Pd e M5s ce lo dicano

Zingaretti e Di Maio

Credere che basti un appello del nuovo statista dei nostri tempi, Luigi Di Maio, sbianchettare i simboli di partito alle prossime elezioni in Umbria e ammantare l’intera operazione sotto la maschera del “civismo” equivale a prendere in giro gli italiani. Oltre che sottostimarne l’intelligenza. Se il MoVimento 5 Stelle e il Pd hanno deciso – legittimamente, dal loro punto di vista – di stringere un’alleanza, di formare una coalizione strutturale, di dar vita ad un nuovo embrione di “sinistra”, ce lo dicano.

Se il governo nato sotto l’impulso di Renzi per evitare l’aumento dell’Iva è diventato dopo pochi giorni per Di Maio, Zingaretti e Franceschini l’occasione (o se preferite la schiettezza “la scusa”) per sommare i voti dei rispettivi schieramenti, per tentare la fusione fredda di due partiti che fino al mese di luglio se ne dicevano di ogni, ce lo dicano.

Se prima di ogni programma, progetto di Paese, disegno di domani, viene la preoccupazione di impedire l’andata al governo di Matteo Salvini (con tutto il peggio che possiamo pensare di lui, e lo pensiamo), qualcuno dalle parti del Nazareno e della Casaleggio sappia che ha tra le mani la risposta alla “domanda delle domande”: “Ma com’è possibile che in Italia la Lega sia primo partito?”.

Forse non c’entrano solo l’intolleranza e la paura, magari non è soltanto merito della “Bestia” che cura i social di Salvini, o della capacità della Lega di sfornare mirabolanti promesse economiche tanto irrealizzabili quanto appetibili. Più probabilmente, a tutti questi motivi, si somma l’incapacità di una classe dirigente di guardare al di là del proprio naso, di porsi in connessione con il proprio elettorato, di capire che la politica non è (per fortuna) aritmetica, che il consenso non si accumula secondo i principi che regolano un’addizione sterile, semmai è il risultato di coerenza e visione.

Ma anche in questo caso, se M5s e Pd non ne dispongono, ce lo dicano.

Se la tentazione di riformare “la ditta” è troppo forte, se D’Alema è il prototipo di “compagno” a cui il Pd aspira, se la massima ambizione di questa segreteria è fare di Giuseppe Conte il prossimo Presidente della Repubblica dopo averne detto peste e corna per 14 mesi, se è bastato ritrovarsi al governo coi 5 Stelle per tesserne le lodi, dimenticarne i torti, rifiutarne le pericolose demagogie, le infruttuose promesse, le ingenue speranze, le arroganti accuse, il Pd ce lo dica.

Se la “ragion di governo” si è impossessata dei grillini, se Luigi Di Maio ha il diritto non solo di sentirsi adatto a tutti i ministeri, ma anche di mostrarsi in pace con sé stesso nel governare con tutti i partiti dell’arco parlamentare a turno, se il Partito di Bibbiano è stato un lapsus, se 14 mesi con Salvini non ci sono mai stati, ce li siamo sognati, il MoVimento 5 Stelle ce lo dica.

Ci dicano tutto. Ma poi per un poco tacciano. È meglio.

Poltrona cercasi disperatamente

dario franceschini

Ognuno fa i conti con la sua dignità usando il proprio metro. Ma arriva un punto in cui la realtà deve presentare il conto, c’è un giorno nel quale la verità deve per forza essere riaffermata. E allora è giusto parlarne, di Dario Franceschini. Una vita nell’ombra, ma sempre ben comodo. Fino al 4 marzo 2018.

L’intervista in cui l’uomo che è stato ministro due volte in 3 governi dal 2013 al 2018 auspica un’alleanza tra Pd e MoVimento 5 Stelle dovrebbe essere incorniciata ed esposta come manifesto esplicativo della fine della sinistra italiana.

