L’accordo tra Emirati e Israele cambia il gioco in Medio Oriente. Non il destino di Trump

Se in Medio Oriente non sempre due più due fa quattro, l’accordo tra Emirati e Israele potrebbe rappresentare un’eccezione. L’idea che all’intesa annunciata dalla Casa Bianca nel pomeriggio di ieri possa seguire un futuro di maggiore stabilità nella regione – se si eccettua il rischio di un fallo di reazione di matrice palestinese (Hamas) – sembra essere corroborata dal piano inclinato che da tempo caratterizza i dialoghi sotterranei tra Stato Ebraico e mondo sunnita.

Gli “Accordi di Abramo”, che fanno degli Emirati il terzo Paese arabo a riconoscere l’esistenza di Israele dopo Egitto e Giordania, rappresentano innanzitutto una straordinaria vittoria politica per “Bibi” Netanyahu. Al netto delle promesse elettorali interne che lo hanno visto esporsi per assicurare l’annessione dei territori della Cisgiordania, il premier più longevo d’Israele dimostra con quest’intesa che la questione palestinese è ostacolo aggirabile quando geopolitica lo impone. In chiaro: il mondo arabo ha a cuore le sorti dei fratelli palestinesi, ma ancora di più si preoccupa delle proprie.

Da qui la svolta avvenuta dietro la regia della Casa Bianca, in particolare del genero di Donald Trump, quel Jared Kushner bravo ad interpretare i segnali di apparente chiusura emiratina nei confronti d’Israele – ovvero la ferma opposizione alla dichiarazione di sovranità sui territori della West Bank – per ciò che realmente erano: una disponibilità a trattare in cambio di una sospensione degli stessi.

L’altro vincitore della partita risponde al nome dello sceicco Mohammed bin Zayed (MBZ), principe di Abu Dhabi emerso come il vero “politico” di riferimento del mondo sunnita, ben più di quel Mohammad bin Salman (MBS), principe ereditario saudita, evidentemente troppo preso ad uccidere giornalisti e arrestare parenti per dedicarsi ai destini del Medio Oriente.

Da parte palestinese, per vedere il bicchiere mezzo pieno serve sforzarsi di guardarlo dal basso. Davvero pochi i motivi per festeggiare: gli accordi di Abramo provocheranno un effetto domino nel mondo arabo tale da marginalizzare la questione palestinese. E anche la sospensione dell’annessione dei Territori Occupati rischia di rivelarsi un artificio diplomatico a breve scadenza: non appena le condizioni politiche lo consentiranno Netanyahu, o chi per lui, tornerà a reclamare la propria sovranità sull’area contesa.

Gli altri sconfitti sono Iran e Turchia. I persiani vedono rinsaldarsi potenze nemiche prima marcianti in ordine sparso. Gli ottomani leggono l’apertura emiratina ad Israele con le lenti di chi sa che un passo così coraggioso dalla prospettiva araba debba essere stato ricompensato dagli Usa con una grande apertura. Forse con l’assicurazione che Washington si spenderà attivamente per contenere Ankara.

Infine l’America: Trump fa registrare una vittoria diplomatica non banale. Difficile, se non impossibile, che si traduca in vittoria politica. Se The Donald riuscirà a confermarsi alla Casa Bianca non sarà certo per l’accordo fra Emirati e Israele. L’opinione pubblica statunitense è scarsamente interessata alla politica, al netto dell’attenzione che a queste latitudini le riserviamo. Men che meno a quella estera, a meno che non rappresenti una minaccia ai propri interessi. A cambiare sarà forse il Medio Oriente, non il destino di Donald Trump.

Kamala Harris: oggi vice, domani chissà

Joe Biden viene descritto da molti giornali come un candidato senza carisma. Più o meno il manico di scopa che serve a battere Donald Trump. Un democratico riconoscibile, ma che non si faccia notare più di tanto. Che lasci agli americani la possibilità di fare i conti, tutti i giorni, con i danni procurati dal Presidente alla Casa Bianca.

Eppure fra qualche anno guardando indietro, quegli stessi giornali, quegli stessi opinionisti che oggi dipingono Biden come un debole, un uomo non al passo coi tempi, forse parleranno di lui come il politico che ha dato all’America la possibilità di esprimere uno dei cambiamenti più epocali e radicali di questo tempo. L’uomo che ha posto le basi perché venisse eletta la prima presidente donna della storia. Di colore, per giunta. Kamala Harris.

