Berlusconi è ancora Berlusconi

berlusconi salvini meloni

 

A Salvini concede due cose: l’appellativo leader e il diritto di parlare a nome della coalizione davanti ai fotografi e ai giornalisti. Ma Silvio Berlusconi non è salito al Quirinale per fare da comparsa. Non è nel suo stile, semplicemente non resiste.

Così, dopo essersi seduto lui (e non Salvini) accanto a Mattarella – come se gli equilibri del centrodestra dopo il 4 marzo non fossero mutati – prima prende la parola al microfono, poi la passa a Salvini e infine esplode l’unico fuoco d’artificio della prima giornata di consultazioni: una dichiarazione anti-5 stelle che fa saltare il banco.

E lo scoppio sorprende tutti. Dalla Meloni, irritata per essere stata l’unica a non aver aperto bocca, fino a Salvini, che per un attimo si era illuso di aver ricevuto realmente il testimone da Berlusconi. Uno sgarbo, una maleducazione istituzionale, un azzardo. Si può chiamare in tanti modi la chiosa finale del Cavaliere, che se è stato Berlusconi per un quarto di secolo lo deve pure a questi exploit.  Dal “che fai mi cacci” di Finiana memoria al “predellino“, dalla pulizia della sedia di Travaglio fino alla dichiarazione di oggi.

Corre sul filo dell’istinto, la strategia del Cavaliere. Ma Berlusconi torna centrale, almeno per una sera. Ed è questo che ha sempre voluto. Anche a costo di pagarla cara, pure rischiando che Salvini approfitti dell’ultimo attacco ai grillini per trovare un pretesto e farlo definitivamente fuori.

E chissà che non sia proprio questo, quel che l’uomo di Arcore vuole.

Chissà che non desideri tornare ad associare a se stesso la parola che oggi ha regalato a Salvini, quel vestito da “leader” che vede tagliato su misura soltanto per sé.

Chissà che non voglia essere realmente tradito e pugnalato, per potere risorgere ancora.

Perché Berlusconi non è cambiato. Berlusconi è ancora Berlusconi.

Salvini-Berlusconi, sarà divorzio: e il popolo dirà chi ha tradito

berlusconi salvini

 

I fotografi al Quirinale preparino la messa a fuoco degli obiettivi, valutino per tempo le diverse angolazioni, i giochi di luce che rendono meglio. Si tengano pronti, insomma, che un momento del genere non ricapiterà: spetterà a loro scattare l’ultima foto del centrodestra unito.

Ne sono consapevoli tutti, da Meloni a Salvini, passando ovviamente per Berlusconi.  Un finale inevitabile, tristemente scontato, che si è scritto la notte del 4 marzo in due passaggi: il mancato raggiungimento del 40% necessario a governare e il sorpasso di Salvini ai danni di Berlusconi. Su quest’ultimo punto, però, un retroscena regala un sorriso amaro.

Perché sono in tanti a scommettere che se fosse arrivato primo Berlusconi, Salvini non c’avrebbe pensato un attimo ad andare al governo con Di Maio, ufficialmente “in nome del cambiamento” e per “uscire dallo stallo“. Dopo essersi ritrovato tra le mani il centrodestra, però, lo schema è cambiato. Salvini non ha potuto tradire se stesso.

Piuttosto sta cercando il modo di farsi lasciare. Come un marito e una moglie che non si amano da tempo. E se lo urlano in faccia da mesi. Ma nessuno che decida di fare le valige e andarsene. Nessuno che decida di sbattere la porta di casa alla fine dell’ennesimo litigio. Per il bene dei figli, dicono. O forse per non dover sborsare l’assegno di mantenimento.

Però arriva un momento in cui il matrimonio si spezza. Quando uno dei due non ne può più delle imposizioni dell’altro, quando non accetta ciò che il partner è diventato, allora neanche la mediazione dell’amica storica (in questo caso Meloni) basta più a tamponare l’emorragia.

