Tic tac. Biden si avvicina alla Casa Bianca

Si chiamano Stati Uniti d’America, ma fatichereste a crederlo dopo aver assistito ai 90 minuti di dibattito presidenziale – l’ultimo – fra Donald Trump e Joe Biden alla Belmont University di Nashville.

Non che i due se le siano date alla stessa intollerabile maniera del primo confronto: d’altronde a far rispettare tempi e distanze c’ha pensato una straordinaria Kristen Welker, prototipo di giornalista e moderatrice da esportare.

Ma pur con toni più “pacati” e godibili della prima volta, resta immutata la sensazione di aver visto scontrarsi sul palco i rappresentanti di due diversi Paesi, due Americhe, che come rette parallele sono destinate a non incontrarsi mai.

Final 2020 presidential debate fact check and news coverage

Il fantastico mondo di Trump

Donald Trump continua a descrivere l’America più o meno come un Paradiso in cui tutto va bene, perché cambiare? La pandemia? “La fine è dietro l’angolo“. L’economia? Era e sarà da record. Il razzismo sistemico? “Sono la persona meno razzista in questa stanza“.

Sono istantanee che raccontano una delle caratteristiche principali di Trump: l’abitudine a dipingere una realtà che nella maggior parte dei casi semplicemente non esiste. Ma con straordinaria efficacia.

Tutto a discapito dell’interlocutore, Joe Biden, che più di una volta si ritrova a giocare sul terreno scelto dall’avversario, a rispondere ad accuse di corruzione (infondate) che riguardano lui e la sua famiglia. “False“, “not true“, oppone il democratico tra un sorriso e un sospiro. Ma basterà?

Il vecchio Joe

Altro che fair play, solo volume più basso, ma i colpi sotto la cintura sono la prassi. Questa volta, però, nemmeno la balbuzie impedisce a Joe Biden di rispondere con insperato vigore, di mettere in difficoltà il rivale inchiodandolo alle sue colpe, quelle che probabilmente gli costeranno la Casa Bianca, ben più delle qualità (comunque sottovalutate dal main stream) del leader democratico.

Va a segno, il vecchio Joe, quando sottolinea l’incoerenza di Trump nella gestione della pandemia: “Vi ha detto niente panico, è andato lui nel panico“. Così come colpisce il passaggio sulla narrazione “divisiva” del presidente. “Per lui ci sono Red States e Blue States“, dice Biden riferendosi ai colori che sulla mappa elettorale identificano i Repubblicani e i Democratici, “per me esistono gli Stati Uniti d’America“. Biden investe sulla voglia di pacificazione della parte più stanca del Paese, sul centro “moderato” che decide le elezioni e che ora annaspa anche a causa della faida tra due fazioni che faticano già a parlarsi, figurarsi a collaborare, a scegliere dei temi da perseguire insieme.

Trump l’outsider

Eppure Trump non è uno sprovveduto: diversamente non avrebbe sbaragliato Hillary Clinton. Rispetto al 2016 è cambiato tutto, ma non la voglia del biondo di Manhattan di presentarsi agli americani come un outsider della politica, anzi, “un non-politico“. Il messaggio fa breccia, soprattutto quando Trump chiede conto a Biden del perché non abbia realizzato ciò che oggi promette nei 47 anni di esperienza politica che ha alle spalle. E’ una domanda diretta, perfetta: pensate di trovarvi a dover rispondere nell’arco di pochi secondi, davanti ad una platea di milioni di telespettatori, giustificando quasi mezzo secolo di carriera. Complicato, vero?

Fracking and criminal

Il dibattito guarda all’ombelico del Paese: sanità, tasse, temi come il “fracking“, la tecnica di estrazione del petrolio che danneggia l’ambiente ma è legata a migliaia di posti di lavoro nel settore. Qui Trump prova a mettere in difficoltà Biden, chiamato a non scontentare l’ala più ambientalista della sua coalizione, e guadagna qualche punto. Ma è in evidente imbarazzo quando parlando di immigrazione si arriva a discutere dei bambini separati dai propri genitori al confine: “Criminal“, per dirla con le parole di Biden.

