Il MoVimento 5 Stelle si vergogna del Pd

Di Maio

Come se ad aver perso 6 milioni di elettori nel giro di un anno non fosse il suo MoVimento. Come se ad essere passati dal 32 al 17% fossero altri. Come se la crisi di governo aperta da Salvini fosse un suo merito, un suo successo politico, Luigi Di Maio stabilisce pre-condizioni, emette diktat, scandisce i tempi e i modi del confronto con il Pd.

Come se 14 mesi di sfacelo non bastassero, come se non avesse mai governato, come se le sue parole fossero minimamente credibili, il capo politico dei 5 Stelle delinea punti programmatici, prova a rifarsi una verginità politica e ad incollarsi alla poltrona, consapevole che un altro treno no, difficilmente passerà.

E in questa spregiudicatezza, demerito di un Pd che a sua volta subisce il gioco anziché farlo, c’è tutta l’arroganza di chi avrà pure archiviato l’era del “non ci alleiamo con nessuno” – salvo poi cercare sponde con tutti – ma allo stesso modo chissà perché continua a sentirsi superiore, ontologicamente diverso, fondamentalmente altro.

Così può spuntare un Di Battista qualunque e chiedere oltre al taglio dei parlamentari anche la revoca immediata delle concessioni autostradali ai Benetton. Oppure può capitare che Grillo e Di Maio pretendano come “conditio sine qua non” per governare che il Presidente del Consiglio non solo sia 5 stelle, ma anche specificatamente Conte. E già che ci siamo perché non chiedere ai dem di dire no alla Tav?

Se vi sembrano richieste evidentemente eccessive, se pensate che a tutto c’è un limite, che questa più che una trattativa sembra un ricatto, sappiate che l’impressione è corretta, la realtà ben delineata. Se il MoVimento 5 Stelle arriva a chiedere al Pd oltre il politicamente comprensibile, se si spinge a tirare la corda correndo il rischio che si spezzi non è – solo – perché un altro forno con la Lega resta comunque aperto. La verità è che del Pd si vergogna maledettamente. Come la sua base, prevalentemente contraria ad un accordo con quello che fino a pochi giorni fa era il “Partito di Bibbiano” e da qualche ora si è trasformato nel salvagente per restare aggrappati al governo. Non le migliori premesse, per dirsi di sì.

Il ruolo di Anti-Salvini

Salvini e Renzi in Senato

Al di là delle battaglie sul calendario, sulla guerra delle mozioni, sull’esito di questa crisi, sulla nascita o meno di un nuovo governo, sull’opportunità di evitare o oppure no il voto, c’è già un vincitore in questa partita politica.

Vedremo poi come evolverà il quadro, quali alleanze nasceranno in seguito, quali distinguo farà Zingaretti per dire che alla fine è stato lui, e lui soltanto, a dare il via all’esplorazione di un governo non più istituzionale, ma possibilmente di legislatura, coi 5 Stelle. Resta però il dato politico, la capacità di dettare l’agenda, di imporsi sulla scena. E in quella che sembrava una sceneggiatura già fatta e finita, unico regista Matteo Salvini, ad inserirsi è Renzi, il primo Matteo.

C’era un solo modo per provare ad evitare di essere fagocitato dal tempo: ingannarlo. E allora ecco che un finale scontato, un ritorno al voto che lo vedrebbe sparring partner nella migliore delle ipotesi, isolato nelle liste e in Parlamento in quella più probabile, diventa l’opportunità per mettersi di traverso, per tornare al centro, o quanto meno centrale. L’operazione necessita di buona dose di coraggio, o se preferite di faccia tosta, a seconda di come la si legge. Fatto sta che Renzi rientra in gioco, lo fa con un tempismo da fuoriclasse, comunque la si pensi sul suo conto, qualunque sia il giudizio sull’operazione in toto (e qui lo abbiamo detto).

