Caso Gregoretti: o di come Salvini riesce ad avere torto anche quando ha ragione

Matteo Salvini

Non si tratta nemmeno più di azzardo politico, asso nella manica, coniglio dal cilindro, mossa a sorpresa, gesto che spiazza. Salvini che manda a processo se stesso è la conferma di un fatto allarmante: la politica ridotta a fiction, o se preferite reality show. Dove vince il personaggio che fa più discutere, quello che coi suoi gesti cattura l’attenzione, si prende la scena, imbastisce il racconto che fa breccia nel pubblico. Lo entusiasma. Senza mediazioni, riflessioni, ragionevolezza, moderazione. Emozioni purissime, e non sempre delle più virtuose.

Il racconto in questo caso è improntato al vittimismo, all’uomo che mette a disposizione il suo corpo e la sua vita per il popolo, il martire deciso ad andare incontro al proprio destino, a sacrificarsi per un ideale più alto. Tutto bellissimo, poetico, epico. Se non ci fosse poi ad un certo punto il rumore di nocche che bussano alla porta: toc toc, chi è? La realtà. Benvenuta.

Ebbene, la forzatura di Salvini che chiede ai suoi stessi parlamentari di votare perché lo mandino a processo altro non è che l’ennesima ammissione di inadeguatezza al ruolo di leader di questo Paese che il leghista produce. Non è tanto lo sfregio istituzionale segnato oggi in commissione, non siamo bacchettoni, moralisti. Non ci scandalizziamo per così poco. Il punto, invece, è quella tendenza a strumentalizzare tutto, sempre, ad ogni costo, per un solo fine, raccattare voti a destra e anche a manca, per dare, chissà, la spallata a questo governo con il voto in Emilia-Romagna. Afferrare il treno che porta a Palazzo Chigi dopo averlo visto sfuggire in agosto per propria colpa, propria grandissima colpa. Temere che possa sfumare per sempre.

Si arriva così a citare Silvio Pellico, le “sue” prigioni, a prefigurare uno scenario da romanzo, a costruire una dimensione eroica, ad evocare la persecuzione, il tutti contro di me, e dunque contro di noi, inteso sempre come “me”, sia chiaro. Ma chissà se Salvini, poi, Silvio Pellico lo ha letto davvero. Se sappia, per esempio, che venne imprigionato per la sua adesione ai moti carbonari. Carboneria, definizione Treccani: “Società segreta di ispirazione liberale e democratica“. Concetti che Salvini non sempre ha dimostrato di padroneggiare.

Ora però parliamoci chiaro, fino in fondo: sul caso della nave Gregoretti è chiaro che Salvini abbia le sue ragioni. E’ noto a tutti, anche a chi oggi finge di dimenticare, di non aver mai saputo, che la responsabilità di quel mancato sbarco fosse sì responsabilità dell’allora ministro dell’Interno, ma condivisa da un indirizzo di governo, quello del Conte I, che la politica dell’hashtag dei #portichiusi aveva fatto propria in toto.

Ma proprio in questo passaggio, nelle ragioni di Matteo, bisogna cogliere buona parte dei suoi limiti. Nell’ennesima, ingiustificata, drammatizzazione del contesto, nel protagonismo che sfocia in megalomania, nella politica fatta teatro. Si scrive caso Gregoretti, si legge “della capacità di Salvini di avere torto anche quando ha ragione”.

Non è stato un “anno bellissimo”

Il volto rassicurante del premier Conte non ci rassicura. Il fatto che questo avvocato fino a poco tempo fa sconosciuto sia diventato nel giro di un annetto un papabile per la presidenza della Repubblica per il post-Mattarella è un dato inquietante: dà l’idea del vuoto politico in cui l’Italia è piombata, la dimensione di precarietà che viviamo.

La conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio a Villa Madama è stata l’ennesima conferma della maggiore qualità di Conte: ottimo dribblatore, mediatore capace di conciliare opinioni divergenti, anche quando le opinioni divergenti sono le sue.

Non c’è dubbio che rappresenti un esercizio complicato per chiunque, anche per il più abile dei prestigiatori, quello di far sembrare “normale” ciò che normale non è: e cioè che Giuseppe Conte guidi oggi un governo appoggiato dal Pd, dopo aver guidato per 14 mesi un esecutivo dove l’impronta della Lega era predominante. Il soprannome assegnatogli su queste pagine in tempi non sospetti, quell’affettuoso “Avvocato Azzeccagarbugli” sembra giorno dopo giorno il migliore per descriverne l’arte di muoversi e districarsi tra i meandri delle sue contraddizioni.

