Nessun “patto” tra Conte e Zingaretti può salvare il governo se cade la Toscana

Un articolo pubblicato oggi su Repubblica parla di un presunto “patto a due” tra Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti. L’intesa, arrivata secondo il quotidiano dopo giorni di “tentazioni, mediazioni, tentennamenti“, prevede che “dopo le Regionali il governo non cambia, non si tocca nulla, meglio evitare il rimpasto“.

Tutto deciso e infiocchettato da Conte e Zingaretti, con l’abile regia di Dario Franceschini, capo-delegazione dem che si permette di consigliare al suo segretario di non dare ascolto a chi gli chiede un coinvolgimento diretto nell’esecutivo, magari da ministro dell’Interno, perché “è la tua unica via d’uscita politica“.

Ecco, un ragionamento di questo tipo, un patto a due siglato a pochi giorni dal referendum, già da solo sembra svuotare di significato una consultazione che nei fatti, secondo molti, dovrebbe preservare il ruolo del Parlamento. Svelato questo retroscena, sorge spontaneo un dubbio: cosa votiamo a fare? Tanto decidono tutto Conte e Zingaretti…

Non si tratta di fare polemica vuota, di ignorare il fatto che il premier e il capo di un grande partito che lo sostiene, hanno bisogno di sentirsi quasi quotidianamente, di cementare la loro intesa, di condividere obiettivi e strategie da intraprendere. Ma da qui a dire che qualsiasi cosa accada alle Regionali per il governo non cambia niente, ce ne passa.

E’ verissimo che le Regionali sono un voto locale, ma 6 Regioni chiamate alle urne da Nord a Sud non sono uno scherzo, bensì un campione rappresentativo dell’orientamento degli italiani. Il governo per restare in sella non deve stravincere, neanche vincere: gli viene chiesto soltanto di non essere umiliato. Le scelte del Pd e del MoVimento 5 Stelle, divisi ovunque meno che in Liguria, hanno messo le basi per una sconfitta epocale.

Dove si gioca la partita? In Toscana, la nuova Emilia-Romagna.

A gennaio, quando ancora il coronavirus era un incubo lontano, a salvare la Regione e il governo ci pensarono Stefano Bonaccini e Matteo Salvini. Quest’ultimo, impegnato a bussare ai citofoni delle case, commise l’errore che i leader frettolosi ripetono sempre: personalizzare il voto. Finì come finì: trionfo del centrosinistra, Borgonzoni respinta dall’Emilia-Romagna, nessuna spallata al governo.

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Lucia Borgonzoni e Stefano Bonaccini

Ora in gioco c’è la Toscana, ed Eugenio Giani non è Bonaccini. Anche Susanna Ceccardi non è Lucia Borgonzoni. La candidata leghista sembra aver compreso una ricetta tanto semplice quanto importante: ci sono luoghi in cui è meglio non polarizzare il dibattito. Cosa vale di più? Una campagna “moderata” – ovviamente nell’accezione leghista del termine – o gli applausi strappati ad un comizio? Salvini forse opterebbe per l’ultima ipotesi. La realtà è che senza la prima non si vincono le elezioni. Soprattutto in una Regione così connotata politicamente come la Toscana.

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Eugenio Giani e Susanna Ceccardi

Cosa succede se cade la Toscana? Quasi certamente cade il governo. E’ pressoché inevitabile. Anche una rimonta di Emiliano in Puglia, impegnato in questi ultimi giorni ad usare tutta la potenza della macchina regionale pugliese per spargere bonus a destra e a manca per avere la meglio su un candidato a dir poco modesto come Raffaele Fitto, difficilmente limiterebbe l’impatto emotivo e politico di una sconfitta in una Regione considerata fino a pochi fa “non contendibile“.

Oggi invece la partita c’è, è apertissima, e questo di suo dovrebbe suggerire a Conte e Zingaretti prudenza, rispetto per gli elettori. Sì, ci sono 209 miliardi di euro da spendere per il Recovery Fund e non è questo il momento per l’instabilità. Ma nessuno, proprio nessuno, può arrogarsi il diritto di dire che “il governo non cambia” prima di una tornata elettorale di questa importanza. O meglio, qualcuno c’è: vive al Quirinale e si chiama Sergio Mattarella. Ma lui, a differenza d’altri, conosce il rispetto dei ruoli, nonché tempi e modi per intervenire.

È la democrazia, bellezza.

