E allora il Pd?

orfini pd

 

Matteo Orfini non ha tutti i torti. E già il fatto che il presidente di un partito proponga di “ammazzare” il partito che presiede è sintomatico dello stato di salute di un movimento che ha fallito la sua missione.

Il Pd così com’è non ha motivo di esistere. Non perché molti dei suoi dirigenti non siano validi. Non perché alcune delle politiche che ha messo in campo in questi anni al governo non siano state giuste.

Il Pd è finito perché si è dilaniato, vittima del fuoco amico e nemico, bersaglio sempre immobile, e dunque più facile da centrare, ogni volta che in Italia qualcosa non funzionava. Lo dimostra l’espressione divenuta tormentone sui social: “E allora il Pd?“. Come dire: “C’è la fame nel mondo“. Sì, “ma allora il Pd?“.

Non tutte le responsabilità, sia chiaro, sono del Pd. Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, ha chiarito in più modi che non sono anni fertili per chi crede nel centro-sinistra. Sparito in Francia, marginale in Germania, sconfitto in Italia: l’Europa non è da tempo la culla della social-democrazia. Ma il “mal comune” non suscita neanche un “mezzo gaudio”.

Resta la domanda di fondo: “e allora il Pd?“. Pensare che basti convocare il Congresso, movimentare un po’ l’elettorato con le primarie e aspettare di raccogliere i delusi dal governo è un’illusione. Né può bastare cambiare nome, se poi alla guida del nuovo partito di centrosinistra torneranno i soliti nomi e i vecchi volti, se al suo interno confluiranno le stesse correnti e gli stessi spifferi che hanno contribuito a fare del Pd un condominio rissoso.

Serve piuttosto capire cosa vuol diventare il centro-sinistra in Italia. Un partito che guardi a Corbyn, che rinneghi il proprio moderatismo in favore di un “ritorno a sinistra”, oppure che scelga di autodeterminarsi come un “polo centrista”, un contenitore che a quel punto non potrà disdegnare neanche un’alleanza coi liberali provenienti da altre culture.

Bisogna scegliere. Se lo si vuole lo si faccia al Congresso. Che diventi un’occasione per riunirsi e sulla base del confronto si decida cosa si vuol diventare. Insieme o divisi. Per questo la domanda giusta, più che “E allora il Pd?”, sembra essere: “Allora, Pd?”.

Franceschini, il solito

dario franceschini

 

L’uomo nell’ombra, quello con il fiuto sempre giusto, che non sbaglia mai cavallo. Sa scommettere, Franceschini. Forse non sarà un vincente, ma almeno è capace a non perdere. Ha l’intuito del giocatore esperto, quello che ai sentimenti non bada. Non s’innamora delle sue scelte, pensa solo alle statistiche, ai freddi numeri. Gioca col pallottoliere da una vita, e poche volte ha pensato di correre in proprio. Preferisce far spompare gli altri, tanto prima o poi qualcosa gli torna indietro. Sempre.

Fu alla corte di D’Alema prima, di Prodi poi. C’era con Veltroni, c’è stato con Bersani. Ha capito prima di altri ch’era venuto il momento di schierarsi con Renzi, ma questo non gli ha impedito di fare il ministro anche con Letta e Gentiloni. E adesso ci riprova, sempre un passo indietro, non sia mai che qualche calcolo sia sbagliato: le frecce nel petto le prendano gli altri.

Ora ha scelto Zingaretti, il fratello di Montalbano. Che ancora nella politica nazionale non si è misurato, deve farsi conoscere, ma di una cosa può stare  certo: se Franceschini lo ha scelto significa che ha grandi possibilità vincere. Sale sul carro giusto come nessuno, Dario. E si dirà: che male c’è? Forse nessun male.

Ma che sia per colpa di uomini così se ci ritroviamo Di Maio e Salvini, di chi dice che il prossimo Congresso del Pd dovrà “fare chiarezza sul fatto che la stagione 2013- 2018 con le sue luci e le sue ombre si è chiusa il 4 marzo inesorabilmente” – come se lui in quest’arco di tempo non avesse fatto il ministro in due dicasteri e tre governi – è un fatto.

