Torto e ragione di Renzi su questa storia di riaprire l’Italia

Renzi

C’è una questione di tempismo, di opportunità politica, che può essere contestata a Renzi e alla sua intervista su “Avvenire”. Dire OGGI che bisogna riaprire le fabbriche prima di Pasqua – soprattutto se questa dichiarazione arriva da un esponente del governo – rischia di dare alla maggioranza della popolazione un messaggio sbagliato, contraddittorio. Può portare a credere che tutti gli sforzi compiuti fino ad oggi – le privazioni, le restrizioni alla libertà, i tanti, troppi morti – non abbiano avuto un senso. Meglio sarebbe stato lavorare in silenzio nel governo, proporre, studiare, pensare tempi e modi di una lenta ma inesorabile (e improcrastinabile) ripartenza. Ma Renzi è – anche – un leader di partito. E la necessità di visibilità porta a dover prendere degli azzardi, al rischio calcolato della sovraesposizione. Per la serie: purché se ne parli…

Poi però c’è un’altra questione: la sostanza. E su questo punto possiamo dire poco e nulla al senatore Renzi. Ognuno di noi ha il diritto di ritenere per sé e i propri cari che la migliore strategia per non contrarre il coronavirus sia quella di restare a casa. Un politico però ha il dovere di proteggere la salute pubblica. E questo significa tentare di tenere quanto più è possibile in equilibrio i due piatti della bilancia: salute ed economia. Perché il rischio è che la tempesta si trasferisca dagli ospedali alle case degli italiani. Perché morte non è solo Covid-19, ma anche crisi economica, recessione da coronavirus.

Mario Draghi ha illustrato quella che al momento pare l’unica ricetta credibile per fronteggiare la pandemia: fare debito, con lo Stato a farsi garante con le banche delle imprese, proteggere il lavoro per mettere in salvo i lavoratori. Immettere liquidità nel mercato, però, non sarà abbastanza se le nostre vite non riprenderanno una qualche forma di normalità, prima o poi. Qui si trovano gli errori di Renzi: indicare in prima di Pasqua il termine di riapertura delle fabbriche. Individuare nel 4 maggio la data di rientro a scuola degli studenti italiani.

Questi non possono essere degli impegni da assumere in queste condizioni: il piatto della bilancia pende troppo dal lato della salute, oggi, perché possiamo pensare all’economia. Eppure all’economia dovremo pensare. La grande sfida del coronavirus è questa. E Renzi ha probabilmente ragione nel dire che dobbiamo iniziare a (pre)vedere un modo diverso di stare al mondo. Al ristorante potremo e dovremo tornare (speriamo presto) ma dovremo essere certi di farlo in sicurezza. Effettuare l’esame sierologico su quante più persone è possibile nelle prossime settimane ci aiuterà a capire chi il coronavirus lo ha già avuto, combattuto e sconfitto, e per questo può tornare alla “nuova normalità” prima degli altri. Ma anche per questo: serve del tempo.

Forma e sostanza non sono state insieme in questa intervista. Tempi e modi sono stati sbagliati. Ma alla fine, SOLO quando l’emergenza sarà superata, dovremo GRADUALMENTE tornare a vivere. Anche se lo dice Renzi.

Perché sono contrario al “governo Amuchina”

Giuseppe Conte

Chi segue questo blog è a conoscenza della scarsa simpatia nutrita nei confronti di Giuseppe Conte. Niente di personale, nulla da attribuire allo stile compassato del premier, cui riconosco uno stile certamente più istituzionale del suo principale contraltare, Matteo Salvini. Piuttosto un giudizio sul suo operato, insoddisfacente, blando, opaco, nel corso dei due governi che ha avuto l’onere, ma soprattutto l’onore di presiedere. Una politica estera inconsistente, una politica interna timida, hanno fatto di lui un presidente del Consiglio a mio avviso sostituibile. Di fatto non ci troviamo dinanzi ad uno statista di cui la storia narrerà le gesta. Non è Churchill, per capirci.

