L’Europa in ginocchio da Orban

Duecentonove miliardi ci aspettavamo di ricevere e 209 miliardi l’Italia avrà. A patto, è bene ricordarlo, che i parlamenti degli Stati membri ratifichino l’accordo raggiunto ieri in Consiglio UE senza fare scherzi.

Strano che nessuno dei leader ieri lo abbia ricordato, vero?

Ma l’accordo su Recovery Fund e Next Generation Eu, il più imponente piano della storia europea, per la prima volta finanziato con l’emissione di debito comune, deve scontare una sconfitta politica che non può passare in sordina.

Nei giorni scorsi si era fatto un gran parlare del veto posto da Polonia e Ungheria, i paesi dell’Est che non volevano vincolare l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto. Nella narrazione generale dei vittoriosi del vertice europeo si sostiene che il veto è caduto. Punto.

Il problema è che non viene detto come e perché è caduto. O meglio: non viene detto che il veto non è caduto affatto.

L’accordo raggiunto tra i capi di governo dell’Unione prevede infatti che la Commissione europea elabori, “insieme agli Stati membri”, le “linee guida” del regolamento sullo stato di diritto. Questo processo, secondo fonti ben informate, dovrebbe prendere almeno un paio di mesi.

Ma il punto cruciale è un altro.

Nel caso Ungheria e Polonia dovessero commettere delle violazioni allo stato di diritto, i soldi del Recovery Fund verrebbero bloccati soltanto dopo una sentenza della Corte di giustizia europea. Sì, perché tanto Budapest, quanto Varsavia, hanno già annunciato che presenteranno ricorso rispetto al regolamento della Commissione.

Ora, se è vero che in media la Corte impiega un anno per emettere sentenze, ciò significa che per un anno Orban e Morawiecki potranno fregarsene bellamente dello stato di diritto. Orban in particolare potrà condurre la sua campagna elettorale (in Ungheria si vota nel 2022) senza alcun assillo da parte di Bruxelles.

Né un sussulto di dignità ha fatto sì che passasse la proposta del “cattivone” dipinto dai media italiani, l’olandese Mark Rutte. Egli aveva chiesto quanto meno la retroattività del meccanismo. Tradotto: in caso di violazioni comprovate dalla Corte di giustizia europea, Ungheria e Polonia avrebbero dovuto restituire i soldi ricevuti. Niente da fare: Orban e Morawiecki potranno continuare a premere il tallone sulla testa delle opposizioni, dei media non allineati, delle minoranze.

Ma qui in Italia non si dice.

La natura economicista del nostro Paese prevale sempre. Anche sulla dignità. Pure sulla verità.

Prendi i soldi e scappa.


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5 domande per Matteo Salvini

 

Matteo Salvini viene descritto in questi giorni come un animale politico infallibile, l’uomo del destino, il salvatore della patria che l’Italia aspettava da chissà quanto tempo. Io non lo credo. Ma se solo rispondesse a queste domande, forse potrei pure iniziare a farmi un’idea diversa. Ci provo? Dai, gliele faccio.

Caro ministro, il meccanismo di ricollocamento dei migranti che tanto ossigeno garantirebbe all’Italia va troppo a rilento. Ha ragione. Mi sfugge però un passaggio. L’Austria ha accettato di prendersi in tutto 44 ( per sicurezza mi ripeto, quarantaquattro) richiedenti asilo sbarcati sulle nostre coste. La Polonia zero. La Repubblica Ceca zero. La Slovacchia zero. L’Ungheria zero.

Domanda numero 1:  Perché lei fa l’amicone con l’Austria di Kurz, l’Ungheria di Orban, insomma con Visegrad, se proprio loro non ci aiutano?

Caro ministro, da quando ha messo piede al Viminale ha impostato una lotta sfrenata al fenomeno migratorio. Si dirà: è per questo che è stato votato. Giusto. Lei però è a conoscenza del fatto che dal 2017 al 2018 il numero degli sbarchi è sceso del 77,44%.

Domanda numero 2: Perché soffia sulle paure degli italiani descrivendo un’emergenza che non esiste? Non crede che ci guadagnerebbe pure lei facendo meno demagogia e dedicandosi ad una “gestione” del fenomeno senza strepiti? 

Caro ministro, le sue parole sulla necessità di compiere un censimento sui rom sono state oggetto di critiche. Schedare una parte di popolazione in base alla propria etnia capirà che è quanto di meno costituzionalmente corretto ci si possa attendere da un ministro della Repubblica. Voglio però venirle incontro.

Domanda numero 3: Le hanno detto che un rapporto – che è diverso dal censimento – sulla presenza della popolazione rom in Italia è stato già stilato dall’ISTAT nel 2017? Se vuole può consultarlo, le lascio il link.

Caro ministro, nelle ultime ore ha messo in dubbio l’opportunità che a Roberto Saviano spetti la scorta. Sicuramente ha fatto una battuta. Come ha avuto modo di ricordare lei stesso durante una diretta Facebook, Saviano è l’ultimo dei suoi problemi in questo momento.

Domanda numero 4: Non crede sarebbe meglio passare il tempo – come ha detto di voler fare – a combattere mafia, camorra e ‘ndrangheta, anziché mettere in dubbio la funzione di chi la criminalità organizzata la combatte? Lei dice che preferisce i fatti alle parole: ma Saviano è un giornalista, uno scrittore, cosa deve fare? Presentarsi a Casal di Principe pistola in pugno?

Caro ministro, io ho finito. Ho solo un ultimo quesito.

Domanda numero 5: Mi risponde?