Fratelli coltelli

Questa non è una difesa di Silvio Berlusconi. Non è un articolo a favore di Forza Italia, un post per incensare questo o quel dirigente azzurro, per negare che negli anni il partito di riferimento del centrodestra abbia commesso errori (tanti), dilapidato un patrimonio politico immenso, facilitato il sorpasso di un soggetto impresentabile come la Lega di Salvini. Ma la narrazione per cui Giorgia Meloni si propone come il riferimento dei moderati italiani, dei centristi che in ogni tornata elettorale determinano il successo di questa o quell’altra coalizione, non può passare. Non qui.

Bastava fare un rapido giro alla convention di Torino per rendersi conto che il pubblico di riferimento della convention di Fratelli d’Italia è lo stesso che cerca una casa politica dal secondo dopoguerra in avanti. I libri dei nostalgici del Ventennio esposti tra i gadget sono la conferma che può cambiare l’involucro, ma la sostanza quella è, quella resterà.

Ora, posizionamento a parte, può essere comprensibile l’ambizione di accreditarsi come il secondo partito del centrodestra (se ancora questo esiste). Tentare il sorpasso ai danni di Forza Italia per diventare la stampella della Lega di Salvini è la massima aspirazione della Meloni? Faccia pure, si accomodi, se ci tiene. Sono però le modalità di questa sfida a non convincere, a lasciare perplessi sull’intera operazione. Perché o si trova il coraggio di rompere con Forza Italia su tutti i livelli, quindi anche nelle regioni, oppure si deve avere l’onestà intellettuale di provare a conquistare voti facendo il proprio cammino, senza aggredire l’alleato in difficoltà.

Berlusconi ha commesso nella sua carriera politica molti errori, ma né Casini, né Fini, né Bossi, possono accusarlo di essere stato scorretto nei confronti delle formazioni politiche che guidavano. Per essere chiari, quando Forza Italia era il partito dominante della scena politica italiana, sulle pagine dei giornali non si leggeva di abboccamenti nei confronti di parlamentari di partiti alleati, non si riscontravano attacchi all’arma bianca contro candidati dell’Udc o della Lega, non si rappresentavano i leader come vecchi, superati, quasi morti, più di là che di qua.

Meloni e soci stanno facendo questo gioco sporco, raccogliendo transfughi e delfini annegati. C’è Fitto, che ha tentato di emergere come leader del centrodestra e ha scoperto che c’è vita oltre la Puglia, e sul pianeta Italia conta l’1%. C’è Toti, che ha avuto l’occasione di incidere come mai nessuno prima sulle sorti di Forza Italia in qualità di consigliere politico di Berlusconi, che ha ricevuto in regalo da lui la Liguria senza un perché, che è stato per un periodo l’uomo-immagine del partito, e che dopo aver perso il proprio ruolo privilegiato chiede condivisione, riorganizzazione, apertura alla base: troppo facile dirlo ora.

E infine c’è la Meloni, che pure a Berlusconi deve tanto, che si presenta come la madrina di questo soggetto “nuovo” che dovrebbe inglobare ciò che resterà di Forza Italia se le Europee andranno come i sovranisti desiderano. Moderazione, lealtà, gratitudine, sono evidentemente da cercare altrove. Un nome buono per il futuro contenitore sovranista, però, quello c’è: PdT, Partito dei Traditori. Più che Fratelli d’Italia, fratelli coltelli…

Il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo

Partiamo da un’evidenza: i risultati delle elezioni in Abruzzo, a meno di non essere leghisti convinti, sono un boccone amaro e difficile da ingoiare.

C’è la conferma che a Salvini questi mesi di governo hanno fatto soltanto bene. E c’è anche il “nuovo centrodestra” – o per meglio dire “la vecchia destra” – targato Lega-Fratelli d’Italia che per la prima volta dimostra di poter vincere senza i voti di Berlusconi, fino a ieri risultati sempre indispensabili per la vittoria della coalizione, come in Molise.

Ci sono pure, però, delle buone ragioni per non disperare, al netto di un vento sovranista che continua a soffiare fortissimo.

