Onore a Mara Carfagna, onore a chi resta

Silvio Berlusconi e sullo sfondo Mara Carfagna

Cos’è l’invito di Matteo Renzi ai moderati di Forza Italia che non vogliono “morire salviniani” se non una mossa strategicamente perfetta per un soggetto appena nato che sta tentando di trovare il suo spazio in un contesto politico fortemente polarizzato tra destra e sinistra? Però c’è un “però”. Il naufragio dell’operazione di reclutamento dettato dal rifiuto di Mara Carfagna di aderire ad Italia Viva.

Si vedrà nel tempo se questa fermezza sarà scalfita o meno. Ma intanto bisogna prendere – e dare – atto del coraggio della vicepresidente della Camera.

Non è semplice, oggi, essere di centro-destra. Le idee europeiste, liberali, moderate, riformiste, che caratterizzano quest’area politica sono messe a dura prova da una destra sovranista, miope, truce che a suon di consensi (e fake news) ha eroso il suo tradizionale bacino di consensi. Cedere oggi alle lusinghe di un nuovo partito, certa di un ruolo di primissimo piano, di un posto al sole del renzismo, lasciando Forza Italia al suo destino sarebbe stato semplice.

Mara Carfagna ha scelto invece di presidiare il campo del centro-destra senza consentire a Matteo Salvini e ad una destra estremista di muoversi agilmente nella prateria lasciata sguarnita dal Berlusconi al tramonto. E’ proprio in questa stagione politica crepuscolare che Mara Carfagna, il fido Gianni Letta e un altro manipolo di coraggiosi, a partire dal tanto vituperato Brunetta, stanno dimostrandosi forse più berlusconiani di Berlusconi.

Certo, essere più realista del re non sempre paga. Ma in quel “c’è chi si batte per il seggio e chi per le idee. A rischio di perderlo, il seggio” consegnato a Twitter dalla Carfagna sta la sfida, prima che a Renzi, soprattutto a Matteo Salvini.

Ora arriva il difficile (e il bello): fare in modo che la sua posizione diventi maggioritaria dentro Forza Italia.

Non è noto a che punto sia la preparazione del congresso di Forza Italia che avrebbe dovuto celebrarsi in autunno. Né è dato sapere se un confronto tra gli iscritti sulla linea del partito (con o senza Salvini) avrà mai luogo. Ma grazie alla piazza “sbagliata” dell’uomo di Arcore siamo venuti a conoscenza di almeno due cose: un centro-destra diverso esiste, un centro-destra diverso è (forse) possibile. Onore a Mara, onore a chi resta.

Vince Matteo

Matteo Salvini e Matteo Renzi a "Porta a Porta"

Vince Matteo. E alla battuta un po’ scontata, alla scoperta dell’acqua calda, al pronostico che tutti avrebbero azzeccato prima del duello da Vespa, si aggiunge anche dell’altro, un elemento di verità non banale: il fatto che in fondo, per la parte che interessava loro, abbiano vinto entrambi, sia Salvini che Renzi.

Il primo parla al suo elettorato, torna sul tema immigrazione ogni volta che ne ha l’occasione. Lo fa spudoratamente, senza particolari guizzi, ma come Trump negli Usa ha compreso che quello è “l’argomento”, il suo centro di gravità. E il fatto che sia anche “permanente” ne delinea i confini, ma soprattutto i limiti. Quelli di un leader che sarà sempre emblema delle barricate, intese come muri sì, ma anche come isolamento politico, suo e del Paese che dovesse un giorno ritrovarsi a governare.

L’altro, Renzi, è onestamente più brillante. Lo scontro verbale è il suo pane, gli piace l’idea di un duello all’americana e si vede. Costruisce la narrazione di un Salvini “ballista” e nel rispondere punto su punto alle affermazioni del leghista afferma un principio a volte dimenticato: quello della preparazione.

E’ chiaro a tutti che sia il Matteo toscano quello che ha più da guadagnare dal confronto: dal 4% d’altronde si può solo salire. Ma è paradossalmente su questo aspetto che un Salvini in modalità disco rotto risulta più efficace. Lo fa definendo l’avversario “genio incompreso” dagli italiani. E Renzi si ritrova d’un tratto a non saper spiegare il perché la gente lo abbia ad un certo punto abbandonato. Dura poco. Il tempo che basta a domandarsi se l’appunto che spesso gli viene mosso dai suoi ex “compagni”, quello di non avere svolto un’adeguata analisi della sconfitta, sia dopotutto tanto campato in aria.

