Il messaggio di Trump ai “raggi X”

Come sta il Presidente? Questa è la domanda da un milione di dollari a cui l’America e il mondo stanno tentando vanamente di rispondere in queste ore. La soluzione del quesito è custodita gelosamente dall’equipe medica del Walter Reed Medical Center, l’ospedale dei presidenti, oltre che dagli stretti collaboratori di Donald Trump. Uno, il capo dello staff Mark Meadows, dopo la conferenza stampa dei camici bianchi all’esterno dell’ospedale militare, ha incredibilmente comunicato ai giornalisti presenti – sotto richiesta di anonimato – che “non siamo ancora sulla buona strada per un recupero completo” e che le prossime 48 ore “saranno critiche“.

The Donald si è infuriato, com’è giusto che sia. Al di là della legittima richiesta di trasparenza da parte dell’opinione pubblica a stelle e strisce, Trump ha tutto l’interesse a tenere il più possibile riservate le notizie sulle sue condizioni di salute, almeno fino a quando – si spera – queste non miglioreranno.

Eppure è francamente impossibile mantenere a lungo il riserbo sulla malattia dell’uomo più potente della Terra. Non senza alimentare voci e speculazioni su uno stato di salute in rapido deterioramento. Trump così ha deciso di giocarsi il jolly, la mossa a sorpresa: un videomessaggio di 4 minuti e 2 secondi in cui ha parlato alla nazione per rassicurarla sul fatto che “ora sto molto meglio“, rispetto al giorno del ricovero in ospedale. Il biondo di Manhattan si presenta più pallido del solito, non ha il classico, esagerato, colorito arancione che nel dibattito di pochi giorni fa ha avuto il merito di far apparire Joe Biden fragile e malaticcio. Adesso il malato è lui, il Presidente, e l’ostinazione con cui i medici continuano ad evadere le domande sul fatto che Trump abbia mai avuto bisogno di sottoporsi ad una terapia di ossigeno ci dice che con ogni probabilità l’inquilino della Casa Bianca ha vissuto momenti complicati.

In uno scenario del genere, con una cartella clinica non immacolata, ragionamenti sulla “catena di comando” in caso di morte del presidente sono forse indelicati, ma di certo non inopportuni. Il vicepresidente Mike Pence è risultato negativo al tampone (per ora) ed è stato ovviamente allertato: nel caso anche lui fosse impossibilitato a prendere le redini della superpotenza si passerebbe alla speaker della Camera, Nancy Pelosi, la rivale democratica per eccellenza. Il quarto in linea sarebbe il Segretario di Stato, Mike Pompeo. Sono discorsi che sembrano fuori luogo, esercizi di fantascienza, ma rappresentano l’attualità più impellente, in chiave interna ed esterna.

Quando Trump in giacca e camicia bianca – senza cravatta d’ordinanza – dice che “io non potevo limitarmi a stare chiuso in una stanza e aspettare che succedesse quello che doveva succedere. Un leader deve affrontare i problemi. Dovevo fare qualcosa e questo è quello che andava fatto“, sta facendo chiaramente campagna elettorale. Giustifica il suo atteggiamento “rischioso” nei confronti del virus, prova a dare l’immagine del Presidente che non si è sottratto ai suoi doveri per il bene della nazione: è un messaggio che in una fetta di elettorato può fare breccia, ma è anche l’unico che può usare per motivare la sua condotta irresponsabile. La malattia, dunque, come arma di contrattacco verso il prudente – se non addirittura pauroso, nell’immaginario trumpiano – Joe Biden.

Ma The Donald parla anche ai nemici esterni, gli avversari che guardano al (semi)vuoto di potere come ad un’occasione da non perdere. Al di là degli auguri di pronta guarigione recapitati da Xi Jinping e Putin, Cina e Russia, con l’aggiunta dell’eterno nemico iraniano, sono gli osservati speciali dai vertici militari in queste ore. L’ipotesi che uno di questi soggetti, se non tutti, trovino coraggio di muovere le proprie pedine mentre il presidente è in difficoltà esiste. Al Pentagono lo sanno, alla Casa Bianca pure. Per questo Trump nel suo video ricorda a sé stesso ma soprattutto a chi è all’ascolto che “questa è l’America, questa è la nazione più grande e potente del mondo”. Si tratta di un concetto che trascende la presidenza attuale e quella dopo. E quella dopo ancora.

Mentre Trump combatte per la vita, un militare segue come un’ombra il vicepresidente Pence, il Segretario della Difesa Mark Esper e il suo vice David L. Norquist. Tra le mani tengono la cosiddetta “nuclear football“, la valigetta contenente i codici nucleari, pronti ad autorizzarne l’uso. Questa è l’assicurazione più grande che gli Usa danno a loro stessi, al loro primato sul globo, ma in tempi straordinari tutto è possibile. Che un presidente rischi la vita nel pieno del suo mandato, che nemici pensino di poterne approfittare. Che l’America sia preoccupata, pensando al futuro.