Mai guardare l’orologio

Il confronto volge al termine, Trump finisce in crescendo, Biden appare più stanco. L’errore più grande del democratico? Guardare l’orologio. Scivolone da non commettere: pena il rischio di comunicare allo spettatore l’ansia di scappare dall’arena. Bush senior fece lo stesso contro Clinton nel 1992: finì male.

La sensazione, però, è che per Biden la musica possa essere diversa. Il vantaggio fotografato dai sondaggi era tale da imporre a Trump una vittoria schiacciante nel dibattito per tentare di invertire la rotta della campagna elettorale, ma gli Instant Poll della Cnn fotografano un andamento diverso: per il 53% degli spettatori ha (stra)vinto Biden.

Ecco, la foto che apre questo pezzo, Biden che guarda l’ora, può in realtà riassumere alla perfezione il momento di questa campagna. Quell’errore può essere incredibilmente interpretato sotto un’altra luce. Quella di un candidato probabilmente imperfetto, ma certamente migliore del suo rivale. Quella di un 78enne perbene, che guarda le lancette poiché impaziente di prendersi ciò che mai come oggi è apparso a portata di mano: la vittoria, la presidenza.

Tic tac, il 3 novembre si avvicina: la Casa Bianca pure.


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Harris vs Pence: zitto e mosca

Kamala Harris e Mike Pence hanno avuto un dibattito. E questa è una notizia. Nessuna rissa verbale, nessuna offesa personale, al bando gli insulti in diretta tv. I due candidati alla vicepresidenza degli Stati Uniti hanno dato una dimostrazione dignitosa, restituito all’America il gusto dello scambio di opinioni all’insegna del rispetto reciproco: quanto Donald Trump e Joe Biden non sono stati in grado di fare nel loro primo dibattito.

Verrebbe quasi da domandarsi: perché non loro? Cos’è mancato a Kamala Harris per vincere la nomination democratica? Cosa a Mike Pence per emergere tra i Repubblicani come un’opzione più credibile di Donald? Non sono quesiti all’ordine del giorno, ma è probabile che lo siano al più tardi fra quattro anni, quando una ripetizione del dibattito odierno potrebbe valere non più per il posto da “numero due”, ma per lo Studio Ovale.

Storicamente, i duelli tra vice non spostano una grande mole di voti: secondo i sondaggisti difficilmente si va oltre il punto percentuale. Ma il confronto fra Harris e Pence assume una connotazione diversa, che va oltre i numeri del consenso: fornisce all’elettore medio un’immagine chiara sulle due proposte politiche in campo. Antitetiche, inconciliabili ma, paradossalmente, entrambe profondamente americane.

L’elefante nella stanza è ovviamente l’operato di Donald Trump. Kamala Harris non si crogiola nel vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Biden per giocare di rimessa: la miglior difesa è l’attacco. In questo il suo passato da procuratrice l’aiuta parecchio: quando vuole è incalzante, potente. E poi possiede il carisma che serve ad imporsi. Come quando Pence tenta di sovrastarla ed interromperla, e la democratica oppone un perentorio: “I’m speaking“, sto parlando.

Basta questo per zittire il pacato – non moderato, attenzione – ex governatore dell’Indiana, per ricordargli il rispetto delle regole concordate dalle rispettive campagne. E per consentire allo stesso Repubblicano di smarcarsi dall’atteggiamento irritante e infantile tenuto dal suo presidente per tutta la durata del dibattito con Biden. Ne guadagnano tutti: la godibilità del confronto in primis, l’immagine di Harris certo, ma anche Pence che, comunque vada, se davvero un giorno vorrà dare l’assalto alla Casa Bianca, avrà bisogno di aggiungere qualcosa di proprio alla definizione di “ex vice di Donald Trump“.

