I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Il governo è come Mark Caltagirone

Salvini da Giletti

Il quesito che ora si presenta impellente, alla luce dello spettacolo imbarazzante andato in onda da Giletti, è capire a partire da quando “Non è la D’Urso” preferirà trasmettere in prima serata le vicende del governo piuttosto che gli “scoop” su Pamela Prati.

Il materiale per farci sopra una puntata c’è tutto. C’è il personaggio centrale: Salvini. L’arrogante per cui la routine è fatta di inviti ai giudici a candidarsi e minacce di denunce ai pm: insomma, uno pacifico.

Poi c’è Toninelli, il rissoso con gli occhiali. Quello che per una volta non c’entra niente e chiamato in causa da Salvini sullo sbarco di quei 47 disperati a bordo della Sea Watch trova dentro di sé un impeto di coraggio e un briciolo d’orgoglio:”Se vuole dirmi qualcosa me la dica in faccia”.

Ma è evidente che lo show non è abbastanza coinvolgente se sullo sfondo non c’è una storia d’amore. E allora ecco arrivare il leader mediterraneo, l’abbronzato Luigi Di Maio, lui sì che nell’amore con Salvini c’ha creduto. Da un po’ di tempo, però, ha capito che il loro era un rapporto a senso unico: a stare bene era solo Matteo. Così da qualche settimana ha tirato fuori il carattere, forse pure troppo. La sua vena polemica è onestamente irritante. Il dubbio che attanaglia i fan è capire se tiri la corda per romperla o per attirare a sé Salvini, per conquistarsi i propri spazi nella coppia.

In questi intrecci da Beautiful si muove la realtà. Quella di un esecutivo che per stessa ammissione di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, trova che “governare diventa impossibile”. Perfino un Consiglio dei ministri diventa un ostacolo insormontabile, al punto che decreto Sicurezza-bis, decreto Natalità e per le autonomie diventano più che materie di discussione oggetto di scontro. Dunque speranza di non-incontro.

E’ tutto un “vediamo se il Cdm può slittare”, un “cerchiamo di farlo dopo le Europee”, “vediamoci ma scegliamo un altro ordine del giorno: magari ‘varie ed eventuali'”.

Va in onda lo stallo, il disfacimento dei rapporti umani e di lavoro, la fuga della realtà. Perché è evidente: il governo è come Mark Caltagirone. Non esiste.

“Cara prof, ha fatto un buon lavoro”

Il video costato la sospensione alla prof di Palermo

La professoressa di italiano dell’istituto di Palermo sospesa per “mancata vigilanza” sui suoi alunni, “colpevoli” di aver associato la promulgazione delle leggi razziali al decreto sicurezza di Salvini, ha detto:”E’ la più grande ferita nella mia vita professionale“.

Non esito a credere che sia un dolore lancinante quello provato dalla docente, umiliata nel suo ruolo, privata della libertà di insegnamento, punita per aver consentito ai suoi ragazzi la libertà d’espressione. Ebbene, per quanto oggi possa far male questa sospensione, per quanto il taglio sia fresco, la prof Dell’Aria sappia che questa è una medaglia al valore, è il riconoscimento della differenza da quel “regime” che vuole imporre il pensiero unico, che scambia l’onestà intellettuale per propaganda. Cara prof, ha fatto un buon lavoro coi suoi ragazzi.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti noi è la catena di comando che ha portato alla sospensione della prof. La prima segnalazione è arrivata da un post sui social di tale Claudio Perconte, attivista di destra, noto per la sua propensione a condividere spesso fake news, che aveva così commentato il video dei ragazzi di Palermo:”Al Miur hanno qualcosa da dire?“.

Evidentemente qualcosa da dire l’avevano, se è vero che il giorno dopo il primo tweet è scesa in campo Lucia Borgonzoni (Lega), sottosegretaria ai Beni Culturali, che ha scritto su Facebook:”Se è accaduto realmente andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere“.