L’altro Matteo, Salvini, che fiuto politico ne ha da vendere, ha già capito il senso di questa giocata. Leggeteli così i continui riferimenti al Matteo di Rignano, al governo della ribollita, alla “manovra fatta per salvare la poltrona a Renzi”. Si marcano, si annusano, si pungono. Sanno che se non è questa sarà la prossima. Gli toccherà sfidarsi, gli piacerà anche farlo. Perché uno con Di Maio non ha mai preso gusto, al punto che nelle ultime ore, in preda ad una sorta di sindrome del coccodrillo pentito, ha offerto ai grillini che avessero il coraggio di salirvi perfino una scialuppa di salvataggio. L’altro, sentendosi da sempre “altra cosa” rispetto alla “ditta”, alla prima opportunità ha fatto un sol boccone di Zingaretti, dimostrando altra stoffa, altra testa.

Poi magari il dopo sarà pure “altra storia”, il ciclone leghista spazzerà via tutto, l’accordo Pd-M5s sarà ricordato come un sogno (o meglio un incubo) di mezza estate, ma l’indicazione che arriva è questa: Renzi s’è preso il ruolo di anti-Salvini. Sarà da Matteo a Matteo. E a un certo punto non era più così scontato.

Coerenza e coraggio

Matteo Salvini

Non c’è bisogno di essere Renato Mannheimer o Alessandra Ghisleri per capire che andare a votare presto, al più presto, sia la soluzione ideale per Matteo Salvini. Non c’è dubbio che l’aumento dell’Iva sarebbe una mazzata per l’economia delle famiglie italiane. Ed è certamente vero che un governo di accordo nazionale, del presidente, dell’inciucio – scegliete voi la definizione che preferite – avrebbe il potere di rompere le uova nel paniere di Salvini.

Ora però dobbiamo decidere se la politica è un gioco di società, un appassionante strategico fatto di alleanze improbabili che possono mutare a seconda delle carte che distribuisce il mazzo, o se invece vogliamo che sia una cosa seria, la proiezione di una società migliore di quella che questo governo ha contribuito a trasformare. Se per mesi abbiamo sostenuto che Lega e MoVimento 5 Stelle erano la faccia di una stessa medaglia ora non possiamo cambiare idea soltanto perché temiamo che Salvini vinca le elezioni. Non possiamo portare via il pallone proprio quando l’avversario sta per calciare il rigore: non siamo più nel nostro cortile.

Se l’idea di un Salvini al governo da solo o in tandem con Giorgia Meloni ci spaventa, ci inquieta, non possiamo rifugiarci in una manovra di palazzo. E’ di sicuro la strada più semplice, ma è con ogni probabilità quella sbagliata. Non ne fate una questione di “purezza”? Per una volta non vi interessa la coerenza? Non importa. Abbiamo comunque una prova che sia un errore. Sappiamo già cosa succede a lasciare Salvini da solo all’opposizione. Basta riportare le lancette indietro di qualche anno, quando tutti i partiti italiani – responsabilmente – hanno sostenuto l’allora governo Monti. Salvini all’epoca scaricò il peso di misure impopolari ma necessarie sulle altre forze politiche. Fu l’inizio della scalata. Guardate dov’è arrivato.

Troppo facile. Adesso Salvini deve assumersi la responsabilità del mancato abbassamento delle tasse, dell’incremento dell’Iva: che significherà aumento dei prezzi di un caffè al bar, di una pizza fuori, di un’andata al cinema. Deve spiegare al Paese perché per un anno è andato orgoglioso di questo governo e poi a ridosso della Manovra è scappato. E non significa “tanto peggio tanto meglio” ma “dalle parole ai fatti”.

Poi gli italiani saranno liberi di votarlo ugualmente: perché il bello di questo Paese – nonostante le tentazioni di chi vuole essere ministro dell’Interno, leader del primo partito italiano e contemporaneamente presidente della Repubblica e delle due Camere – è che viviamo in una democrazia.

Dunque potere al popolo. Non nel senso del partito. Ma di parola agli italiani. Perché in politica si può perdere tutto, ma non la faccia. Non la coerenza, non il coraggio.