Senza perdersi nei meandri della sua spiegazione “morale” e psicanalitica sul perché – a volere farla breve – secondo lui i grillini sono diversi (in meglio) dai leghisti, c’è una frase che è emblematica dei motivi che spingono Franceschini a sollecitare l’abbraccio con Di Maio:”Difficilmente il Pd col proporzionale potrà arrivare al 51%“.

Eccola, dietro la spiegazione aritmetica di Franceschini, nascosta dalla motivazione ufficiale del “da soli non bastiamo”, si cela il dramma personale di uno, ma comune purtroppo a tanti dirigenti appassionati di potere, non di politica. Il loro stato d’animo attuale può essere riassunto in un annuncio: poltrona cercasi disperatamente.

Perché diciamolo chiaramente: individuare i “valori umani e costituzionali in comune” tra il Pd e chi appoggia le politiche migratorie di Salvini, o tra il Pd e chi promuove le derive anti-parlamentari di Casaleggio, risulta sinceramente complicato.

Non bastassero le differenze politiche emerse in un anno di governo, si potrebbe rispondere con una domanda a chi lavora ad un’intesa coi grillini, dietro e davanti le quinte. Ma quali prospettive può avere, quale attrazione può esercitare, un partito che rendendosi conto di non essere più capace di vincere ripiega alleandosi con il suo opposto, la propria negazione?

E allora il Pd?

orfini pd

 

Matteo Orfini non ha tutti i torti. E già il fatto che il presidente di un partito proponga di “ammazzare” il partito che presiede è sintomatico dello stato di salute di un movimento che ha fallito la sua missione.

Il Pd così com’è non ha motivo di esistere. Non perché molti dei suoi dirigenti non siano validi. Non perché alcune delle politiche che ha messo in campo in questi anni al governo non siano state giuste.

Il Pd è finito perché si è dilaniato, vittima del fuoco amico e nemico, bersaglio sempre immobile, e dunque più facile da centrare, ogni volta che in Italia qualcosa non funzionava. Lo dimostra l’espressione divenuta tormentone sui social: “E allora il Pd?“. Come dire: “C’è la fame nel mondo“. Sì, “ma allora il Pd?“.

Non tutte le responsabilità, sia chiaro, sono del Pd. Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, ha chiarito in più modi che non sono anni fertili per chi crede nel centro-sinistra. Sparito in Francia, marginale in Germania, sconfitto in Italia: l’Europa non è da tempo la culla della social-democrazia. Ma il “mal comune” non suscita neanche un “mezzo gaudio”.

Resta la domanda di fondo: “e allora il Pd?“. Pensare che basti convocare il Congresso, movimentare un po’ l’elettorato con le primarie e aspettare di raccogliere i delusi dal governo è un’illusione. Né può bastare cambiare nome, se poi alla guida del nuovo partito di centrosinistra torneranno i soliti nomi e i vecchi volti, se al suo interno confluiranno le stesse correnti e gli stessi spifferi che hanno contribuito a fare del Pd un condominio rissoso.

Serve piuttosto capire cosa vuol diventare il centro-sinistra in Italia. Un partito che guardi a Corbyn, che rinneghi il proprio moderatismo in favore di un “ritorno a sinistra”, oppure che scelga di autodeterminarsi come un “polo centrista”, un contenitore che a quel punto non potrà disdegnare neanche un’alleanza coi liberali provenienti da altre culture.

Bisogna scegliere. Se lo si vuole lo si faccia al Congresso. Che diventi un’occasione per riunirsi e sulla base del confronto si decida cosa si vuol diventare. Insieme o divisi. Per questo la domanda giusta, più che “E allora il Pd?”, sembra essere: “Allora, Pd?”.

Franceschini, il solito

dario franceschini

 

L’uomo nell’ombra, quello con il fiuto sempre giusto, che non sbaglia mai cavallo. Sa scommettere, Franceschini. Forse non sarà un vincente, ma almeno è capace a non perdere. Ha l’intuito del giocatore esperto, quello che ai sentimenti non bada. Non s’innamora delle sue scelte, pensa solo alle statistiche, ai freddi numeri. Gioca col pallottoliere da una vita, e poche volte ha pensato di correre in proprio. Preferisce far spompare gli altri, tanto prima o poi qualcosa gli torna indietro. Sempre.