Che sia anche questo modo di agire subdolo, tra correnti che altro non sono che spifferi, rigagnoli che fiume umano non diventeranno mai, ad aver spalancato le porte al governo del peggioramento, questo è un altro fatto. Purtroppo.

Ma insomma questo è Franceschini, il solito.

Renzi è troppo (o comunque di troppo) per il Pd

renzi assemblea pd

 

Un fuoriclasse. E forse anche per questo inevitabilmente “fuori” dalla classe.

Il Matteo Renzi dell’Assemblea Pd è una spanna sopra gli altri, non c’è dubbio.

Ma è pure un po’ sopra le righe.

Renzi è il solito, insomma. È Renzi.

Ed è inutile chiedergli di cambiare, di mostrarsi diverso. Questo è, questo sarà. Un alieno in un mondo vecchio. Uno al massimo di centro, in un posto in cui si coltiva segretamente il ritorno dell’ideologia comunista.

Ma allora cosa deve fare? E perché non se ne va? La risposta alla prima domanda è una sola: lasciare il Pd al suo destino. Sul perché non lo faccia sta anche un tratto della sua personalità: il non volerla dare vinta a quelli che non vedono l’ora di dichiarare il Partito “liberato” da quello che considerano un dittatore.

Ma non può essere un problema di Renzi, se è troppo forte per essere spodestato dai comprimari che anche ieri lo osservavano con imbarazzo e fastidio. Sono gli stessi che speravano che le sconfitte elettorali lo avrebbero convinto a farsi definitivamente da parte; sono quelli che credevano sarebbe bastato rievocare l’Ulivo per convincere tutti che il renzismo era tramontato, passato, finito, “tiriamo dritto e a quello non pensiamoci più“. Macché.

Il punto è che poi quello arriva, col suo piglio pure un po’ arrogante, e a Roma si prende una standing ovation da comizio di piazza, piuttosto che da Assemblea deputata a comprare ancora tempo per un partito moribondo. Ne fa le spese il mite Martina, che con la sua maglia rossa e la sua cadenza sonnolenta ci prova a riscaldare la folla, a prendersi la scena che in fondo doveva essere sua. Ma è come entrare in campo al San Paolo di Napoli dopo Diego Armando Maradona: puoi fare quel che vuoi, non sarai mai il preferito del pubblico.

E sta forse in questo disallineamento tra ciò che pensano i dirigenti e ciò che sente il popolo, l’equivoco della convivenza tra Renzi e tutti gli altri, tra quelli che fischiano l’ex segretario e lui che ripromette battaglia: “Ci rivedremo al Congresso, riperderete il congresso e dal giorno dopo tornerete a criticare chi ha vinto esattamente come prima!“.  Sta tra il fatto che alla fine Renzi le primarie le vince, Renzi gli applausi li prende, e gli altri tutto questo non lo accettano, il partito renziano non lo vogliono e non lo vorranno mai.

Così non se ne esce. Perché se Renzi o chi per lui dovesse vincere le prossime primarie, il Pd si troverebbe al punto di partenza.

Altro che il cubo di Rubik. È un rompicapo senza soluzione.

Renzi è troppo. O comunque di troppo, per questo Pd.

Sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

renzi pd

 

Non una parola, uno spot elettorale, un comizio nei comuni chiamati al voto. Eppure qualcuno ancora tira in ballo Renzi, per spiegare la sconfitta del centrosinistra ai ballottaggi. Come se alla fine il capro espiatorio debba essere sempre e comunque lui, l’ex segretario, l’estraneo, l’usurpatore della ditta.

E allora cerchiamo di uscire, una volta per tutte, dalla falsità dilagante di chi dice che Renzi è l’origine di tutti i mali. Semmai è vera una cosa: Renzi ha un peccato originale (oltre a quello – forse – di non essere di sinistra), quello di aver politicizzato un referendum e, dopo averlo perso, non aver resistito alla tentazione di ripresentarsi quasi subito, dopo aver promesso l’addio alla politica.