Il rapporto finirà a breve. E come ogni addio sarà doloroso per entrambi. La ferita perde da troppo, è infetta. Uscirà sangue a fiotti. Ma intanto gli ex innamorati si concederanno un ultimo tentativo (le consultazioni con Mattarella) per provare a salvare il salvabile, un esperimento nel quale non credono nemmeno loro. Ma che sarà fatto, ufficialmente per non lasciare nulla di tentato.

Sarà divorzio, però. E a stabilire chi ha tradito un unico giudice: il popolo del centrodestra. Il frutto legittimo di un matrimonio destinato a finire.

Renzi lasci il Pd, se questo è il Pd

renzi pd

 

Non si immaginava nulla di diverso, Matteo Renzi. Sapeva benissimo che un attimo dopo le sue dimissioni sarebbe scattata la corsa alla sua successione. C’è voluto più di un attimo, alla fine. A conferma del fatto che nel Pd il coraggio non è qualità diffusa. Dopotutto, però, le voci di dissenso rispetto alla linea del capo si sono levate. Attraverso toni pacati, condite da precisazioni e distinguo, ma pur sempre cariche di disapprovazione, intrise di un retrogusto amaro: quello di una polpetta avvelenata da far mangiare all’ex leader.

Ci sono voci e voci, però. Emiliano, ad esempio, dal renzismo non è stato mai contagiato. Ha condotto la sua battaglia – perdente – a petto in fuori. E non è a lui che oggi guarda con fastidio l’ex premier. Piuttosto si meraviglia ad ascoltare le dichiarazioni della Serracchiani, che dopo aver beneficiato dell’aura di Renzi per anni, lamenta oggi assenza di collegialità. Un paradosso per il segretario del “mai più caminetti“. Ferisce ma non sorprende, invece, l’uscita di Franceschini. L’ombra famelica del ferrarese è sempre stata in agguato. Ma non solo con Renzi. Con tutti. Una vita col pugnale in mano. In tasca nei tempi d’oro, pronto a colpire quando va male.

Adesso, però, il punto è che tutte queste ferite potrebbero aprire un’emorragia. Portare il Pd a perdere la sua identità. Perché non esiste altro modo per descrivere un eventuale appoggio ai 5 stelle.

Renzi, che possiede uno spiccato istinto di sopravvivenza, ha tracciato da subito il confine. Ha capito prima degli altri che non può esserci il Pd se c’è l’abbraccio con Di Maio. Non si è illuso neanche per un attimo che i grillini – come invece sostiene Franceschini – possano essere “aiutati” a diventare una forza riformista. Piuttosto accadrebbe il contrario: il Pd diventerebbe ciò che oggi è LeU, un partito di rappresentanza, una bandiera che sventola su terra straniera.

Così le strade per Renzi sono principalmente due. Tornare in campo o lasciare “quel” campo. Fare i bagagli e traslocare altrove, fondare la “cosa renziana” che accarezza ogni volta che le mille correnti dem si mettono di traverso. Un partito personale, un contenitore che provi che vale più lui di tutti gli altri messi assieme.

E per una volta non c’è da biasimarlo. Renzi lasci il Pd, se questo è il Pd.

Salvini dica cosa vuole fare da grande

salvini

 

Non è colpa sua se a più di un mese dalle elezioni non c’è ancora un governo. O meglio, non è colpa soltanto di Matteo Salvini, che almeno su un punto è stato chiaro fin da subito: mai col Pd. E questo sta faticosamente cercando di spiegare a Berlusconi, che indomito continua a caldeggiare l’accordo coi dem nel tentativo di estromettere i 5 Stelle dalla partita.

Pare non accorgersi, il Cavaliere, della posizione scomoda di Salvini, dell’impossibilità di mescolarsi e compromettersi con i nemici che ha sempre osteggiato, di un consenso costruito sulla necessità di essere “l’altro Matteo“, l’alternativa a Renzi per antonomasia. O forse Berlusconi se n’è accorto eccome, e su questo tasto continua a battere, desideroso di mettere alla prova la fedeltà dell’astro nascente, di saggiarne la resistenza alle pressioni di chi puntualmente, tutte le mattine, lo telefona per dirgli di lasciare il “vecchio” ad Arcore e di lanciare Lega Italia.