Poltrona cercasi disperatamente

dario franceschini

Ognuno fa i conti con la sua dignità usando il proprio metro. Ma arriva un punto in cui la realtà deve presentare il conto, c’è un giorno nel quale la verità deve per forza essere riaffermata. E allora è giusto parlarne, di Dario Franceschini. Una vita nell’ombra, ma sempre ben comodo. Fino al 4 marzo 2018.

L’intervista in cui l’uomo che è stato ministro due volte in 3 governi dal 2013 al 2018 auspica un’alleanza tra Pd e MoVimento 5 Stelle dovrebbe essere incorniciata ed esposta come manifesto esplicativo della fine della sinistra italiana.

Senza perdersi nei meandri della sua spiegazione “morale” e psicanalitica sul perché – a volere farla breve – secondo lui i grillini sono diversi (in meglio) dai leghisti, c’è una frase che è emblematica dei motivi che spingono Franceschini a sollecitare l’abbraccio con Di Maio:”Difficilmente il Pd col proporzionale potrà arrivare al 51%“.

Eccola, dietro la spiegazione aritmetica di Franceschini, nascosta dalla motivazione ufficiale del “da soli non bastiamo”, si cela il dramma personale di uno, ma comune purtroppo a tanti dirigenti appassionati di potere, non di politica. Il loro stato d’animo attuale può essere riassunto in un annuncio: poltrona cercasi disperatamente.

Perché diciamolo chiaramente: individuare i “valori umani e costituzionali in comune” tra il Pd e chi appoggia le politiche migratorie di Salvini, o tra il Pd e chi promuove le derive anti-parlamentari di Casaleggio, risulta sinceramente complicato.

Non bastassero le differenze politiche emerse in un anno di governo, si potrebbe rispondere con una domanda a chi lavora ad un’intesa coi grillini, dietro e davanti le quinte. Ma quali prospettive può avere, quale attrazione può esercitare, un partito che rendendosi conto di non essere più capace di vincere ripiega alleandosi con il suo opposto, la propria negazione?

Ma quale unità

Renzi e Zingaretti

Non c’è da sorprendersi che il nuovo “leader” di un partito decida di attorniarsi di gente di cui si fida. Chi si meraviglia del fatto che nella nuova segreteria del Pd di Zingaretti non ci sia nemmeno un renziano vive su Marte. Era chiaro fin dall’inizio, fin da prima della vittoria alle primarie, che stava nascendo un nuovo partito. Un nuovo partito che si sarebbe prima o poi scomposto in due partiti. Se non di più.

Perché parliamoci chiaro, gente come Renzi, come Calenda, con le idee di Zingaretti, Zanda, Sereni, mettiamoci pure Bersani, non ha mai avuto nulla a che spartire. Credere che bastasse cambiare leadership, privare un gruppo dirigente della parola “dirigente”, andare in televisione a spiattellare lo slogan “unità, unità” nemmeno il Pd si fosse trasformato in un MoVimento 5 Stelle qualsiasi (lì era “onestà, onestà”) significava entrare in una sessione di auto-convincimento senza approdo.

Ma nascondere la polvere sotto il tappeto non serve, mai. Il caso Lotti-CSM appare per quello che è: un caso che non avrebbe dovuto esserci. Perché non c’è motivo che giustifichi un politico che si interessa delle trame della magistratura. Trame che, peraltro, neanche dovrebbero esserci. Però la messa all’angolo di Lotti da parte della nuova dirigenza, cerchiobottismo di Zingaretti a parte, sa di resa dei conti, di vendetta da consumare sul più vicino a Renzi perché tale, di sfida politica ridotta a faida interna.