Fu alla corte di D’Alema prima, di Prodi poi. C’era con Veltroni, c’è stato con Bersani. Ha capito prima di altri ch’era venuto il momento di schierarsi con Renzi, ma questo non gli ha impedito di fare il ministro anche con Letta e Gentiloni. E adesso ci riprova, sempre un passo indietro, non sia mai che qualche calcolo sia sbagliato: le frecce nel petto le prendano gli altri.

Ora ha scelto Zingaretti, il fratello di Montalbano. Che ancora nella politica nazionale non si è misurato, deve farsi conoscere, ma di una cosa può stare  certo: se Franceschini lo ha scelto significa che ha grandi possibilità vincere. Sale sul carro giusto come nessuno, Dario. E si dirà: che male c’è? Forse nessun male.

Ma che sia per colpa di uomini così se ci ritroviamo Di Maio e Salvini, di chi dice che il prossimo Congresso del Pd dovrà “fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013- 2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente” – come se lui in quest’arco di tempo non avesse fatto il ministro in due dicasteri e tre governi – è un fatto.

Che sia anche questo modo di agire subdolo, tra correnti che altro non sono che spifferi, rigagnoli che fiume umano non diventeranno mai, ad aver spalancato le porte al governo del peggioramento, questo è un altro fatto. Purtroppo.

Ma insomma questo è Franceschini, il solito.

Renzi è troppo (o comunque di troppo) per il Pd

renzi assemblea pd

 

Un fuoriclasse. E forse anche per questo inevitabilmente “fuori” dalla classe.

Il Matteo Renzi dell’Assemblea Pd è una spanna sopra gli altri, non c’è dubbio.

Ma è pure un po’ sopra le righe.

Renzi è il solito, insomma. È Renzi.

Ed è inutile chiedergli di cambiare, di mostrarsi diverso. Questo è, questo sarà. Un alieno in un mondo vecchio. Uno al massimo di centro, in un posto in cui si coltiva segretamente il ritorno dell’ideologia comunista.

Ma allora cosa deve fare? E perché non se ne va? La risposta alla prima domanda è una sola: lasciare il Pd al suo destino. Sul perché non lo faccia sta anche un tratto della sua personalità: il non volerla dare vinta a quelli che non vedono l’ora di dichiarare il Partito “liberato” da quello che considerano un dittatore.

Ma non può essere un problema di Renzi, se è troppo forte per essere spodestato dai comprimari che anche ieri lo osservavano con imbarazzo e fastidio. Sono gli stessi che speravano che le sconfitte elettorali lo avrebbero convinto a farsi definitivamente da parte; sono quelli che credevano sarebbe bastato rievocare l’Ulivo per convincere tutti che il renzismo era tramontato, passato, finito, “tiriamo dritto e a quello non pensiamoci più“. Macché.

Il punto è che poi quello arriva, col suo piglio pure un po’ arrogante, e a Roma si prende una standing ovation da comizio di piazza, piuttosto che da Assemblea deputata a comprare ancora tempo per un partito moribondo. Ne fa le spese il mite Martina, che con la sua maglia rossa e la sua cadenza sonnolenta ci prova a riscaldare la folla, a prendersi la scena che in fondo doveva essere sua. Ma è come entrare in campo al San Paolo di Napoli dopo Diego Armando Maradona: puoi fare quel che vuoi, non sarai mai il preferito del pubblico.

E sta forse in questo disallineamento tra ciò che pensano i dirigenti e ciò che sente il popolo, l’equivoco della convivenza tra Renzi e tutti gli altri, tra quelli che fischiano l’ex segretario e lui che ripromette battaglia: “Ci rivedremo al Congresso, riperderete il congresso e dal giorno dopo tornerete a criticare chi ha vinto esattamente come prima!“.  Sta tra il fatto che alla fine Renzi le primarie le vince, Renzi gli applausi li prende, e gli altri tutto questo non lo accettano, il partito renziano non lo vogliono e non lo vorranno mai.