Sarebbe forse bastato saltare un giro di giostra, per rendere evidente a tutti che lui, del centrosinistra, è stato in realtà un valore aggiunto. Perché sono pochi, in Italia, i leader che spostano voti: oggi più di tutti Salvini,  ancora ancora Berlusconi, in passato Prodi, per un breve periodo anche Veltroni. E c’è pure Renzi. Nonostante tutto. Nonostante gli errori che pure ci sono stati, la maggior parte dei quali dettati da un carattere fumino e poco propenso ad ascoltare consigli. Come tutti i capi.

Non lo sapremo mai, ma possiamo affermare con certezza che il Pd a guida Gentiloni sarebbe andato meglio di quello renziano alle elezioni del 4 marzo? Lo stesso Gentiloni che si è speso in Toscana per i ballottaggi, finendo travolto dalla marea leghista. E a poco o nulla servono i sondaggi sulla popolarità del pacato Paolo al governo. Gli italiani lo hanno gradito perché non lo hanno sentito. Non ha dato fastidio. E’ rimasto lì, ha fatto il suo. Non suscita odio né passioni.

Ma non può essere colpa solo di Renzi, se Martina non ha il carisma per superarlo, se Veltroni non ha il coraggio di tornare, se Prodi è ancora offeso per i 101 franchi tiratori, se Gentiloni ha paura ad esporsi, se Bersani si è smacchiato da solo. Se il Pd è il luogo dei litigi, se la sinistra alla fine s’è persa.

Nei giorni in cui il Pd dimostra la sua impossibilità di esistere, con Zingaretti che prende la rincorsa per le primarie, Orlando che dice meglio di no, Calenda che supera il partito e ne lancia un altro, Franceschini che ancora deve scegliere quale sia il capo da pugnalare stavolta, dico, in questi giorni, sicuri sicuri sia tutta colpa di Renzi?

La scissione della scissione del Pd

direzione pd

 

Al Nazareno i protagonisti attesi arrivano alla spicciolata, uno alla volta, assediati tutti dalle telecamere e dai giornalisti. Ma pure dai militanti, dall’ormai celeberrima “base”, che ai propri delegati continua a chiedere conto dello sfacelo degli ultimi mesi, senza ottenere risposta. Ma la Direzione Pd che doveva trasformarsi in una conta, abbastanza incredibilmente si tramuta in un “volemose bene” al quale non crede nessuno.

Vince come sempre Renzi, che ha smontato l’ordine del giorno sul dialogo con il MoVimento 5 Stelle. Non perde il timone Martina, ma di certo un po’ di faccia sì, se è vero che fino a pochi giorni fa si batteva per un accordo con Di Maio e ora si fa andare bene il no al confronto, ricevendo in cambio che il no valga per tutti, pure per il centrodestra di Salvini e Berlusconi.

Ma quando salgono sul podio – tutti tranne Renzi, che la sua l’ha già detta ampiamente da Fazio – gli uomini che oggi compongono il Pd rendono plastica l’impressione che il Partito non sia più uno solo. C’è chi parla di unità, chi scongiura a parole il “doppio timone”, ma l’acqua ha ormai iniziato a filtrare da tempo nella nave democratica e le stive sono già allagate.

Così la decisione dei renziani di confermare la fiducia a Martina fino all’Assemblea può essere letta come un contentino da assegnare al reggente che è giunto a più miti consigli, che ha salvaguardato l’unità esteriore di un Partito lacerato al suo interno.

Rattoppato l’involucro, però, restano le contraddizioni di un soggetto sfilacciato, ammaccato, seriamente compromesso. Rimane la sensazione che come tra pugili suonati a fine round ci sia dato il tempo di arrivare alla campana senza farsi troppo male, per poi tornare a picchiarsi tra un po’.

La direzione Pd è stata soprattutto questo. Un rinvio della guerra, che ci sarà.

La scissione – nei tempi – della scissione.

Pd, la resa della conta

renzi martina

 

Il 3 maggio è finalmente arrivato. Ma se fino a qualche giorno fa ad aspettare la Direzione del Pd era tutto il Paese, curioso di capire se l’accordo col MoVimento 5 Stelle sarebbe andato in porto o meno, adesso l’attesa gravita sulla resa dei conti interna al Partito Democratico. Anzi, sulla resa della conta.