Con Zingaretti troppo scaltro per intestarsi la responsabilità dello strappo, sono gli altri ad andare avanti per azzannare il “colpevole” (presunto, non sia mai qualcuno lo abbia scordato). Di fondo c’è una partita a scacchi, parallela a quella del governo, dove Salvini e Di Maio tentano ogni volta di passarsi il cerino per la caduta dell’esecutivo. Così nel Pd, se ancora così si può chiamare, Renzi vorrebbe andare, anzi, dovrebbe andare, ma resta in attesa di condizioni migliori. E Zingaretti, che di Renzi si vorrebbe liberare, non può strappare, per non essere un giorno additato lui, proprio lui, come quello che predicava pluralità, campo largo, ma solo a parole.

E’ l’immagine di un partito destinato ad avere un doppio spartito. Di un partito, se ne prenda atto, che non è un solo partito.

Ne scaturisce un’esclamazione, più che una domanda. Una constatazione, più che un dubbio. Ma quale unità…

I referendum per gli elettori italiani alle Europee

Elezioni Europee

Parliamoci chiaro, le elezioni Europee NON saranno soltanto la risposta alle domande che tutti si pongono da mesi: “Ma il governo dura? E se sì, fino a quando?“.

Il non detto, il non propriamente immediato, il concetto che ad uno sguardo superficiale sfugge, è che gli italiani devono rispondere con il loro voto ad alcuni referendum. E poco importa che il loro credo sia di centrodestra o di centrosinistra. Ce n’è per tutti.

Chi è di centrodestra deve uscire dall’ipocrisia: deve scegliere tra un partito apertamente razzista, con una lunga storia di offese e insulti anche nei confronti di certi italiani, e uno a baricentro moderato e liberale, democratico e cristiano.

Chi è di centrosinistra deve guardarsi dentro: deve capire se il suo approdo è un movimento populista che sta al governo con un partito di estrema destra oppure il suo futuro è la creazione di un campo riformista e ambientalista credibile.

Chi è di centrodestra deve guardare alle proprie tasche, al suo portafogli: può e deve scegliere tra uno Stato che fa spesa pubblica pagando il reddito di cittadinanza per non lavorare e uno Stato che ha come scopo quello di mettere ogni cittadino nelle migliori condizioni per raggiungere il proprio successo. Lavorando.

Chi è di centrosinistra deve prendere atto di avere sbagliato, e più volte, obiettivi e strategie, convinzioni e politiche. Ora può e deve scegliere tra la demonizzazione dell’avversario e la costruzione di un’alternativa. Seria.

Chi è di centrodestra deve farsi un esame di coscienza: deve capire se i leader, uomini e donne, che scimmiottano Mussolini sono le persone adatte a guidare un Paese libero e democratico come l’Italia.

Chi è di centrosinistra deve fare una scaletta delle priorità: deve decidere se andare al governo è l’unica cosa che conta o se le idee e i valori vengono prima di tutto. Pure delle poltrone.

Chi è di centrodestra deve decidere se la sua massima aspirazione è vivere nell’illusione di piccoli Stati sovrani(sti) ma ininfluenti o inseguire il sogno di un’Europa gigante politico e impegnarsi a costruirlo.

Chi è di centrosinistra deve scegliere tra le sirene del populismo e la dignità della coerenza.

E’ per questa serie di bivi, non più procrastinabili, che le elezioni Europee rappresentano per l’Italia un referendum sul suo futuro. Qualcuno si è sentito offeso? Nessuno ha citato sigle di partito, né nomi di questo o quell’altro leader. Chi è rimasto male ha di sicuro la coda di paglia o la coscienza sporca.

Il futuro dopo Siri: c’è l’embrione di un nuovo governo

Dietro la conferenza stampa di Giuseppe Conte sul caso Siri non si cela soltanto la fretta del MoVimento di risolvere una questione imbarazzante per l’auto-proclamato “governo del cambiamento”. Né la questione è catalogabile solo come la volontà di Di Maio e Conte – sempre più premier M5s – di esibire lo scalpo di un fedelissimo di Salvini ai propri elettori e ringalluzzirli in vista delle elezioni Europee. C’è certamente questo, ma non solo.

La manovra di ieri rivela una volta di più che la frattura tra Di Maio e Salvini non è ricomponibile. Dopo le Europee verrà scelto dal leader della Lega un casus belli per rompere il patto di governo.

