Tav: opposizioni, sveglia!

Toninelli e Salvini

Compito delle opposizioni, da manuale, è quello di far emergere le contraddizioni all’interno della maggioranza e – se si creano le condizioni – farla cadere. In queste ore al Senato si discutono 6 mozioni sulla Tav. Quella politicamente più importante è quella presentata contro la realizzazione dell’Alta Velocità da parte del MoVimento 5 Stelle. Se dovesse passare, lo chiariamo subito, la Tav non subirebbe alcuno stop: la mozione, infatti, impegna il Parlamento a ridiscutere i trattati internazionali che hanno autorizzato la Tav. Impresa impossibile, visto che i 5 Stelle non troveranno mai una maggioranza su questo tema e in questo Parlamento.

Ora ne deriva una conclusione semplice, banalmente logica: chi oggi vuole provare a far cadere il governo ha una buona occasione. Se Pd e Forza Italia decidessero di non partecipare al voto della mozione grillina farebbero sì che la mozione pentastellata contro la Tav venisse approvata. Promemoria: non significa che la Tav verrebbe bloccata. In sede di ridiscussione, infatti, il Parlamento boccerebbe ogni richiesta di modifica dei trattati internazionali. E allora perché non fare questa manovra parlamentare? Perché non mettere a nudo le contraddizioni di un governo che si scontra su tutto? Perché non capire se Salvini ha davvero il coraggio di tornare al voto dinanzi ad un alleato – che come lui stesso ama ripetere – che chiede di tornare indietro anziché andare avanti? Perché non vedere se Di Maio ha la forza di perseguire nella richiesta di bloccare la Tav al costo di rinunciare alla poltrona o se invece – come dicono i “maliziosi” – questa mozione l’ha presentata soltanto per provare a salvare la faccia coi suoi dopo il via libera di Conte all’opera?

Chi sostiene che bisogna votare contro la mozione M5s commette un errore, si dimostra miope, nasconde dietro la parola “coerenza” una gigantesca paura: il ritorno al voto. Chi nutre questo sentimento, chi teme il giudizio degli elettori, dovrebbe cambiare mestiere. Provate a chiedere ad un italiano che ha votato un partito d’opposizione che cosa si aspetta dalle opposizioni: che votino per una mozione politicamente ininfluente aiutando il governo o che invece escano dall’aula provando ad innescarne la crisi? La risposta è ovvia.

Dunque chi oggi parla di coerenza se ne ricordi pure domani: quando ci dirà che questo governo è il male assoluto per l’Italia. Magari a qualcuno verrà spontaneo porre un quesito: perché non avete provato a farlo cadere quando ne avevate l’occasione, anziché impiccarvi ad una mozione priva di senso?

Sì Tav (ma con inevitabile scaricabarile)

Conte dice sì alla Tav

Nei nove minuti scarsi di diretta Facebook in cui Giuseppe Conte annuncia di fatto il Sì alla Tav Torino-Lione si annidano i peccati originali più gravi e inquietanti di questo non-governo del cambiamento.

Così com’era avvenuto sull’Ilva, così com’era accaduto col Tap, anche sull’Alta Velocità l’esecutivo viene sconfessato dai dati di realtà messi in fila, uno dopo l’altro, da quanti hanno capito per tempo che questo esperimento di governo altro non è che un grande bluff.

Così, a parte le bugie svelate, come le fantomatiche “condizioni mutate” che oggi portano a dire Sì e ad archiviare il No, a parte le famose “penali” da pagare in caso di uscita unilaterale dal progetto che prima venivano negate e oggi sono citate come motivo principale della realizzazione dell’opera, a parte la retorica di colui che si presentò come “avvocato difensore del popolo” e oggi si propone addirittura come “padre di famiglia” degli italiani (Salvini docet), a parte questo – dicevamo – nei modi e nella sostanza c’è il volto di un governo che ha fatto dello scaricabarile il proprio marchio.

Sono quelli della manina, quelli incapaci di assumersi le responsabilità delle proprie idee e delle proprie azioni. Sono quelli che per orgoglio preferiscono far passare la Tav come un’opera dannosa anziché festeggiare un progetto importante per l’Italia. Sono quelli che prima di ammettere un torto devono andarci a sbattere, ma così facendo portano noi a sbattere. Sono quelli senza memoria e senza vergogna. Sono quelli del No Tav, poi mitigato in Ni Tav, infine diventato Sì Tav. Ma con scaricabarile inevitabile. Come dire: siamo al governo, ma è come non ci fossimo.

