Anch’io sono stato un uomo

Anch’io sono stato un uomo, amico mio. Anche se oggi sembro un bambino, se i miei muscoli lacerati non riescono a scendere pochi scalini di questa nave in mezzo al mare.

Guarda i miei polsi, per saggiare la distanza tra la mia vita e la tua. Cerca in fondo ai miei occhi: vi troverai resa e terrore, coraggio e speranza.

Sono stanco di sognare la tua terra, scialuppa di salvataggio dalla mia povertà. Sotto il sole di luglio ho sfidato la morte, mancandola per poche onde. Naufrago tratto in salvo, sono sprofondato in un nuovo incubo.

Reietto, rifiuto umano, scarto da giocare in una partita fra governi vigliacchi.

Eppure era alla tua stirpe che pensavo prima di addormentarmi nelle notti dell’inverno africano. Prima di vendere tutti i miei averi, di prenotare un posto sul gommone, era alla “civiltà” di cui tutti parlano che avevo affidato il mio futuro.

Illuso, ingenuo, disperato. Sognavo l’Italia. Ma a raccogliermi è stata la Talia. Nave mercantile che di norma trasporta animali. Bestie. Maiali, cammelli, buoi. Carne da macello, come noi.

Eppure a cullarmi, a tenermi in piedi, quando i miei occhi vorrebbero chiudersi, a darmi da mangiare quando non ne avrei la forza, è oggi un giovane uomo bianco. Mi cura come fossi suo fratello, si occupa di me.

Per come può. Finché potrà.

Sperando che qualcuno invii presto un segnale radio, che arrivi un ordine dall’alto. Che qualcuno gridi “Terra!”.

Per ridarmi vita. Per ricordarmi che anch’io sono un uomo. Lo sono stato.

A Mondragone il trailer della bomba sociale che rischia l’Italia

Mondragone

Sbaglia maledettamente chi pensa che a Mondragone vada in scena uno scontro di natura sanitaria. Chi crede che la rabbia sia soltanto figlia di un contagio bulgaro tra i braccianti delle palazzine Cirio non ha compreso ciò che il mondo sta diventando in questi mesi. Lo spazio in cui ci muoviamo, le nostre vite, non sono state catapultate in una nuova realtà: semmai ogni fenomeno è stato esasperato, portato al limite, accelerato al punto di sortire un’inevitabile collisione tra le troppe incongruenze che fino a ieri avevamo sopito dietro una parvenza di normalità.

E allora non è un caso che le proteste, le sedie lanciate dai balconi, i finestrini delle auto rotte, si verifichino a Mondragone anziché a Montecarlo. E’ lì dove diritti non ci sono mai stati che il coronavirus ha reso tutto più insopportabile. Perché chi non ha da mettere pane sotto i denti e a ferie pagate o cassa integrazione non ha diritto perché invisibile, pensa prima a sé stesso più che alla propria comunità. Anche quando pensare a se stesso vuol dire rischiare la vita, anche quando significa mettere a repentaglio la salute dei propri cari.

Non è questa una difesa dei braccianti bulgari, non si tratta di prendere le parti degli uni o degli altri. D’altronde è difficile non dare ragione alle preoccupazioni delle mamme di Mondragone, quelle che temono di incrociare ai supermercati i bulgari che ogni mattina salgono accalcati sui furgoncini dei caporali che li portano ai campi. Ma il punto è un altro: la bomba sociale del coronavirus colpisce i più deboli. E siamo solo all’inizio. Quando analisti ed esperti ci avvisavano del rischio di rivolte violente, quando vedevamo in America file di persone davanti ai negozi di armi, non erano impazziti: era al trailer di Mondragone che stavamo assistendo. Forse all’anticipazione di un horror che riguarderà molte comunità in questo Paese.

Per lungo tempo abbiamo accumulato polvere sotto il tappeto, creduto che i nostri vizi, le ingiustizie sociali, fossero un orpello quasi caratteristico del nostro modo di fare, degli effetti collaterali trascurabili per il semplice fatto che non ci riguardavano da vicino. Ma il caos che oggi monta a Mondragone impiegherà poco a trasferirsi sotto le nostre case se non riusciremo a curare e guarire le ferite delle nostre comunità, se non sapremo evitare che queste diventino piaghe. Più contagiosa di qualsiasi virus, arriva un punto in cui la disuguaglianza diventa inaccettabile anche per chi ha sempre e soltanto subito. Bisognerebbe ricordarlo a chi oggi soffia sul fuoco, sperando di cavalcare un giorno le proteste. Con le parole di Vergniaud rivoluzionario francese, poi finito sulla ghigliottina, che suonano come un memento, un’oscura profezia: “La rivoluzione è come Saturno: divora i suoi figli”.