Tra Usa e Cina non una guerra ma il suo antipasto

La geopolitica è un esercizio di realismo. Le potenze che operano la strategia devono spogliarsi del superfluo, riconoscere i propri interessi esistenziali, bandire gli orpelli e andare al sodo. Pena la fine di sé. Ma fare geopolitica significa anche trovare i codici giusti per raccontarsi al mondo, per coinvolgere nella propria impresa anche chi non dispone degli strumenti necessari a comprendere la complessità di manovre a prima vista indecifrabili. Gli Stati Uniti sono in questo ambito campioni indiscussi.

Così il discorso pronunciato da Mike Pompeo, segretario di Stato nell’Amministrazione Trump, pronunciato nella Libreria Nixon, presidente del grande disgelo con la Cina negli anni Settanta, assume una doppia valenza simbolica. Da una parte segnala che gli Usa non sono disposti a vacillare sulla rotta da tenere nei confronti del gigante asiatico, che la tattica intrapresa è ormai certa; dall’altra parla nuovamente al “mondo libero“, termine coniato da un tale Winston Churchill per distinguere i Paesi al di qua della “cortina di ferro” con la Russia, assegnando così una dimensione ideologica “dolosa” al conflitto con Pechino, in realtà inevitabile scontro tra il “numero Uno” e il suo più importante rivale.

In questa Seconda Guerra Fredda c’è una costante: nella narrazione americana è ancora una volta il regime comunista il nemico da abbattere. Trattasi di semplice coincidenza: la storia insegna che nel confronto tra potenze di questo calibro non è mai l’ideologia a segnare il destino delle relazioni, semmai i rispettivi interessi confliggenti. Così gli Usa, descritti per anni dalla stampa internazionale come intenti a guardarsi l’ombelico, desiderosi di tornare a casa e ritirarsi dal mondo, colgono l’importanza del momento senza rinunciare alla propria dimensione imperiale. La superpotenza, anche se affetta da una fisiologica stanchezza, non può rinunciare al suo ruolo nel Pianeta. In questo modo si spiegano i conflitti su più fronti intrapresi con Pechino: da quello tecnologico (5G) a quello sui mari (pressing Usa nel Sud-Est asiatico). Le chiusure dei rispettivi consolati a Houston e Chengdu sono i segnali di un’escalation irreversibile, così come la guerra dei dazi era forse l’aspetto meno importante (e sopravvalutato) dello scontro là da venire.

Chi sospetta che il discorso di Pompeo possa essere una manovra diversiva dell’amministrazione Trump per distogliere l’attenzione dai problemi economici e sanitari sperimentati dagli Usa in vista del voto di novembre conosce scarsamente l’indole di un popolo che alla politica – e a maggior ragione a quella estera – si interessa esclusivamente se coinvolto in una guerra. Anche a novembre Biden diventasse presidente al posto di Trump, la postura americana nei confronti di Pechino non muterebbe di un millimetro, se non forse nei toni e nelle dichiarazioni.

Cosa attendersi dunque dal domani? Nell’immediato non una guerra. Gli Usa non si sentono minacciati dalla Cina al punto di scatenare uno scontro finale. Sono però intenzionati a bloccarne l’ascesa, a stringerla d’assedio fino a ridimensionarla, obbligandola a preoccuparsi della propria sopravvivenza, piuttosto che del primato globale. Lo faranno stringendo le alleanze con i vicini locali cinesi, Paesi portati a scegliere l’America in ottemperanza di una regola classica della grammatica strategica: in un conflitto tra potenze sempre scegliere quella geograficamente lontana, perché prima o poi tornerà a casa lasciando libero il teatro in cui è intervenuta, cosa che ovviamente non farebbe la Cina trovandosi già in Asia.

Non è dunque una dichiarazione di guerra quella di Pompeo a nome degli Usa, al massimo un suo antipasto. Se duello bellico dovesse scoppiare sarebbe a causa di un incidente, sempre possibile in un contesto marittimo trafficato e caotico come quello asiatico. Ma la notizia, se di notizia si può parlare, è la missione che gli Usa hanno confermato ancora una volta di voler incarnare: paladini del mondo libero, contro la tirannide. Con tanti saluti a chi, da anni, profetizza o addirittura racconta l’improbabile declino americano.

Lasciamo la Cina in Cina

La CNN questa mattina titolava in prima pagina: “La Cina affronta una crisi diplomatica in Africa“. Chi organizza il sito americano non è impazzito, sa bene che in questo momento la notizia è la pandemia. Ma mentre l’emergenza sanitaria viene gestita, la geopolitica continua il suo corso. In nuce: tutto è geopolitica, a maggior ragione durante una pandemia.