Chi di dovere è l’ufficio scolastico provinciale, che ha ritenuto corretto sospendere la professoressa, dimezzarle lo stipendio e delegittimarla agli occhi dei suoi allievi.

Ecco, questo significa che un giorno, magari, il governo potrà pensare di creare un ministero ad hoc, chiamandolo “Ministero dei Social“. La promessa sarà quella di liberare il web da fake news e violenza verbale, l’obiettivo dichiarato quello di arrestare haters e cyber-bulli. Nei fatti, però, andrà in scena ciò che è accaduto con la professoressa di italiano di Palermo: ad essere prima sospesi e poi chiusi saranno soltanto gli account che professano idee contrarie a quelle del “regime”, ad essere rimossi – dopo gli striscioni sui balconi – saranno soltanto i post che esprimono dissenso rispetto al governo.

Cara prof Dell’Aria, la sua dignità di docente è riconosciuta proprio da quel video. Ha formato degli studenti in grado di pensare con la propria testa, capaci di individuare riferimenti storici, di formulare un giudizio critico. Li ha resi sensibili alle ingiustizie e ai soprusi. Soprattutto cittadini liberi. Sono la nostra migliore speranza.

“Dicci” Salvini

"Vinci Salvini"

Il nodo non è tanto il “Vinci Salvini”. Non è rendersi conto fin dove si spinge la Bestia di Morisi, ma fin dove la deriva di un vicepremier arriva. Il punto è capire l’approdo: il finale di questa storia tramutatasi in telenovela, di questo teatrino onestamente insopportabile, tra maschere che ogni giorno recitano battute fuori tempo e fuori contesto. Piuttosto che “vinci Salvini” allora “dicci Salvini”. Dicci dov’è che vuoi arrivare.

Dicci se è normale che un ministro della Repubblica, interrogato sul fascismo, se ne esca più o meno con il titolo di un libro di successo dai chiari intenti ironici: “Mussolini ha fatto anche cose buone”.

Dicci, Salvini, e scusa se ti diamo del tu – non ci teniamo particolarmente, ma l’assonanza col “vinci Salvini” era una tentazione troppo forte – se davvero sei convinto che questo governo stia lavorando bene. Dicci se non sei pentito di aver approvato il reddito di cittadinanza, dicci se realmente sei convinto di aver abolito la Fornero: diccelo, perché nel caso è grave.

Dicci, Salvini, se non ti senti almeno in parte il responsabile di questo clima di odio e intolleranza che si respira uscendo di casa ogni giorno. Dicci se razzista ci sei o lo fai. Perché non ti giustificheremmo in nessun caso, ma almeno sapremo se sei ignorante o semplicemente cattivo.

Dicci se ti sembra che quota 100 sia una misura equa, dicci se pensi sia giusto che tutti i lavoratori e pensionati italiani debbano pagare 700 euro a testa per consentire a 650mila persone di andare in pensione prima.

Dicci se credi che le tue alleanze in Europa siano onestamente le migliori per l’Italia, se realmente pensi che i tuoi amici sovranisti, gli stessi che vogliono difendere gli interessi singoli dei propri Paesi, siano quelli che possono collaborare ad esempio su un tema che ti è tanto caro: la gestione dei migranti.

Dicci se ti sei reso conto che il decreto sicurezza è un boomerang perché rende il Paese più insicuro, perché avere più irregolari non vuol dire avere meno stranieri, ma solo più gente senza tutele e portata a delinquere.

Dicci se veramente credi che l’autonomia pensata dalla Lombardia e dal Veneto possa essere la migliore anche per la Calabria e la Campania. Dicci se la tua è malafede o incompetenza.

Dicci che fine ha fatto il taglio delle accise, dicci come pensi di fare la flat tax senza aumentare l’Iva.

Dicci, dicci, ma non che è sempre colpa degli altri. Perché tanto le elezioni le “vinci, Salvini”. Ma prima o poi qualcosa dovrai dirci, Salvini.