Così Salvini sta provando a lucrare consensi sui migranti (di nuovo)

Salvini, migranti sullo sfondo

Perché Matteo Salvini ha perso terreno nei sondaggi? Le possibili risposte sono molte. Forse perché gli italiani sono rimasti scottati dai suoi suggerimenti incoerenti in tema di pandemia? Può darsi. Oppure perché l’ascesa di Giorgia Meloni è il risultato di un travaso di voti dalla Lega a Fratelli d’Italia? Sicuro, ma non basta. Salvini sostiene che sia colpa del lockdown, che lo ha privato del contatto con le gente nelle piazze: ma sarebbe riduttivo.

Io credo che Salvini sia in calo perché gli è stato tolto il pane quotidiano dei migranti. Carburante della paura, detonatore della retorica sovranista, senza sbarchi per mesi e con gli italiani preoccupati più della propria salute che dei barconi in arrivo dalla Libia, Salvini ha avuto vita dura ad occupare le prime pagine dei giornali. Tra gli autogol figli della crisi del Papeete c’è anche la perduta visibilità da ministro dell’Interno, neanche lontanamente paragonabile a quella che può avere un politico senza ruoli istituzionali che si accredita come leader del centrodestra quando il centrodestra di fatto fatica ad essere riconosciuto anche dai suoi stessi elettori.

Eppure chi pensa che l’arma elettorale dei migranti sia spuntata per sempre si sbaglia. Basta vedere ciò che è accaduto oggi dopo la scoperta di 28 positivi sulla nave-quarantena Moby Zazà in rada a Porto Empedocle. Nel giro di un’ora, sull’account Twitter di Matteo Salvini sono comparsi 3 post sullo stesso tema. Nel primo il leader leghista ha denunciato un pericolo per la salute pubblica, per poi aggiungere: “Aiutateci a fermarli: il 4 luglio in tutte le piazze: #stopsanatoria e #stopinvasione“. Al di là degli slogan poco originali: invocare un assembramento in tutte le piazze per preservare la salute pubblica in un’epoca di pandemia è geniale. Del resto non dovrebbe sorprendere da parte di chi continua a dispensare baci agli anziani ai comizi.

Nel secondo post Salvini ha parlato di “porti spalancati e navi da crociera per ospitare gli immigrati“. Attendiamo in religioso silenzio una soluzione al problema immigrazione, visto che in 14 mesi al Viminale non ne abbiamo vista mezza.

Nel terzo ha attaccato un “governo che mette in pericolo l’Italia e gli italiani“. Come se non fosse abbastanza ridicolo detto da chi, da febbraio ad aprile, chiedeva di aprire tutto. Salvo poi chiudere. E poi riaprire, ovviamente.

L’estate è iniziata, gli sbarchi aumenteranno, e Matteo Salvini ha tutta l’intenzione di rispolverare il suo cavallo di battaglia, l’arma nucleare del suo consenso: l’odio verso il diverso, arricchito da un’altro ingrediente, la paura ancestrale che il migrante, oltre a rubare lavoro agli italiani, possa anche mettere a repentaglio la propria vita.

Qui nessuno vive su Marte: è chiaro che gli arrivi dall’Africa vanno monitorati molto più di prima per disinnescare una bomba sanitaria e sociale che in particolare il Sud non può permettersi. Ma usare 28 disperati, peraltro contagiati, per affermare la bontà delle proprie politiche e risollevare i propri consensi è da indegni. E’ da Salvini.

La grande sconfitta di Trump sull’immigrazione: i “sognatori” vincono sempre

Dreamers

Li chiamano “Dreamers“, sognatori. Perché incarnano il sogno americano meglio di chiunque altro. Perché negli Usa sono arrivati da bambini, con i loro genitori disposti a tutto, anche a rischiare la morte, pur di attraversare i confini americani e regalare una speranza di domani ai propri figli.

Per questo motivo, nel lontano 2001, un disegno di legge chiese che questi bambini senza colpa potessero aver accesso ad un percorso per ottenere la cittadinanza. La proposta si chiamava DREAM Act, dove “DREAM” stava per “Development, Relief, and Education for Alien Minors Act“, ovvero “Legge per lo Sviluppo, il Sostegno e l’Educazione dei Minorenni Stranieri“.

Non andò bene. Perché la mancanza di coraggio della politica non è un problema solo italiano. Perché per quanto le posizioni tra Repubblicani e Democratici fossero molto meno polarizzate di oggi, il Congresso non riuscì comunque a trovare un accordo.

Per metterci una pezza, allora, Barack Obama varò il cosiddetto “DACA“, un programma federale che offre a queste persone diverse garanzie, che consente loro ad esempio di ottenere dei permessi di lavoro, e che è possibile rinnovare ogni due anni.