  • Il primo punto riguarda “l’autonomia” dell’accoppiata Lega-Fratelli d’Italia. Per quanto Berlusconi sia stato odiato da buona parte di questo Paese, è oggi proprio lui, solamente lui, l’unico argine che impedisce al “centro-destra” italiano di diventare soltanto “destra”. Ne deriverebbe un Salvini leader indiscusso, ne scaturirebbe un disastro. Il 9% di Forza Italia, dunque, non è da buttare. Soprattutto se a questo risultato si aggiunge buona parte del quasi 3% ottenuto all’esordio dalla Democrazia Cristiana-Udc che, soprattutto in Abruzzo, fa riferimento a Gianfranco Rotondi, fedelissimo con la F maiuscola del Cavaliere e dunque ascrivibile al suo bacino di voti. La tenuta di Forza Italia, oggi, piaccia o no, è quanto mai decisiva – senza esagerare – per gli equilibri democratici di questo Paese.
  • Fratelli d’Italia cresce ma non sfonda: si ferma al 6,48% anche quando il candidato governatore vincente, Marsili, è sua espressione. Segno inequivocabile che voler superare Salvini “da destra” è impresa ardua se non impossibile. Quella corsia è ormai roba sua. Con buona pace della Meloni.
  • Capitolo centrosinistra: il 31% di Legnini è una buona notizia per chi spera in un centrosinistra di matrice “civica”. L’11% del Pd è invece un pessimo segnale per il Partito Democratico. O comunque per coloro che oggi cercano di prenderne la guida. Le primarie sono state lanciate, ma Zingaretti, Martina e Giachetti non danno tuttora l’impressione di poter rilanciare seriamente il partito. L’Abruzzo segna così la prima di una serie di molte rivincite per Renzi. E aumenta anche le possibilità di Calenda di riproporre un modello simile (fatta eccezione per Liberi e Uguali) su scala prima europea e poi, forse, nazionale.
  • Chiusura a 5 stelle, ma anche meno. Catalogare come elezione locale, soltanto perché si è perso, una partita a cui si era data una forte connotazione politica, con tanto di presenza massiccia dei leader nazionali, equivale a negare la realtà. Di fatto un’abitudine da quelle parti. Passare dal 40% al 20% in meno di un anno è il segnale che qualcosa nel “sentiment” dell’elettorato grillino si è rotto, forse per sempre. La notizia politica è che chi votava 5 stelle migra verso la Lega, a conferma del fatto che un comune denominatore tra le due forze di governo esiste: l’essere populiste. Ma così come per i 5 stelle, anche la Lega non è esente da una delle poche regole sempre valide in politica: il consenso è volatile, se non è corroborato dai fatti.

Ed è forse soprattutto questo il bicchiere mezzo pieno del voto in Abruzzo.

Dai, che Silvio si è rotto…

berlusconi arrabbiato

 

L’umiliazione più grande resterà per sempre quella delle consultazioni al Quirinale. Non quelle del Silvio-show, non quelle in cui Berlusconi contava i punti elencati da Salvini, quasi a dire: “Stiamo attenti che non te ne dimentichi nessuno, ragazzo”. No, il disagio si è manifestato in quelle successive, dove il vecchio leader, quello abituato a stare sempre al centro della scena, ha dovuto accettare la consegna del silenzio e la posizione da scagnozzo, tristemente a lato, e per giunta a sinistra del leghista: un paradosso per l’uomo che per una vita intera ha combattuto i comunisti.

Ma nel mondo ribaltato in cui destra e sinistra appaiono superate, in cui la differenza più che nei contenuti sta negli approcci, tra populismo e moderazione Silvio Berlusconi non nutre più dubbi. Il casus belli sarà anche la nomina a Presidente Rai di Marcello Foa, ma il caso si sarebbe potuto archiviare con le scuse ufficiali di Salvini, del leader emergente che offre rispetto al suo più anziano protettore. Nella realtà però c’è altro: un’insofferenza di natura umana, da parte di entrambi.

Salvini è così forte – oggi – da voler andare fino in fondo. Vuole mettere Berlusconi all’angolo: capire fino a che punto l’uomo di Arcore è pronto a spingersi. Verificare se davvero è convinto di smarcarsi ora che è più debole di sempre.

E Berlusconi sa che nel rimpallo di accuse che seguirà la probabile rottura del centrodestra non sarà facile imporre la sua versione dei fatti all’opinione pubblica. Ma va bene così, è tutto messo in preventivo. Soprattutto si è andati troppo oltre, per pensare di poter recuperare il rapporto.