Qualche esempio. Non c’è dubbio che la politica tutta urla e hashtag #portichiusi messa in atto da Matteo Salvini abbia rappresentato un successo mediatico e un fallimento politico. Ma rivendicare i risultati positivi sui rimpatri oggi sotto la gestione Lamorgese, sconfessando il vecchio titolare del Viminale, non è quanto meno tafazziano per colui che, come recita la Costituzione, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri“? Conte non era a Palazzo Chigi quando Salvini (mal)gestiva le politiche migratorie in nome del suo governo?

E non è un atteggiamento leggermente vigliacco – Conte non si arrabbierà – quello che rimanda ad un’indagine sui messaggi scambiati nelle chat Whatsapp o tramite mail per verificare se realmente ci sia stata una condivisione degli atti sulla gestione (sbagliata e disumana) della nave Gregoretti carica di migranti lasciati per giorni ad annaspare in mare aperto?

Ecco, al di là della capacità di Conte di svicolare dalle vere questioni, sorvolando sulle doti d’equilibrista che nessuno mette in discussione (bravo lui, meno gli altri che glielo consentono e ne fanno uno statista), fatto salvo per alcuni sprazzi d’orgoglio che qui abbiamo elogiato, sembra di notare una pochezza preoccupante in termini di concretezza. Eccetto per lo scongiurato aumento dell’Iva, non sembra che questo governo abbia risolto finora un problema che sia uno, raggiunto un risultato da consegnare ai posteri. Vittima della sua litigiosità, tenuto insieme dalla paura (legittima, ma da affrontare) che alla fine al governo arrivi Salvini, il Conte bis non è stato fino ad oggi nulla di indimenticabile. E per questo da dimenticare. Doveva essere un “anno bellissimo”. Forse lo è stato per Conte. Di certo non per l’Italia.

Addio Libia: come l’Italia sta perdendo il suo “giardino di casa”

il sito archeologico di Sabratha, in Libia

Per conoscere la storia bisogna averla letta. C’è un motivo se un bel giorno Erdogan ha annunciato l’invio di truppe turche in Libia a sostegno di Tripoli. No, il Sultano non è un filantropo, non è un paladino dei diritti umani, non si è improvvisamente innamorato di Fayez al-Serraj, il premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu. Il passaggio parlamentare che l’8 gennaio prossimo sancirà il dislocamento di soldati turchi, in carne ed ossa, in quel pantano che ufficialmente prende il nome di Libia, ma tutto è meno che una nazione, ha radici antiche. Bisogna tornare indietro di oltre un secolo, al tempo in cui le province di Tripolitania e Cirenaica rientravano tra i possedimenti dell’Impero Ottomano, il “grande malato d’Europa” avviato verso un inesorabile declino. Anno 1912: l’Italia giolittiana, appoggiata dalle altre potenze europee nelle sue pretese colonizzatrici, risolve in suo favore, non senza difficoltà, e soprattutto atrocità nei confronti delle popolazioni locali, il conflitto italo-turco.

Il gioco di sponda tra Serraj ed Erdogan

La visione di Erdogan al riguardo è chiara da tempo: favorire un rinascimento islamico sullo stile dell’impero decaduto e con la sua figura di Sultano al centro di questo schema. “Il mondo islamico, che ha reso Istanbul, il Cairo, Damasco e Baghdad centri di scienza e di cultura per secoli, può realizzare una rinascita degna della sua storia“. Non è un virgolettato inventato da qualche complottista, sono le parole pronunciate da Erdogan in persona, un monito che l’Occidente fino a questo momento non è stato in grado di raccogliere. La richiesta d’aiuto inoltrata ai Paesi “amici” da Serraj nei giorni scorsi per “attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l’aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia” è un messaggio funzionale all’entrata in gioco del “boss del quartiere”, quell’Erdogan che non aspettava altro che vedere autorizzata la sua incursione nel territorio libico.