Perché in queste ore il tema che gli esponenti delle diverse correnti dem si affannano a sottolineare è che in gioco non c’è tanto l’accordo con Di Maio – quello naufragato nel momento stesso in cui Renzi ha parlato da Fazio – quanto la tenuta stessa di un Pd diviso, dilaniato dai rancori, indeciso se spaccarsi oggi o tra qualche tempo.

Così la manovra dei renziani di far firmare ieri un documento che eviti la conta in Direzione può essere letta in due modi: dai meno maliziosi come il tentativo di Renzi di scongiurare una spaccatura che potrebbe risultare tombale per il Partito; da tutti gli altri come la volontà dell’ex premier di mettersi al riparo dagli effetti che un successo risicato potrebbe sortire per la sua leadership.

Dalla minoranza, però, fanno intendere che questa volta qualcosa vorranno ottenere. Da qui il proposito di Martina, il segretario reggente che intende mettere ai voti la fiducia nei suoi confronti. Un po’ per reclamare autonomia e indipendenza da Renzi e un po’ per capire se il segretario ombra del Pd deciderà di votargli contro (e certificare la perdita di consensi rispetto alle Primarie) o obtorto collo preferirà confermargli la fiducia fino al congresso, proprio per evitare lacerazioni definitive.

Ragionamenti che vanno di pari passo col pallottoliere, azioni e mozioni basate sul “chi controlla chi”, sul “come voterà Tizio” e “chissà cosa dirà Caio”.

Siamo alla resa dei conti, è chiaro. Ma quale sarà, alla fine, la resa della conta?

Se fossi un iscritto Pd…

pd-targa

 

Se fossi iscritto al Pd questa mattina comprerei i giornali. Non Repubblica però, che dopo aver sentito Scalfari dire che il MoVimento 5 Stelle è la nuova sinistra non mi fiderei più. Servirebbe un giornale neutrale, uno di quelli che quando lo leggi fatichi a capirne la linea. La Stampa? No, lì comunque c’è l’ombra di De Benedetti. Il Giornale? Adesso non esageriamo.

Vabbé, niente giornali. Meglio i tg. Ma se Rai e Mediaset non sempre sono affidabili per diversi motivi, allora vada per SkyTg24, l’emblema dell’imparzialità. Però se penso che fino a qualche mese fa il direttore era Carelli

No, niente giornali, niente tv. Se oggi fossi un iscritto del Pd me ne andrei nella mia sezione di partito, nel luogo del confronto per eccellenza, lì troverei qualche compagno, qualche vecchio comunista col fazzoletto rosso al collo, qualche reduce dalla manifestazione del 25 aprile con tanti aneddoti da raccontarmi, tante cose da insegnarmi. Ma forse meglio non rischiare, potrei restare deluso nel trovare la sezione vuota,  che la politica ormai non si fa più come una volta, e tanto alla fine decidono sempre “i caminetti“.

Se fossi un iscritto Pd, allora, forse mi rinchiuderei in casa, fingendo di sottopormi ad una seduta psicanalitica, interrogandomi sul perché mi sono iscritto al Pd. E mi ripeterei tutte le differenze che dividono il mio Partito da quello di Di Maio.

Mi chiederei cosa c’entra il Jobs Act con il reddito di cittadinanza, cosa vuole farci una forza europeista con un’altra che vuole stralciare tutti i trattati dell’Unione. Mi domanderei per quale motivo oscuro il Pd dovrebbe prestare i suoi voti ad una forza che vuole abolire l’obbligatorietà dei vaccini. Per quale strano scherzo della storia il più grande partito del centrosinistra dovrebbe fare il governo con un MoVimento che per primo ha sondato Salvini (con tutto il rispetto per lui e per la Lega), il mio opposto, e soltanto dopo due mesi ha bussato alla mia porta, anche schifandomi un po’.

