale.

Se Stefano Bonaccini ha vinto le elezioni non è – soltanto – per l’ottimo lavoro svolto da governatore. E nemmeno si può pensare che il Partito Democratico abbia risolto d’un tratto i suoi problemi, riallacciato il contatto col suo popolo, ritrovato l’essenza di quella parola chiamata “sinistra”. Paradosso vuole che se il governo oggi si rafforza, se trova insperato abbrivio per proseguire nella sua corsa, lo debba soprattutto al suo peggiore incubo: Matteo Salvini.

“Capitan Paura”, così potremmo soprannominarlo, ha sbagliato per la seconda volta in pochi mesi la strategia politica della sua partita più importante. Dopo la forzatura d’agosto, la crisi aperta d’estate nel convincimento di andare presto al voto, ecco l’errore di rendere l’Emilia-Romagna la madre di tutte le elezioni, l’ora o mai più, l’occasione irrinunciabile per mandare a casa “i sinistri”. Ne è risultata una mobilitazione che ha pochi precedenti recenti. Tutto è tornato indietro come un boomerang. Non è stato l’effetto sardine a battere il centrodestra: è stato l’effetto Salvini.

Il rischio che una destra sovranista potesse salire al potere, abbattere le mura di una delle ultime roccaforti rosse ancora in piedi, ha portato migliaia di persone allontanatesi dalla politica a votare Bonaccini. Magari turandosi il naso, di sicuro senza dimenticare le delusioni patite dal Pd. Ma di certo convinte che arrestare l’avanzata di Salvini avesse la priorità su tutto il resto.

Da queste regionali, e in particolare dalla dimenticata Calabria, emerge poi un dato allarmante per la Lega e il suo leader. Non solo l’arretramento numerico importante in termini di consensi, ma anche la conferma che il centrodestra ha più possibilità di vincere quando la guida della coalizione è a trazione moderata. Soprattutto nel delinearsi di un ritorno al bipolarismo risultato dell’agonia pentastellata. Il segnale di risveglio in Calabria di Forza Italia, altrimenti moribonda in Emilia-Romagna, è senza dubbio “dopato” dalla presenza dell’azzurra Santelli a capo dello schieramento, ma è anche indicativo della resistenza che un certo elettorato oppone al tentativo di colonizzazione leghista: e per motivi geografici, e per motivi politici.  

Più del declino inesorabile del MoVimento 5 Stelle, anticipato su queste pagine diversi mesi fa, il dato politico che emerge dalla notte elettorale è proprio questo: in un referendum tra “sovranisti” e “democratici” la destra esce sconfitta. La Lega vince dove non è fondamentale: ha una grande forza di cui rischia di non farsi niente. Salvini si batte da solo.

L’Emilia-Romagna per sapere se Salvini sarà premier

Salvini

La campagna elettorale che si è appena conclusa in Emilia-Romagna è stata una delle peggiori che la storia italiana recente ricordi. Solo per citare qualche aneddoto: bambini strumentalizzati a Bibbiano. Un ragazzo preso in giro perché dislessico. Un leader nazionale che citofona a casa di un presunto spacciatore tunisino dando prova definitiva che al Viminale per alcuni mesi abbiamo avuto la caricatura di uno sceriffo, piuttosto che un ministro. Il comune denominatore di questi episodi? Matteo Salvini.

Ma c’è un motivo se il Capitano ha fatto così tanto, “così troppo”. Se ha deciso perfino di rischiare il processo per la vicenda della nave Gregoretti, se ha coperto decine e decine di comuni dell’Emilia-Romagna come forse neanche la stessa candidata presidente della Lega, Lucia Borgonzoni, ha fatto.