Come se fosse facile, risponde Salvini, che avrà mille difetti ma in politica è giocatore completo, attento, astuto. Sa bene, il leader della Lega, che un attimo dopo aver annunciato l’accordo con Di Maio, Berlusconi scatenerebbe il finimondo su televisioni e giornali. Eccolo, il vostro Salvini: ha scaricato il centrodestra per prendersi la poltrona del governo insieme ai 5 Stelle. Dopo Fini e Alfano un altro traditore.

Ma il punto è che da questa situazione non si esce. A complicare tutto, più di Berlusconi, è stato Di Maio. Il candidato grillino avrebbe potuto accontentarsi della rinuncia alla premiership di Salvini, andare al governo e imbarcare Forza Italia in una posizione di semi-irrilevanza. Ha voluto strafare: Di Maio premier e senza i voti di Berlusconi.

Sì, peccato che il lavoro sporco non spetti a lui.

All’angolo è finito Salvini, l’uomo che di solito è abituato a muoversi sul ring per assestare ganci. E questo gli chiede gran parte del suo elettorato: prendersi il rischio di tirare un montante da lontano, tentare il colpo del k.o. nei confronti del vecchio pugile Berlusconi, uno che quando è finito a terra ha sempre saputo rialzarsi, con la consapevolezza che se il pugno non fosse abbastanza forte e preciso, al tappeto potrebbe finire proprio lui.

Ma non c’è troppo tempo per decidere il da farsi. Non siamo la Germania, per intenderci. È tempo che Salvini dica cosa vuole fare da grande. È ora di capire cosa sarà Salvini.

La Terza Guerra Mondiale è in Siria: e buonanotte all’Italia…

 

C’è una specie di patto, che i potenti del mondo hanno stipulato alcuni anni fa: non si usano armi chimiche. Un po’ come dire che non è vero che in guerra tutto è lecito. C’è modo e modo di uccidere.

In Siria questa regola non vale più. L’esercito di Assad – dicono gli americani – ha sganciato su Duma un attacco con armi chimiche che ha provocato 100 morti, tra cui donne e bambini.

Il regime, appoggiato da Putin ed Erdogan, nega: “Abbiamo già vinto, che motivo avremmo di provocare?“, il succo della linea di Damasco.

La risposta è la seguente: Assad vuole fiaccare i pochi ribelli che ancora si ostinano a combattere. Di più: sfida Trump ad un anno esatto dal raid americano avvenuto – guarda caso – dopo un altro attacco chimico sui civili.

Ed è in questo gioco di morte e distruzione che rischia di scoppiare la Terza Guerra Mondiale. Proprio nella Siria dimenticata, nel conflitto che ci indigna solo quando vediamo le foto dei bambini morti sotto i bombardamenti, c’è la possibilità che Trump vada al braccio di ferro con la Russia.

Sfoga la sua rabbia su Twitter, The Donald: “Pagheranno un caro prezzo“. Peccato che dall’altra parte ci sia una potenza che può permettersi di tenere testa a chiunque, se si parla di capacità militari: “Un intervento sulla base di falsi pretesti in Siria dove opera nostro personale è assolutamente inaccettabile e può innescare conseguenze gravissime“, fanno sapere da Mosca. Tradotto: se attaccate ve ne assumete le responsabilità. Può semplicemente succedere di tutto.