Ma nei primi mesi della sua presidenza, Donald Trump annunciò la fine del DACA.

Era in America che quei ragazzi avevano studiato, che lavoravano, che si erano innamorati, che avevano dato alla luce i loro figli – loro sì – americani a tutti gli effetti. Ma per effetto della decisione di Donald Trump erano a rischio di essere deportati, costretti a tornare nel Paese dei loro genitori, un Paese che forse non avevano neanche mai visitato, di cui non conoscevano la lingua, del quale avevano soltanto sentito parlare.

Oggi la buona notizia: la Corte Suprema, con 5 voti a favore e 4 contrari, ha respinto il piano della Casa Bianca. Si tratta di un colpo durissimo per Trump, visto che proprio l’immigrazione è stata una delle piattaforme sulle quali ha costruito le sue fortune politiche. Come sottolinea POLITICO, la decisione della Corte Suprema non preclude che in futuro si possa cercare di mettere fine al DACA, ma è altamente improbabile che l’amministrazione Trump ci riesca prima delle elezioni presidenziali di novembre.

Quei Dreamers, quei sognatori, non sono ancora americani a tutti gli effetti, è vero. Ma la Giustizia ha sancito che non dovranno essere loro a pagare per le colpe dei loro padri e delle loro madri. Possono continuare a sperare che un giorno non saranno più trattati come ospiti a casa propria. L’incubo di Donald Trump, per ora, è svanito. I sognatori vincono sempre.

Salvini aveva torto sui migranti. Ma sulla magistratura ha ragione

Salvini

Chiunque mi segua da più di qualche giorno è informato dell’assenza di affinità tra questo blog e Matteo Salvini. Questo portale e il leader della Lega sono sintonizzati su frequenze diverse, interpretano la realtà da punti di vista opposti, vivono la politica in maniera visceralmente differente.

Eppure chi mi conosce sa che da quando ho iniziato a scrivere su queste pagine ne ho avuto un po’ per tutti. Non per spirito di contraddizione generalizzato. E di certo non per calcolo di convenienza: quando attacchi a turno tutti, il lettore che aveva iniziato a seguirti perché contento di un parere positivo sul suo leader, è pronto a mollarti non appena osi muovergli una piccola critica. Credo però che l’integralismo di certi utenti, la polarizzazione del dibattito, debbano lasciare spazio all’indipendenza di pensiero e all’onestà intellettuale.

Libero da vincoli di sorta, scevro da condizionamenti esterni, posso concedermi il lusso di una difesa di Matteo Salvini sul tema della magistratura.

Allo scoppio del caso CSM ho già espresso il profondo convincimento che le correnti interne alla magistratura vadano abolite. Così come ho definito una grande ipocrisia il fatto che ad un giudice sia vietato iscriversi ad un partito ma allo stesso tempo sia concesso di essere eletto in Parlamento. Penso da sempre che chi vuole fare politica faccia una scelta di campo: l’arbitro non può scegliere di abbandonare temporaneamente il fischietto per aiutare una squadra e poi tornare a dirigere la partita come niente fosse. Eppure esiste qualcosa di peggio: giocare la partita mentre ancora la si sta arbitrando.

Le intercettazioni svelate dal quotidiano “La Verità” che riportano il dialogo tra Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo, e Luca Palamara, magistrato sospeso dal Csm e indagato a Perugia per corruzione, rappresentano l’ennesimo schiaffo inferto alla credibilità della magistratura e della Giustizia italiana. Che in una conversazione privata due magistrati dicano che “Salvini ha ragione sui migranti ma va attaccato” non ha giustificazioni. Che lo definiscano “una merda” è inaudito.

Tornano utili in questo senso le parole pronunciate da Sergio Mattarella presiedendo lo scorso giugno la riunione straordinaria del plenum del CSM: “Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il Csm, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’ordine giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla magistratura“.

Com’è noto, io non credo che Salvini abbia gestito correttamente le politiche migratorie da ministro dell’Interno. Non penso, come hanno sostenuto i magistrati nella loro conversazione privata, che il leader della Lega difendesse le coste italiane da “soggetti invasori“. Penso si trattasse per la maggior parte di disperati. Credo che la decisione di trattenere per giorni in mare aperto centinaia di persone, tra cui donne e bambini, fosse strumentale e inumana. Ritengo che i suoi decreti sicurezza, oltre a creare insicurezza (migliaia e migliaia di irregolari liberi di scorrazzare per l’Italia senza controllo), fossero anche illegittimi poiché dimentichi del diritto del mare.

Salvini, insomma, sui migranti aveva torto. Ma su questa magistratura ha pienamente ragione.