Certo, c’è ancora una lunghissima strada da percorrere prima che questo disegno si realizzi. Innanzitutto serve battere Trump il prossimo novembre: e il precedente del 2016 insegna che “The Donald” è un animale da campagna elettorale. Chiedere a Hillary Clinton per avere conferma. Ma se i sondaggi che oggi descrivono una vittoria epocale di Biden, o se preferite una bocciatura senza appello di Trump, trovassero riscontro anche il giorno delle elezioni, allora Kamala Harris avrebbe l’opportunità di iniziare a costruire la propria piattaforma per la Casa Bianca da una postazione privilegiata: la Casa Bianca stessa.

A facilitarla nell’opera, il fatto che Joe Biden ha 78 anni: a fine mandato ne avrebbe 82. Ed è difficile immaginare che l’ex vice di Obama abbia la forza, la voglia e l’energia per guidare la prima potenza mondiale dagli 82 agli 86 anni d’età.

Una carriera nelle istituzioni da procuratrice della California, l’esperienza al Senato, l’apprendistato – ancora eventuale – da vice di Biden per i prossimi 4 anni. Kamala Harris sarebbe la scelta naturale da cui ripartire dopo il mandato del vecchio, bistrattato, sottovalutato Joe.

Di nuovo: è ancora presto, prestissimo. Se i tre mesi che ci separano dalle elezioni Usa ci sembrano un’eternità figuriamoci cosa sono 4 anni. Può succedere di tutto. Ma anche i viaggi più lunghi cominciano da un primo passo. Joe Biden lo ha fatto per Kamala Harris.

Tra Usa e Cina non una guerra ma il suo antipasto

La geopolitica è un esercizio di realismo. Le potenze che operano la strategia devono spogliarsi del superfluo, riconoscere i propri interessi esistenziali, bandire gli orpelli e andare al sodo. Pena la fine di sé. Ma fare geopolitica significa anche trovare i codici giusti per raccontarsi al mondo, per coinvolgere nella propria impresa anche chi non dispone degli strumenti necessari a comprendere la complessità di manovre a prima vista indecifrabili. Gli Stati Uniti sono in questo ambito campioni indiscussi.

Così il discorso pronunciato da Mike Pompeo, segretario di Stato nell’Amministrazione Trump, pronunciato nella Libreria Nixon, presidente del grande disgelo con la Cina negli anni Settanta, assume una doppia valenza simbolica. Da una parte segnala che gli Usa non sono disposti a vacillare sulla rotta da tenere nei confronti del gigante asiatico, che la tattica intrapresa è ormai certa; dall’altra parla nuovamente al “mondo libero“, termine coniato da un tale Winston Churchill per distinguere i Paesi al di qua della “cortina di ferro” con la Russia, assegnando così una dimensione ideologica “dolosa” al conflitto con Pechino, in realtà inevitabile scontro tra il “numero Uno” e il suo più importante rivale.

In questa Seconda Guerra Fredda c’è una costante: nella narrazione americana è ancora una volta il regime comunista il nemico da abbattere. Trattasi di semplice coincidenza: la storia insegna che nel confronto tra potenze di questo calibro non è mai l’ideologia a segnare il destino delle relazioni, semmai i rispettivi interessi confliggenti. Così gli Usa, descritti per anni dalla stampa internazionale come intenti a guardarsi l’ombelico, desiderosi di tornare a casa e ritirarsi dal mondo, colgono l’importanza del momento senza rinunciare alla propria dimensione imperiale. La superpotenza, anche se affetta da una fisiologica stanchezza, non può rinunciare al suo ruolo nel Pianeta. In questo modo si spiegano i conflitti su più fronti intrapresi con Pechino: da quello tecnologico (5G) a quello sui mari (pressing Usa nel Sud-Est asiatico). Le chiusure dei rispettivi consolati a Houston e Chengdu sono i segnali di un’escalation irreversibile, così come la guerra dei dazi era forse l’aspetto meno importante (e sopravvalutato) dello scontro là da venire.