Il fatto che la frase più memorabile del dibattito sia questo semplice “sto parlando“, la dice lunga sulla capacità del duello di spostare voti: di fatto azzerata. Saranno in pochi a credere alla narrazione che Pence ha dato del ticket Biden-Harris, descritto come un’accoppiata di estrema sinistra, succube dell’ala di partito che fa capo a Bernie Sanders, costretta ad assecondare le sue istanze ambientaliste per sacrificare i lavoratori americani, in particolare quelli del Midwest. A disinnescare ogni retorica strumentale, più delle argomentazioni di Harris, sono i 47 anni di carriera politica di Biden: gli americani lo conoscono, impossibile descriverlo come un estremista.

Così com’è difficile ipotizzare che Harris convinca qualcuno che già oggi non voti per Biden sottolineando la mancata condanna dei movimenti suprematisti bianchi da parte di Trump. Per una semplice ragione: quattro anni sono stati abbastanza per conoscere il Presidente, su temi del genere gli americani, in un senso o nell’altro, hanno già fatto la loro scelta di campo.

Né deve meravigliare più di tanto il fatto che Pence abbia eluso, da navigato debater“, le domande più imbarazzanti. La moderatrice Susan Page, giornalista di Usa Today, ha sfornato ottimi quesiti: peccato si sia poi dimenticata di incalzare i candidati a rispondervi. Forse una maggiore insistenza avrebbe impedito a Mike Pence, ad esempio, di girare a vuoto su una delle questioni che più terrorizzano i democratici: l’ipotesi che Trump, sconfitto nelle urne, possa rifiutarsi di accettare l’esito del voto senza favorire un trasferimento di poteri pacifico.

Cosa resterà dunque, fra molti anni, di questo dibattito tra Kamala Harris e Mike Pence? Probabilmente una terza incomoda. La mosca che per 2 minuti e 3 secondi pressoché eterni ha esplorato la lucente chioma del vicepresidente americano, distraendo milioni di telespettatori alla visione, pronti a domandarsi se nel volo dell’insetto, nel suo indugiare proprio sul Repubblicano e non su Harris, vi fosse per caso una sorta di silenzioso messaggio in codice da decifrare o al più l’indizio di chissà quale complotto da svelare.

Per dire di come, in fondo, nessuno dei due contendenti abbia trovato il colpo del ko, il gancio che manda al tappeto il rivale. Clamorosa buona notizia, a pochi giorni dal voto, per chi può accontentarsi di gestire il vantaggio: in questo caso Joe Biden.

Clicca qui per gli highlights del dibattito.

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Trump torna alla Casa Bianca più Trump di prima

Non è cambiato, certi uomini non lo fanno mai. Poche ore fa aveva detto di essere andato alla “scuola del virus”, di avere imparato la lezione, di essere pronto a condividerne ogni aspetto con gli americani. La realtà è che Donald Trump resterà sé stesso fino a quando avrà respiro. E il fatto che gli sia mancato per alcuni interminabili minuti nella giornata di venerdì non è bastato per fargli cambiare opinione sulla malattia che ha già ucciso oltre 200mila americani.

Il tweet con cui annuncia il suo ritorno alla Casa Bianca alle ore 18:30 locali è l’indizio che conferma la tattica che segnerà le prossime quattro settimane di campagna elettorale fino al voto.

Trump dice di sentirsi “molto bene“, addirittura “meglio di 20 anni fa“. E poi invita il Paese a “non avere paura del Covid. Non lasciate che domini la vostra vita“. Non è ottimismo, è incoscienza. Non è esercitare leadership, è condurre al precipizio.

Nel commentare la notizia del suo ricovero in ospedale, pochi giorni fa, questo blog aveva sottolineato come Trump, vista l’età e la sua storia clinica, avesse bisogno di cure e fortuna. Ha avuto entrambe, ma dimentica che, in particolare nel Paese che ha avuto l’onore e l’onere di guidare, la sanità non è la stessa per tutti.

The Donald ce l’ha fatta, e ne siamo sinceramente felici. Ma le sue parole sono un concentrato di irresponsabilità e leggerezza che rischia di fare danni. C’è più o meno metà degli Stati Uniti che guarda al Presidente come un punto di riferimento. Da domani, il pensiero dell’elettore repubblicano sarà più o meno questo: “Se ce l’ha fatta lui, perché non io?“. Al quesito rischiano di dover rispondere nelle prossime settimane medici e infermieri americani.