Così non se ne esce. Perché se Renzi o chi per lui dovesse vincere le prossime primarie, il Pd si troverebbe al punto di partenza.

Altro che il cubo di Rubik. È un rompicapo senza soluzione.

Renzi è troppo. O comunque di troppo, per questo Pd.

Sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

renzi pd

 

Non una parola, uno spot elettorale, un comizio nei comuni chiamati al voto. Eppure qualcuno ancora tira in ballo Renzi, per spiegare la sconfitta del centrosinistra ai ballottaggi. Come se alla fine il capro espiatorio debba essere sempre e comunque lui, l’ex segretario, l’estraneo, l’usurpatore della ditta.

E allora cerchiamo di uscire, una volta per tutte, dalla falsità dilagante di chi dice che Renzi è l’origine di tutti i mali. Semmai è vera una cosa: Renzi ha un peccato originale (oltre a quello – forse – di non essere di sinistra), quello di aver politicizzato un referendum e, dopo averlo perso, non aver resistito alla tentazione di ripresentarsi quasi subito, dopo aver promesso l’addio alla politica.

Sarebbe forse bastato saltare un giro di giostra, per rendere evidente a tutti che lui, del centrosinistra, è stato in realtà un valore aggiunto. Perché sono pochi, in Italia, i leader che spostano voti: oggi più di tutti Salvini,  ancora ancora Berlusconi, in passato Prodi, per un breve periodo anche Veltroni. E c’è pure Renzi. Nonostante tutto. Nonostante gli errori che pure ci sono stati, la maggior parte dei quali dettati da un carattere fumino e poco propenso ad ascoltare consigli. Come tutti i capi.

Non lo sapremo mai, ma possiamo affermare con certezza che il Pd a guida Gentiloni sarebbe andato meglio di quello renziano alle elezioni del 4 marzo? Lo stesso Gentiloni che si è speso in Toscana per i ballottaggi, finendo travolto dalla marea leghista. E a poco o nulla servono i sondaggi sulla popolarità del pacato Paolo al governo. Gli italiani lo hanno gradito perché non lo hanno sentito. Non ha dato fastidio. E’ rimasto lì, ha fatto il suo. Non suscita odio né passioni.

Ma non può essere colpa solo di Renzi, se Martina non ha il carisma per superarlo, se Veltroni non ha il coraggio di tornare, se Prodi è ancora offeso per i 101 franchi tiratori, se Gentiloni ha paura ad esporsi, se Bersani si è smacchiato da solo. Se il Pd è il luogo dei litigi, se la sinistra alla fine s’è persa.

Nei giorni in cui il Pd dimostra la sua impossibilità di esistere, con Zingaretti che prende la rincorsa per le primarie, Orlando che dice meglio di no, Calenda che supera il partito e ne lancia un altro, Franceschini che ancora deve scegliere quale sia il capo da pugnalare stavolta, dico, in questi giorni, sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

La scissione della scissione del Pd

direzione pd

 

Al Nazareno i protagonisti attesi arrivano alla spicciolata, uno alla volta, assediati tutti dalle telecamere e dai giornalisti. Ma pure dai militanti, dall’ormai celeberrima “base”, che ai propri delegati continua a chiedere conto dello sfacelo degli ultimi mesi, senza ottenere risposta. Ma la Direzione Pd che doveva trasformarsi in una conta, abbastanza incredibilmente si tramuta in un “volemose bene” al quale non crede nessuno.

Vince come sempre Renzi, che ha smontato l’ordine del giorno sul dialogo con il MoVimento 5 Stelle. Non perde il timone Martina, ma di certo un po’ di faccia sì, se è vero che fino a pochi giorni fa si batteva per un accordo con Di Maio e ora si fa andare bene il no al confronto, ricevendo in cambio che il no valga per tutti, pure per il centrodestra di Salvini e Berlusconi.