Chi sospetta che il discorso di Pompeo possa essere una manovra diversiva dell’amministrazione Trump per distogliere l’attenzione dai problemi economici e sanitari sperimentati dagli Usa in vista del voto di novembre conosce scarsamente l’indole di un popolo che alla politica – e a maggior ragione a quella estera – si interessa esclusivamente se coinvolto in una guerra. Anche a novembre Biden diventasse presidente al posto di Trump, la postura americana nei confronti di Pechino non muterebbe di un millimetro, se non forse nei toni e nelle dichiarazioni.

Cosa attendersi dunque dal domani? Nell’immediato non una guerra. Gli Usa non si sentono minacciati dalla Cina al punto di scatenare uno scontro finale. Sono però intenzionati a bloccarne l’ascesa, a stringerla d’assedio fino a ridimensionarla, obbligandola a preoccuparsi della propria sopravvivenza, piuttosto che del primato globale. Lo faranno stringendo le alleanze con i vicini locali cinesi, Paesi portati a scegliere l’America in ottemperanza di una regola classica della grammatica strategica: in un conflitto tra potenze sempre scegliere quella geograficamente lontana, perché prima o poi tornerà a casa lasciando libero il teatro in cui è intervenuta, cosa che ovviamente non farebbe la Cina trovandosi già in Asia.

Non è dunque una dichiarazione di guerra quella di Pompeo a nome degli Usa, al massimo un suo antipasto. Se duello bellico dovesse scoppiare sarebbe a causa di un incidente, sempre possibile in un contesto marittimo trafficato e caotico come quello asiatico. Ma la notizia, se di notizia si può parlare, è la missione che gli Usa hanno confermato ancora una volta di voler incarnare: paladini del mondo libero, contro la tirannide. Con tanti saluti a chi, da anni, profetizza o addirittura racconta l’improbabile declino americano.

Il palazzetto semivuoto di Tulsa come specchio dello smarrimento di Donald Trump

Lungi dal fare previsioni a 5 mesi dal voto in America, ma una cosa è chiara fin da ora: per Donald Trump il 2020 non assomiglia neanche lontanamente al 2016. Bastava trovarsi ieri a Tulsa, Oklahoma, per capirlo. Le aspettative per il suo primo comizio dall’inizio della pandemia erano altissime: e anche per questo gli spalti vuoti del palazzetto descrivono meglio di ogni altra immagine il momento di smarrimento della leadership americana.

Dal milione di prenotazioni per l’evento alla desolazione delle tribune senza pubblico. Dall’intervento previsto all’esterno alla cancellazione dello stesso causa scarsa partecipazione. Dai proclami su Twitter sul grande comizio di Tulsa alla furia di Donald con i malcapitati collaboratori per il flop andato in scena.

Qualcuno potrebbe minimizzare ricordando Pietro Nenni e il suo pluricitato “piazze piene, urne vuote”. Ma la storia di Trump, fino ad oggi, ha sempre detto il contrario: nel 2016, l’anno in cui sconfisse Hillary Clinton, i suoi comizi assomigliavano per partecipazione ai concerti di una rockstar in tour per l’America più che agli interventi di un candidato alla Casa Bianca.

Ora è chiaro che la paura del contagio abbia influito sulle presenze a Tulsa, e nessuno mette in dubbio che Trump sia in grado di mobilitare milioni di persone. Per quanto i sondaggi descrivano oggi un vantaggio solido di Joe Biden, perfino nei cosiddetti “Stati in bilico”, al punto da prevedere una vittoria a valanga del candidato Democratico, è troppo presto per dare per spacciato un Presidente in carica che gode del consenso quasi unanime della base del suo partito.

Resta però fortissima la sensazione di un Trump poco lucido, meno in sintonia con gli umori dell’America profonda, caratteristica che nel 2016 lo portò ad intercettare le paure e la voglia di rivalsa degli Stati rurali decisivi per la sua vittoria.

Per farsi un’idea, basta vedere come il Presidente ha trattato le proteste per la morte di George Floyd in queste settimane: prima ha temporeggiato sperando che il caso venisse archiviato da un’altra notizia, poi ha invocato l’esercito, dopo ha inaugurato una politica social contraddistinta dallo slogan “Legge e Ordine”, infine ha dovuto ammettere che anche nell’elettorato Repubblicano si è sviluppata una sensibilità importante su argomenti come il razzismo sistemico nei confronti delle minoranze etniche ed è stato costretto a varare un ordine esecutivo per incoraggiare la riforma della polizia, la stessa che aveva difeso a spada tratta fin dall’inizio della vicenda.