Ma cosa c’entra la crisi diplomatica tra Cina e Africa con il coronavirus? E soprattutto: cosa c’entra tutto questo con noi? I fatti: la scorsa settimana cittadini e studenti africani a Guangzhou sono stati obbligati arbitrariamente a sottoporsi a tampone e ad osservare una quarantena di 14 giorni. Anche se non avevano lasciato la Cina negli ultimi mesi. Anche se non erano stati in contatto con un paziente affetto dal virus. Anche se avevano appena completato un isolamento di 14 giorni. E anche se avevano certificati che dimostravano la loro perfetta salute. Di più: moltissimi cittadini africani sono rimasti senza casa dopo essere stati sfrattati dai proprietari e respinti dagli alberghi della città. Cosa c’è dietro questa serie di comportamenti? Razzismo. L’idea che una persona di colore in quanto tale sia infetta.

Dal punto di vista cinese si tratta di una bella gatta da pelare. Diversi Paesi africani hanno protestato per il trattamento ricevuto dai loro connazionali in Cina, obbligando il portavoce del ministro degli Esteri di Pechino a prendere le distanze da quanto accaduto. Il Global Times, quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, ha attribuito il tutto ai “report virali” utilizzati “da alcuni media occidentali per provocare i problemi tra la Cina e i Paesi africani“. Una narrazione leggermente schierata, per usare un eufemismo.

Dove voglio arrivare? Certo non serviva quest’ultimo episodio per dire di come funzionano le cose in Cina. Nei giorni in cui Pechino esercita tutta la sua capacità di “soft power”, sfoggiando la sua capacità di ripresa, la sua straordinaria efficienza nei controlli, la sua lodevole (e apprezzata) solidarietà, il rischio che la fascinazione si tramuti in subalternità è concreto. Colpa anche dell’inadeguatezza di una presidenza americana troppo impegnata a metabolizzare il colpo del virus – quasi fosse un torto personale e non una tragedia planetaria, poiché arrivata nell’anno delle elezioni – per pensare di ottemperare ai suoi compiti di superpotenza. Ma le titubanze di Trump, l’incapacità di esercitare la leadership globale che è stata una caratteristica degli Stati Uniti in tutte le maggiori crisi recenti, non devono convincerci che il modello cinese sia il futuro al quale ambire.

E’ notizia di queste ore che il governo di Pechino ha imposto restrizioni alla pubblicazione di ricerche accademiche sulle origini del nuovo coronavirus. Gli studi di due università cinesi sono stati rimossi dal web e da qui in avanti le ricerche dovranno essere sottoposte a verifica da parte del regime prima di essere pubblicati. Così si vive in un regime. Altro che modello cinese. Più che un Grande Fratello un Grande Tranello. Lasciamo la Cina dov’è: in Cina.

Sovranisti made in China

Non è soffice la Nuova Via della Seta. Piuttosto è ricca di increspature e insidie, talmente tanto che Usa ed Ue, quelli che per decenni abbiamo considerato nostri alleati, sentono il bisogno impellente di avvisarci, di metterci in guardia.

Non prendetele come invasioni di campo. Consideratele sortite sorprese, sgomente, stupite di iniziative così stupide in serie, messe in successione una dietro l’altra da parte di un’Italia che fino a poco tempo fa era considerata partner affidabile, oggi variabile impazzita. Meglio: impazzita e basta.

Perché non era sufficiente perdere sei mesi di tempo con la Tav e bloccare una rete di collegamento che unisce l’Europa. Non era abbastanza la vergognosa neutralità sul Venezuela che strizzava l’occhio a Maduro. No, un governo che non riesce a mettersi d’accordo su nulla ha pensato bene di giocare alla politica estera e di infilarsi in un progetto infrastrutturale concepito dalla Cina per espandersi in Europa. Il perché non è noto. Ma di certo sottostimato.

Di Maio dice che si tratta di un accordo commerciale per “riequilibrare le esportazioni di più sul nostro lato”. Certo, tutto torna: è evidente che i cinesi abbiano investito fino a oggi diversi miliardi di dollari per consentire all’Italia di rifarsi sul piano economico. Chapeaux, anzi: risciò.

Salvini prova a scindere l’intesa economica da quella geopolitica. Come dire che i soldi non c’entrano nulla con le alleanze. Credibile. Come sulla Tav.

Resta una riflessione, al di là delle alleanze in discussione, del prezzo politico che finiremo per scontare in Europa e nel rapporto con gli Usa. Ed è quella di un doppio paradosso. Quello dei leghisti sovranisti che ci tolgono la sovranità, avallando una possibile invasione cinese. E quello dei pentastellati populisti, nel senso di principali sponsor della Repubblica Popolare Cinese.

Ci (s)vendono sulla Nuova Via della Seta. Noi speriamo sempre che prima o poi si ravvedano sulla via di Damasco.