Conte ha scelto su quale carro salire

Il segnale politico passa inosservato ai più. I grandi media sottolineano soltanto che Giuseppe Conte ha tolto il patrocinio della Presidenza del Consiglio al Congresso delle Famiglia di Verona. Breve inciso: i conservatori moderati, i cattolici e i centristi non si lascino abbindolare dal titolo dell’evento, dentro c’è quanto di più sessista e razzista possa esistere. La retorica di Salvini, per cui il Congresso vuol promuovere e difendere la famiglia tradizionale composta dalla mamma e dal papà, nasconde in realtà un assunto terrificante per i suoi contenuti, più inquietante e pericoloso di quanto si lasci trasparire. Arriviamo a dire che Di Maio, per una volta, ha pienamente ragione.

Ma tornando a Conte, per quanto sia di buon senso la decisione di non legittimare con il patrocinio di Palazzo Chigi una manifestazione di questo stampo – lasciando così al solo ministero della Famiglia del leghista Fontana la possibilità di appoggiare l’evento – ciò che va ravvisata è una presa di posizione che di per sé è già una notizia. Non è un inedito, attenzione, e proprio questo è il segnale politico da cogliere in prospettiva. Già all’inizio di marzo, quando il caso Tav rischiava di far implodere il governo, Conte era andato in conferenza stampa ad esprimere “forti dubbi e perplessità sulla convenienza” della Torino-Lione. Di più, si era spinto a dichiararsi “non affatto convinto” dall’utilità dell’opera per l’Italia.

Si tratta di un’evoluzione non marginale per il premier chiamato a fare da mediatore tra due soggetti quasi sempre in disaccordo come Lega e 5 Stelle. Certo, Conte è ancora lontano dal farsi attore e giocatore della partita politica. Ne si ha una prova analizzando nel dettaglio il tono del suo messaggio su Facebook. Adopera espressioni come “all’esito di un’approfondita istruttoria“, e termini demodé come “perspicua“. Gioca insomma sul filo sottile che separa il tecnicismo dalla supercazzola, rischiando di passare da “avvocato del popolo” ad Azzeccagarbugli.

C’è però un cambio di strategia. Perché non bisogna mai dimenticare che se Conte è arrivato a Palazzo Chigi lo deve soprattutto a Di Maio. E che il suo nome resta d’area M5s, se è vero che prima delle elezioni era stato indicato dal capo politico 5 Stelle come ministro della Pubblica Amministrazione in pectore, in un rito ridicolo che non teneva conto del fatto che a nominare i ministri è il Presidente della Repubblica (dettaglio forse di cui Di Maio non era a conoscenza, ecco perché ha chiesto l’impeachment per Mattarella dopo il no a Savona).

Nelle dinamiche del governo il posizionamento di Conte può contare. Può voler dire che il premier e Di Maio hanno deciso di fare squadra, giocando di coppia, per arginare Salvini. E se questo nel medio termine determinerà frizioni e irritazioni da parte leghista, molto alla lunga rischia di rappresentare un problema per lo stesso Di Maio.

Perché l’umana ambizione, si sa, è senza confini.

Tav, chi ha vinto e chi ha perso

Si affidano a tecnicismi, parole come “capitolati di gara”, “avvisi a presentare candidatura”, “bandi preliminari”, “dissolvenza” (magari la loro) per rinviare un finale di cui sappiamo adesso la data.

Sei mesi, massimo. Tanto durerà il governo. Perché è questo il tempo che Conte – l’avvocato del governo, premier è chiedere troppo – è riuscito a guadagnare grazie ad un cavillo che consente all’Italia di non perdere 300 milioni di euro già stanziati e dire sì o no alla Tav (stavolta davvero).

Potrebbe sembrare quasi un capolavoro politico, se è vero che il giorno dopo tutti esultano, tutti si dicono felici e vincenti, come quando dopo le elezioni non ha perso nessuno. Eppure Salvini da ieri è meno credibile, soprattutto per la sua area geografica di riferimento: il Nord. Non è più – se mai lo è stato – il garante al governo dell’Italia dei Sì. Perché il massimo risultato che riesce ad ottenere è una dilazione di sei mesi, che nella migliore delle ipotesi vuol dire sei mesi di tempo perso. E un leader che accetta un compromesso al ribasso per paura di far cadere un governo che non governa forse non è un leader, dopotutto.

