Un calcio che spezza il cuore

L’ultima crisi dei migranti è quella della Alan Kurdi, la nave che prende il nome dal bambino siriano di 3 anni il cui corpicino venne ritrovato su una spiaggia turca dopo il naufragio di un gommone che avrebbe dovuto portarlo in Europa.

Tre anni, come il bambino nordafricano colpito con un calcio a Cosenza, la mia città. Colpevole di aver sbirciato una neonata nella culla, colpevole di curiosità, colpevole di avere la sua età.

Ora possiamo nasconderci dietro un dito, far finta che la bestia che ha sferrato il calcio al bimbo di colore lo abbia fatto perché “fratello di un pentito di camorra” e dunque affetto da una cattiveria genetica, quasi innata.

Ma la verità è un’altra. La verità è che un episodio del genere, a Cosenza, in Calabria, in Italia, fino a dieci, vent’anni fa, non sarebbe mai successo. Se un delinquente – perché questo è – si è sentito autorizzato a prendere a calci un bambino di 3 anni è perché il clima di odio che si è respirato in questo Paese negli ultimi mesi lo ha autorizzato, non dico a farlo, ma a pensare che un gesto del genere fosse “giustificabile”.

D’altronde se è in primis lo Stato a confezionare provvedimenti che violano le leggi internazionali, a mostrarsi indifferente rispetto all’osservanza dei diritti umani, ad avallare politiche razziste, poi non c’è da sorprendersi se i più stupidi, i più ignoranti, compiono gesti del genere.

Per 14 mesi, su questa pagina, abbiamo condannato la condotta di Matteo Salvini come ministro dell’Interno e le politiche migratorie attuate dal governo Lega-M5s. I porti chiusi – oltre che inutili e inefficaci – sono una misura indegna di uno Stato liberale che voglia definirsi tale. Leggiamo che il nuovo ministro Luciana Lamorgese ha risposto picche alla richiesta della Alan Kurdi di entrare in porto. Il tutto mentre un naufrago a bordo ha tentato il suicidio. E della tanto decantata “discontinuità” richiesta da Zingaretti non vediamo traccia.

Se la paura di perdere consensi ha la meglio sulla capacità di assumere scelte di rottura rispetto al governo precedente, se prevale sulla volontà di costruire un Paese diverso, in cui la parola “integrazione” non viene letta come subdolo tentativo di “sostituzione della razza”, in cui il termine “accoglienza” non viene interpretato come prodromo di una “invasione”, allora sarà il caso di dire che il problema non era solo Salvini. Ma una classe politica incapace, tutta o quasi, di andare oltre i sondaggi, non in grado di disegnare un’Italia di cui andare fieri, un’Italia in cui un bambino di 3 anni può salutare una neonata nella culla, senza essere colpito all’addome con un calcio che spezza il fiato, ma soprattutto il cuore.

O Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito

Salvini

O Capitano, mio Capitano, il nostro viaggio tremendo è finito“.

Comincia così la splendida poesia di Walt Whitman, resa celebre dal film “L’attimo fuggente“, con Robin Williams nei panni del professor Keating, l’insegnante di letteratura che ognuno di noi ha sognato di incontrare almeno una volta nella vita.

Saremmo saliti su quel banco pure noi per dichiarargli fedeltà, ne avessimo avuto l’occasione. E l’avremmo fatta rivivere di certo, la “Setta dei poeti estinti“.

Capitano“, voleva essere chiamato il professor Keating del film che abbiamo amato. Così come “Capitano” è il soprannome che Matteo Salvini si è dato. Ma le similitudini finiscono qui. Perché non c’è carisma lontanamente paragonabile, poesia degna d’esser definita tale nel viaggio intrapreso dal leader della Lega nel mare agitato della politica.

Anzi, il dubbio che abbia visto questo film senza prestarvi la dovuta attenzione, fraintendendolo, mal interpretandolo, è più vivo che mai.