Salvini e il suo personalissimo decreto Insicurezza

Salvini e il decreto sicurezza-bis, ovvero il suo personalissimo "decreto insicurezza"

Eccolo, il caso Siri ha presentato il conto. E non si tratta dei sondaggi che danno la Lega per la prima volta da mesi in forte calo. No, lo scotto lo ha pagato Salvini in persona, al di là dei voti, che alle Europee certamente verranno.

Vittima di una “sindrome da accerchiamento”. “Terrorizzato” dal fatto che gli annunciati “sviluppi” dell’inchiesta in Lombardia possano travolgere il fiore all’occhiello leghista della Sanità, Salvini ha perso la calma e tentato di tutto, in questi giorni, per tornare a dettare l’agenda, per fare cioè quel che ha fatto per 10 mesi indisturbato: il vincente, l’uomo dal tocco magico sempre e comunque.

Eppure qualcosa s’è rotto, perché la lucidità è la qualità che per prima traballa, fortemente vacilla, quando il vento che prima gonfiava le vele comincia d’un tratto, senza preavviso, a soffiarti contro.

Non serve un genio per unire i puntini: prima l’annunciata chiusura dei canapa-store (smentita da una sua stessa direttiva in cui si ordinavano soltanto controlli e non il sequestro degli esercizi commerciali). Poi la polemica con la Difesa per il salvataggio di alcuni migranti prossimi all’annegamento da parte della Marina, seguita dalla promessa:”Io porti non ne do”, sconfessata anche questa dagli sbarchi di ieri.

E ancora: la lettera inviata a Conte e Moavero in cui l’uomo che aveva promesso 600mila rimpatri chiede agli altri – lui, agli altri – un “salto di qualità” nella politica estera. Che tradotto è un messaggio di resa. Come le accise, promesse tradite.

Infine il fallo di reazione. Quello forse più grave. Il cosiddetto “decreto sicurezza-bis“: un insieme di norme da discutere in Cdm che, se approvato, farebbe di Salvini il Signore dei Mari e il nuovo ministro dei Trasporti de facto. Nel testo, infatti, il Viminale chiede la competenza a “limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica“. Come dire che Toninelli non solo non conta, adesso facciamo finta che neppure esista, togliamogli il lavoro, il ministero, ci pensa Salvini.

Sono tutti segnali inequivocabili di una barra non più dritta, di un’incapacità di frenare quella voglia di rivalsa che è la cifra di un’arroganza prima umana e poi politica.

Salvini ha perso una battaglia, ma per la smania di rifarsi rischia ora di perdere la guerra.

Dunque non chiamatelo “decreto sicurezza-bis”, è più giusto chiamarlo per quello che è: il suo personalissimo “decreto insicurezza”.

Quindi i porti non erano chiusi

Bimba salvata dal naufragio

Le bugie hanno le gambe corte. Per mesi abbiamo ripetuto che quello dei “porti chiusi” era soltanto uno slogan buono per aumentare i like di Salvini. Nelle ultime ore ne abbiamo avuto conferma: la nave Mare Jonio con 30 migranti a bordo salvati dalla Marina italiana è in arrivo a Lampedusa e la “Stromboli” attraccherà ad Augusta con i 36 salvati ieri, che verranno ridistribuiti in 4 Paesi europei. Ps: finalmente l’Europa batte un colpo.

A scricchiolare è però la strategia di Salvini e non poteva essere altrimenti con una guerra in corso in Libia. Era chiaro a tutti meno che a lui. L’aspetto che bisogna sottolineare in questa vicenda è l’atteggiamento ondivago del MoVimento 5 Stelle: per mesi ha appoggiato la linea del pugno duro di Salvini, oggi riscopre il valore del dialogo con l’Europa. Bene, tardi ma forse ci sono arrivati. Chissà quanti naufragi e quanti morti si sarebbero potuti evitare se c’avessero pensato prima.