Negare l’importanza del voto, catalogarlo come un appuntamento locale, fingere che le ripercussioni di una sconfitta di Bonaccini non ricadrebbero sul governo, significa prendere in giro chi legge, o in alternativa non sapere nulla di politica. C’è un terzo caso: essere Conte. Leggete la dichiarazione del nostro Azzeccagarbugli: “Le elezioni regionali non riguardano la sopravvivenza del governo, non sono un voto sul governo. È improprio pensare che la votazione della comunità emiliano-romagnola o calabrese possa riguardare l’azione di governo. Io confido che i risultati saranno positivi e che anzi possa derivare maggiore energia ed entusiasmo nell’azione di governo. Al di là del risultato, abbiamo preso un impegno di fronte al Paese, nella sede più autorevole che è il Parlamento, ed è un impegno che dobbiamo portare a termine“. Cos’è tutto questo? Un chiaro tentativo di Giuseppe Conte di salvare la sua scrivania a Palazzo Chigi. Coerente con la svolta di fine anno: “Non vedo un futuro senza politica“. Toh, chi l’avrebbe mai detto!

In tutto ciò c’è Matteo Salvini. Che si gioca tutto, o quasi. Perché un successo del centro-destra in Emilia-Romagna, con la Lega presumibilmente primo partito, sarebbe per lui il biglietto da far recapitare al Quirinale: “Presidente, hanno perso tutte le elezioni regionali, io non faccio che vincere dalle Europee: votiamo?“. La risposta non è scontata. Chi denuncerebbe un tradimento della Costituzione in caso di permanenza in vita del governo farebbe un torto alla propria intelligenza.

Ma Salvini non ha tempo per aspettarne altro. Il suo consenso è in fisiologica discesa, Meloni preme, è la nuova beniamina della destra, i moderati prima o poi torneranno, e in caso di sconfitta in Emilia-Romagna potrebbero perfino pensare di abbandonare il Capitano e dare vita al “grande centro”. Dopo essersi tagliato fuori dal governo del Paese da solo, dopo aver aperto una crisi sbagliata ad agosto, il momento della spallata è giunto. Non è detto che torni. Sono treni che non passano poi così spesso. Il popolo è volubile, il consenso è volatile. O Salvini vola ora oppure finirà per bruciarsi. Questo è: l’Emilia-Romagna per sapere se Salvini sarà premier.

Caso Gregoretti: o di come Salvini riesce ad avere torto anche quando ha ragione

Matteo Salvini

Non si tratta nemmeno più di azzardo politico, asso nella manica, coniglio dal cilindro, mossa a sorpresa, gesto che spiazza. Salvini che manda a processo se stesso è la conferma di un fatto allarmante: la politica ridotta a fiction, o se preferite reality show. Dove vince il personaggio che fa più discutere, quello che coi suoi gesti cattura l’attenzione, si prende la scena, imbastisce il racconto che fa breccia nel pubblico. Lo entusiasma. Senza mediazioni, riflessioni, ragionevolezza, moderazione. Emozioni purissime, e non sempre delle più virtuose.

Il racconto in questo caso è improntato al vittimismo, all’uomo che mette a disposizione il suo corpo e la sua vita per il popolo, il martire deciso ad andare incontro al proprio destino, a sacrificarsi per un ideale più alto. Tutto bellissimo, poetico, epico. Se non ci fosse poi ad un certo punto il rumore di nocche che bussano alla porta: toc toc, chi è? La realtà. Benvenuta.

Ebbene, la forzatura di Salvini che chiede ai suoi stessi parlamentari di votare perché lo mandino a processo altro non è che l’ennesima ammissione di inadeguatezza al ruolo di leader di questo Paese che il leghista produce. Non è tanto lo sfregio istituzionale segnato oggi in commissione, non siamo bacchettoni, moralisti. Non ci scandalizziamo per così poco. Il punto, invece, è quella tendenza a strumentalizzare tutto, sempre, ad ogni costo, per un solo fine, raccattare voti a destra e anche a manca, per dare, chissà, la spallata a questo governo con il voto in Emilia-Romagna. Afferrare il treno che porta a Palazzo Chigi dopo averlo visto sfuggire in agosto per propria colpa, propria grandissima colpa. Temere che possa sfumare per sempre.

Si arriva così a citare Silvio Pellico, le “sue” prigioni, a prefigurare uno scenario da romanzo, a costruire una dimensione eroica, ad evocare la persecuzione, il tutti contro di me, e dunque contro di noi, inteso sempre come “me”, sia chiaro. Ma chissà se Salvini, poi, Silvio Pellico lo ha letto davvero. Se sappia, per esempio, che venne imprigionato per la sua adesione ai moti carbonari. Carboneria, definizione Treccani: “Società segreta di ispirazione liberale e democratica“. Concetti che Salvini non sempre ha dimostrato di padroneggiare.