Ma quando salgono sul podio – tutti tranne Renzi, che la sua l’ha già detta ampiamente da Fazio – gli uomini che oggi compongono il Pd rendono plastica l’impressione che il Partito non sia più uno solo. C’è chi parla di unità, chi scongiura a parole il “doppio timone”, ma l’acqua ha ormai iniziato a filtrare da tempo nella nave democratica e le stive sono già allagate.

Così la decisione dei renziani di confermare la fiducia a Martina fino all’Assemblea può essere letta come un contentino da assegnare al reggente che è giunto a più miti consigli, che ha salvaguardato l’unità esteriore di un Partito lacerato al suo interno.

Rattoppato l’involucro, però, restano le contraddizioni di un soggetto sfilacciato, ammaccato, seriamente compromesso. Rimane la sensazione che come tra pugili suonati a fine round ci sia dato il tempo di arrivare alla campana senza farsi troppo male, per poi tornare a picchiarsi tra un po’.

La direzione Pd è stata soprattutto questo. Un rinvio della guerra, che ci sarà.

La scissione – nei tempi – della scissione.

Pd, la resa della conta

renzi martina

 

Il 3 maggio è finalmente arrivato. Ma se fino a qualche giorno fa ad aspettare la Direzione del Pd era tutto il Paese, curioso di capire se l’accordo col MoVimento 5 Stelle sarebbe andato in porto o meno, adesso l’attesa gravita sulla resa dei conti interna al Partito Democratico. Anzi, sulla resa della conta.

Perché in queste ore il tema che gli esponenti delle diverse correnti dem si affannano a sottolineare è che in gioco non c’è tanto l’accordo con Di Maio – quello naufragato nel momento stesso in cui Renzi ha parlato da Fazio – quanto la tenuta stessa di un Pd diviso, dilaniato dai rancori, indeciso se spaccarsi oggi o tra qualche tempo.

Così la manovra dei renziani di far firmare ieri un documento che eviti la conta in Direzione può essere letta in due modi: dai meno maliziosi come il tentativo di Renzi di scongiurare una spaccatura che potrebbe risultare tombale per il Partito; da tutti gli altri come la volontà dell’ex premier di mettersi al riparo dagli effetti che un successo risicato potrebbe sortire per la sua leadership.

Dalla minoranza, però, fanno intendere che questa volta qualcosa vorranno ottenere. Da qui il proposito di Martina, il segretario reggente che intende mettere ai voti la fiducia nei suoi confronti. Un po’ per reclamare autonomia e indipendenza da Renzi e un po’ per capire se il segretario ombra del Pd deciderà di votargli contro (e certificare la perdita di consensi rispetto alle Primarie) o obtorto collo preferirà confermargli la fiducia fino al congresso, proprio per evitare lacerazioni definitive.

Ragionamenti che vanno di pari passo col pallottoliere, azioni e mozioni basate sul “chi controlla chi”, sul “come voterà Tizio” e “chissà cosa dirà Caio”.

Siamo alla resa dei conti, è chiaro. Ma quale sarà, alla fine, la resa della conta?

Se fossi un iscritto Pd…

pd-targa

 

Se fossi iscritto al Pd questa mattina comprerei i giornali. Non Repubblica però, che dopo aver sentito Scalfari dire che il MoVimento 5 Stelle è la nuova sinistra non mi fiderei più. Servirebbe un giornale neutrale, uno di quelli che quando lo leggi fatichi a capirne la linea. La Stampa? No, lì comunque c’è l’ombra di De Benedetti. Il Giornale? Adesso non esageriamo.