Pd e M5s ce lo dicano

Credere che basti un appello del nuovo statista dei nostri tempi, Luigi Di Maio, sbianchettare i simboli di partito alle prossime elezioni in Umbria e ammantare l’intera operazione sotto la maschera del “civismo” equivale a prendere in giro gli italiani. Oltre che sottostimarne l’intelligenza. Se il MoVimento 5 Stelle e il Pd hanno deciso – legittimamente, dal loro punto di vista – di stringere un’alleanza, di formare una coalizione strutturale, di dar vita ad un nuovo embrione di “sinistra”, ce lo dicano.

Se il governo nato sotto l’impulso di Renzi per evitare l’aumento dell’Iva è diventato dopo pochi giorni per Di Maio, Zingaretti e Franceschini l’occasione (o se preferite la schiettezza “la scusa”) per sommare i voti dei rispettivi schieramenti, per tentare la fusione fredda di due partiti che fino al mese di luglio se ne dicevano di ogni, ce lo dicano.

Se prima di ogni programma, progetto di Paese, disegno di domani, viene la preoccupazione di impedire l’andata al governo di Matteo Salvini (con tutto il peggio che possiamo pensare di lui, e lo pensiamo), qualcuno dalle parti del Nazareno e della Casaleggio sappia che ha tra le mani la risposta alla “domanda delle domande”: “Ma com’è possibile che in Italia la Lega sia primo partito?”.

Forse non c’entrano solo l’intolleranza e la paura, magari non è soltanto merito della “Bestia” che cura i social di Salvini, o della capacità della Lega di sfornare mirabolanti promesse economiche tanto irrealizzabili quanto appetibili. Più probabilmente, a tutti questi motivi, si somma l’incapacità di una classe dirigente di guardare al di là del proprio naso, di porsi in connessione con il proprio elettorato, di capire che la politica non è (per fortuna) aritmetica, che il consenso non si accumula secondo i principi che regolano un’addizione sterile, semmai è il risultato di coerenza e visione.

Ma anche in questo caso, se M5s e Pd non ne dispongono, ce lo dicano.

Se la tentazione di riformare “la ditta” è troppo forte, se D’Alema è il prototipo di “compagno” a cui il Pd aspira, se la massima ambizione di questa segreteria è fare di Giuseppe Conte il prossimo Presidente della Repubblica dopo averne detto peste e corna per 14 mesi, se è bastato ritrovarsi al governo coi 5 Stelle per tesserne le lodi, dimenticarne i torti, rifiutarne le pericolose demagogie, le infruttuose promesse, le ingenue speranze, le arroganti accuse, il Pd ce lo dica.

Se la “ragion di governo” si è impossessata dei grillini, se Luigi Di Maio ha il diritto non solo di sentirsi adatto a tutti i ministeri, ma anche di mostrarsi in pace con sé stesso nel governare con tutti i partiti dell’arco parlamentare a turno, se il Partito di Bibbiano è stato un lapsus, se 14 mesi con Salvini non ci sono mai stati, ce li siamo sognati, il MoVimento 5 Stelle ce lo dica.

Ci dicano tutto. Ma poi per un poco tacciano. È meglio.

Poltrona cercasi disperatamente

Ognuno fa i conti con la sua dignità usando il proprio metro. Ma arriva un punto in cui la realtà deve presentare il conto, c’è un giorno nel quale la verità deve per forza essere riaffermata. E allora è giusto parlarne, di Dario Franceschini. Una vita nell’ombra, ma sempre ben comodo. Fino al 4 marzo 2018.

L’intervista in cui l’uomo che è stato ministro due volte in 3 governi dal 2013 al 2018 auspica un’alleanza tra Pd e MoVimento 5 Stelle dovrebbe essere incorniciata ed esposta come manifesto esplicativo della fine della sinistra italiana.

Senza perdersi nei meandri della sua spiegazione “morale” e psicanalitica sul perché – a volere farla breve – secondo lui i grillini sono diversi (in meglio) dai leghisti, c’è una frase che è emblematica dei motivi che spingono Franceschini a sollecitare l’abbraccio con Di Maio:”Difficilmente il Pd col proporzionale potrà arrivare al 51%“.

Eccola, dietro la spiegazione aritmetica di Franceschini, nascosta dalla motivazione ufficiale del “da soli non bastiamo”, si cela il dramma personale di uno, ma comune purtroppo a tanti dirigenti appassionati di potere, non di politica. Il loro stato d’animo attuale può essere riassunto in un annuncio: poltrona cercasi disperatamente.

Perché diciamolo chiaramente: individuare i “valori umani e costituzionali in comune” tra il Pd e chi appoggia le politiche migratorie di Salvini, o tra il Pd e chi promuove le derive anti-parlamentari di Casaleggio, risulta sinceramente complicato.