Pensate al professor Keating che spinge i suoi allievi ad osservare le foto dei ragazzi che li hanno preceduti in quelle stesse aule, in quegli stessi banchi, molti anni prima. Un tempo forti, vigorosi, invincibili, ma divenuti ormai “freddi“, morti forse senza aver realizzato neanche uno dei loro sogni. E ritornate con la mente ai versi di Orazio:

O vergine, cogli l’attimo che fugge,
Cogli la rosa quand’è il momento,
Ché il tempo, lo sai, vola:
E lo stesso fiore che sboccia oggi,
Domani appassirà.

Cogli l’attimo, “carpe diem”, dev’essersi detto Matteo Salvini meno di un mese or sono. Dopo aver chiamato in causa un’altra Vergine e il suo Cuore Immacolato, ha creduto che fosse arrivato il momento di capitalizzare il suo consenso, ha pensato che il suo tempo fosse giunto. Qualcuno potrebbe azzardare: cosa c’è di male, di sbagliato, rispetto all’insegnamento del professor Keating? Cosa di frainteso nei versi d’Orazio?

C’è il fine, l’orizzonte, il senso di un’esperienza.

Walt Whitman pensò “O Captain! My Captain!” per Abramo Lincoln, sull’onda emotiva del dolore provato per il suo assassinio. Lincoln, appunto. Uno statista contro un politico senza statura. Un cattivista che ha frainteso pure il senso di questi versi:

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è terminato;
la nave ha superato ogni ostacolo, l’ambìto premio è conquistato;
vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta

Salvini ha fatto del porto il simbolo non dell’accoglienza, ma della chiusura. Ha fatto della nave una prigione per disperati, del popolo festoso una massa rancorosa.

Fiorella Mannoia canta:

O Capitano Mio Capitano
Anche se il viaggio è finito
Sento ancora tempesta annunciare
“.

Succede sempre così, quando sul ponte di comando sale un tracotante, un egoista, un arrivista. Bisognerebbe aver letto qualche poesia per distinguere le proprie pulsioni dalle vere emozioni.

Per questo, “o Capitano, mai mio capitano, ora il viaggio è finito“.

Il peggio di Salvini

Salvini a Milano Marittima

Noi non ci siamo mai illusi di aver a che fare con uno statista. Non abbiamo mai pensato che Matteo Salvini fosse la guida illuminata che per molti italiani ha meritato persino i gradi di “Capitano”. Ma non siamo mai saliti sul carro degli offensivi, non abbiamo mai solidarizzato con chi gli ha augurato morte, malattia e sofferenze. E mai lo faremo. Così come da subito abbiamo chiarito che il tiro al Salvini junior altro non era che strumentalizzazione, barbarie, ineleganza politica, pochezza umana.

Ma all’ora di pranzo del primo giorno di agosto Matteo Salvini ha messo in mostra il peggio del proprio repertorio. Lo ha fatto concedendosi una rissa verbale durante una conferenza stampa trasformata in un comizio. Lo ha fatto sottraendosi alle domande, giuste, di un giornalista che ha fatto il suo mestiere, di un italiano che al suo ministro dell’Interno ha chiesto chi erano gli uomini che lo avevano minacciato. Lo ha fatto (lui sì) gettando nell’agone il figlio 16enne. Proprio attraverso quel “non parlo di figli e bambini”, ripetuto ostinatamente, ostentatamente, fino allo sfinimento, a mo’ di capriccio e di sfida, Matteo Salvini si è fatto scudo di ciò che ha di più caro, di un ragazzo che con questo mare melmoso chiamato politica non ha nulla a che fare. E lo ha fatto per evitare di rispondere di un suo errore, una sua arroganza, una sua carenza di sensibilità nei confronti delle istituzioni che rappresenta e della Polizia di Stato, messe in imbarazzo da un leader che ignora il significato del proprio ruolo e per questo è incapace di portargli il dovuto rispetto.

Il peggio di Salvini è arrivato da un lido di Milano Marittima, quando Matteo ha ceduto alla tentazione di parlare in modalità “tenuta da spiaggia”, quasi stesse litigando per la partita di tressette, spettegolando del vicino d’ombrellone, ventilando la resa dei conti alla prossima guerra di gavettoni di Ferragosto, alludendo ad una porcata che quasi ci vergogniamo di ripetere:”Vada a riprendere i bambini, lei che è specializzato. Vada, dato che le piace tanto”. Queste parole, rivolte a Valerio Lo Muzio di Repubblica, che subito ha colto l’allusione (“Mi sta dando del pedofilo ministro?”) non sono una caduta di stile, ma l’ennesima conferma dell’assenza di stile del leader della Lega.