Vabbé, niente giornali. Meglio i tg. Ma se Rai e Mediaset non sempre sono affidabili per diversi motivi, allora vada per SkyTg24, l’emblema dell’imparzialità. Però se penso che fino a qualche mese fa il direttore era Carelli

No, niente giornali, niente tv. Se oggi fossi un iscritto del Pd me ne andrei nella mia sezione di partito, nel luogo del confronto per eccellenza, lì troverei qualche compagno, qualche vecchio comunista col fazzoletto rosso al collo, qualche reduce dalla manifestazione del 25 aprile con tanti aneddoti da raccontarmi, tante cose da insegnarmi. Ma forse meglio non rischiare, potrei restare deluso nel trovare la sezione vuota,  che la politica ormai non si fa più come una volta, e tanto alla fine decidono sempre “i caminetti“.

Se fossi un iscritto Pd, allora, forse mi rinchiuderei in casa, fingendo di sottopormi ad una seduta psicanalitica, interrogandomi sul perché mi sono iscritto al Pd. E mi ripeterei tutte le differenze che dividono il mio Partito da quello di Di Maio.

Mi chiederei cosa c’entra il Jobs Act con il reddito di cittadinanza, cosa vuole farci una forza europeista con un’altra che vuole stralciare tutti i trattati dell’Unione. Mi domanderei per quale motivo oscuro il Pd dovrebbe prestare i suoi voti ad una forza che vuole abolire l’obbligatorietà dei vaccini. Per quale strano scherzo della storia il più grande partito del centrosinistra dovrebbe fare il governo con un MoVimento che per primo ha sondato Salvini (con tutto il rispetto per lui e per la Lega), il mio opposto, e soltanto dopo due mesi ha bussato alla mia porta, anche schifandomi un po’.

Se fossi un iscritto Pd, insomma, sarebbe una brutta giornata. Una giornata da dimenticare, come accade da un po’ di tempo a questa parte. Però una decisione, oggi, la prenderei: metterei mano al portafoglio, dove tengo la mia tessera e la tirerei fuori.

Poi la poserei sul comodino, in attesa di vedere cosa decide il mio Partito. E terrei a portata le forbici. Che ormai ho visto di tutto, forse pure abbastanza.

Se fossi un iscritto Pd, ma per fortuna non lo sono.

#Senzadilui

renzi dimissioni 2

 

Dicono che per un attimo, vedendo spuntare su Twitter l’hashtag #RenziTorna, sia stato tentato dal fare una dichiarazione ufficiale, dallo smascherare ad uno ad uno i dirigenti del Pd che vogliono l’accordo col MoVimento 5 Stelle; dicono che abbia perfino accarezzato per qualche istante l’idea di un ritorno al voto: “La gente ha già capito“. Dicono che abbia fatto e detto tutto questo, ma Matteo Renzi in questi anni di continua avanscoperta qualcosa ha imparato: in politica non sempre è corretto esporsi. Non subito, almeno.

Soprattutto quando è chiaro che il gioco non è tanto M5s sì o M5s no, piuttosto Renzi sì o Renzi no. Perché la convocazione di una direzione nazionale che nei prossimi giorni deciderà se sedersi o meno al tavolo coi grillini altro non è che una conta interna al Partito, il tentativo di una certa classe dirigente di strappare il timone dalle mani del capitano fantasma, del senatore di Scandicci che pure senza mostrarsi è ancora il punto di riferimento di un equipaggio intero, dell’uomo che il giorno dopo il voto ha dettato la rotta:”Fate il governo senza di noi“.

Renzi che crede di avere ancora i numeri per bloccare l’iniziativa di Franceschini e gli altri, di cui fa parte ormai lo stesso Martina; Renzi che guarda con sospetto lo stesso Graziano Delrio, che vede ombre dappertutto, ma che se per caso dovesse vedere sconfitta la sua linea non aspetterebbe un giorno per chiamarsene fuori, per strappare la sua tessera e tanti saluti a tutti.

Renzi che non arretra, che sorride dinanzi a quel #senzadime di cui sono pieni i social. Renzi che oggi, guarda un po’, è l’ultimo baluardo in Italia del centrosinistra. Renzi che ormai è chiaro: se vogliono fare l’accordo con Di Maio facciano pure, ma lo faranno #senzadilui.