Vince Matteo

Matteo Salvini e Matteo Renzi a "Porta a Porta"

Vince Matteo. E alla battuta un po’ scontata, alla scoperta dell’acqua calda, al pronostico che tutti avrebbero azzeccato prima del duello da Vespa, si aggiunge anche dell’altro, un elemento di verità non banale: il fatto che in fondo, per la parte che interessava loro, abbiano vinto entrambi, sia Salvini che Renzi.

Il primo parla al suo elettorato, torna sul tema immigrazione ogni volta che ne ha l’occasione. Lo fa spudoratamente, senza particolari guizzi, ma come Trump negli Usa ha compreso che quello è “l’argomento”, il suo centro di gravità. E il fatto che sia anche “permanente” ne delinea i confini, ma soprattutto i limiti. Quelli di un leader che sarà sempre emblema delle barricate, intese come muri sì, ma anche come isolamento politico, suo e del Paese che dovesse un giorno ritrovarsi a governare.

L’altro, Renzi, è onestamente più brillante. Lo scontro verbale è il suo pane, gli piace l’idea di un duello all’americana e si vede. Costruisce la narrazione di un Salvini “ballista” e nel rispondere punto su punto alle affermazioni del leghista afferma un principio a volte dimenticato: quello della preparazione.

E’ chiaro a tutti che sia il Matteo toscano quello che ha più da guadagnare dal confronto: dal 4% d’altronde si può solo salire. Ma è paradossalmente su questo aspetto che un Salvini in modalità disco rotto risulta più efficace. Lo fa definendo l’avversario “genio incompreso” dagli italiani. E Renzi si ritrova d’un tratto a non saper spiegare il perché la gente lo abbia ad un certo punto abbandonato. Dura poco. Il tempo che basta a domandarsi se l’appunto che spesso gli viene mosso dai suoi ex “compagni”, quello di non avere svolto un’adeguata analisi della sconfitta, sia dopotutto tanto campato in aria.

Tra i sospiri (tanti, troppi) di un Salvini nella prima parte irritato, si cela invece il desiderio di controllarsi che non gli è proprio. Esce alla distanza, il leader della Lega. Quando, in affanno, smette di affidarsi alle slide preparate dallo staff e usa quel linguaggio “basso” ma immediato (“sì vabbé, è colpa di mia nonna”), quando strizza come sempre l’occhio ai dimenticati (“mani da operaio”), quando insomma fa il Salvini svestendosi dell’istituzionalità che vorrebbe ostentare ma non gli appartiene.

Se fosse stato un incontro di boxe, però, Renzi avrebbe forse vinto ai punti. Più colpi, più propensione all’attacco. Questione di atteggiamento. Glielo ha consentito il ruolo di “underdog”, di sfavorito, ma soprattutto il sì di Salvini al duello. Che può essere letto come un gesto di generosità, perché chi ha il 33% può difficilmente sperare di guadagnare qualcosa contro uno che ha il 4%, ma allo stesso tempo può nascondere il peccato originale emerso con straordinaria forza nell’estate della tracotanza: l’arroganza di credersi forte, imbattibile. La voglia di asfaltare l’avversario, di divorarlo. C’è il rischio invece che lo abbia legittimato.

Non c’è il sondaggio su chi ha vinto, chi ha bucato lo schermo conquistando i telespettatori, non siamo in America. Non serve. L’idea è che entrambi abbiano vinto, ottenuto qualcosa: Salvini tra quelli che già erano con lui, Renzi con gli altri, ovviamente di più.

Pd e MoVimento 5 Stelle sono stati smascherati

Zingaretti e Di Maio

Matteo Salvini non ci piace, non è il nostro leader di riferimento, non lo sarà mai. Ma a Matteo Salvini, che questo Paese lo ha diviso dilaniandolo, provocando danni al tessuto sociale che dovremo curare per anni senza certezza di guarirli, va dato atto di una cosa: avere smascherato Pd e MoVimento 5 Stelle.

Le parole con cui Nicola Zingaretti ha aperto all’ipotesi di un accordo politico con i grillini dovrebbero suonare inquietanti per qualsiasi elettore democratico: “Vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico sì, sennò torna Salvini“. Non c’è un programma, una base di ideali comuni, un disegno di Paese da costruire, ma c’è un collante: l’avversità contro quello che viene considerato il nemico pubblico numero uno.