Ora però parliamoci chiaro, fino in fondo: sul caso della nave Gregoretti è chiaro che Salvini abbia le sue ragioni. E’ noto a tutti, anche a chi oggi finge di dimenticare, di non aver mai saputo, che la responsabilità di quel mancato sbarco fosse sì responsabilità dell’allora ministro dell’Interno, ma condivisa da un indirizzo di governo, quello del Conte I, che la politica dell’hashtag dei #portichiusi aveva fatto propria in toto.

Ma proprio in questo passaggio, nelle ragioni di Matteo, bisogna cogliere buona parte dei suoi limiti. Nell’ennesima, ingiustificata, drammatizzazione del contesto, nel protagonismo che sfocia in megalomania, nella politica fatta teatro. Si scrive caso Gregoretti, si legge “della capacità di Salvini di avere torto anche quando ha ragione”.

Sergio parla benissimo

Sergio, il ragazzo dislessico ridicolizzato da Salvini

Immaginate di trovarvi davanti ad una grande folla, una platea importante. Non siete abili oratori, non siete protagonisti nati. E non avete studiato, non avete preparato nulla, ma siete così appassionati, talmente vivi, che decidete di lanciarvi lo stesso. “Che sarà mai, dopotutto, se per un attimo mentre parlo mi inceppo?”

Ora pensate che quell’incertezza, quella titubanza latente, sia un po’ colpa dell’emozione e un po’ della condizione che vi accompagna fin da bambini. No, non è timidezza, carenza di carisma, insicurezza che avanza: si chiamano DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Qualcuno ha difficoltà nel parlare, altri commettono errori di scrittura, per altri ancora la matematica si rivelerà sempre un incubo (più del normale).

Adesso pensate al coraggio che avete preso a due mani, alla forza che avete sentito scorrere nelle vostre vene in quegli istanti di adrenalina purissima, alla gente, tanta, che nonostante tutto batteva le mani per voi, al senso di comunità che avete sperimentato, all’idea solleticante di sentirvi, per pochi attimi della vostra vita, un leader. Qualcuno.

E poi mettete tutto questo da parte.

Perché può succedere che l’ex vicepremier di questo strano Paese chiamato Italia, il leader di partito più votato del momento, l’uomo in predicato di diventare Presidente del Consiglio non appena si tornerà al voto, decida ad un certo punto di fare di voi, delle vostre incertezze, della vostra lingua che si incarta, della bocca impastata, della saliva azzerata, sparita, finita, forse mai esistita, una caricatura, una macchietta. Esponendovi al pubblico ludibrio. Rendendovi popolare nella maniera che mai avreste desiderato. Fregandosene della dote primaria di cui un vero leader dovrebbe disporre: la sensibilità.

Ora qualcuno verrà a dirci che a prendere in giro Sergio, di sicuro, non è stato mica Salvini! Lui lavora tutto il giorno: volete scherzare? Oltre alle parodie del Papa, a postare foto del pane e Nutella, a mandare bacioni, lui lavora.

Certamente, se mai si degneranno a parlare, ci diranno che è stato quel diavolo di Morisi. Morisi chi? Ma sì, quello che gestisce “La Bestia”, il mostro social che macina like e offese, fake news e qualunquismo da bar. E senza dubbio, potete scommetterci, diranno che il male è negli occhi di chi guarda, che nessuno di loro, dei leghisti, poteva immaginare che Sergio avesse dei disturbi specifici dell’apprendimento. Catalogheranno il tutto come un innocuo sfottò. Se fossero abili cercherebbero addirittura un chiarimento di persona con l’interessato, perché di strumentalizzazioni e teatrini nella politica d’oggi, non ce n’è mai abbastanza.

Fateli fare, fateli dire. Dopotutto, però, la lezione più bella è un’altra: che nonostante la lingua arrotolata, i battiti a mille, la saliva che prima o poi torna, dovrà tornare, le parole in disordine, i disturbi e quant’altro, Sergio una cosa l’ha detta per bene: da che parte stare. Mai con Salvini.