Poi nervoso, irato, evidentemente sbroccato, ha risposto via Twitter ad una rom che gli aveva augurato una pallottola in testa: “Zingaraccia, stai buona, che tra poco arriva la ruspa”. Eccolo, il livello dello scontro. Un ministro che si abbassa a rispondere ad una donna che andrebbe semplicemente identificata dalle forze dell’ordine, anziché fatta oggetto di un insulto generalizzato, di una bordata razzista, di una spacconata da bar.

Il tutto condito, da contorno, da un “mi sono rotto le palle” rivolto al governo tedesco per la gestione dell’ennesima crisi dei migranti che altro non è se non la rappresentazione plastica del fallimento delle sue politiche.

Ecco, noi non siamo mai stati fan di Salvini, non abbiamo mai partecipato al Vinci Salvini, non abbiamo mai neanche lontanamente pensato di votare Lega. Ma dopotutto pensavamo fosse meglio, molto meglio di così.

In difesa dei “buonisti”

L'indagato per la morte di Mario Rega bendato e Matteo Salvini

Mai avrei pensato di ritrovarmi a scrivere in quest’occasione, con la “sbornia” dello choc per la morte di un carabiniere di 35 anni ancora fresca. Mai onestamente avrei creduto che il sacrificio di Mario Rega sarebbe diventato ennesimo motivo di divisione in un Paese che solitamente ha l’abitudine di riunirsi, di stringersi forte soltanto (almeno) nelle tragedie. Questa volta non solo non è successo, ma è andata addirittura peggio. E allora bisogna fissarli dei paletti, c’è necessità di piazzarli dei puntini sulle “i”. Perché quanti, come noi, vengono tacciati di “buonismo” abbiano una sorta di manifesto a cui appellarsi, un richiamo alla ragione da opporre a chi ha fatto dell’odio la sua bandiera.

Parto dal caso che brucia di più: quello di Mario Rega. E’ così ovvio che ribadirlo risulta superfluo, ma evidentemente ce n’è bisogno: il vicebrigadiere morto a Roma è l’unica vittima di questa assurda storia. Lo è da solo, ma in compagnia della sua famiglia e dei suoi amici, di chi gli voleva bene, di chi tra una decina di giorni continuerà a rimpiangerne il sorriso mentre politici, haters e polemici passeranno al nuovo argomento del giorno.

L’indagato bendato durante l’interrogatorio? Non è una vittima. Ma qui l’accusa di “buonismo” non possiamo accettarla. Se gli stessi carabinieri hanno catalogato l’episodio come “inaccettabile” è perché sono “buonisti” o perché conoscono la Costituzione? Lo abbiamo detto: noi abbiamo sete di giustizia, non coltiviamo il desiderio di vendetta. Non ci interessa, non ci restituirà il carabiniere morto, anche volendo cedere all’istinto non riuscirebbe a riportare indietro le lancette. Ma la dinamica per cui chi non chiede lavori forzati, Guantanamo, torture corporali, ghigliottina, pena di morte per impiccagione in piazza e simili è un “buonista”, deve finire.

“Buonista”: è questo il termine in cui mi sono imbattuto maggiormente in questi giorni tra i commenti ai post dedicati a Mario Rega. Pensi che la giustizia debba fare il suo corso senza eccessi? Sei un buonista. Credi e vuoi che l’Italia sia (ancora) uno Stato di diritto? Sei un buonista.

Va così da un po’ di tempo, su tante materie, sintomo che il contrario del buonismo, il cattivismo, è stato sdoganato da un po’. Ma è qui che si cela l’inganno, l’inghippo, lo scarto tra chi predica odio e chi chiede giustizia. L’esempio più lampante? Prendiamo i migranti. Ci sono quelli che ti scrivono:”Se ci tieni tanto perché non ne accogli uno a casa tua?”. Risposta: “Noi pensiamo che rientri tra i compiti dello Stato”. Obiezione: “Ma l’Italia non può prenderli tutti”. Controreplica: “Siamo d’accordo. Ma salvarli è un obbligo, prima di tutto morale. Sull’accoglienza si ragiona e si discute con gli altri Paesi, dopo”.