Illudersi che questo possa bastare, che l’anti-Salvinismo possa essere il motore per costruire un’Italia migliore equivale a raccontarsi una favoletta indegna di un pifferaio magico. Non è sommando i voti dei sondaggi, rallegrandosi per un 40% che in aggiunta ai voti di Renzi può arrivare intorno al 47-48%, che due elettorati diversi diventeranno un tutt’uno. La politica non è un procedimento nucleare, non si spiega con una fusione a freddo.

La manovra di palazzo che ha dato origine al governo era quanto meno giustificabile – non del tutto comprensibile – se motivata dalla volontà di salvare i conti pubblici, di evitare l’aumento dell’Iva, di porre rimedio ai danni fatti da Salvini (e Di Maio, non dimentichiamolo mai) al governo. Troppo presto, invece, si è andati troppo oltre. Quella che si prefigura oggi, dopo l’Umbria, è un’alleanza strutturale, un nuovo centrosinistra che più sinistro non si può.

Basta vedere cosa sta accadendo in Calabria, nella mia Regione, dove il Partito Democratico, guidato da personaggi che hanno sfasciato questa bella e sfortunata terra, mira a rifarsi una verginità proponendo un’alleanza coi 5 Stelle, archiviando il governatore Oliverio come fosse un dettaglio e non un motivo di imbarazzo eterno, e puntando sulla memoria storicamente corta dei calabresi. E’ troppo, persino per noi.

Per non parlare di Beppe Grillo che, dopo aver fondato un partito che mai avrebbe dovuto allearsi con alcuno, nel giro di un anno ha fatto il governo con la destra e con la sinistra, e nella kermesse dell’Italia 5 Stelle ha completato il giro della morte durato 10 anni, passando dal Vaffa Day al “vaffa” ai suoi, dal loro punto di vista giustamente riottosi nel ritrovarsi alleati al Pd un anno dopo essere stati alleati con la Lega.

Pensavamo di averle viste tutte, o comunque tante. Dovevamo renderci conto che era solo l’inizio.

Ossessionati da Matteo Renzi

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

Matteo Renzi può risultare più o meno simpatico a seconda dei punti di vista. Le sue scelte politiche possono piacere oppure no. Ma ciò che sta accadendo in questi giorni nel governo (un governo che lo diciamo subito, non ci piace) è la prova di quanto il cosiddetto “fuoco amico” denunciato a più riprese dall’ex segretario del Pd non fosse un’invenzione. E’ la conferma di come una parte di questo Paese sia pericolosamente ossessionata dalla sua figura politica.

Non ci sono dubbi sul fatto che la nascita di Italia Viva sia stata dettata oltre che da ragioni “patriottiche” anche da un discorso di “interesse”. Con una sola mossa Matteo Renzi ha ottenuto due obiettivi: messo all’angolo Salvini e riacquisito una centralità altrimenti smarrita. C’è chi si indignerà per la sua conduzione spregiudicata, ma a livello puramente strategico c’è solo da applaudire. Non c’è stato niente di illegittimo in questa partita: c’è stata una giocata ardita, che è riuscita, e ha spostato gli equilibri.

C’è da prenderne atto. Ma il Pd e la sua nuova fidanzata, il MoVimento 5 Stelle, non ci riescono. Se Italia Viva propone di mettere da parte risorse per il 2021 e finanziare uno shock sull’Irpef sta tramando contro il governo. Se Renzi chiede di tagliare le spese per i servizi per reperire risorse sta facendo il fenomeno (cit. Conte). Se Renzi che ufficialmente – lo ribadiamo, ufficialmente – ha creato Italia Viva per evitare l’aumento dell’Iva si oppone alla possibilità di rincari e rifiuta l’idea che il suo partito diventi “Italia Iva” per il Pd e il M5 sta reclamando “spazio personale”.

Siamo di fronte ad un fenomeno particolare, ad una dinamica psicologica che andrebbe analizzata, studiata. Curata. E’ come aver percorso un tratto di vita insieme, lasciarsi, e non accettare che l’altro/a ad un certo punto volti pagina, davvero. Sì, c’è ancora qualcosa, un legame con cui “fare i conti”: i figli, gli amici, le case. In questo caso è il governo. Ma non c’è altra strada se non quella di mettere da parte il rancore. E provare a fidarsi. Impossibile? Va bene, ma allora ditelo che siete mossi dal pregiudizio, inguaribilmente vittime di un’ossessione.