Eppure il tentativo di spodestarlo ora da Palazzo Chigi con quello che è stato ribattezzato “governo Amuchina” mi infastidisce, mi insospettisce. No, non sono lunatico e neanche meteoropatico. Non ho cambiato idea rispetto a quanto scritto su Giuseppe Conte soltanto poche righe fa. Il fatto è che resto convinto che un governo debba cadere per ragioni politiche. E il Coronavirus, la sua gestione, non rappresentano un motivo “politico” valido per cambiare esecutivo. Non ancora, almeno.

Come – si dirà – cosa c’è di più politico di questa emergenza? Niente, risponderei, ma il punto è che ci troviamo di fronte a qualcosa di talmente nuovo che nessuno, in tutta onestà, può dire se il governo abbia operato nel complesso bene o male. Soltanto le prossime settimane, la piega che il virus prenderà nel resto d’Europa, ci diranno se il governo Conte II ha sottovalutato il problema o se alla fine questo problema era comunque più forte di qualsiasi governo. E ancora: solo i prossimi giorni ci chiariranno le capacità del governo di gestire l’emergenza sanitaria interna che rischia di originarsi come conseguenza dell’aumento dei contagi.

Si dica: vogliamo cacciare Conte perché ha dimostrato di non essere il premier che pensavamo, che volevamo che fosse. Si dica: vogliamo toglierlo da Palazzo Chigi perché temiamo che col tempo possa affermarsi come leader di un’area politica che rischia di farci concorrenza. Si dica: vogliamo riportarlo a fare il professore universitario perché ci sta semplicemente molto antipatico e di vederlo tutti i giorni in tv siamo stanchi. Ma non si dica che bisogna cacciare Conte per il Coronavirus. Le bugie, le buffonate, queste bisognerebbe mettere in quarantena.

Il nemico del mio nemico è mio amico

Matteo Salvini e Matteo Renzi a "Porta a Porta"

In guerra il nemico del mio nemico è mio amico. Questo proverbio descrive la relazione attuale tra Matteo Renzi, Giuseppe Conte e Matteo Salvini. L’ordine in cui sono stati scritti i nomi non è casuale. Non è alfabetico, non segue una regola d’anzianità. E’ più che altro illustrativo della condizione in cui si trova oggi il Presidente del Consiglio: in mezzo ai due “Matteo”, col rischio concreto di esserne schiacciato.

In Parlamento in queste ore hanno tirato fuori il pallottoliere. Al di là delle smentite, delle dichiarazioni del governo che si preoccupa di dire che è preoccupato solo a non fare preoccupare gli italiani lavorando sui problemi veri (quelli fuori dal Parlamento), la realtà è che le frenetiche attività si concentrano tutte sul “chi ha davvero i numeri”, dentro il Parlamento. Può sembrare uno scioglilingua, ma per chi è chiamato a fare i conti, a valutare l’affidabilità della parola di questo o quell’altro senatore è più che altro un rompicapo. Da questi calcoli deriva la strategia dei leader. Siamo nel pieno di una mano di poker: qualcuno ha il punto, altri fingono di averlo, altri ancora ne sono certi ma sbagliano. La verità si conoscerà soltanto allo showdown: giù le carte, non prima.

Ma se l’esito della “crisetta”, copyright di Ettore Rosato, non può essere previsto fino a quando non si capirà se esiste un manipolo di (ir)responsabili pronto a soccorrere la maggioranza in caso di strappo renziano, qualcosa si può cercare di anticipare: la tattica degli attori in gioco.