Credeva di ricevere lealtà, da quella Lega che non aveva mai cannibalizzato quando invece avrebbe potuto. Chiedeva un rapporto da pari a pari, o giù di lì. Salvini ha trattato Forza Italia come un partito satellite e Berlusconi come un peso.

E alla fine è successo che Silvio si è rotto. Menomale. Per fortuna.

L’ultima cena del centrodestra unito?

centrodestra

 

Il punto, alla fine, è sempre lo stesso: Berlusconi sì o Berlusconi no? Con la differenza che l’arbitro Mattarella ha già il fischietto in bocca e si sa che quando manca poco al 90esimo e la partita sta per finire pure il portiere può spingersi in avanti alla ricerca del gol.

Così nell’ultima notte di trattative prima del gong del Quirinale può succedere di tutto. Pure quello che in due mesi non è successo. Che Salvini strappi con Berlusconi, ad esempio. O che Berlusconi sacrifichi se stesso sull’altare di un governo e di una rinnovata autonomia, magari.

Perché l’ultima mossa di Di Maio, in attesa di capire cosa dirà da Lucia Annunziata, sembra proprio un tentativo di rimbalzare le responsabilità su Salvini: sull’uomo del momento, come le urne hanno certificato. Anche a patto di rinunciare alla premiership, perché visti i sondaggi, capito che a furia di ostinarsi sul suo nome ha perso l’opportunità di salire a Palazzo Chigi, adesso il rischio è pure quello che qualcuno gli sfili la leadership all’interno del MoVimento, in caso di nuove elezioni.

Quelle nuove elezioni che in tanti, forse tutti, leghisti esclusi, sembrano volere scongiurare. Così l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale con Mattarella viene visto come uno spettro da scacciare, quasi si sia andati troppo in fretta, troppo veloci, per consentire a delle forze così diverse di accordarsi su una partita così seria. L’ennesima dimostrazione che il filo conduttore col Paese non è funzionante.

Si gioca un supplementare senza possibilità di rigori, adesso. E può pure capitare che sulla possibilità di decidere chi schierare negli ultimi concitati minuti di gioco si laceri una squadra. Questo è il rischio, questa la prospettiva della cena a Palazzo Grazioli del centrodestra – finora – unito.

Salvini, Berlusconi e Meloni insieme, almeno stanotte. Almeno un’ultima notte. Per capire come andrà a finire, prima del triplice fischio di Mattarella.

Berlusconi è ancora Berlusconi

berlusconi salvini meloni

 

A Salvini concede due cose: l’appellativo leader e il diritto di parlare a nome della coalizione davanti ai fotografi e ai giornalisti. Ma Silvio Berlusconi non è salito al Quirinale per fare da comparsa. Non è nel suo stile, semplicemente non resiste.

Così, dopo essersi seduto lui (e non Salvini) accanto a Mattarella – come se gli equilibri del centrodestra dopo il 4 marzo non fossero mutati – prima prende la parola al microfono, poi la passa a Salvini e infine esplode l’unico fuoco d’artificio della prima giornata di consultazioni: una dichiarazione anti-5 stelle che fa saltare il banco.

E lo scoppio sorprende tutti. Dalla Meloni, irritata per essere stata l’unica a non aver aperto bocca, fino a Salvini, che per un attimo si era illuso di aver ricevuto realmente il testimone da Berlusconi. Uno sgarbo, una maleducazione istituzionale, un azzardo. Si può chiamare in tanti modi la chiosa finale del Cavaliere, che se è stato Berlusconi per un quarto di secolo lo deve pure a questi exploit.  Dal “che fai mi cacci” di Finiana memoria al “predellino“, dalla pulizia della sedia di Travaglio fino alla dichiarazione di oggi.

Corre sul filo dell’istinto, la strategia del Cavaliere. Ma Berlusconi torna centrale, almeno per una sera. Ed è questo che ha sempre voluto. Anche a costo di pagarla cara, pure rischiando che Salvini approfitti dell’ultimo attacco ai grillini per trovare un pretesto e farlo definitivamente fuori.

E chissà che non sia proprio questo, quel che l’uomo di Arcore vuole.

Chissà che non desideri tornare ad associare a se stesso la parola che oggi ha regalato a Salvini, quel vestito da “leader” che vede tagliato su misura soltanto per sé.

Chissà che non voglia essere realmente tradito e pugnalato, per potere risorgere ancora.

Perché Berlusconi non è cambiato. Berlusconi è ancora Berlusconi.

