Giorgia Meloni ha ripreso a “fare Salvini”

Giorgia Meloni

Era evidentemente troppo sperare che Giorgia Meloni si smarcasse in maniera definitiva da Matteo Salvini e da quel modo rabbioso e violento di fare politica. La propaganda non guarda in faccia neanche il coronavirus. Il Paese non sa unirsi neanche durante un’emergenza. Così succede che Giuseppe Conte, premier che su queste pagine abbiamo attaccato a ripetizione e speriamo di tornare a criticare al più presto (segno che la crisi sanitaria sarà alle spalle) si ritrovi ad essere accusato dalla leader di Fratelli d’Italia prima di essere un criminale e poi, richiamata da Myrta Merlino, di aver avuto un “atteggiamento criminale”.

Ecco, questa storia ci insegna qualcosa: che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Che la moderazione è una categoria dell’anima che “o ce l’hai o non ce l’hai”. E Giorgia Meloni non ce l’ha. Non basta essere stati ministro, essere leader di un partito che raccoglie milioni di voti, ricevere apprezzamenti dai social, risultare la politica del momento stando ai sondaggi: per diventare una figura di riferimento di un grande Paese come l’Italia, per ambire ad un ruolo da statista, serve altro.

Attenzione, statista non lo è nemmeno Conte, che i suoi errori comunicativi li ha fatti su questa vicenda del coronavirus. Ma se Giorgia Meloni, dopo tutti questi anni in politica, dopo tutta l’esperienza accumulata, dopo tutta la gavetta e il meritato successo (perché che abbia delle qualità comunicative nessuno può metterlo in dubbio) nel momento più critico per l’Italia da molti anni a questa parte non comprende che c’è un momento per sotterrare le polemiche, se non capisce che criticando in maniera così veemente l’operato di Conte lo delegittima agli occhi dei suoi (tanti) sostenitori mettendo rischio loro (e tutti noi), se non coglie la straordinaria opportunità che un momento di crisi del genere può paradossalmente rappresentare anche per la sua, di leadership, quella di unire finalmente questo Paese di fazioni e partitini, di tribù e divisioni, di odio e autolesionismi vari, allora è chiaro che da lei non possiamo aspettarci nulla. Continui a fare Salvini, se le pare.

Perché sono contrario al “governo Amuchina”

Giuseppe Conte

Chi segue questo blog è a conoscenza della scarsa simpatia nutrita nei confronti di Giuseppe Conte. Niente di personale, nulla da attribuire allo stile compassato del premier, cui riconosco uno stile certamente più istituzionale del suo principale contraltare, Matteo Salvini. Piuttosto un giudizio sul suo operato, insoddisfacente, blando, opaco, nel corso dei due governi che ha avuto l’onere, ma soprattutto l’onore di presiedere. Una politica estera inconsistente, una politica interna timida, hanno fatto di lui un presidente del Consiglio a mio avviso sostituibile. Di fatto non ci troviamo dinanzi ad uno statista di cui la storia narrerà le gesta. Non è Churchill, per capirci.

Eppure il tentativo di spodestarlo ora da Palazzo Chigi con quello che è stato ribattezzato “governo Amuchina” mi infastidisce, mi insospettisce. No, non sono lunatico e neanche meteoropatico. Non ho cambiato idea rispetto a quanto scritto su Giuseppe Conte soltanto poche righe fa. Il fatto è che resto convinto che un governo debba cadere per ragioni politiche. E il Coronavirus, la sua gestione, non rappresentano un motivo “politico” valido per cambiare esecutivo. Non ancora, almeno.

Come – si dirà – cosa c’è di più politico di questa emergenza? Niente, risponderei, ma il punto è che ci troviamo di fronte a qualcosa di talmente nuovo che nessuno, in tutta onestà, può dire se il governo abbia operato nel complesso bene o male. Soltanto le prossime settimane, la piega che il virus prenderà nel resto d’Europa, ci diranno se il governo Conte II ha sottovalutato il problema o se alla fine questo problema era comunque più forte di qualsiasi governo. E ancora: solo i prossimi giorni ci chiariranno le capacità del governo di gestire l’emergenza sanitaria interna che rischia di originarsi come conseguenza dell’aumento dei contagi.

Si dica: vogliamo cacciare Conte perché ha dimostrato di non essere il premier che pensavamo, che volevamo che fosse. Si dica: vogliamo toglierlo da Palazzo Chigi perché temiamo che col tempo possa affermarsi come leader di un’area politica che rischia di farci concorrenza. Si dica: vogliamo riportarlo a fare il professore universitario perché ci sta semplicemente molto antipatico e di vederlo tutti i giorni in tv siamo stanchi. Ma non si dica che bisogna cacciare Conte per il Coronavirus. Le bugie, le buffonate, queste bisognerebbe mettere in quarantena.