La campagna elettorale? E’ pronta a ripartire. Anzi, non si è mai fermata. Trump ha giocato il jolly, scommesso sulla tenuta del proprio corpo, su una rapida vittoria sul virus. E ha vinto.

Adesso comincia una nuova partita nella partita tra lui e Joe Biden. Quale narrazione avrà la meglio? Quella del Democratico che invita alla cautela o quella del Presidente che ha contratto e sconfitto il contagio? Non ci sono dubbi su quale sia l’opzione da preferire. Ma è evidente che ce ne sia una di maggiore impatto, emotivo e politico.

L’America è al bivio, il mondo guarda. E Trump torna alla Casa Bianca, più Trump di prima.


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Biden non perde, nel più brutto dibattito di sempre

Immaginate che un cittadino americano abbia vissuto negli ultimi quattro anni su Marte, senza alcun contatto con la Terra. Improvvisamente catapultato a Cleveland, sede del primo dibattito presidenziale fra Donald Trump e Joe Biden, costui avrebbe sperimentato un senso di smarrimento certamente maggiore di quello provato nella desolazione del Pianeta Rosso. Dov’è l’America? E quale dei due Paesi descritti dai candidati è quello reale? Non c’è un dato che metta Trump e Biden d’accordo, non un valore comune, non un solo momento nell’arco di 90 caotici minuti di confronto nel quale la fiducia nel futuro sopravanzi il rancore che trasuda dalla contesa.

La sensazione è che questo dibattito finirà per spostare pochissimi voti. Difficile che il confronto abbia modificato le opinioni precedenti sui due candidati. Trump ha impostato gli scambi alla sua maniera: tante interruzioni, rispetto per l’avversario inesistente, bugie. E poi ancora bugie. Niente da dire sull’efficacia del suo eloquio: quelli bravi direbbero che The Donald parla alla pancia dell’americano medio. E questo sembra fare quando propone soluzioni a portata di mano su tutti i temi. Il vaccino, l’economia, la gestione della pandemia: parlare di ottimismo è una forzatura. Siamo ben oltre, siamo al racconto delle favole.

E Biden? Biden è visibilmente a disagio con le continue – scientifiche – interruzioni del rivale. Per chi come lui ha sofferto di balbuzie e ancora incespica su alcune parole, il modo di fare di Trump è letteralmente un incubo. Ma quello che il biondo di Manhattan usa per attaccarlo, i suoi 47 anni in politica (“Ho fatto più io in 47 mesi che tu in 47 anni“, chapeau per il ghostwriter) è anche la migliore garanzia per restare a galla in una serata così importante: si chiama esperienza. Sorride, scuote il capo, prende lunghi sospiri, scoppia in grasse risate: Biden lascia intuire di trovarsi a proprio agio sul proscenio. Eppure è chiaro che non lo sia realmente. Non può esserlo perché siamo ben oltre il dibattito, siamo nel mezzo di una rissa verbale che il moderatore Chris Wallace è incapace di controllare.

Così è un attimo passare dai problemi delle famiglie americane a quelli delle proprie famiglie. Biden parla del figlio Beau, morto per un tumore al cervello, per sottolineare il suo rispetto per i militari: “Mio figlio ha servito il Paese in Iraq e le persone come lui sono degli eroi, dei patrioti“. Il Democratico chiama in causa gli scoop che raccontano la mancanza di rispetto del presidente per i militari morti in battaglia e attacca: “Mio figlio non è un perdente!“. Trump ne approfitta per parlare del figlio “problematico” di Joe: “Non conosco Beau. Stai parlando di Hunter? E’ stato cacciato con disonore dall’esercito perché si faceva di cocaina“. Siamo evidentemente oltre il limite, perciò non deve sorprendere che ad un certo punto anche Biden sbotti, definendo Donald come “un clown” e “il peggior presidente della storia“.