Salvini-Berlusconi, sarà divorzio: e il popolo dirà chi ha tradito

berlusconi salvini

 

I fotografi al Quirinale preparino la messa a fuoco degli obiettivi, valutino per tempo le diverse angolazioni, i giochi di luce che rendono meglio. Si tengano pronti, insomma, che un momento del genere non ricapiterà: spetterà a loro scattare l’ultima foto del centrodestra unito.

Ne sono consapevoli tutti, da Meloni a Salvini, passando ovviamente per Berlusconi.  Un finale inevitabile, tristemente scontato, che si è scritto la notte del 4 marzo in due passaggi: il mancato raggiungimento del 40% necessario a governare e il sorpasso di Salvini ai danni di Berlusconi. Su quest’ultimo punto, però, un retroscena regala un sorriso amaro.

Perché sono in tanti a scommettere che se fosse arrivato primo Berlusconi, Salvini non c’avrebbe pensato un attimo ad andare al governo con Di Maio, ufficialmente “in nome del cambiamento” e per “uscire dallo stallo“. Dopo essersi ritrovato tra le mani il centrodestra, però, lo schema è cambiato. Salvini non ha potuto tradire se stesso.

Piuttosto sta cercando il modo di farsi lasciare. Come un marito e una moglie che non si amano da tempo. E se lo urlano in faccia da mesi. Ma nessuno che decida di fare le valige e andarsene. Nessuno che decida di sbattere la porta di casa alla fine dell’ennesimo litigio. Per il bene dei figli, dicono. O forse per non dover sborsare l’assegno di mantenimento.

Però arriva un momento in cui il matrimonio si spezza. Quando uno dei due non ne può più delle imposizioni dell’altro, quando non accetta ciò che il partner è diventato, allora neanche la mediazione dell’amica storica (in questo caso Meloni) basta più a tamponare l’emorragia.

Il rapporto finirà a breve. E come ogni addio sarà doloroso per entrambi. La ferita perde da troppo, è infetta. Uscirà sangue a fiotti. Ma intanto gli ex innamorati si concederanno un ultimo tentativo (le consultazioni con Mattarella) per provare a salvare il salvabile, un esperimento nel quale non credono nemmeno loro. Ma che sarà fatto, ufficialmente per non lasciare nulla di tentato.

Sarà divorzio, però. E a stabilire chi ha tradito un unico giudice: il popolo del centrodestra. Il frutto legittimo di un matrimonio destinato a finire.

Consultazioni per dirsi di no

 

Salire al Colle in pompa magna, annodarsi bene il nodo della cravatta. Due spruzzate di profumo, facciamo tre, che incontriamo il Presidente della Repubblica. Mica il capo condomino.

Una visita al Colle da ricordare, un rituale ricco di storia, per niente svuotato di significato, se non fosse che nessuno ha capito cosa siano realmente le Consultazioni.

Non previste dalla Costituzione, sono quasi un atto di cortesia del capo dello Stato. Una prassi istituzionale, un’occasione per chiedere “consiglio” all’uomo che ha in mano le sorti del Paese. Così dovrebbe essere. Così non sarà.

Si presenteranno all’appuntamento con Mattarella, tra oggi e domani, convinti che alle Consultazioni dovranno esprimere il convincimento del loro partito, del popolo che rappresentano. Dimenticheranno che i colloqui col Presidente servono per trovare una quadra, non per piazzare la loro bandierina sul terreno fragile del Paese.

E Mattarella, da nonno comprensivo e paziente, dopo il primo giro di giostra darà un po’ di tempo ai nipotini per riordinare le idee, per capire che se non vogliono tornarsene tutti a casa dovranno trovare un accordo, venire a patti col nemico, in un modo o nell’altro.

E di nuovo avremo un appuntamento al Quirinale, una cravatta da annodare, un sorriso per i fotografi, una dichiarazione da concedere alle agenzie. Che ormai questa è diventata la politica: un reality show in cui il più simpatico vince.

La sfilata è iniziata: li vedrete pieni di sé, atteggiarsi a statisti davanti alle telecamere, esprimere con apparente dignità istituzionale il loro credo. In realtà saprete che non c’hanno capito nulla neanche loro. Non sono nemmeno Consultazioni, visto che il consiglio non lo accetteranno. Vogliono solo dirsi di no.