Ora, dato che la coerenza non sembra essere la qualità migliore di chi ci governa, non resta che aspettare per capire se questo atteggiamento di rottura rispetto alla (non) politica dell’immigrazione made in Salvini durerà o se è figlio soltanto della voglia di smarcarsi dalla Lega in vista delle Europee per prendere qualche voto a sinistra. D’altronde ormai lo abbiamo capito: ciò che conta per loro sono i voti, non le vite.

Non è “prima i rom” ma “mai coi fascisti”

La mamma della famiglia rom di Casal Bruciato scortata dagli agenti mentre tiene la figlia in braccio

Una società civile che abbia la pretesa di definirsi tale deve avere il coraggio di affermare il diritto anche quando questo è altamente impopolare. Casal Bruciato è la linea del Piave della nostra dignità. Le immagini di una mamma scortata da decine di poliziotti mentre tiene in braccio la propria figlia, gli agenti che la sottraggono ad un tentativo di linciaggio barbaro e violento, fascista e inaccettabile, sono allo stesso tempo un’onta e una speranza.

Devono farci vergognare, perché sono la prova dell’intolleranza e del degrado, dell’assenza di moderazione e del pregiudizio che ci stanno intorno. Ma allo stesso tempo devono darci coraggio, perché confermano che uno Stato ancora c’è, che in Italia ancora esiste la capacità delle istituzioni, o almeno di una loro parte, di distinguere ciò che è giusto da quel che è sbagliato. Qui non importa che siano bambini rom, importa che siano bambini. E se la legge dice che hanno diritto ad una casa è giusto che abbiano una casa: non si può pensare di dichiararli fuorilegge perché hanno un accento diverso dal nostro, usanze e tradizioni proprie, magari “troppi” figli. Tra parentesi papà Omerovic è bosniaco: la stessa nazionalità di Edin Dzeko, l’attaccante della Roma che fa esultare molti di quelli che oggi protestano. E’ un eterno paradosso.

E’ l’assurdo di chi chiede maggiore sicurezza, pene severe, giustizia certa, non più disordine, non sia mai campi rom e poi protesta quando un alloggio popolare viene assegnato – nel rispetto delle leggi – ad un nucleo familiare di 14 persone. Il principio è lo stesso di chi dice di combattere l’immigrazione e poi col decreto Sicurezza riempie le strade di nuovi “irregolari”. Un controsenso figlio del pregiudizio e dell’ignoranza, del razzismo e dell’intolleranza.

Le periferie romane, ma non solo quelle, hanno pieno diritto di protestare contro un’amministrazione incapace di metterle “al centro” delle proprie politiche. Ma affidarsi a gruppi come CasaPound ha un solo risultato: quello di passare immediatamente dalla parte del torto.

Salvini dice prima gli italiani. Di Maio avrebbe detto prima i romani. Noi diciamo un’altra cosa: mai i fascisti. Così non ci sbagliamo.

Capitano, non Generale

Il giubbotto della Polizia non gli basta più. Matteo Salvini, a furia di condividere il governo con dei fantasmi (i 5 Stelle), deve aver pensato che l’occasione è propizia per provare ad imporsi come Re d’Italia. E allora eccolo, come fosse una partita di Risiko, come fosse il protagonista di una pellicola di guerra in cui dispiegare sul tavolo le mappe e spostare i soldatini, tutto impegnato nel tentativo di dettare legge anche laddove non può.

La direttiva, la circolare, l’intimazione – chiamatela come vi pare – in cui Salvini ordina (e il verbo però è questo) al Capo di Stato maggiore della Marina e al comandante generale della Guardia Costiera di “vigilare” sulla Mare Jonio è il sintomo di una tracotanza che si è fatta pericolosa per gli equilibri istituzionali.

Perché o il ministro Salvini ignora che i reparti militari non rispondono a lui ma alla Difesa e al Presidente della Repubblica in qualità di capo Supremo delle Forze Armate (e sarebbe gravissimo) oppure decide di invadere il campo altrui consapevolmente, rendendosi protagonista non tanto di uno sgarbo, di una scortesia, di un errorino di galateo ma (peggio) di un antipasto di deriva sudamericana che appare dietro l’angolo.