Quelli che ci attaccano si professano spesso e volentieri orgogliosamente “sovranisti”, ci trattano come “traditori della Patria”, senza sapere che noi l’Italia l’amiamo forse più di loro, senza capire che se tendiamo a cercare un compromesso, a preferire la via della politica rispetto a quella dei muscoli è perché abbiamo chiaro che da soli non andiamo da nessuna parte.

Eccola, la differenza. Non è buonismo. E’ rendersi conto che tra nero e bianco c’è spesso dell’altro. Una sfumatura il più delle volte tendente al grigio. Un patto con la realtà che è tutto il contrario dell’arrendevolezza e della debolezza. Significa accettare la complessità dei problemi. Provare a risolverli senza vendere slogan e illusioni. Vuol dire anche confrontarsi con il dolore di una morte ingiusta. Come quella di Mario. Restare dalla sua parte sempre, anche adesso. E dunque dal lato dello Stato. Che non si fa criminale come chi Mario lo ha ucciso. Non è buonismo, è usare il cervello. Provateci.

Siamo Uomini o Capitani?

Salvini

Se tutti i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è a favore della cosiddetta “linea della fermezza” sui migranti non vuol dire per forza che i nostri vicini di casa siano diventati tutti razzisti. Se la Lega si avvia a vele spiegate verso il 40% (e la metafora marittima non è casuale) non significa che il 40% degli italiani si sia risvegliato d’un tratto xenofobo e sovranista.

Ragionare in questi termini può essere per certi versi consolatorio. Suggerisce che in fondo non è colpa mia, non è colpa nostra, se tutti gli altri, di botto, sono impazziti. Viene semplice pensarla così, e c’è davvero chi la pensa così. C’è chi crede (sbagliando) che al “popolo” vada sottratto il diritto di voto visto che spesso non possiede gli strumenti adatti a cogliere la complessità di certe questioni. Un po’ come accade per la questione migranti.

Io credo che molto stia nella narrazione che viene fatta di una vicenda. Se Matteo Salvini è il solo a parlare in maniera chiara di migranti, ong, accoglienza, è evidente che il suo messaggio è quello che si impone nell’agenda politica. Se il MoVimento 5 Stelle è troppo preso dall’evitare il voto a settembre per non dimezzare i suoi seggi in Parlamento, se il Pd (senza un leader) non ha il coraggio (e la forza) di assumere una linea univoca sul tema, se Forza Italia non ha ancora deciso se costruire l’alternativa o essere l’ancella di Salvini, se tutte queste condizioni si materializzano è ovvio che la versione della Lega, di fatto l’unica in campo, sia quella che fa presa sulla gente.

Così le ong diventano i taxi del mare, Carola Rackete una criminale sbruffoncella, Tripoli e Tunisi dei porti sicuri, i migranti dei potenziali terroristi, gli equipaggi che salvano vite umane dei mercenari pagati da chissà chi e con quale oscuro scopo. Molte di queste sono delle fake news clamorose. Ma quante persone di quel 40% che Matteo Salvini si avvia a raggiungere – e in particolare quante di quelle che hanno deciso di votare Lega proprio per la questione migranti – hanno consapevolezza che in realtà quelle che danno per buone sono soltanto bugie, verità distorte e manipolate?

Ora non si tratta di aprire un dibattito sulle fake news. Non è la sede, non è il momento. Non ce n’è il tempo. Bisogna piuttosto accettare di giocare la partita sul terreno più difficile, ma allo stesso tempo il solo che può portare alla vittoria: quello della realtà.

C’è necessità di spiegare agli italiani che il vero business dei migranti è quello di Salvini, non delle ong: che ogni barcone carico di disperati rappresenta l’occasione per uno sfoggio di muscoli che per lui significa più voti, per l’Italia meno amici e più isolamento.