Elezioni 2018, le pagelle dei politici. I voti: ma quelli prima del voto

pagella politica

 

Silenzio elettorale. E va bene. Ma che saranno mai due pagelle in stile campionato? Domani si vota. Oggi si gioca. Chi ha fatto meglio in campagna elettorale? Partiamo dal partito al governo: il Pd. Sì, ma da chi? Renzi o Gentiloni? Renzi dai, ci diverte di più.

RENZI, VOTO 6,5: Mille difetti, ma non è uno stupido. Quando capisce che i padri nobili del Pd gli stanno scavando la fossa inizia a parlare di squadra. Mi volete sottoterra? Allora c’andiamo tutti quanti insieme. Nessuno lo ama più come un tempo e lui davvero non se lo spiega. Fa un miracolo se resta poco sotto il 25%. Incompreso.

GENTILONI, VOTO 7: Diciamolo subito: in altri tempi non avrebbe fatto il leader neanche per Il Popolo della Famiglia. Ma la lentezza dell’uomo che si è autodefinito “Er moviola” in quest’epoca di sottosopra evidentemente piace . L’impressione è che sia più furbo di quanto appare. Prodi, Napolitano, Veltroni, Letta: uno dopo l’altro si sono detti suoi fan. Le cose sono due: A) pensano tutti di manovrarlo come un burattino; B) la serietà in politica conta ancora qualcosa. Costante.

MOVIMENTO 5 STELLE

DI MAIO, VOTO 7,5: Qualche congiuntivo sbagliato in meno e avrebbe meritato pure un 8. Quando parla è chiaro, rassicura. Quando parla, però. Da verificare alla prova dei fatti. Bravo a resistere allo scandalo rimborsi, meno bene la presentazione della squadra dei ministri prima del voto. Ha un qualche tipo di talento. Se non vince si trasforma da Di Maio in Di Mai. Intrigante.

DI BATTISTA, VOTO 5,5: I ritornelli sono sempre i soliti: Berlusconi è un mafioso, chi non vota M5s non vuole il cambiamento. Ultrapresenzialista in tv, non si capisce a questo punto perché non si sia candidato in Parlamento. A volte troppo saccente per risultare simpatico. Ha da imparare dal capo politico del Movimento. Irritante.

CENTRODESTRA

BERLUSCONI, VOTO 8: Già per l’età andrebbe premiato. Sì, sbaglia qualche cifra. E a volte scambia l’Euro per la Lira. Ma sono suoi i pochi picchi di questa campagna. Dalla bacchetta magica del Mago Silvio al “Vergogna!” urlato da Mentana a chi pensa di astenersi. Può piacere o non piacere, ma ha le stimmate del fuoriclasse. Quando se ne andrà ne sentiremo la mancanza: segnatevela. Eterno.

SALVINI, VOTO 7: Ha cancellato la parola Nord dal simbolo della Lega, ma i numeri al Sud gli daranno ragione. Politicamente è uno stratega finissimo, meno lo è stato in Piazza Duomo a Milano. Vangelo, rosario, giuramento: una volgarità che gli costa l’abbassamento di un voto tondo tondo. Pirotecnico.

MELONI, VOTO 5: Meno incisiva rispetto ad altre campagne elettorali. Pesa sul giudizio la figuraccia col direttore del Museo Egizio di Torino. Se vuoi fare polemica almeno sii preparata. Salvini le ha rubato la piattaforma sovranista e nazionalista. Può andare peggio di quanto ci si attende. Involuta.

FITTO, VOTO 4: Rischia di provocare l’autogol per la coalizione di centrodestra a 3 giorni dal voto. Si fa beccare dai microfoni mentre profetizza a Salvini l’ondata grillina al meridione. Dannoso.

ALTRI

GRASSO, VOTO 5: Ed è di stima. Quando inizia un concetto non sai mai quando lo porterà a termine. Il risultato è che finisci per non ascoltarlo. Ha un sussulto d’orgoglio quando decide di non condividere la stessa trasmissione con CasaPound. Ma non basta essere brave persone per essere bravi politici. Soporifero.

LORENZIN, VOTO 4: Ha fatto così tanti danni col simbolo del partito, nel tentativo di copiare quello della Margherita, che adesso nessuno si ricorda come si chiama. No, non è Partito Petaloso. Confusionaria.

ARBITRO

MATTARELLA, S.V.: Entrerà in gioco nel secondo tempo, dopo il voto. Speriamo non gli serva il Var.