Chi scommette sulla paura

Salvini attacca sul coronavirus

Se l’Italia è il terzo Paese al mondo per diffusione del coronavirus, nonostante il focolaio principale sia scoppiato in un altro continente, un motivo c’è. Se i pazienti contagiati sono inferiori soltanto a quelli di Cina e Corea del Sud, e superiori a quelli di Paesi come Giappone, Singapore e Hong Kong, un motivo c’è.

Qual è il motivo? La risposta è che non lo sa nessuno. Potrebbero esserci stati degli errori nelle misure di contenimento del virus. Anzi, è molto probabile che ve ne siano stati. C’è la variabile che sfugge all’analisi delle statistiche, alle elaborazioni degli esperti: la componente chiamata “Fortuna”. Una mela marcia inconsapevole che ne contagia altre, che sconfigge il virus come fosse una normale influenza e continua a lavorare, ad incontrare persone, a viaggiare, a rendere vana la ricerca del cosiddetto “paziente zero”.

E poi c’è l’altra ipotesi, quella che vede l’Italia più avanti di altri Paesi nello screening del virus: i contagi aumentano perché li stiamo cercando, più degli altri, meglio degli altri. Ognuna di queste piste è credibile, ognuna di queste tesi è valida: alla fine è possibile che la verità sia un mix di queste ricostruzioni.

Alla fine, però, significa appunto alla fine. Vuol dire che il bilancio sulla gestione di un’emergenza globale non può essere tracciato quando questa è ancora in corso. E, soprattutto, equivale a pretendere, da un politico che aspiri a guidare questo Paese – tutto il Paese, non solo i propri sostenitori – la moderazione e la lungimiranza che si richiedono in frangenti come questo.

I consigli devono essere accolti dal governo. Ma le opposizioni devono consigliare, collaborare, non speculare, non limitarsi a presenziare nelle trasmissioni tv per lucrare consensi sull’emergenza, alimentando allarmismi che – per fortuna – ad oggi non hanno ancora ragione di esistere. Per fare nomi e cognomi: ciò che sta facendo Matteo Salvini è molto semplice e molto scorretto. Sta scommettendo sulla paura degli italiani e sul fallimento dell’Italia. Da apprezzare è invece l’atteggiamento di Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che hanno parlato con Giuseppe Conte e assicurato massima collaborazione ad un esecutivo di cui pure non condividono nulla. Così si comportano i leader di un Paese che possa definirsi tale.

Le frasi del tipo “ve lo avevo detto”, “vergogna”, “chiedete scusa” arrivano fuori tempo. Non è l’ora delle accuse. E’ il momento dell’Italia unita. Chi non lo capisce fornisce ulteriore prova della sua inadeguatezza a guidare questo Paese. Peggio per lui.

Il nemico del mio nemico è mio amico

Matteo Salvini e Matteo Renzi a "Porta a Porta"

In guerra il nemico del mio nemico è mio amico. Questo proverbio descrive la relazione attuale tra Matteo Renzi, Giuseppe Conte e Matteo Salvini. L’ordine in cui sono stati scritti i nomi non è casuale. Non è alfabetico, non segue una regola d’anzianità. E’ più che altro illustrativo della condizione in cui si trova oggi il Presidente del Consiglio: in mezzo ai due “Matteo”, col rischio concreto di esserne schiacciato.

In Parlamento in queste ore hanno tirato fuori il pallottoliere. Al di là delle smentite, delle dichiarazioni del governo che si preoccupa di dire che è preoccupato solo a non fare preoccupare gli italiani lavorando sui problemi veri (quelli fuori dal Parlamento), la realtà è che le frenetiche attività si concentrano tutte sul “chi ha davvero i numeri”, dentro il Parlamento. Può sembrare uno scioglilingua, ma per chi è chiamato a fare i conti, a valutare l’affidabilità della parola di questo o quell’altro senatore è più che altro un rompicapo. Da questi calcoli deriva la strategia dei leader. Siamo nel pieno di una mano di poker: qualcuno ha il punto, altri fingono di averlo, altri ancora ne sono certi ma sbagliano. La verità si conoscerà soltanto allo showdown: giù le carte, non prima.

Ma se l’esito della “crisetta”, copyright di Ettore Rosato, non può essere previsto fino a quando non si capirà se esiste un manipolo di (ir)responsabili pronto a soccorrere la maggioranza in caso di strappo renziano, qualcosa si può cercare di anticipare: la tattica degli attori in gioco.