Tra i sospiri (tanti, troppi) di un Salvini nella prima parte irritato, si cela invece il desiderio di controllarsi che non gli è proprio. Esce alla distanza, il leader della Lega. Quando, in affanno, smette di affidarsi alle slide preparate dallo staff e usa quel linguaggio “basso” ma immediato (“sì vabbé, è colpa di mia nonna”), quando strizza come sempre l’occhio ai dimenticati (“mani da operaio”), quando insomma fa il Salvini svestendosi dell’istituzionalità che vorrebbe ostentare ma non gli appartiene.

Se fosse stato un incontro di boxe, però, Renzi avrebbe forse vinto ai punti. Più colpi, più propensione all’attacco. Questione di atteggiamento. Glielo ha consentito il ruolo di “underdog”, di sfavorito, ma soprattutto il sì di Salvini al duello. Che può essere letto come un gesto di generosità, perché chi ha il 33% può difficilmente sperare di guadagnare qualcosa contro uno che ha il 4%, ma allo stesso tempo può nascondere il peccato originale emerso con straordinaria forza nell’estate della tracotanza: l’arroganza di credersi forte, imbattibile. La voglia di asfaltare l’avversario, di divorarlo. C’è il rischio invece che lo abbia legittimato.

Non c’è il sondaggio su chi ha vinto, chi ha bucato lo schermo conquistando i telespettatori, non siamo in America. Non serve. L’idea è che entrambi abbiano vinto, ottenuto qualcosa: Salvini tra quelli che già erano con lui, Renzi con gli altri, ovviamente di più.

Pd e MoVimento 5 Stelle sono stati smascherati

Zingaretti e Di Maio

Matteo Salvini non ci piace, non è il nostro leader di riferimento, non lo sarà mai. Ma a Matteo Salvini, che questo Paese lo ha diviso dilaniandolo, provocando danni al tessuto sociale che dovremo curare per anni senza certezza di guarirli, va dato atto di una cosa: avere smascherato Pd e MoVimento 5 Stelle.

Le parole con cui Nicola Zingaretti ha aperto all’ipotesi di un accordo politico con i grillini dovrebbero suonare inquietanti per qualsiasi elettore democratico: “Vogliamo provare a farla diventare un’alleanza? Io dico sì, sennò torna Salvini“. Non c’è un programma, una base di ideali comuni, un disegno di Paese da costruire, ma c’è un collante: l’avversità contro quello che viene considerato il nemico pubblico numero uno.

Illudersi che questo possa bastare, che l’anti-Salvinismo possa essere il motore per costruire un’Italia migliore equivale a raccontarsi una favoletta indegna di un pifferaio magico. Non è sommando i voti dei sondaggi, rallegrandosi per un 40% che in aggiunta ai voti di Renzi può arrivare intorno al 47-48%, che due elettorati diversi diventeranno un tutt’uno. La politica non è un procedimento nucleare, non si spiega con una fusione a freddo.

La manovra di palazzo che ha dato origine al governo era quanto meno giustificabile – non del tutto comprensibile – se motivata dalla volontà di salvare i conti pubblici, di evitare l’aumento dell’Iva, di porre rimedio ai danni fatti da Salvini (e Di Maio, non dimentichiamolo mai) al governo. Troppo presto, invece, si è andati troppo oltre. Quella che si prefigura oggi, dopo l’Umbria, è un’alleanza strutturale, un nuovo centrosinistra che più sinistro non si può.

Basta vedere cosa sta accadendo in Calabria, nella mia Regione, dove il Partito Democratico, guidato da personaggi che hanno sfasciato questa bella e sfortunata terra, mira a rifarsi una verginità proponendo un’alleanza coi 5 Stelle, archiviando il governatore Oliverio come fosse un dettaglio e non un motivo di imbarazzo eterno, e puntando sulla memoria storicamente corta dei calabresi. E’ troppo, persino per noi.

Per non parlare di Beppe Grillo che, dopo aver fondato un partito che mai avrebbe dovuto allearsi con alcuno, nel giro di un anno ha fatto il governo con la destra e con la sinistra, e nella kermesse dell’Italia 5 Stelle ha completato il giro della morte durato 10 anni, passando dal Vaffa Day al “vaffa” ai suoi, dal loro punto di vista giustamente riottosi nel ritrovarsi alleati al Pd un anno dopo essere stati alleati con la Lega.

Pensavamo di averle viste tutte, o comunque tante. Dovevamo renderci conto che era solo l’inizio.

Ossessionati da Matteo Renzi

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

Matteo Renzi può risultare più o meno simpatico a seconda dei punti di vista. Le sue scelte politiche possono piacere oppure no. Ma ciò che sta accadendo in questi giorni nel governo (un governo che lo diciamo subito, non ci piace) è la prova di quanto il cosiddetto “fuoco amico” denunciato a più riprese dall’ex segretario del Pd non fosse un’invenzione. E’ la conferma di come una parte di questo Paese sia pericolosamente ossessionata dalla sua figura politica.