Se realmente Salvini tenesse a risolvere il problema degli sbarchi (cosa che evidentemente non ha fatto se dopo un anno siamo ancora qui a parlarne) dovrebbe comportarsi in maniera opposta a ciò che sta facendo. Il ché non significa accogliere tutta l’Africa in Italia, ma vuol dire fare di tutto per avere un’immigrazione controllata. Come si fa? No ai bracci di ferro che fanno apparire l’Italia per ciò che non è, ovvero un Paese non accogliente e razzista. Sì, al dialogo e alle trattative. Tradotto: io accolgo questi 50 migranti, tu mi prometti di accogliere i prossimi in cambio di una mano su un altro fronte a te caro in futuro. Non ci stai? Ci vediamo al prossimo Consiglio europeo: mi riservo di esercitare il diritto di veto sulle questioni che in altri tempo avrei accettato per spirito di collaborazione ma che non mi convincono pienamente. Si chiama diplomazia, o se preferite politica. E’ l’opposto, per quanto potrebbe sembrare simile, del ricatto che Salvini mette in atto durante ogni crisi, sortendo negli altri partner europei (sì, partner) l’impossibilità di venire incontro alle richieste di un leader che disprezza le regole internazionali e pretende di applicare le proprie.

Questo è ciò che bisogna fare per stanare Salvini. Bisogna scegliere se risolvere il problema o continuare a lucrarci, se fare leva sulla politica o sulla pelle di poveri disperati. Di fatto bisogna rispondere ad una domanda: siamo Uomini o Capitani?

Perché Salvini pensa ad Alex mentre la Libia sta per esplodere?

Salvini a "Fuori dal coro", Rete 4

Le immagini delle prigioni libiche (qui il video), dei centri di detenzione dove migliaia di persone (sì, persone) vengono trattenute contro la loro volontà, sono un colpo al cuore. Li vedi lottare per bere un sorso d’acqua di dubbia provenienza, tutti dallo stesso bicchiere, tutti dallo stesso secchio. Sgomitano, si spingono, si accalcano, forse si odiano, perché sanno che un sorso per un compagno è un sorso in meno per sé, perché sanno che quell’acqua prima o poi finisce, e il momento di dissetarsi rischia di essere rinviato, ancora e ancora.

Sono lì, costretti a dormire accanto ai rifiuti, tra mosche e vermi, ammassati su giacigli di fortuna, privati della dignità che dovrebbe essere propria di ogni essere umano, prigionieri in quanto africani, destinati a soffrire per un caso, condannati a scontare l’essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato, mentre nessuno sembra preoccuparsi realmente della loro condizione.

Le parole del ministro dell’Interno del governo di Tripoli, quello che fa capo a Sarraj, sono state chiare:”Il governo di accordo nazionale è obbligato a proteggere tutti i civili, ma gli attacchi verso i centri di detenzione dei migranti da parte dei caccia F16 è al di là della capacità governativa di proteggerli“.

Significa che migliaia di persone potrebbero essere presto libere di tentare la traversata della vita nel Mediterraneo, cercando così di sfuggire ad una guerra che è il frutto di un intervento scellerato (chiedere a Sarkozy). Il risultato sarebbe un esodo di massa che – a quel punto sì – si tradurrebbe in una vera e propria “emergenza” soprattutto per l’Italia, mettendo a nudo tutti i limiti delle politiche migratorie di Salvini, talmente concentrato, così sul punto, da investire tutte le sue energie nel contrattare uno scambio dei 54 migranti della nave Alex con 55 migranti di Malta (siamo ormai alla logica delle figurine) piuttosto che preoccuparsi delle migliaia che potrebbero arrivare nelle prossime settimane.

La notizia che Vladimir Putin ha portato nei suoi colloqui a Roma è di quelle preoccupanti: centinaia di foreign fighters di ritorno stanno lasciando la Siria per concentrarsi nel Nord Africa. Un dato di fatto che rende ancora più vergognoso l’atteggiamento di una comunità internazionale che non è stata neanche capace di trovare l’accordo su uno straccio di comunicato di condanna del raid aereo che a Tajoura ha provocato un bilancio di almeno 44 morti e 130 feriti per non urtare la suscettibilità (e l’autorità) del generale Haftar.