Ora il punto è questo: Salvini ha molti difetti, ma non è un fesso. Scoppiato il conflitto in Libia ha compreso che la politica dei porti chiusi non può bastare. Quando c’è una guerra, quando ci sono dei rifugiati da soccorrere, i porti devono restare aperti. E allora facciamo così: crogioliamoci nell’illusione di “chiudere il mare”. Il suo sogno dell’immigrazione si sta trasformando in un incubo. Lo si capisce da questi falli di reazione: Salvini è nervoso, la situazione gli sta sfuggendo di mano, ma pestare i piedi ai militari non è mai una buona idea.

La sensazione di distaccamento dalla realtà è forte, la predisposizione al dispotismo del soggetto certa. Qualcuno gli ricordi che per i suoi fan può pure essere il Capitano, ma non è ancora Generale…

L’incubo libico di Salvini

C’è incubo e incubo, sia chiaro. C’è quello di migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la propria casa da un giorno all’altro, per niente certi di vedere il sole sorgere domani. E poi c’è quello di Salvini, che teme di essere vittima delle sue stesse bugie, che ha paura (tanta) di perdere voti a ridosso delle Europee proprio sul suo cavallo di battaglia: l’immigrazione. Questione di prospettive, di fortune per niente affini, di diversi destini.

Il punto è uno: i porti sono aperti, mai stati veramente chiusi. Ma nel momento in cui in Libia dovesse ufficialmente scoppiare una guerra su larga scala fra le truppe di Sarraj e quelle di Haftar ecco che i porti italiani diventerebbero non aperti, spalancati. Salvini in questi giorni sta ripetendo che non cambierà nulla nelle strategie dell’Italia in caso di un conflitto in Libia: “Porti chiusi“. Nel migliore dei casi mente, com’è successo in passato e sarà in futuro. Nel peggiore non ha cognizione di ciò che sta accadendo a poche miglia marine dalle nostre coste. La differenza rispetto al passato è che stavolta rischia di andare a sbattere contro un muro: il suo.

Che Tripoli potesse essere considerato un porto sicuro era una tragica barzelletta ieri, lo sarà in maniera ancora più evidente domani. Non è campato in aria pensare che nelle prossime ore la Libia si trovi costretta a rinunciare alla propria zona SAR, l’area di competenza in cui ogni Paese è obbligato a prestare soccorso. Questo significa che potrebbe toccare nuovamente all’Italia, coadiuvata al massimo da Malta, incaricarsi dell’accoglienza dei migranti.

Tante volte abbiamo ascoltato Matteo Salvini dire che chi scappa dalla guerra è ben accetto in Italia. Ecco, dalla Libia potrebbero presto esserci migliaia di persone che scappano dalla guerra. Come la mettiamo? Soltanto seimila, secondo il dossier degli 007 consegnato al governo, sono detenuti all’interno delle prigioni-lager. Molte altre migliaia sono decise a lasciare l’inferno che da 8 lunghi anni sono costretti a vivere: l’Italia rappresenta per posizione geografica il primo approdo utile verso la salvezza.

Per la prima volta da anni siamo realmente esposti al rischio di un’invasione, per usare un termine apprezzato e abusato da Salvini. E questa volta non basterà twittare #portichiusi. Non si tratterà di giocare sulla pelle di 49 disperati. Per fronteggiare l’emergenza, quella vera, si dovrà mettere in campo una strategia comune. Bisognerà stringere alleanze e intese per alleggerire il carico dell’accoglienza. Con chi? Sì, con quelli che Lega e 5 Stelle hanno attaccato in tutti questi mesi. L’alternativa? Chiedere aiuto ai Paesi amici di Salvini. Sapendo però che, da provetti sovranisti, loro migranti non ne vogliono. Nemmeno se lo chiede Matteo.