Inquietante è anche il capitolo dedicato alla regolarità delle elezioni. Trump parla già apertamente di brogli, evita apertamente di assicurare che in caso di sconfitta garantirà una transizione pacifica, lascia intendere che potrebbero trascorrere dei mesi prima di conoscere il nome del presidente eletto. E’ una profezia nefasta, ma molto meno dell’oscurità percepita attorno al rifiuto di condannare apertamente il suprematismo bianco da parte del presidente, che addirittura si rivolge ai “Proud Boys“, noto gruppo neonazista: “Proud Boys, state fermi e state pronti: qualcuno deve fare qualcosa contro l’estrema sinistra“.

Certo, Biden non è un brillante 40enne dal futuro radioso. Ha più vita alle spalle che davanti, ma la narrazione del vecchio confuso e incapace di sostenere la pressione alimentata in questi mesi da Trump ha fatto il suo gioco. Il Democratico ha retto l’urto del primo impatto, in alcune occasioni ha addirittura scorto il terreno per il contrattacco. Le incertezze della sua performance sono in fin dei conti accettabili: e lo deve in particolare al suo rivale, che aveva prefigurato di fatto una partita senza storia, abbassando le aspettative su Biden, incappando nel più classico degli effetti boomerang.

Quel che è chiaro è che Trump aveva bisogno di una vittoria netta per risalire nei sondaggi: non l’ha ottenuta. Biden non perde, dunque a suo modo vince.

Ma tornando all’americano arrivato da Marte dopo 4 anni di assenza sul nostro Pianeta: oh, quanta compassione dovremmo provare oggi nei suoi riguardi. E quante pacche sulle spalle dovremmo dargli, quante carezze tra i capelli per farlo addormentare, per convincerlo che quello a cui assistito era solo un incubo. E non il più brutto dibattito di sempre, realizzato a scapito della carne lacerata e infetta dell’America.


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“Segui i soldi”

Follow the money“, segui i soldi. Questa è la frase iconica di un film che ha fatto la storia e l’ha raccontata. “Tutti gli uomini del presidente“, anno 1976, è la pellicola che narra il dietro e il davanti le quinte dello scandalo Watergate che segnò la fine della presidenza di Richard Nixon. “Follow the money” è la frase pronunciata dalla “Gola Profonda” a Bob Woodward, il giornalista che insieme a Carl Bernstein si rese protagonista dello scoop che cambiò l’America. Quest’ultimo, diversi decenni dopo, incitò i suoi colleghi ad applicare su Donald Trump lo stesso principio che aveva portato al successo della loro inchiesta: sì, seguire i soldi. Quel Donald Trump che, ironia della sorte, nel settembre del 2016 utilizzò questa identica espressione per criticare Hillary Clinton e la sua fondazione. Lo stesso Donald Trump – sempre lui – che esattamente quattro anni dopo, ad un mese dalle elezioni più importanti della storia americana, rischia di essere incastrato da un’inchiesta del New York Times.

Follow the money“, seguite i soldi.

Trump l’evasore

Iniziamo col dire che il New York Times è il New York Times. Al di là dell’orientamento liberal, un quotidiano del genere non pubblica un’inchiesta senza essere sicuro al 100% della bontà del proprio lavoro. Il giornale sostiene di aver messo le mani sulle dichiarazioni dei redditi di Donald Trump dal 2000 al 2017. Ne emerge un quadro sconvolgente, anche per coloro che mettevano in conto da tempo un’evasione fiscale corposa del magnate newyorchese. Basti dire che nel 2016 e nel 2017 il biondo di Manhattan ha versato nelle casse federali 750 dollari l’anno. Milioni di americani, molto più poveri di lui, in queste ore potrebbero essere particolarmente nervosi. A maggior ragione pensando che in 10 dei quindici anni precedenti, Trump non ha pagato al fisco neanche un dollaro. Ma come ha fatto il presidente, a fronte di un reddito netto di 427,4 milioni di dollari fino al 2018, a sfuggire a quasi tutte le tasse sulla sua fortuna? Secondo il NYT, “la risposta si trova in una terza categoria di attività di Trump: le aziende che possiede e gestisce personalmente. Le perdite collettive e persistenti da esse riportate lo hanno in gran parte assolto dal pagamento delle imposte federali sul reddito. (…) Questa equazione è un elemento chiave dell’alchimia delle finanze di Trump: usare i proventi della sua celebrità per acquistare e sostenere imprese a rischio, e poi gestire le loro perdite per evitare le tasse“.