Se Putin come sempre ha colto il nocciolo della questione (“Chi ha distrutto la stabilità della Libia? Per me è stata una decisione della Nato. E questo è il risultato. Abbiamo osservato il caos, e la lotta tra vari gruppi paramilitari. Non dobbiamo portare noi un ruolo stabilizzatore“) lo stesso non sembra essere per il governo italiano, incapace di imporre le proprie ragioni (è ovvio che non possiamo accogliere in Italia tutto il continente africano) a causa dell’atteggiamento da bullo di quartiere di un ministro che preferisce lucrare (lui sì) sulla tragedia umana di un manipolo di migranti mentre un vulcano sta per esplodere a poche miglia marine dalle nostre coste.

C’è poi la questione di un governo incapace di esercitare la propria leadership nell’unica area di interesse strategico che le è rimasta. La Libia rappresenta a livello geopolitico una priorità per l’Italia (basta leggere alla voce Eni). Ogni turbolenza rischia di ripercuotersi pericolosamente sul nostro Paese. L’atteggiamento ondivago del nostro esecutivo (abbiamo deciso da che parte stare? Con Haftar o con Sarraj?) non fa altro che alimentare il caos, rendere sempre più utopico un disegno di pace e stabilizzazione dell’area, ed esporre l’Italia all’arrivo di migliaia di migranti tra cui potrebbe (stavolta davvero) nascondersi qualche malintenzionato.

Il tutto mentre quelle immagini di essere umani ridotti a bestie continuano ad esistere, anche ora, in questo preciso istante, e a perseguitare chi ha un po’ di coscienza.

Prima gli essere umani

Illustrazione per Carola Rackete

Quelli che “Carola Rackete ha infranto la legge”, quelli che “come fate a dare contro Salvini anche stavolta?”, quelli che “W la giustizia”, da ieri sera hanno pochi argomenti, meno credibilità e tanto ingiustificato livore. Il gip che ha reso libera la comandante della Sea Watch 3, tenuto conto dell’emergenza a bordo – la cosiddetta “scriminante” che ha portato Carola a forzare il blocco della Guardia di Finanza e ad attraccare a Lampedusa – ha affermato un principio di civiltà. Non vengono prima gli italiani: in ogni caso, sempre, vengono prima gli essere umani. Compresi gli italiani.

Nel commentare la decisione del giudice, Matteo Salvini ha dimostrato ancora una volta i suoi maggiori difetti: la sua tendenza al dispotismo e la sua abitudine a mentire. Partiamo da quest’ultima: ha parlato di un provvedimento di espulsione già pronto per la comandante. Peccato non abbia detto che il pm di Agrigento gli ha già negato il nulla osta necessario ad attuarlo. Di più: Salvini ha dimenticato di dire che il provvedimento di espulsione può essere notificato soltanto in caso di gravi comportamenti sanzionati da un giudice. Cosa che a quanto pare non è successa. Il resto è un copione già visto, già sentito, fatto di attacchi ai giudici soltanto quando non assecondano i suoi desideri. Troppo facile.

Così da ieri Salvini è più debole. Perché il pronunciamento del gip sottolinea una volta per tutte che salvare vite non è reato, oltre che rimarcare l’ovvio: Tunisi e Tripoli non sono porti sicuri (ma va?) e non possono essere considerati tali. Parlare di “criminale”, di “pericolo per la sicurezza nazionale” rispetto ad una ragazza che ha fatto il suo dovere si è dimostrato un grande imbroglio. Un bluff dettato da una narrazione distorta della realtà.

Di falsi dilemmi è piena la nostra agenda politica. Esempio: aiutiamo i terremotati italiani o aiutiamo i migranti? Risposta: aiutiamoli tutti. Perché una cosa non esclude l’altra. Perché non sempre è questione di soldi: il più delle volte è questione di burocrazia, di lungaggini da superare, di organizzazione che manca, di coordinamento assente, di volontà e priorità politiche.

Bisogna sforzarsi di spiegarlo. E’ l’unica medicina contro la Salvinite acuta, il pericoloso male che ha colpito il nostro Paese.