Di Maio continua a vivere nel suo mondo parallelo, a raccontare una realtà che vede lui solo, arrivando ad esultare per un rinvio che se la matematica non ci inganna si rivelerà per ciò che è tra qualche tempo: una strenua resistenza contro l’inevitabile, una battaglia ideologica contro i mulini a vento, un tentativo anti-storico che naufragherà in Parlamento.

Sarà il voto di Camera e Senato, più che gli incontri tra Conte e l’Ue, più di quelli tra Conte e la Francia, a sancire la sconfitta dei No Tav. Il solo modo che Di Maio avrà per dire “vedete? Ci abbiamo provato, sono gli altri che non hanno voluto“. Il passo successivo sarà capire come potrà salvare la poltrona. Perché come fai a restare al governo con chi ha affossato un pilastro fondante della tua piattaforma politica? Come?

Se il finale è scontato, allora, la risposta alla domanda su chi ha vinto questo braccio di ferro è una sola. Hanno perso tutti. La faccia, almeno.

Salvini sa tradire

Non è solo la Tav, il punto. Forse non lo è mai stato. Così bisogna pensare, alla luce delle ultime evoluzioni nella presunta “crisi” di governo che sembra prendere forma. Perché l’elefante nella stanza c’era fin dall’inizio, l’inconciliabilità delle posizioni di Lega e M5s sulla Torino-Lione pure. E allora non si può credere che Salvini e Di Maio se ne siano accorti solo ora, a marzo, a pochi giorni dalla scadenza per la pubblicazione dei bandi. Non si può pensare che il loro braccio di ferro sia frutto solamente di visioni diverse, opposte, quando in questi mesi il tunnel della Tav è sempre stato lì, all’orizzonte, sullo sfondo. Né si può credere che tra un selfie e l’altro, i due non si siano parlati, non si siano detti “ok, prendiamo tempo il più possibile ma in qualche modo la risolviamo“. No, qualcosa è cambiato.

Bisogna allora analizzare il tempismo della rottura che sembra profilarsi, il timing di una frattura che pare calcolato al millesimo da uno dei due. In questo caso Salvini. Basta unire i puntini: il consenso della Lega che sembra arrivato al punto di saturazione, oltre non sale; i 5 Stelle in picchiata; l’impossibilità di tradire (ulteriormente) il Nord dicendo No ad un’opera strategica come la Tav; l’elezione di Zingaretti alle primarie Pd e la volontà di non dare al nuovo segretario il tempo necessario per far accettare l’ipotesi di un accordo col M5s che di fatto con una manovra parlamentare metterebbe “in freezer” la maggioranza nel Paese della Lega; le elezioni Europee sullo sfondo, poco più di due mesi per impostare una campagna elettorale unica che garantirebbe a Salvini di passare all’incasso: Lega con numeri super e premier assicurato.

Ecco, sono tutti buoni motivi, strategicamente perfetti dal punto di vista di Salvini, per porre fine all’esperienza di governo. Di Maio ieri ha capito che Matteo ha accelerato questo processo in tv da Del Debbio, quando per la prima volta da mesi non ha assicurato che il governo durerà 5 anni ma ha sfidato i grillini a vedere chi ha la testa più dura. Tutto si inserisce all’interno di un piano che ha un solo sbocco: il voto subito. Mattarella non ha praticamente alternativa: vuoi la finestra di maggio disponibile per far coincidere Politiche ed Europee, vuoi la volontà di evitare un voto in estate, e vuoi la necessità di avere un governo che a settembre scriva la Manovra correttiva (che è certa), se l’esecutivo cade si vota.

In tutto questo ragionamento, politico, di calcolo, si inserisce l’uomo Salvini. Esperto di giravolte, massimo interprete nell’arte della coltellata alle spalle. Ne sa qualcosa Silvio Berlusconi, prima usato per andare al governo, poi scaricato più o meno pubblicamente, relegato al massimo a porta-voti a livello locale. La prossima vittima sarà Di Maio, e per lui non c’è legittima difesa che tenga: finirà steso da chi credeva se non amico quanto meno alleato, se non fedele perlomeno fidati. Comunque non avversario.

L’amicizia, si dirà, in politica non esiste. La parola, però, dovrebbe. Ma di una cosa bisogna dare atto: Salvini sa tradire.