Conte tenterà lo stesso schema utilizzato con Salvini in agosto: cercherà di portare in Parlamento la crisi, nel tentativo di disinnescarla. Renzi giocherà dentro e fuori dai Palazzi: l’ospitata a Porta a Porta va interpretata con il desiderio di (ri)prendersi la scena. Ma la partita decisiva si giocherà in Senato. Finora Renzi ha fatto intendere di avere buone carte, se bluffa lo sa soltanto lui. Salvini in questo momento dovrebbe tacere, ma non gli riesce. Rischia di tirarsi l’ennesima zappa sui piedi: ogni parola pronunciata sulla crisi allontana la crisi. Perciò quando da Napoli invita Renzi a staccare la spina del governo “per dignità” fa un dispetto a se stesso. Conte è nemico di Salvini. Ma è anche nemico di Renzi. Bisogna avere la lucidità di ricordare: in guerra, il nemico del mio nemico è mio amico.

Che fai, lo cacci?

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La politica italiana si conferma all’avanguardia. Sta inaugurando un nuovo genere: il reality-thriller. Ogni giorno una polemica, ogni ora una minaccia di crisi di governo. Un meccanismo perfetto per alzare gli ascolti. Fino a quando il pubblico, in attesa permanente del colpo di scena (che non arriva), capisce che non succede niente: è tutto un bluff, meglio cambiare canale.

I protagonisti di queste ore sono indubbiamente due: Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Il premier ha dimostrato in questi mesi una capacità di galleggiamento nel mare agitato della politica onestamente sorprendente. Presiedere due governi dopo essere apparso sulla scena da perfetto sconosciuto non è impresa da tutti. In poco tempo è emersa la maggiore caratteristica dell’autoproclamato “avvocato del popolo”: è un ottimo avvocato di sé stesso.

Ma quando si parla di schermaglie politiche, di colpi di fioretto, Matteo Renzi ha dalla sua un’esperienza diversa. A dirla tutta l’aveva anche Matteo Salvini, ma il caldo d’agosto e la brama di “pieni poteri” lo hanno trascinato in una botola da cui fatica ad uscire. Renzi non ha questi problemi. Al contrario: la fretta, la velocità, sono i suoi maggiori nemici. Logorare Conte va bene fino a quando non si rompe il governo. Per questo motivo nella diretta Facebook in cui ha aperto e subito dopo chiuso il confronto con Conte c’è un passaggio fondamentale: “Caro presidente del Consiglio la palla tocca a te. Noi non abbiamo aperto la crisi ma non rinunciamo alle nostre idee, rispetteremo la tua scelta. Puoi cambiare maggioranza, lo hai già fatto, sai come si fa, quello che non puoi dire è che noi siamo opposizione maleducata perché se lo siamo voi non avete la maggioranza“.

La politica vive dei suoi riti, è perfino ciclica. Vi sembra di avere già assistito a qualcosa di simile? Sì, è vero. Renzi ha rievocato il “Che fai, mi cacci?” di Gianfranco Fini. Ma Conte a differenza di quel Berlusconi è meno forte. Il drappello di (ir)responsabili pronti a sostituire il governo esiste, uscirà fuori al momento opportuno, se mai dovesse essercene bisogno. L’istinto di conservazione del Parlamento è esemplare. La salvezza momentanea di Conte coinciderebbe anche con la sua fine a livello d’immagine. Conte ha sancito il suo percorso di vita con una frase passata in sordina, pronunciata strategicamente prima di Capodanno, con gli italiani storditi dalle mangiate natalizie e sazi quanto basta di politica: “Dopo questo mio intenso coinvolgimento, non vedo un futuro senza politica. Non mi vedo novello Cincinnato che mi ritraggo e mi disinteresso della politica“.

Questo è il punto: Renzi ha bisogno di tempo per dare ad Italia Viva una dimensione che attualmente non possiede. Conte non può rischiare di passare come l’uomo attaccato alle poltrone, il vecchio politico che passa da una maggioranza all’altra come niente fosse.

Renzi, però, nei prossimi mesi dovrà capire da che parte stare. Il progetto di fare al Pd ciò che ha fatto Macron ai socialisti francesi sembra difficile da realizzare soprattutto per un motivo: egli non viene percepito come un uomo di sinistra, al massimo di centrosinistra. Ed è chiaro che Italia Viva difficilmente potrà presentarsi alle prossime elezioni in coalizione con Pd e M5s, a maggior ragione nelle vesti di junior partner. Pensare ad un’alleanza con Salvini è fantapolitica, Renzi non entrerà nel centrodestra. L’ipotesi più percorribile è che tenti di creare il centro. E’ un’operazione lunga e complicata, anche questa. Serve convincere Forza Italia, +Europa, Azione di Calenda, Udc e altri partitini a formare un unico blocco, ma soprattutto a rinunciare alle garanzie che la permanenza nei rispettivi poli fornisce.

Ecco perché al di là dei riti della politica, dei suoi cicli, i déjà-vu avvengono ma con qualche variante. Renzi ha minacciato la crisi. Ma non l’aprirà. La questione è ribaltata. Il cerino nelle mani di Conte: “Che fai, lo cacci?”.