Perché Salvini non è Trump (e perché per l’Italia è un peccato)

Trump e Salvini

L’ultima frontiera è il muro. Lo è fisicamente, ma lo è anche simbolicamente, per la politica di Matteo Salvini. La volontà di innalzare una barriera al confine con la Slovenia non è soltanto una sparata nata con l’obiettivo di solleticare l’appetito cattivista di una certa parte di leghisti. Non è soltanto il desiderio di spostare l’attenzione degli italiani su una finta emergenza rispetto ai problemi (seri e veri) di un Paese che si è fermato. C’è un desiderio di emulazione, un’operazione di copia e incolla nei confronti di Donald Trump che è storia vecchia.

Comincia con l'”America First” mutuato in “Prima gli italiani”. Prosegue con i cartelli “alla americana” con la scritta “Salvini premier”. Passa per l’appoggio della lobby delle armi e arriva fino alle gaffe sul riscaldamento globale che non esiste – a detta di Salvini – poiché a maggio ha fatto più freddo del solito.

Nelle ultime settimane, in occasione del viaggio a Washington, il leader della Lega ha poi sposato completamente la politica estera del presidente Usa, giungendo anche a rinnegare se stesso. Ad esempio dicendosi disponibile a valutare sanzioni contro l’Iran, quando soltanto un anno fa, da Mosca (una località a caso!), dichiarava:”Il confronto e il dialogo sono più utili che non lo scontro e la sanzione. E se questo vale per la Russia, vale anche per l’Iran e altri Paesi. C’è gente che sta lavorando al dossier ma in linea di principio non è con le sanzioni che risolvi alcunché“.

Ma messa momentaneamente da parte la tendenza ondivaga di Salvini, che nella sua lunga carriera politica ha detto tutto e il suo contrario, c’è una fondamentale differenza fra Trump e Salvini. Perché per quanto Trump non sia il campione dei diritti umani che tutti vorremmo alla guida della massima potenza mondiale, per quanto la sua politica sui migranti denoti un razzismo pericoloso e inquietante, poi c’è da fare i conti con la realpolitik. Vai a vedere e l’economia degli Stati Uniti cresce. In politica estera The Donald è il vero “game changer” sulla scacchiera internazionale. Con la Corea del Nord è il protagonista di un’intesa per ora solo scenografica ma simbolicamente potentissima; con la Cina ha il coltello dalla parte del manico visto il surplus commerciale statunitense nei confronti di Pechino; e l’Iran è troppo lontano dall’atomica per costituire una minaccia alla sicurezza americana.

L’imprevedibilità di Trump si è così trasformata in un punto di forza. Nessuno sa mai cosa attendersi da lui, ma tutti sanno che la maggior parte delle volte, in un modo o nell’altro, Trump otterrà i suoi obiettivi.

Se l’inquilino della Casa Bianca alterna frasi bombastiche su Twitter a inattesi (e positivi) slanci diplomatici come quello con Kim, Salvini usa i social per i selfie e gli slogan: non è in grado di alternare al bastone la diplomazia (si vedano le continue forzature sui migranti) e così finisce per rendere l’Italia sempre più sola.

Gli Usa di Trump continuano a mietere record economici (è il ciclo, non sono soltanto meriti di Donald) e Salvini dice di voler fare una riforma fiscale “alla Trump”. Poi però non dice come vuole finanziarla, non indica le coperture, brucia miliardi (e tempo) con frasi che fanno impennare lo spread. Copia la retorica trumpiana del sovranismo ma dimentica che l’Italia non è l’America, non è così grande e autosufficiente per “campare” di isolazionismo e protezionismo.

Salvini è insomma una brutta copia: un Trump che non ce l’ha fatta. E per l’Italia, visto il paragone, quasi quasi è un peccato.

Cosa ci insegna la vicenda Sea Watch 3

L'arresto di Carola Rackete

Carola Rackete è stata arrestata. I migranti sono sbarcati dopo 16 giorni di odissea. Salvini esulta neanche l’Italia avesse vinto i Mondiali (ah già, lui di solito tifa contro la Nazionale).