Se Trump agita il pugno, Putin mostra i muscoli. Assad è sempre più saldo al comando, non sarà spodestato. Erdogan ha una strategia per ogni occasione, cambia alleato a seconda delle sue convenienze. L’Iran regna il Medio Oriente. Israele è sempre più isolata, Usa a parte. L’Europa? Dorme. Se non fosse che Macron ha deciso di assumerne la guida e di accodarsi a Trump. L’Italia? Sogni d’oro…

Non accettare caramelle da Di Maio

di maio luigi

 

Quando vedono i loro sottoposti tentati dall’abbraccio con Di Maio, tanto Berlusconi quanto Renzi si mostrano increduli. “Ma davvero – sbottano – non vi rendete conto che in questo modo saremmo fagocitati dai 5 Stelle?”. Un ragionamento, il loro, che non vede d’accordo tutti. Perché sarà difficile, ripetono i teorici dell’intesa, dire no a prescindere dopo gli abboccamenti di Di Maio.

Un patto sui temi, va proponendo il candidato premier grillino, ricordando che in qualità di prima forza politica sente il dovere di parlare con tutti. O quasi. Con Berlusconi, ad esempio, non vuol parlare.

Ne ha fatto una questione di principio, fornendo di fatto l’assist al Cavaliere per bloccare Salvini. Quest’ultimo davvero tra due fuochi: perché al governo coi 5 Stelle lui andrebbe di corsa, ma non può permettersi di farlo senza tutto il pacchetto. A meno che non voglia rischiare di passare per il traditore di turno e riconsegnare la leadership del centrodestra, o di quel che ne rimane, al suo fondatore.

Dall’altra parte c’è il Pd. E quindi Renzi. Che in pubblico non si mostra, ma in privato continua a tenere il punto su quanto ribadito il 5 marzo , su quel “Sapete che c’è: fate il governo da soli” che è il nuovo slogan dei renziani di ferro. Tiene in mano il Partito, per quanto con più fatica di prima, consapevole che il reggente Martina non potrà che assecondarlo, se davvero vuole la conferma alla segreteria. E quindi no all’incontro con Di Maio. Meglio non sentirle le tentazioni del diavolo a 5 stelle.

D’altronde il rischio è alto, ma la strada per la sopravvivenza una sola. Da una parte un’opinione pubblica che potrebbe non perdonare i responsabili dello stallo. Dall’altra la certezza che un appoggio ad un governo grillino sancirebbe la fine del centrodestra o del centrosinistra, a seconda di chi dovesse decidere di accettarne l’abbraccio.

L’unico che la pensa diversamente è Salvini, che smania per andare al governo, sicuro del fatto che la diarchia con Di Maio eliminerebbe sia Berlusconi che Renzi dalla mappa politica, inaugurando un nuovo bipolarismo tra Movimento e Lega. Sì ma c’è l’ostacolo di cui sopra: il maledetto veto che Di Maio ha posto su Berlusconi, dal quale Salvini non può prescindere.

Il punto, però, è che tanto Berlusconi quanto Renzi, non faranno nulla per facilitare il compito dei due amanti. Intimamente sperano in un logoramento lungo che dia prova della loro incapacità. Realisticamente Berlusconi vuole che Salvini lo molli, così da accusarlo di tradimento, Renzi che tutto il centrodestra vada con Di Maio. Perché chi si presenterà come alternativa, un giorno, raccoglierà i delusi dei 5 stelle.

E saranno tanti, dicono. Non accettare caramelle da Di Maio, è l’unica che cosa che chiedono.

Nessuno vuole essere Robin

bacio salvini di maio

 

Li senti gli applausi del pubblico? Lo vedi il centro della scena? E i riflettori, i flash dei fotografi? Quella è leadership. Chi vuole essere il capo a prescindere, il genio conclamato, il capitano che si ascolta ad occhi chiusi e testa bassa?

Non basta. Il salvatore della Patria, l’uomo solo al comando, il supereroe che risolleva il Paese dal baratro, l’unto dal Signore.

Salvini e Di Maio. Di Maio o Salvini.

Come in una danza in cui ci si pesta continuamente i piedi, un valzer poco elegante in cui la mano dell’altro si tiene senza dolcezza, ma per vedere chi ha la stretta più forte.

Perché alla fine qui torniamo: essere i primi della classe, dimostrare di poterlo essere. E per questo non si troverà un accordo.