Conte tenterà lo stesso schema utilizzato con Salvini in agosto: cercherà di portare in Parlamento la crisi, nel tentativo di disinnescarla. Renzi giocherà dentro e fuori dai Palazzi: l’ospitata a Porta a Porta va interpretata con il desiderio di (ri)prendersi la scena. Ma la partita decisiva si giocherà in Senato. Finora Renzi ha fatto intendere di avere buone carte, se bluffa lo sa soltanto lui. Salvini in questo momento dovrebbe tacere, ma non gli riesce. Rischia di tirarsi l’ennesima zappa sui piedi: ogni parola pronunciata sulla crisi allontana la crisi. Perciò quando da Napoli invita Renzi a staccare la spina del governo “per dignità” fa un dispetto a se stesso. Conte è nemico di Salvini. Ma è anche nemico di Renzi. Bisogna avere la lucidità di ricordare: in guerra, il nemico del mio nemico è mio amico.

Che fai, lo cacci?

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La politica italiana si conferma all’avanguardia. Sta inaugurando un nuovo genere: il reality-thriller. Ogni giorno una polemica, ogni ora una minaccia di crisi di governo. Un meccanismo perfetto per alzare gli ascolti. Fino a quando il pubblico, in attesa permanente del colpo di scena (che non arriva), capisce che non succede niente: è tutto un bluff, meglio cambiare canale.

I protagonisti di queste ore sono indubbiamente due: Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Il premier ha dimostrato in questi mesi una capacità di galleggiamento nel mare agitato della politica onestamente sorprendente. Presiedere due governi dopo essere apparso sulla scena da perfetto sconosciuto non è impresa da tutti. In poco tempo è emersa la maggiore caratteristica dell’autoproclamato “avvocato del popolo”: è un ottimo avvocato di sé stesso.

Ma quando si parla di schermaglie politiche, di colpi di fioretto, Matteo Renzi ha dalla sua un’esperienza diversa. A dirla tutta l’aveva anche Matteo Salvini, ma il caldo d’agosto e la brama di “pieni poteri” lo hanno trascinato in una botola da cui fatica ad uscire. Renzi non ha questi problemi. Al contrario: la fretta, la velocità, sono i suoi maggiori nemici. Logorare Conte va bene fino a quando non si rompe il governo. Per questo motivo nella diretta Facebook in cui ha aperto e subito dopo chiuso il confronto con Conte c’è un passaggio fondamentale: “Caro presidente del Consiglio la palla tocca a te. Noi non abbiamo aperto la crisi ma non rinunciamo alle nostre idee, rispetteremo la tua scelta. Puoi cambiare maggioranza, lo hai già fatto, sai come si fa, quello che non puoi dire è che noi siamo opposizione maleducata perché se lo siamo voi non avete la maggioranza“.

La politica vive dei suoi riti, è perfino ciclica. Vi sembra di avere già assistito a qualcosa di simile? Sì, è vero. Renzi ha rievocato il “Che fai, mi cacci?” di Gianfranco Fini. Ma Conte a differenza di quel Berlusconi è meno forte. Il drappello di (ir)responsabili pronti a sostituire il governo esiste, uscirà fuori al momento opportuno, se mai dovesse essercene bisogno. L’istinto di conservazione del Parlamento è esemplare. La salvezza momentanea di Conte coinciderebbe anche con la sua fine a livello d’immagine. Conte ha sancito il suo percorso di vita con una frase passata in sordina, pronunciata strategicamente prima di Capodanno, con gli italiani storditi dalle mangiate natalizie e sazi quanto basta di politica: “Dopo questo mio intenso coinvolgimento, non vedo un futuro senza politica. Non mi vedo novello Cincinnato che mi ritraggo e mi disinteresso della politica“.

Questo è il punto: Renzi ha bisogno di tempo per dare ad Italia Viva una dimensione che attualmente non possiede. Conte non può rischiare di passare come l’uomo attaccato alle poltrone, il vecchio politico che passa da una maggioranza all’altra come niente fosse.