Telefonate Elettorali, Episodio 2: ha vinto il centrodestra ma…

L’atmosfera è festosa. Il richiamo al voto utile degli ultimi giorni ha sortito effetti insperati: il centrodestra con il 43,5% ha vinto le elezioni. Forza Italia prende il 22%, la Lega si attesta al 15%, il resto se lo spartiscono Meloni (5%) e quarta gamba (1,5%). Un attimo dopo lo spoglio, però, è già tempo di pensare alla squadra di governo.

Arcore, ore 3:30 del 5 marzo. Squilla il telefono, è Matteo Salvini.

Salvini:”Presidente, sono Matteo. Auguri per questa vittoria”.

Berlusconi:”Ciao Matteo, mi dispiace per te. Davvero, non credevo che il Pd avesse questo crollo…”

Salvini:”Ma Silvio sono io, Matteo..non Renzi…Matteo Salvini!”

Berlusconi:”Cribbio Matteo, scusami. Sai, ho un’età…Allora: auguri anche a te. Anche se siete finiti dietro di noi, però…”

Salvini:”Presidente proprio per questo ti chiamavo…saremo pure secondi nel centrodestra. Ma senza i nostri collegi al Nord non si governa…”

Berlusconi:”Matteo, ma cosa dici? Non vorrai per caso impormi una leadership leghista? I patti erano altri!”

Salvini:”Silvio, mi dispiace ma non possiamo rischiare di trovarci con un tuo uomo al governo. Tu volevi piazzarci Galliani, lo so. Ma chi ci garantisce che alla prima occasione tu non faccia l’inciucio con Renzi? Ti avevo detto di andare dal notaio e mi hai detto no. Ti avevo detto di presenziare alla manifestazione anti-inciucio e mi hai detto no…Noi dobbiamo avere la certezza che il nostro sia un governo di centrodestra. Pure Giorgia è d’accordo”.

Berlusconi:”Ma come? Ma Giorgia l’ho lanciata io…Passami la Meloni, ci voglio parlare”.

Berlusconi schiuma di rabbia. Vincere non gli è bastato, adesso il rischio è che venga marginalizzato dai suoi “alleati”.

Meloni:”Presidente, so’ Giorgia. Noi di Fratelli d’Italia siamo d’accordo con la Lega. Rivendichiamo il ruolo centrale dello Stato. La Patria ha bisogno di una politica forte. Er mejo che possiamo fà è un governo de destra. Lei si adegui: il suo Ventennio è alle spalle. Spazio ai giovani che garantiranno la sovranità della Nazione”.

Berlusconi:”Ragazzi, ma non vi riconosco più. Ma avevamo fatto il patto dell’arancino, in Sicilia. Noi siamo moderati, non populisti!”

Salvini:”Silvio, parla per te”. Meloni:”Moderato sarà Lei, non offenda”

Berlusconi:”Ma come? Non vi riconoscete anche voi nei valori della grande famiglia del Partito Popolare Europeo? La signora Merkel mi ha detto…”

Salvini:”Ma chi? Quella “culona inchi***bile?””

Berlusconi:”Sì, quella…Ma…Matteo..allora sei stato tu a diffondere quell’espressione che mi venne ingiustamente addebitata e non appartiene nella maniera più assoluta al mio modo di esprimermi. Sei anche tu artefice di uno dei 5 colpi di stato nei miei confronti!”

Salvini:”Silvio ora stai esagerando, era una battuta…”

Berlusconi:”No Matteo, qui non si scherza! Adesso faccio saltare tutto. Sono IO che non ci sto a questi patti. Voi siete dei populisti, ribellisti, pauperisti e giustizialisti!”

Salvini e Meloni:”Ma questi non erano quelli del Movimento 5 Stelle?”

Berlusconi:”Sì. E voi siete il peggio del peggio!”

Roma, ore: 4:15 del 5 marzo. Studi di Porta a Porta. Bruno Vespa si accinge a chiudere la diretta, quando gli comunicano che c’è una telefonata in arrivo: è Silvio Berlusconi.

Vespa: “Presidente Berlusconi, auguri per la sua affermazione!”

Berlusconi:”Ecco, Vespa…io la ringrazio, ma qui c’è poco da festeggiare. Mi ritrovo purtroppo nella scomoda situazione di comunicare agli italiani che il loro voto è stato inutile. Dopo aver parlato con il leader della Lega, Matteo Salvini,  e la signora Giorgia Meloni è emersa chiaramente la loro intenzione di realizzare il sesto colpo di stato dal 1994 ad oggi”.