Gregari di nessuno, che la gloria è per pochi e quella cerchiamo. Lasciare un ricordo di noi, un’impronta indelebile: come le Piramidi per i faraoni.

E c’è una canzone di Cremonini, che sembra perfetta per l’occasione:

Tutti col numero 10 sulla schiena. E poi sbagliamo i rigori.

Ti sei accorta anche tu

che in questo mondo di eroi nessuno vuole essere Robin

Consultazioni per dirsi di no

 

Salire al Colle in pompa magna, annodarsi bene il nodo della cravatta. Due spruzzate di profumo, facciamo tre, che incontriamo il Presidente della Repubblica. Mica il capo condomino.

Una visita al Colle da ricordare, un rituale ricco di storia, per niente svuotato di significato, se non fosse che nessuno ha capito cosa siano realmente le Consultazioni.

Non previste dalla Costituzione, sono quasi un atto di cortesia del capo dello Stato. Una prassi istituzionale, un’occasione per chiedere “consiglio” all’uomo che ha in mano le sorti del Paese. Così dovrebbe essere. Così non sarà.

Si presenteranno all’appuntamento con Mattarella, tra oggi e domani, convinti che alle Consultazioni dovranno esprimere il convincimento del loro partito, del popolo che rappresentano. Dimenticheranno che i colloqui col Presidente servono per trovare una quadra, non per piazzare la loro bandierina sul terreno fragile del Paese.

E Mattarella, da nonno comprensivo e paziente, dopo il primo giro di giostra darà un po’ di tempo ai nipotini per riordinare le idee, per capire che se non vogliono tornarsene tutti a casa dovranno trovare un accordo, venire a patti col nemico, in un modo o nell’altro.

E di nuovo avremo un appuntamento al Quirinale, una cravatta da annodare, un sorriso per i fotografi, una dichiarazione da concedere alle agenzie. Che ormai questa è diventata la politica: un reality show in cui il più simpatico vince.

La sfilata è iniziata: li vedrete pieni di sé, atteggiarsi a statisti davanti alle telecamere, esprimere con apparente dignità istituzionale il loro credo. In realtà saprete che non c’hanno capito nulla neanche loro. Non sono nemmeno Consultazioni, visto che il consiglio non lo accetteranno. Vogliono solo dirsi di no.

Erdogan schiaffeggia Macron: il Sultano non prende ordini da Napoleone

erdogan

 

Agita il dito, Erdogan. Nessuno pensi di poter parlare a quel modo, davanti al Sultano.

Si rivolge ai parlamentari del suo partito. E loro applaudono, ogni volta che la sua invettiva si interrompe, quando la pausa sottolinea che è arrivato il momento di farlo.

Cosa dice la platea? Applaude convintamente. Forse deve farlo. Ma poco importa, perché applaude. E certifica l’immagine di un sovrano mitizzato, di un regnante che non accetta consigli, neanche da un capo di stato come Emmanuel Macron.

Ma chi sono mai questi francesi? E chi crede di essere questo novello Napoleone Bonaparte, per parlare così al mio cospetto? Non lo nasconde il suo fastidio, Erdogan. Prova un certo piacere nel rimarcare che col giovane dominus di Francia ha usato toni bruschi, che lo ha fermato quando dalle sue labbra sono uscite parole “strane“, prospettive inconciliabili col suo volere, accordi coi curdi che lui considera terroristi, con una Francia a fare da intermediaria per un dialogo che coinvolga ufficialmente la “sua” Turchia.

Macché. Il Sultano ordina, non parla. Pensa a se stesso come ad un semi-Dio, e l’essere sopravvissuto ad un colpo di Stato lo ha rafforzato in questo convincimento. Così nessuno, neanche Macron, il giovane leader che vuole guidare l’Europa, può permettersi di dirgli cosa fare coi curdi. Ad Afrin, ormai da settimane, ha dato il via ad una guerriglia ribattezzata “ramoscello d’Ulivo“. Vuol portare a suo modo la pace, Erdogan. Ma solo per sé e per il suo popolo. Non per gli altri.