La mossa disperata di Roma

Qui ha inizio un gioco geopolitico che come sempre vede l’Italia incapace di difendere il proprio interesse nazionale. La Libia, all’apogeo del regime fascista, veniva definita “la quarta sponda” d’Italia. Un prolungamento quasi naturale della Penisola. I tempi rispetto ad allora sono cambiati, ma ciò che accade a poche miglia nautiche dal nostro territorio ci riguarda direttamente. Non è soltanto il nostro “giardino di casa” ad essere a rischio. Per capire bisogna leggere alla voce Eni. Il Cane a sei zampe produce in Libia il 15% del petrolio. Circa un terzo del gas naturale prodotto dal gruppo è libico. Per non parlare della presenza del gasdotto Green Stream, che copre una parte delle nostre forniture. Questo è ciò che ci impone di guardare con apprensione agli sviluppi in Libia ma, a meno di un repentino cambio di strategia, il nostro ruolo è al momento quello di osservatori interessati con le mani legate dietro la schiena. I recenti contatti telefonici con la Russia di Putin da parte di Giuseppe Conte non sono un segnale di ritrovata centralità, il sintomo di un laborioso e proficuo attivismo, piuttosto sono da interpretare come una mossa disperata da parte di Roma, costretta a chiedere a Mosca che si faccia mediatrice dei diversi interessi in gioco, senza considerare che l’avanzata turca in Libia risponde proprio ad un ridisegno delle sfere d’influenza nel Mediterraneo, avallato dai russi col silenzio assenso degli Usa, che ci vede perdenti.

Il pacifismo da salotto di Luigi Di Maio

Non hanno aiutato in questo senso le mosse messe in campo dagli ultimi governi italiani nel post-Gheddafi. Dopo aver puntato tutte le fiches su Serraj, Roma ha pensato bene di diversificare il rischio tentando di farsi amico Haftar. Il generale a capo delle milizie di Tobruk era però già forte del sostegno della Francia, in questo momento storico tra le potenze più ostili ai progetti di espansionismo turco. Dalla parte di Erdogan giocano però due fattori non marginali: il primo è quello di rappresentare il confine fisico ad una potenziale “invasione” di migranti provenienti dalla Siria, motivo per cui nessuno in Europa ha il coraggio di urtarne la suscettibilità. Il secondo è la disponibilità ad inviare soldati dove più risulta utile alle esigenze progettuali del suo sultanato. La retorica del ministro degli Esteri Di Maio, secondo cui la soluzione in Libia dev’essere politica e diplomatica ma non militare, denuncia un pacifismo da salotto, anti-geopolitico, che rappresenta in questo momento la maggiore debolezza dell’Italia. Se non siamo disposti a prendere in considerazione la difesa dei nostri interessi nazionali perché qualcun altro dovrebbe essere disposto a fare il lavoro sporco per noi?

La verità su Salvini e la Gregoretti

Salvini e il caso della nave Gregoretti

E’ stato soprattutto per l’ignoranza delle sue posizioni anti-migranti, per la tendenza ad utilizzare parole incendiarie, per l’abitudine a diffondere fake news sul tema, per la scarsa cultura che gli impedisce di essere un leader moderato, che ho deciso di oppormi – nel mio piccolo – all’ascesa di Matteo Salvini. Sulla vicenda della nave Gregoretti, sulla sua gestione, non posso che essere contrario alla condotta posta in essere da questo Capitano poco autorevole.

Il punto dirimente, individuato chiaramente dal Tribunale dei ministri di Catania, è che la nave su cui sono rimasti a bordo per giorni 131 migranti è un’imbarcazione militare italiana. Se nel caso della Diciotti si innescò una disputa su chi, tra Italia e Malta, dovesse concedere il famoso “porto sicuro“, nel caso della Gregoretti è stata l’Italia ad assumere l’intero onere dell’operazione, motivo per cui avrebbe anche dovuto concluderla.

Sui motivi che hanno spinto Salvini a ritardare lo sbarco per giorni non entro. Posso pensare che lo abbia fatto per costringere gli altri Paesi europei ad intervenire. Posso credere che lo abbia fatto per aumentare i propri consensi interni. Ma in ogni caso si tratterebbe di un processo alle intenzioni. E questo lo lasciamo ai giustizialisti. Resta come dato oggettivo la cattiva gestione della situazione: la Gregoretti, a differenza della Diciotti – per citare il termine di paragone più immediato – non era infatti attrezzata per ospitare centinaia di persone in condizioni di salute precarie e in uno spazio così ristretto. Un solo bagno, uomini e donne costretti a dormire in coperta, un caso accertato di tubercolosi e 20 di scabbia. Nessuna motivazione giustificava la permanenza prolungata a bordo di quelle persone.

Ora però entriamo nella questione politica della vicenda. Credere che Salvini abbia agito da solo, senza consultarsi con gli allora alleati di governo del MoVimento 5 Stelle o con il suo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non è credibile. In una situazione di tensione come quella, caratterizzata da trattative serrate per lo smistamento dei migranti in altri Paesi, pensare che non ci sia stata una logica di governo e che a decidere sia stato il solo Salvini equivale a prendere e a prendersi in giro. Si può provare antipatia per l’uomo Salvini, si può credere che le sue politiche siano sbagliate, che le sue scelte nel caso specifico della Gregoretti siano perfino punibili dalla legge. Ma in questo caso, ad essere processato, deve essere tutto il governo.