Non ci sono dubbi sul fatto che la nascita di Italia Viva sia stata dettata oltre che da ragioni “patriottiche” anche da un discorso di “interesse”. Con una sola mossa Matteo Renzi ha ottenuto due obiettivi: messo all’angolo Salvini e riacquisito una centralità altrimenti smarrita. C’è chi si indignerà per la sua conduzione spregiudicata, ma a livello puramente strategico c’è solo da applaudire. Non c’è stato niente di illegittimo in questa partita: c’è stata una giocata ardita, che è riuscita, e ha spostato gli equilibri.

C’è da prenderne atto. Ma il Pd e la sua nuova fidanzata, il MoVimento 5 Stelle, non ci riescono. Se Italia Viva propone di mettere da parte risorse per il 2021 e finanziare uno shock sull’Irpef sta tramando contro il governo. Se Renzi chiede di tagliare le spese per i servizi per reperire risorse sta facendo il fenomeno (cit. Conte). Se Renzi che ufficialmente – lo ribadiamo, ufficialmente – ha creato Italia Viva per evitare l’aumento dell’Iva si oppone alla possibilità di rincari e rifiuta l’idea che il suo partito diventi “Italia Iva” per il Pd e il M5 sta reclamando “spazio personale”.

Siamo di fronte ad un fenomeno particolare, ad una dinamica psicologica che andrebbe analizzata, studiata. Curata. E’ come aver percorso un tratto di vita insieme, lasciarsi, e non accettare che l’altro/a ad un certo punto volti pagina, davvero. Sì, c’è ancora qualcosa, un legame con cui “fare i conti”: i figli, gli amici, le case. In questo caso è il governo. Ma non c’è altra strada se non quella di mettere da parte il rancore. E provare a fidarsi. Impossibile? Va bene, ma allora ditelo che siete mossi dal pregiudizio, inguaribilmente vittime di un’ossessione.

DeSalvinizzate Di Maio

Di Maio

Come quando si sta a lungo insieme ad una persona, arriva un punto in cui se ne copiano inconsapevolmente i vezzi, i modi di fare, le espressioni. Può persino succedere, a volte, che a mutare sia l’inclinazione della voce, il modo di pensare. E di pensarsi. Così si spiega l’ultima svolta, o se preferite “giravolta”, di Luigi Di Maio.

Perché si è a lungo ironizzato, nei 14 mesi del primo governo Conte, sul rapporto “sentimentale” tra il capo politico M5s e Matteo Salvini. E a maggior ragione lo si è fatto quando nella fase finale della loro “storia” sono volati gli stracci, oltre ai silenzi su Whatsapp. E sguardi pesanti, e non-detti carichi di risentimento. Ma ciò che emerge oggi, a poche ore dal post in cui Luigi Di Maio fa un ultimatum al neonato governo – pur precisando che il suo non è un ultimatum – è il segno più evidente di quanto l’influenza del “rapporto” con Salvini sia ancora forte sulla sua persona.

Sì, si sono invertite le parti, evoluti i racconti. Luigi, da vittima, vuol diventare leader, se non propriamente carnefice. E allora trae spunto dall’esperienza pregressa al traino di Matteo, l’amore politico di ieri che a colpi di tweet e dirette Facebook ne ha prosciugato l’anima, o se non amate il romanticismo “il consenso”. Così lui, oggi, stretto tra il protagonismo di un Conte che insidia la sua leadership nel MoVimento 5 Stelle e la personalità di un Renzi che non tarderà a farsi sentire, prova a riprendersi la scena ricordando che Luigi Di Maio non è – solo – il ministro degli Esteri (ahinoi) di questo governo ma alla peggio un “primus inter pares”.

Si leggano così le polemiche sulle tasse da abbassare, sull’aumento dell’Iva da scongiurare, sulle politiche ambientali da varare, sul salario minimo e sul taglio dei parlamentari da fare. Un po’ come le riunioni tra ministri M5s alla Farnesina: sulla stregua degli incontri di Salvini con le parti sociali al Viminale. Sono richieste d’attenzione, gesti copiati – consapevolmente o meno non è dato sapere – dal compagno di un tempo. Nella convinzione, forse, che la ricetta di chi bombarda da fuori sia valida sempre, per tutte le stagioni. E nell’illusione che così facendo, comunque vada a finire, almeno stavolta si soffrirà di meno.

Ci sarebbe da provare quasi tenerezza e comprensione, se non fosse in discussione qualcosa di ben più grande della storia di uno. Se prima Matteo e poi Luigi non avessero scambiato le loro carriere come l’aspetto primario da curare, ma ai danni del Paese. Come dicevamo: da alcune relazioni si può prendere tanto. Alle volte solo il peggio. DeSalvinizzate Di Maio.