Il rimborso da 72 milioni di dollari

Una delle scoperte più clamorose del NYT riguarda il rimborso da 72.9 milioni di dollari che Trump avrebbe ricevuto dal Tesoro americano per tutte le imposte sul reddito pagate per il periodo dal 2005 al 2008. La legittimità di tale rimborso è al centro della battaglia legale per la revisione contabile che The Donald conduce da tempo con l’Ufficio dell’Entrate Interno (IRS) e che il presidente ha utilizzato in questi anni (a partire dal 2011) per giustificare la propria ritrosia a pubblicare le sue dichiarazioni dei redditi, sostenendo che fossero oggetto di “audit“, ovvero una verifica della correttezza dei dati di bilancio e delle procedure di un’azienda.

Trump ha avuto accesso a quel rimborso “monstre” dichiarando enormi perdite commerciali – per un totale di 1,4 miliardi di dollari dalle sue attività principali per il 2008 e il 2009 – che le leggi fiscali gli avevano impedito di utilizzare negli anni precedenti. Ma, scrive il Times, “per trasformare quel lungo arco di fallimenti in un gigantesco assegno di rimborso, si è affidato a un abile lavoro di contabilità“. Se alla fine i revisori dei conti non ammetteranno il rimborso federale di 72,9 milioni di dollari di Trump, egli sarà costretto a restituire quel denaro con gli interessi, ed eventualmente con sanzioni, per un totale che potrebbe superare i 100 milioni di dollari.

Trump è davvero un vincente?

Oltre a mettere in dubbio l’onestà di Trump sotto il profilo fiscale, l’inchiesta del New York Times mina alle fondamenta il mito del “self-made man“, l’imprenditore di successo che si è fatto da solo, e quello del “dealer“, l’uomo capace di spuntarla in ogni trattativa grazie al suo fiuto per gli affari. Dalle dichiarazioni dei redditi emerge esattamente l’opposto: Trump risulta avere debiti per centinaia di milioni di dollari. Crolla così gran parte dell’impalcatura che il newyorchese ha creato per rappresentare la sua immagine all’esterno. The Donald, su Twitter, bolla tutto come “fake news“, ma a due giorni dal primo dibattito tv con John Biden, a poco più di un mese dalle elezioni, gli americani – anche i più fedeli conservatori – si trovano a dover decidere se vogliono credere al tweet del presidente o alle dichiarazioni rese al fisco dallo stesso tycoon.

Soldi e politica estera

Il dilemma diventa d’interesse pubblico a maggior ragione considerando il conflitto di interessi generato dal fatto che Trump non ha voluto rinunciare a guidare le sue società mentre si trovava alla Casa Bianca. Ma cosa succede se il presidente ha interessi personali in Turchia? Come bisogna leggere la sua intesa con Erdogan alla luce di questa scoperta? Ed è normale che il leader delle Filippine, Rodrigo Duterte, abbia scelto come inviato speciale per il commercio a Washington l’uomo d’affari dietro la Trump Tower di Manila? Sono solo alcune delle questioni che emergono dall’inchiesta, che evidenziano un intreccio geopolitico pericoloso per gli Stati Uniti, gestiti come un’impresa di famiglia da un magnate fin troppo disinvolto, che lega i suoi affari alle fortune del proprio Paese.

Nella politica americana, c’è un’espressione ricorrente nelle campagne elettorali: “October surprise“. Tradizione vuole che quasi sempre vi sia una “sorpresa d’ottobre”, un evento che cambia irrimediabilmente la contesa, che è in grado di spostare gli equilibri della sfida per la presidenza. Alcuni, per motivare questa tendenza, hanno tirato fuori perfino un’apposita teoria del complotto. Questa, però, ha il sapore di una “September surprise“. In fondo, nemmeno tanto sorpresa. Bastava dare ascolto alla vecchia regola dei maestri del giornalismo d’inchiesta: “Follow the money“, segui i soldi.

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