E mai acconsentirà che all’enclave curda venga dato un riconoscimento, una parvenza di territorio con dei confini certi: perché rappresenta un pericolo, una minaccia alle porte di Ankara. Ed Erdogan, dal luglio in cui ha rischiato di morire, ha smesso di porre fiducia in qualcuno che non sia lui. Si limita ad eliminare il dissenso: coi professori, i giornalisti, gli attivisti. Il Sultano semina la paura per raccogliere il rispetto.

Così, in tono sprezzante, domanda: “Chi siete voi per parlare della mediazione fra la Turchia e un’organizzazione terroristica? Da quando in qua la Turchia si siede a un tavolo con un’organizzazione terroristica? La Francia sta andando molto al di là dei limiti“.

Sfida l’Occidente, tiene in pugno l’Europa, che da un momento all’altro potrebbe vedersi invasa dai profughi siriani che Erdogan ha accettato di tenere all’interno dei suoi confini.

Ma intanto schiaffeggia Macron. Il Sultano non prende ordini. Neanche da Napoleone.

Berlusconi e la riabilitazione: l’azzardo del leader ferito, un ultimo all-in

berlusconi sorriso

 

Era il primo agosto del 2013 quando Silvio Berlusconi, a Palazzo Grazioli, venne raggiunto dalla sentenza di condanna per frode fiscale nel processo relativo ai diritti tv Mediaset. I suoi avvocati, per settimane, gli avevano ripetuto che non c’era nulla da temere, che l’assoluzione era praticamente certa.

Per questo, il pronunciamento dei giudici, venne vissuto da Berlusconi come uno dei colpi più duri della sua vita. Crollava il mito dei tanti processi senza neanche una condanna definitiva, del complotto della “magistratura di sinistra” mai in grado di trovare le prove necessarie a rendere colpevole un innocente.

Ed è forse quello, più di ogni altro, il punto di caduta del berlusconismo, il momento in cui la parabola del leader diventa discendente. Da quando la legge Severino – va detto, applicata retroattivamente – lo ha reso incandidabile, Berlusconi non ha fatto più il Berlusconi.

Il dominus nelle urne, l’acchiappavoti per antonomasia, ha sì giocato la partita ma sempre per la salvezza, non più per la vittoria del campionato.

Così ha iniziato la corsa al tribunale di Strasburgo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che “dovrà restituirmi l’onore perduto“, la lotta contro il tempo (persa) per tornare candidabile per le elezioni.

E poi le giustificazioni – con gli altri e con sé stesso – sul fatto che “se Salvini ha superato Forza Italia è stato perché io non sono candidabile, se fossi stato in campo le cose sarebbero andate diversamente“.  L’illusione che il tramonto non debba arrivare mai, la convinzione che se è rimasto lo stesso di sempre non c’è motivo per cui gli italiani non debbano ancora fidarsi di lui.

Da qui la decisione di tentare un’altra partita. La richiesta di riabilitazione al tribunale di sorveglianza di Milano, chiamato a giudicare se Berlusconi negli ultimi 3 anni abbia dato “prove effettive e costanti di buona condotta“. L’obiettivo è duplice: tornare incensurato anticipando i tempi della Corte di Strasburgo per lavare l’onta della fedina penale macchiata; ma soprattutto tornare eleggibile.

Ed è questo il pensiero che gira e rigira nella testa del Berlusconi ferito. Ripresentarsi come leader a tutto tondo, capace di affrontare con le stesse armi i giovani che sperano di farlo fuori soltanto perché non può entrare in Parlamento. Una tentazione che accarezza da tempo: far saltare nuovamente il banco, dire no ad un governo con Di Maio, al ragazzino che ha avuto “l’arroganza” di porre il veto proprio sulla sua persona.

Un ultimo azzardo, un all-in che possa portarlo nuovamente a Palazzo Chigi. O forse alla fine politica sua e di Forza Italia. E c‘è qualcosa di folle e romantico in questa ostinazione. L’immagine di un leader malandato e ferito, che non vuole morire.