Se fossi un iscritto Pd, insomma, sarebbe una brutta giornata. Una giornata da dimenticare, come accade da un po’ di tempo a questa parte. Però una decisione, oggi, la prenderei: metterei mano al portafoglio, dove tengo la mia tessera e la tirerei fuori.

Poi la poserei sul comodino, in attesa di vedere cosa decide il mio Partito. E terrei a portata le forbici. Che ormai ho visto di tutto, forse pure abbastanza.

Se fossi un iscritto Pd, ma per fortuna non lo sono.

#Senzadilui

renzi dimissioni 2

 

Dicono che per un attimo, vedendo spuntare su Twitter l’hashtag #RenziTorna, sia stato tentato dal fare una dichiarazione ufficiale, dallo smascherare ad uno ad uno i dirigenti del Pd che vogliono l’accordo col MoVimento 5 Stelle; dicono che abbia perfino accarezzato per qualche istante l’idea di un ritorno al voto: “La gente ha già capito“. Dicono che abbia fatto e detto tutto questo, ma Matteo Renzi in questi anni di continua avanscoperta qualcosa ha imparato: in politica non sempre è corretto esporsi. Non subito, almeno.

Soprattutto quando è chiaro che il gioco non è tanto M5s sì o M5s no, piuttosto Renzi sì o Renzi no. Perché la convocazione di una direzione nazionale che nei prossimi giorni deciderà se sedersi o meno al tavolo coi grillini altro non è che una conta interna al Partito, il tentativo di una certa classe dirigente di strappare il timone dalle mani del capitano fantasma, del senatore di Scandicci che pure senza mostrarsi è ancora il punto di riferimento di un equipaggio intero, dell’uomo che il giorno dopo il voto ha dettato la rotta:”Fate il governo senza di noi“.

Renzi che crede di avere ancora i numeri per bloccare l’iniziativa di Franceschini e gli altri, di cui fa parte ormai lo stesso Martina; Renzi che guarda con sospetto lo stesso Graziano Delrio, che vede ombre dappertutto, ma che se per caso dovesse vedere sconfitta la sua linea non aspetterebbe un giorno per chiamarsene fuori, per strappare la sua tessera e tanti saluti a tutti.

Renzi che non arretra, che sorride dinanzi a quel #senzadime di cui sono pieni i social. Renzi che oggi, guarda un po’, è l’ultimo baluardo in Italia del centrosinistra. Renzi che ormai è chiaro: se vogliono fare l’accordo con Di Maio facciano pure, ma lo faranno #senzadilui.

Renzi lasci il Pd, se questo è il Pd

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Non si immaginava nulla di diverso, Matteo Renzi. Sapeva benissimo che un attimo dopo le sue dimissioni sarebbe scattata la corsa alla sua successione. C’è voluto più di un attimo, alla fine. A conferma del fatto che nel Pd il coraggio non è qualità diffusa. Dopotutto, però, le voci di dissenso rispetto alla linea del capo si sono levate. Attraverso toni pacati, condite da precisazioni e distinguo, ma pur sempre cariche di disapprovazione, intrise di un retrogusto amaro: quello di una polpetta avvelenata da far mangiare all’ex leader.

Ci sono voci e voci, però. Emiliano, ad esempio, dal renzismo non è stato mai contagiato. Ha condotto la sua battaglia – perdente – a petto in fuori. E non è a lui che oggi guarda con fastidio l’ex premier. Piuttosto si meraviglia ad ascoltare le dichiarazioni della Serracchiani, che dopo aver beneficiato dell’aura di Renzi per anni, lamenta oggi assenza di collegialità. Un paradosso per il segretario del “mai più caminetti“. Ferisce ma non sorprende, invece, l’uscita di Franceschini. L’ombra famelica del ferrarese è sempre stata in agguato. Ma non solo con Renzi. Con tutti. Una vita col pugnale in mano. In tasca nei tempi d’oro, pronto a colpire quando va male.

Adesso, però, il punto è che tutte queste ferite potrebbero aprire un’emorragia. Portare il Pd a perdere la sua identità. Perché non esiste altro modo per descrivere un eventuale appoggio ai 5 stelle.