A Tulsa, oltre a prendere di mira Joe Biden, oltre a chiedere di rallentare coi tamponi perché fare tanti test significa trovare tanti positivi (la Casa Bianca ha poi precisato che stava scherzando, ma certo!), oltre a ribattezzare il coronavirus “Kung flu” (“flu” significa febbre: un chiaro gioco di parole razzista per associare l’epidemia ai Paesi asiatici), oltre ad elogiare la risposta della sua amministrazione al coronavirus (viva la modestia e l’onestà, soprattutto), Donald Trump non ha trovato il tempo per spendere una parola su George Floyd. Un’ora e quaranta minuti d’intervento, poco meno del record di 123 minuti registrato a dicembre, dopo che la Camera aveva votato per il suo impeachment (e che volete, Trump è un po’ ossessionato dalle sue sorti). E non un commento, una parola di cordoglio, un pensiero alla famiglia Floyd.

Non è soltanto strizzare l’occhio al suprematismo bianco, è dimostrare di non essere connesso con un popolo che marcia da settimane, per non dire da decenni, in cerca di legittimazione e diritti. Non significa essere solo un tantino egocentrico, vuol dire semplicemente essere troppo presi da se stessi per guidare l’America. No, il 2020 non sembra proprio il 2016. Io lo spero.

La grande sconfitta di Trump sull’immigrazione: i “sognatori” vincono sempre

Li chiamano “Dreamers“, sognatori. Perché incarnano il sogno americano meglio di chiunque altro. Perché negli Usa sono arrivati da bambini, con i loro genitori disposti a tutto, anche a rischiare la morte, pur di attraversare i confini americani e regalare una speranza di domani ai propri figli.

Per questo motivo, nel lontano 2001, un disegno di legge chiese che questi bambini senza colpa potessero aver accesso ad un percorso per ottenere la cittadinanza. La proposta si chiamava DREAM Act, dove “DREAM” stava per “Development, Relief, and Education for Alien Minors Act“, ovvero “Legge per lo Sviluppo, il Sostegno e l’Educazione dei Minorenni Stranieri“.

Non andò bene. Perché la mancanza di coraggio della politica non è un problema solo italiano. Perché per quanto le posizioni tra Repubblicani e Democratici fossero molto meno polarizzate di oggi, il Congresso non riuscì comunque a trovare un accordo.

Per metterci una pezza, allora, Barack Obama varò il cosiddetto “DACA“, un programma federale che offre a queste persone diverse garanzie, che consente loro ad esempio di ottenere dei permessi di lavoro, e che è possibile rinnovare ogni due anni.

Ma nei primi mesi della sua presidenza, Donald Trump annunciò la fine del DACA.

Era in America che quei ragazzi avevano studiato, che lavoravano, che si erano innamorati, che avevano dato alla luce i loro figli – loro sì – americani a tutti gli effetti. Ma per effetto della decisione di Donald Trump erano a rischio di essere deportati, costretti a tornare nel Paese dei loro genitori, un Paese che forse non avevano neanche mai visitato, di cui non conoscevano la lingua, del quale avevano soltanto sentito parlare.

Oggi la buona notizia: la Corte Suprema, con 5 voti a favore e 4 contrari, ha respinto il piano della Casa Bianca. Si tratta di un colpo durissimo per Trump, visto che proprio l’immigrazione è stata una delle piattaforme sulle quali ha costruito le sue fortune politiche. Come sottolinea POLITICO, la decisione della Corte Suprema non preclude che in futuro si possa cercare di mettere fine al DACA, ma è altamente improbabile che l’amministrazione Trump ci riesca prima delle elezioni presidenziali di novembre.

Quei Dreamers, quei sognatori, non sono ancora americani a tutti gli effetti, è vero. Ma la Giustizia ha sancito che non dovranno essere loro a pagare per le colpe dei loro padri e delle loro madri. Possono continuare a sperare che un giorno non saranno più trattati come ospiti a casa propria. L’incubo di Donald Trump, per ora, è svanito. I sognatori vincono sempre.