Cosa ci insegna quanto accaduto?

  • Che in un anno di governo Matteo Salvini non ha risolto il problema immigrazione. Non c’è uno straccio di strategia di ampio respiro, nulla di diverso dall’improvvisazione. Saremo punto e a capo al prossimo barcone. Mentre i barchini continueranno a sbarcare. Nuovi tweet. Nuove parole. Nuova vergogna.
  • Che gli strepiti di Salvini hanno dato un alibi ad un’Europa ingiustificatamente assente (ma mai quanto il nostro ministro dell’Interno alle riunioni in cui si discute di immigrazione). Che siamo sempre più soli.
  • Che gli atteggiamenti di Salvini mettono a repentaglio anche le nostre forze dell’ordine. Si veda l’incidente sfiorato alla banchina di Lampedusa con la motovedetta della Guardia di Finanza. Perché quando alimenti tensione, quando stressi fino all’inverosimile la situazione, non puoi aspettarti lucidità. E senza lucidità rischi che accada l’incidente. E’ così elementare che sorge il dubbio che qualcuno, dalle parti del Viminale, se lo sia persino augurato.
  • Che questa politica dell’odio (non solo Salvini, ma vogliamo parlare del video in cui la Meloni chiede di affondare la nave?) ha creato un clima irrespirabile. Fatevi un giro sulla pagina della Lega in queste ore. Troverete commenti del tipo “Carola, adesso spero che ti stuprino quei negri di m….“.

Chissà se Salvini condannerà anche queste condotte in nome di un ritrovato afflato legalitario. Chissà.

E chissà se l’Italia si sveglia. Prima o poi.

Meglio la capitana del Capitano

Carola Rackete

Non c’è bisogno di essere di sinistra, di ostentare lo slogan “Restiamo umani” in contrapposizione a quello dei “#portichiusi”, per scegliere il lato giusto della storia nella vicenda della Sea Watch 3, per dire “meglio la Capitana del Capitano”. Non siamo amanti delle forzature, delle violazioni delle acque territoriali, ma ad essere violati per primi sono stati i diritti umani di 43 disperati che stanno friggendo da giorni in mare aperto a poche miglia da quello che ritengono un porto amico, un approdo sicuro. Lampedusa.

Matteo Salvini, sappiatelo, lucrerà su questa violazione da parte della comandante della Ong, la 31enne Carola Rackete, ottenendo tanti consensi così come accadde per la Aquarius prima e per la Diciotti poi. Ma la differenza che passa tra un politico e un acchiappa-voti risiede nella capacità di distinguere il giusto dallo sbagliato, sta nel coraggio di assumere decisioni impopolari purché oneste.

La retorica che Salvini diffonde, invece, quella degli italiani che lo pagano per difendere la Patria, si scontra con una domanda semplice, eppure necessaria: “Ma difendere da chi?”. Dalla comandante Carola? Da 43 uomini e donne che fino a pochi giorni fa sono stati torturati e seviziati nelle prigioni libiche?

Il cinismo di chi esibisce i muscoli, di chi promette di schierare la forza pubblica, di chi del “cattivismo” fa un modo di essere, di chi dice “non sbarcano nemmeno a Natale”, dev’essere smontato da una politica intelligente (Europa, dove sei?).

Perché far sbarcare esseri umani in difficoltà è un dovere, è un obbligo prima di tutto morale. Poi comincia un’altra partita: quella dell’accoglienza. Sono due piani distinti, che Salvini e chi gli fa il verso (tipo una Meloni sempre più macchietta che propone di affondare la nave) tentano di mescolare in maniera subdola, ambigua.

Non serve piangere il giorno dopo sulle foto di un padre e una figlia annegati nel tentativo di varcare un confine. Bisogna agire prima.

Il principio dev’essere: salviamoli tutti, accogliamone una parte.

E’ con questa ricetta, seria, onesta, sensata, che si può condividere e alleggerire il peso dei flussi migratori. Perché pensateci bene: un’estate dopo siamo punto e a capo. Salvini avrà pure aumentato i suoi voti, ma di certo non ha risolto il “problema” migranti.