Non è convenienza di Salvini sacrificare l’esecutivo sull’altare di Siri. In primis perché – per quanto si possa essere garantisti – non v’è certezza che il sottosegretario sia innocente come dice. Impostare poi una campagna elettorale sull’indisponibilità a rinunciare ad un sottosegretario indagato per corruzione significherebbe un clamoroso autogol.

Da questo ragionamento ne deriva un altro: se questo governo cade è chiaro che non potrà ripresentarsi dopo le nuove elezioni Politiche identico a se stesso. E qui sta l’accelerazione di Conte. Il MoVimento 5 Stelle ha deciso di occupare l’arco sinistro del Parlamento. La “sfrontatezza” con cui si decide di stuzzicare Salvini nelle ultime settimane è figlia di una sicurezza che il leader della Lega non ha: la possibilità di una maggioranza alternativa dopo le urne.

Qui interviene il Pd di Zingaretti. Perché sono sempre di più i segnali che lasciano intravedere la volontà di un dialogo tra le parti. Un sondaggio di Porta a Porta dice che il 54% degli elettori dem sarebbe disponibile ad un’alleanza coi 5 Stelle. Poco più di un elettore su 2. Una percentuale che dà l’idea della spaccatura all’interno del partito sulla questione. E che prefigurerebbe la nascita di un nuovo partito di stampo centrista di Renzi.

Di questa exit strategy non dispone, ancora, Matteo Salvini. Se il MoVimento 5 Stelle può permettersi di forzare, consapevole che prima o poi a strappare sarà la Lega per capitalizzare il proprio consenso, d’altro canto Salvini ha ancora un problema: Silvio Berlusconi. Fiaccato com’è da un intervento chirurgico non banale, recluso al San Raffaele e impossibilitato a lanciarsi in una campagna elettorale che sarà decisiva per la sua sopravvivenza politica, è ancora il Cavaliere il freno alle ambizioni di Salvini. Una Forza Italia marginale, ampiamente sotto il 10%, darebbe a Salvini la possibilità di lanciarsi nel suo progetto di nuovo destra-centro, costituendo un’alleanza che vedrebbe in Toti e Meloni le sue stampelle.

Fino al 27 di maggio, però, questo scenario è bloccato, sospeso. Ne deriva un vantaggio di tempo per Di Maio, autorizzato fin da ora a bombardare il suo alleato di governo, nella speranza che le Europee vedano primeggiare il M5s rispetto al Pd e gli consentano di arrivare alle Politiche, presumibilmente in autunno, con lo slancio di chi intende esprimere, dopo l’accordo con Zingaretti, il nome del prossimo premier.

Questo è lo scenario, la strategia. C’è l’embrione di un nuovo governo. Che gli italiani lo sappiano, almeno.

Sta nascendo il PDi Maio?

L’indole di una certa sinistra è la stessa da sempre: il fascino esercitato dal potere è per alcuni dirigenti irresistibile. Ma cercare di tornare alla guida del Paese aggirando il problema del consenso è un errore tragico, come il piano che sta balenando nella mente di alcuni politici del Pd, impegnati in tentativi di abboccamento a dir poco comici nei confronti del MoVimento 5 Stelle.

Graziano Del Rio è una persona seria, ma le sue parole a “La Stampa” dovrebbero preoccupare non poco gli elettori che hanno votato Partito Democratico con la consapevolezza di essere “altra cosa” rispetto ai pentastellati.

I sospetti che fin da subito hanno accompagnato l’elezione a segretario di Nicola Zingaretti sembrano confermati dai movimenti delle ultime settimane. Del Rio che porge la mano ai 5 Stelle e si dice disposto a discutere su temi come salario minimo, conflitto di interessi e taglio dei parlamentari pensa di fare “qualcosa di sinistra”, ma sfoderare il repertorio di Nanni Moretti non basta a restituire rappresentanza ad un popolo.