Renzi, però, nei prossimi mesi dovrà capire da che parte stare. Il progetto di fare al Pd ciò che ha fatto Macron ai socialisti francesi sembra difficile da realizzare soprattutto per un motivo: egli non viene percepito come un uomo di sinistra, al massimo di centrosinistra. Ed è chiaro che Italia Viva difficilmente potrà presentarsi alle prossime elezioni in coalizione con Pd e M5s, a maggior ragione nelle vesti di junior partner. Pensare ad un’alleanza con Salvini è fantapolitica, Renzi non entrerà nel centrodestra. L’ipotesi più percorribile è che tenti di creare il centro. E’ un’operazione lunga e complicata, anche questa. Serve convincere Forza Italia, +Europa, Azione di Calenda, Udc e altri partitini a formare un unico blocco, ma soprattutto a rinunciare alle garanzie che la permanenza nei rispettivi poli fornisce.

Ecco perché al di là dei riti della politica, dei suoi cicli, i déjà-vu avvengono ma con qualche variante. Renzi ha minacciato la crisi. Ma non l’aprirà. La questione è ribaltata. Il cerino nelle mani di Conte: “Che fai, lo cacci?”.

Quel pregiudizio del governo su Renzi

Renzi

Se la politica italiana recuperasse onestà – non il ritornello urlato nelle piazze dai grillini, ma la capacità di analizzare i problemi esercitando buon senso, senza preconcetti, posizioni pregiudiziali, logiche del reciproco dispetto – sarebbe una buona notizia. Questa notizia, però, non sembra essere all’orizzonte. Più facile vedere comparire una crisi di governo.

Parliamoci chiaramente: è comprensibile il punto di vista di chi crede che quella di Matteo Renzi sulla prescrizione sia una battaglia ingaggiata per mettersi in mostra, per ottenere una centralità che altrimenti la realtà politica odierna non gli riserverebbe. E ancora: si può capire chi ha interpretato come un errore, uno sgarbo istituzionale, la mancata presenza della delegazione di Italia Viva al Consiglio dei Ministri odierno. Ma con la stessa chiarezza bisogna dire che è lecito dal punto di vista del nuovo soggetto renziano reclamare ascolto e pari dignità su un tema sensibile come quello del garantismo.

Per quanto sembri difficile da credere, anche su un argomento come la prescrizione, se c’è volontà politica posizioni sulla carta inconciliabili come quelle incarnate da Alfonso Bonafede e Matteo Renzi possono trovare un compromesso. Il punto, in questa vicenda, sembra essere proprio questo. Al di là dei tecnicismi, dei diversi pareri su dove si trovi la ragione, non tenendo conto di due visioni della giustizia antitetiche, tacendo dell’approccio giustizialista con cui questa vicenda è stata affrontata dal partito di maggioranza relativa in Parlamento, ma soprattutto di come è stato clamorosamente appoggiato da un partito che si dice democratico ed un tempo perfino garantista, bisogna ammettere che il problema, per qualcuno, è solamente è uno: Renzi.

Fin dalla scissione con il Pd, la sua presenza al tavolo del governo, il fatto che ne fosse diventato d’un tratto azionista, è stato vissuto con disappunto, con malcelato fastidio. Un sentimento provato non solo dal MoVimento 5 Stelle, ma a maggior ragione dal Pd, che il partito renziano deve tentare di ucciderlo nella culla, per non rischiare di vederselo un giorno cresciuto e potenzialmente pericoloso. E allora arriviamo al dunque: tutto questo caos sulla prescrizione, queste polemiche per l’atteggiamento di Italia Viva, le strigliate dello statista Conte, la denuncia di “maleducazione” (ohibò!), l’ipotesi di un ritorno al voto messa in campo come una minaccia, cosa sono se non la conseguenza di un “peccato” originale?

Quale? La presenza di Renzi al governo. Interpretata al di là dei suoi torti o delle sue ragioni. Come quando si ha un pregiudizio su qualcuno, giusto o sbagliato che sia. Il punto, però, è che stavolta non c’è di mezzo né Renzi, né Italia Viva. C’è in gioco l’Italia.