Renzi, che possiede uno spiccato istinto di sopravvivenza, ha tracciato da subito il confine. Ha capito prima degli altri che non può esserci il Pd se c’è l’abbraccio con Di Maio. Non si è illuso neanche per un attimo che i grillini – come invece sostiene Franceschini – possano essere “aiutati” a diventare una forza riformista. Piuttosto accadrebbe il contrario: il Pd diventerebbe ciò che oggi è LeU, un partito di rappresentanza, una bandiera che sventola su terra straniera.

Così le strade per Renzi sono principalmente due. Tornare in campo o lasciare “quel” campo. Fare i bagagli e traslocare altrove, fondare la “cosa renziana” che accarezza ogni volta che le mille correnti dem si mettono di traverso. Un partito personale, un contenitore che provi che vale più lui di tutti gli altri messi assieme.

E per una volta non c’è da biasimarlo. Renzi lasci il Pd, se questo è il Pd.

Renzi se ne va, ma non è morto

renzi motorino firenze

 

Adesso che ha sbattuto la porta, sottraendosi al giochino di chi voleva trascorrere le prossime settimane a crocifiggerlo, Matteo Renzi aspetta quasi divertito la prossima mossa degli avversari. E per avversari intende tutti: i 5stelle e i leghisti, che senza i suoi voti non governeranno; ma soprattutto gli amici democratici, i carissimi compagni, che fino al 3 marzo si esibivano in baci e abbracci e gli giuravano fedeltà. Il giorno dopo avevano già i pugnali in mano.

Sono loro, sempre gli stessi, i congiurati che dopo il crollo nelle urne hanno pensato bene che “ora o mai più, o ci liberiamo di Matteo adesso o non avremo un’altra occasione“. Per questo, il lunedì delle sue dimissioni, speravano in una resa senza combattere del loro segretario. Si auguravano che dopo una delle sconfitte più pesanti nella storia della sinistra, Renzi gli rendesse facile il compito. Se ne andasse e basta, insomma.

Ma Renzi è Renzi, e non cambia. Col senno del poi vede gli errori degli altri, immagina ciò che non gli hanno consentito di fare. E se si guarda allo specchio non si trova diverso da quello che nel 2014 ottenne il 40% dei consensi. Più dei 5 Stelle, più di Di Maio, più di tutti.

Se qualcosa si è rotto, dunque, non è stata colpa sua. Ma dei giornali, degli “amici dell’informazione” che lo hanno dipinto come un ducetto interessato ai suoi affari, che hanno montato la rabbia della gente, senza capire che è stato in quei famosi “mille giorni” di governo che cita fino alla nausea che l’Italia è ripartita.  Così prima di lasciare si toglie il gusto di mettere un freno alla narrazione che vuole Gentiloni come il primo della classe. Questione di stili diversi, secondo Renzi. Ma nella sostanza non c’è misura politica che non rifarebbe, non c’è momento in cui vacilli dentro di lui il convincimento che il Presidente del Consiglio ha raccolto i frutti del suo lavoro, e non il contrario.

Per questo, quando intravede lo sciame di mosche in procinto di fiondarsi sulla sua carcassa, Renzi dà l’impressione di non essere morto. Anzi, forse del Pd è il più vivo di tutti. Rifiuta di travasare il consenso del Partito Democratico all’interno del Movimento 5 Stelle. E non si sorprende del fatto che la ressa per salire sul carro dei vincitori comprenda nomi insospettabili della cosiddetta “nomenclatura” di sinistra. Italiani voltagabbana, diceva qualcuno.

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Così li invita a venire allo scoperto:”Per me il PD deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari“. Non fa nomi, ma i Gentiloni, i Franceschini, quelli che ai suoi occhi sono  e restano traditori, recepiscono il messaggio e provano a sollevarlo con la forza della massa, a provocare una sommossa all’interno del Partito.

Più che altro perché rovesciarlo da soli non possono. Non ne hanno la forza. E neanche il coraggio. Perché Matteo ancora sposta milioni di voti, loro al massimo qualche migliaio. Per questo Renzi non è morto, non adesso, non ancora.