Bisogna uscire da un equivoco: il MoVimento 5 Stelle, che si è sempre definito una forza post-ideologica, non è “la nuova sinistra” come azzardò assurdamente Eugenio Scalfari qualche tempo fa. Piuttosto è corresponsabile di un governo di estrema destra che sta distruggendo il Paese.

Qualche mese fa fu Renzi ad evitare che il Pd consegnasse il centrosinistra ai 5 Stelle. Ora quel salvagente non c’è più. Se da una parte l’intervista di Del Rio può essere letta come il tentativo di incunearsi tra MoVimento 5 Stelle e Lega per farne esplodere le contraddizioni, dall’altra c’è il rischio concreto che questa manovra si configuri come attività di preparazione del terreno in vista di future alleanze, anche senza nuove elezioni ma con un semplice cambio di maggioranza in caso di caduta del governo.

L’obiettivo del Pd, detto da chi non è del Pd, dev’essere sconfiggere il MoVimento 5 Stelle, non esserne la stampella. Dimostrare che la buona politica vince sull’anti-politica, che i progressisti sono meglio dei populisti.

Scegliere di rincorrere Di Maio, oltre a portare all’auto-distruzione, conduce anche all’umiliazione. Basta leggere la replica che il capo grillino ha riservato all’apertura di Del Rio:”Se il Pd vuole votare quelle proposte avrà l’occasione di redimersi da quanto non ha fatto in questi anni”.

Porgere la mano è diverso che porgere la guancia. Il Pd provi a fare il Pd. Non ceda alla tentazione di fondare il PDi Maio.

Come isolare Salvini sul diritto alla cittadinanza

Il fatto che il dibattito sul diritto alla cittadinanza sia stato riaperto da un ragazzino di 13 anni di nome Rami che ha salvato 50 compagni di classe da un attentato la dice lunga sulla qualità della nostra agenda politica. C’è chi ha pensato, mostrando scarsa capacità di visione, che l’unica cittadinanza importante fosse quella del reddito. Non è così, non se abbiamo la pretesa di considerarci un Paese civile.

Bisogna dunque uscire per una volta dagli schemi classici, renderci conto che certi temi non sono – come qualcuno vorrebbe far credere – appannaggio della sola sinistra. Si tratta di buon senso. Se due bambini nati in Italia vanno a scuola insieme, giocano a calcio insieme, tifano la stessa squadra insieme, trascorrono un mucchio di ore davanti alla PlayStation insieme, amano la pizza in maniera esagerata insieme, allora non si vede perché la discriminante per decidere la loro nazionalità debba essere il luogo di nascita del loro papà.

Personalmente sono contrario ad uno ius soli che segua il modello americano, che pure rimane la più grande democrazia del mondo: non penso che per l’Italia concedere la cittadinanza a chiunque nasce sul suo territorio sia la soluzione migliore. Vorrebbe dire incentivare il fenomeno della migrazione di migliaia di persone, che vedrebbero in un viaggio disperato la speranza di un futuro migliore per i loro figli. Penso invece che la discriminante debba essere la cultura. Mettere la scuola al centro. Chi cresce leggendo Dante, studiando educazione civica, chi un giorno suderà sette camicie cercando di tradurre i classici greci e latini, ha il diritto di essere considerato italiano come noi.

In questo senso è giusto dire sì allo “ius culturae”. E ripeto: non è una proposta di sinistra. Silvio Berlusconi in passato si disse favorevole ad una legge che concedesse la cittadinanza italiana dopo un esame che valutasse il livello di integrazione dei figli nati da stranieri. Non si vuole essere troppo pro-migranti perché a livello elettorale non paga? Si decida allora di modificare leggermente il progetto di riforma renziana che attribuiva la cittadinanza al completamento di un ciclo di studi. Si aggiunga un’assicurazione in più: è italiano chi ha studiato per almeno 5 anni nelle nostre scuole. Significa aver fatto tutte le scuole elementari in Italia oppure le scuole medie più i primi due anni di liceo. Davvero non basta?