Una cosa è certa: non bisogna sperare in una guerra in Libia, nemmeno se questa, è chiaro, metterebbe a nudo le carenze strategiche delle politiche di Salvini e soci. Sarebbe una deriva disumana, un gioco sulla pelle di poveri innocenti. Questo lasciamolo al governo. Almeno potremo guardarci allo specchio. Noi.

Libia, menomale che Conte era contento

Cosa ne è stato dell’evidente compiacimento del premier Conte al termine della Conferenza di Palermo sulla Libia? Era il mese di novembre, sembra un’era geologica fa. Il generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, la parte est del Paese, avanza minaccioso verso Tripoli. Il “nostro” Sarraj sembra abbandonato, in balia degli eventi, appeso ad un filo, quello di una comunità internazionale che arriva sempre tardi, vittima dei suoi sovranismi e dei suoi nazionalismi.

Tripoli, dicevamo. Da queste parti, ormai, siamo abituati a pensarvi soltanto come ad un porto. Quante volte abbiamo sentito il ministro Salvini parlare di un “barcone partito da Tripoli” accompagnato dal solito #portichiusi e bla bla bla? Ora scopriamo che Tripoli è non solo un punto di partenza, un affaccio sul Mediterraneo, ma anche il suo confine esterno. Perché il deficit di visione di questo governo, il suo scarso peso, la sua pressoché nulla credibilità all’estero, rischiano realmente di esporci ad una “invasione”. Questa volta sul serio. Non come sostiene Salvini da anni, per intenderci.

Il punto è uno: le truppe della Tripolitania, quelle fedeli al premier Sarraj, potrebbero presto essere costrette a spostarsi dalle coste per combattere a campo aperto con le milizie di Haftar. Intendiamoci: il generale è uno spietato stratega, un abile voltafaccia. E a Palermo, stringendo la mano di Conte, deve aver compreso di essere stato baciato dalla Fortuna: perché l’Italia in Libia c’è, ma è come se non ci fosse.

Ed è un problema grave, gravissimo. Innanzitutto perché i nostri interessi geopolitici sono parecchi, valgono diversi miliardi. Basta un nome: Eni. La guerra energetica che coinvolge la diretta concorrente del cane a sei zampe, la francese Total, rischia di vederci soccombere. I nostri “cugini” sono scaltri, non più bravi, ma hanno un presidente che la politica estera la cura, la tratta, la maneggia. Noi ci limitiamo alle strette di mano per i fotografi, alla redazione del post su Facebook per vantare un successo sui social, poi la politica però è un’altra cosa.

Questa approssimazione, questa scarsa capacità di “contare”, rischiamo di scontarla. Qualche numero e qualche scenario: Eni ha in Libia dei contratti che vanno fino al 2042 per le produzioni ad olio e al 2047 per quelle a gas. Cosa cambia se Haftar prende il comando? Che con un regime-change quei contratti possono valere più o meno come carta straccia. E di chi è amico Haftar? Della Francia. E di chi è la Total? Della Francia.

Per non parlare dei crediti vantati dalle aziende italiane in Libia: 130 imprese che aspettano qualcosa come 900 milioni di euro. E rischiano di continuare ad aspettare. E aspettare, e aspettare.

Ma la caduta di Sarraj rischia di provocare un problema anche di tenuta dei confini. Haftar non ha l’anello al naso. Sa bene che il tallone d’achille dei nostri governanti è l’immigrazione. Tripoli è la sua arma di ricatto: “Soldi, aiuti, sostegno, oppure apriamo i rubinetti delle partenze”. Si conta che oggi, dunque prima dello scoppio di una guerra civile che appare alle porte, si trovino in Libia più di 600mila migranti. Pensare che bastino i tweet di Salvini a fermare un fenomeno di questa portata equivale a prendersi in giro.

Resta l’immagine di un’Italia isolata, come fosse realmente nel deserto libico, destinata ad affondare nelle sue sabbie mobili.

E menomale che Conte era contento…