Non bastassero le differenze politiche emerse in un anno di governo, si potrebbe rispondere con una domanda a chi lavora ad un’intesa coi grillini, dietro e davanti le quinte. Ma quali prospettive può avere, quale attrazione può esercitare, un partito che rendendosi conto di non essere più capace di vincere ripiega alleandosi con il suo opposto, la propria negazione?

E allora il Pd?

 

Matteo Orfini non ha tutti i torti. E già il fatto che il presidente di un partito proponga di “ammazzare” il partito che presiede è sintomatico dello stato di salute di un movimento che ha fallito la sua missione.

Il Pd così com’è non ha motivo di esistere. Non perché molti dei suoi dirigenti non siano validi. Non perché alcune delle politiche che ha messo in campo in questi anni al governo non siano state giuste.

Il Pd è finito perché si è dilaniato, vittima del fuoco amico e nemico, bersaglio sempre immobile, e dunque più facile da centrare, ogni volta che in Italia qualcosa non funzionava. Lo dimostra l’espressione divenuta tormentone sui social: “E allora il Pd?“. Come dire: “C’è la fame nel mondo“. Sì, “ma allora il Pd?“.

Non tutte le responsabilità, sia chiaro, sono del Pd. Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, ha chiarito in più modi che non sono anni fertili per chi crede nel centro-sinistra. Sparito in Francia, marginale in Germania, sconfitto in Italia: l’Europa non è da tempo la culla della social-democrazia. Ma il “mal comune” non suscita neanche un “mezzo gaudio”.

Resta la domanda di fondo: “e allora il Pd?“. Pensare che basti convocare il Congresso, movimentare un po’ l’elettorato con le primarie e aspettare di raccogliere i delusi dal governo è un’illusione. Né può bastare cambiare nome, se poi alla guida del nuovo partito di centrosinistra torneranno i soliti nomi e i vecchi volti, se al suo interno confluiranno le stesse correnti e gli stessi spifferi che hanno contribuito a fare del Pd un condominio rissoso.

Serve piuttosto capire cosa vuol diventare il centro-sinistra in Italia. Un partito che guardi a Corbyn, che rinneghi il proprio moderatismo in favore di un “ritorno a sinistra”, oppure che scelga di autodeterminarsi come un “polo centrista”, un contenitore che a quel punto non potrà disdegnare neanche un’alleanza coi liberali provenienti da altre culture.

Bisogna scegliere. Se lo si vuole lo si faccia al Congresso. Che diventi un’occasione per riunirsi e sulla base del confronto si decida cosa si vuol diventare. Insieme o divisi. Per questo la domanda giusta, più che “E allora il Pd?”, sembra essere: “Allora, Pd?”.

Franceschini, il solito

 

L’uomo nell’ombra, quello con il fiuto sempre giusto, che non sbaglia mai cavallo. Sa scommettere, Franceschini. Forse non sarà un vincente, ma almeno è capace a non perdere. Ha l’intuito del giocatore esperto, quello che ai sentimenti non bada. Non s’innamora delle sue scelte, pensa solo alle statistiche, ai freddi numeri. Gioca col pallottoliere da una vita, e poche volte ha pensato di correre in proprio. Preferisce far spompare gli altri, tanto prima o poi qualcosa gli torna indietro. Sempre.

Fu alla corte di D’Alema prima, di Prodi poi. C’era con Veltroni, c’è stato con Bersani. Ha capito prima di altri ch’era venuto il momento di schierarsi con Renzi, ma questo non gli ha impedito di fare il ministro anche con Letta e Gentiloni. E adesso ci riprova, sempre un passo indietro, non sia mai che qualche calcolo sia sbagliato: le frecce nel petto le prendano gli altri.

Ora ha scelto Zingaretti, il fratello di Montalbano. Che ancora nella politica nazionale non si è misurato, deve farsi conoscere, ma di una cosa può stare  certo: se Franceschini lo ha scelto significa che ha grandi possibilità vincere. Sale sul carro giusto come nessuno, Dario. E si dirà: che male c’è? Forse nessun male.

Ma che sia per colpa di uomini così se ci ritroviamo Di Maio e Salvini, di chi dice che il prossimo Congresso del Pd dovrà “fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013- 2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente” – come se lui in quest’arco di tempo non avesse fatto il ministro in due dicasteri e tre governi – è un fatto.

Che sia anche questo modo di agire subdolo, tra correnti che altro non sono che spifferi, rigagnoli che fiume umano non diventeranno mai, ad aver spalancato le porte al governo del peggioramento, questo è un altro fatto. Purtroppo.

Ma insomma questo è Franceschini, il solito.