Diverso è il discorso per lo “ius sanguinis”: non è francamente attuale un discorso secondo cui un ragazzino nato e cresciuto in Italia diventi “dei nostri” soltanto al compimento del 18esimo anno di età. In questo caso si applichi un concetto “securitario”, chissà che ne pensa la Lega: ha diritto alla cittadinanza un bambino figlio di genitori stranieri che risiedano in Italia da almeno 7-8 anni (scegliete voi) e che non abbiano commesso neanche un reato.

Su queste proposte un centrodestra moderato e non succube di Salvini si gioca non solo la faccia, ma anche la possibilità di mostrare alla maggioranza degli italiani – che non è razzista – il vero volto del leader della Lega e, di conseguenza, la possibilità di recuperare la sua centralità all’interno della coalizione. Il Pd a sua volta ha il compito di non estremizzare il dibattito: ha la responsabilità di non chiedere una cittadinanza indiscriminata e per tutti che sarebbe – oltre che sbagliata – anche indigeribile per quella parte di centrodestra che già è chiamata ad una prova di coraggio non da poco agli occhi del suo elettorato tradizionale. Il MoVimento 5 Stelle, infine, ha una chance più unica che rara: isolare Salvini su un tema di buon senso, ma Di Maio ha dimostrato di essere come sempre in ritardo quando ha detto che il tema non fa parte del contratto di governo e quindi non è in agenda.

Eppure il gioco vale la candela. Se non si vuole farlo per Rami e i suoi fratelli, lo si faccia allora per i propri destini politici. Spiegare la realtà agli italiani è forse un esercizio faticoso, ma anche l’unico possibile per inchiodare Salvini alla verità delle sue posizioni: semplicemente razziste.

Un nuovo vecchio Pd

Zingaretti vince, anzi trionfa. Un successo accompagnato dal jingle del “ponci ponci po po po”: “Ti piace vincere facile?”. Non c’era un’alternativa in grado di contrastare il ritorno della vecchia sinistra alla guida del Partito Democratico, c’erano piuttosto due doppioni che si sono divisi quel po’ di elettorato che ha trovato dentro di sé abbastanza fede per recarsi ai gazebo.

Perché per quanto possa venire istintivo paragonare i numeri di queste primarie alle scorse, è chiaro che ad eleggere Zingaretti non sia stato lo stesso popolo che ha fatto segretario Renzi. Sono elettori di ritorno che rimpiazzano quelli fino a ieri maggioranza, da oggi quasi fuoriusciti. Perché la divisione che il governatore del Lazio promette di superare è infatti prima di tutto interna al proprio mondo, al di là delle correnti. Chi ha votato Zingaretti non poteva votare Renzi. Chi votò Renzi difficilmente voterà Zingaretti.

Quando parla per la prima volta da segretario dedicando la vittoria a Greta Thunberg, la 15enne svedese che lotta contro i cambiamenti climatici, Zingaretti fa una buona mossa: si intesta una battaglia ambientale, ma prima di tutto culturale, che in altri Paesi europei ha prodotto buoni risultati elettorali (basta vedere i numeri dei Verdi tedeschi) e manca totalmente dal dibattito italiano.

Quando si rivolge ai giovani, ai poveri e ai disoccupati, fa quello che Nanni Moretti avrebbe definito “qualcosa di sinistra”. Ma in un discorso un po’ esaltato, e per giunta prolisso, pur definendosi “leader” e non “capo” (stoccata a Renzi subito, subitissimo) di una comunità già ringrazia “l’Italia che non si piega”. Errore: c’è vita e resistenza al governo anche oltre il Pd. Eccome se ce n’è.

Il rischio è quello di alimentare una bolla destinata a scoppiare al primo contatto con la realtà: le prossime Europee. Zingaretti è il segretario del maggior partito di centrosinistra, da ieri sembra solo di sinistra: al resto d’Italia deve ancora parlare. Si vedrà come. Ma per ora sembra un nuovo vecchio Pd.