Poi c’è un’altra questione. Quella del garantismo. Essere garantisti significa, per definizione, “riconoscere e tutelare i diritti e le libertà fondamentali degli individui da qualsiasi abuso o arbitrio da parte di chi esercita il potere“. Questo è vero quando un magistrato abusa della sua posizione per incriminare un politico in maniera strumentale. Ma lo è anche quando un politico – o un intero governo – abusano del loro ruolo di comando per infrangere delle leggi. Il punto, allora, non è tanto – come sta passando in questi giorni – se Salvini abbia condiviso o meno la sua decisione sulla Gregoretti. La questione è se abbia commesso o meno un abuso in qualità di ministro.

Ancora una volta: i nemici di Salvini si confermano i migliori amici di Salvini.

Il rapporto Censis 2019 deve farci paura

Un politico che desiderasse comprendere a fondo le questioni più urgenti di questo Paese, un uomo delle istituzioni che volesse – per intenderci – occuparsi di problemi più impellenti che la provenienza delle noci utilizzate da Ferrero per produrre la Nutella, dovrebbe leggere il rapporto Censis 2019. Il quadro delineato dal Centro Studi di De Rita è a dir poco inquietante. Quasi un italiano su due (il 48%) è favorevole all’uomo forte al comando. Capite perché poi qualcuno (onestamente non tanto forte, guardate la foto), in estate, ha chiesto per sé i “pieni poteri”?

Ma le colpe di questa situazione, di questa tendenza a credere che basti un carattere un po’ più deciso per risolvere tutti i problemi dell’Italia, non sono soltanto di Matteo Salvini (e citiamolo, dai). Se ad esempio il 63% degli operai crede che in futuro resterà fermo nella condizione socio-economica attuale, e il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata verso il basso, allora qualche domanda dovrebbero porsela pure i partiti tradizionali di centrodestra e centrosinistra, incapaci per troppi di anni di riconnettersi con un Paese che si è incattivito perché ha ritenuto pericoloso e incerto il mondo circostante.

Se quasi 7 italiani su 10 (il 69%) vive un continuo stato di ansia (!), se il 76% dice di non avere più fiducia nei partiti, allora significa che qualcosa è andato veramente storto. Nell’epoca dei sondaggi che intercettano le preferenze del popolo su tutto lo scibile umano, com’è possibile che i partiti non abbiano ascoltato la domanda più urgente dei loro elettori? Non è l’immigrazione la maggiore preoccupazione degli italiani (alleluia, lo abbiamo capito!) ma il lavoro, la disoccupazione: 44 persone su 100 si dicono turbate da questa incertezza. Esattamente il doppio rispetto alla media europea! I giovani tra i 15 e i 24 anni, quei pochi che sono rimasti, chiedono per il 50% che il tema del lavoro diventi prioritario in agenda: non sono choosy, sono semplicemente disperati e inascoltati.

C’è poi una grande questione geografica: l’esodo dal Sud Italia prosegue inesorabile, 310mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno dal 2015 al 2019. Nel frattempo l’area milanese ha aggiunto al conto dei suoi abitanti 53mila unità: come avesse inglobato tutta la popolazione di Siena. Dove sono i pari diritti garantiti dalla Costituzione? Questo tema si intreccia con la questione demografica: l’Italia non fa figli, continua ad invecchiare. E prima o poi dovremo domandarci come intervenire sul welfare, senza riforme pensioni assurde (tipo Quota 100), magari iniziando a discuterne per tempo. Provando ad evitare quello che sta accadendo in questi giorni in Francia, dove la lotta ai privilegi pensionistici di Macron (legittima, necessaria) sta provocando tensioni che rischiano di paralizzare il Paese per giorni, se non settimane.

Pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di istruzione e di competenze tra i giovani e tra gli adulti: sono questi alcuni dei fattori di criticità cui il sistema educativo italiano è chia­mato a dare risposta“: il Censis è impietoso nel descrivere un altro dei problemi fondamentali di questo Paese. Più cultura vuol dire più futuro, più capacità di distinguere la verità dalle fake news, più elasticità, più possibilità di uscire dall’emarginazione sociale, più probabilità di vincere la sfida della globalizzazione.

Qualche motivo per essere fiduciosi nel futuro si può comunque trovare: ormai la maggior parte degli italiani ha compreso l’importanza dell’euro e dell’Europa. Soltanto Borghi pensa il contrario. Sì, c’è un 25% di persone favorevole alle posizioni espresse dal leghista, ma in questo caso guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Cercando di colmarlo.