Vespa:”No Presidente…la prego! Non ce li elenchi tutti…”

Berlusconi:”Dottor Vespa! Lei mi deve consentire di dire agli italiani che siamo di fronte ad un golpe che neanche la sinistra avrebbe immaginato di realizzare. Neanche quei comunisti che io, sentendo forte dentro di me il dovere di scendere in campo nel ’94…….”

Alla fine, dopo 33 minuti di monologo, il senso delle parole di Berlusconi è chiaro: Salvini e Meloni come Fini e Casini, traditori. Il centrodestra ha vinto, ma non governerà. Si torna al voto.


Scenario elettorale numero 2: il centrodestra vince ma non si mette d’accordo.

Un premier che non faccia il premier

Antonio Tajani ha più di un merito. Ha tenuto la barra dritta, anche quando di lui l‘Italia è sembrata dimenticarsi. Ai principi che nel ’94 lo avevano indotto a lasciare la sua professione per abbracciare il berlusconismo degli albori è rimasto avvinghiato. Pure quando il buon senso che lo caratterizza gli ha suggerito il contrario. E Silvio ha deciso di premiarlo. Premiarlo, sì. Un verbo non casuale, perché è proprio quello di Tajani il nuovo (vecchio) nome lanciato da Berlusconi come possibile premier del centrodestra.

Il metodo del Cav è noto: una battuta, nulla di più che un auspicio, niente di più lontano da un’incoronazione. E poi via ai sondaggi: vediamo se questo Tajani piace agli italiani. Uno scioglilingua che Berlusconi conosce a memoria. Lo ha fatto in passato più volte, di recente ha tentato con Toti e Parisi. Ma entrambi sono naufragati quando Alessandra Ghisleri ha composto il numero di Arcore e ha detto: “Presidente, questi non aggiungono neanche un voto“.

Tajani, almeno da questo punto di vista, dai suoi predecessori si differenzia. La politica è il suo pane quotidiano, con l’elettorato è abituato a confrontarsi. Nel curriculum ci sono sconfitte cocenti, come quella per la poltrona di sindaco di Roma nel 2001, quando perse al ballottaggio da Veltroni. Ma anche affermazioni importanti: più di 100mila preferenze alle ultime europee (primo eletto di Forza Italia nella circoscrizione Centro) costituiscono un buon biglietto da visita.

Ma Berlusconi del personaggio apprezza soprattutto il pragmatismo, il modo di relazionarsi, la preparazione. Tutte qualità che gli sono valse un traguardo insperato, per un uomo che fino a poco tempo fa era sempre stata un ottima riserva: la presidenza del Parlamento Europeo.

Era il 17 gennaio 2017: praticamente un anno fa. È stato allora che Berlusconi si è ricordato del caro vecchio Tajani. La sua presenza nelle fila di Forza Italia diventata motivo di vanto. Per non parlare della soddisfazione derivata dal fatto che Antonio fosse subentrato al nemico di sempre: il tedesco Martin Schulz (“Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di Kapò“).

Ma Tajani ha soprattutto un merito agli occhi di Silvio: è stato lui a reintrodurlo in Europa. E dalla porta principale, per giunta. Le visite a Bruxelles, gli incontri con “la signora Merkel“, gli abbracci con Juncker e l’approvazione del Partito Popolare Europeo, sono anche il frutto della mediazione di Tajani e valgono per il Cavaliere più di tutto.

Da quell’Europa che gli aveva bucato le gomme (ricordare i sorrisini malevoli tra Merkel e Sarkozy), adesso viene accolto come salvatore della patria, ultimo argine in Italia al populismo grillino. E Berlusconi di queste investiture gode, al ruolo di statista ambisce da una vita. A Tajani, regista occulto del ritorno in pompa magna in Europa, è legato da un debito di riconoscenza. Ecco perché lo ha lanciato come candidato premier: sa che Antonio non tradisce ed è ben felice di concedergli una chance. Saranno i sondaggi – come sempre – a sancire la bontà dell’operazione.

Il profilo di Tajani, però, resta sulla carta il migliore. Ora che è incandidabile, a Berlusconi serve un nome che non lo oscuri. Serve un premier che non sia “il” premier. Che faccia il premier ma non da primo. Per quello c’è sempre lui, Silvio.