Perché a Boris Johnson ha risposto Mattarella e non Giuseppe Conte?

Sarebbe azzardato e finanche pretestuoso chiamare in causa l’ira dei mansueti, ricordare come Shakespeare che gli uomini farebbero bene a “guardarsi dalla collera dei miti”. Eppure l’immagine è suggestiva perché perfettamente aderente al carattere di Sergio Mattarella, autore in quel di Sassari di un commento insolitamente puntuto, a ragione irritato, nei confronti di Boris Johnson.

Ciò che diversi commentatori hanno mancato in queste ore di sottolineare (spesso con dolo) è che le parole del biondissimo premier riguardo la differenza sostanziale tra inglesi da una parte, italiani e tedeschi dall’altra, non avevano l’intenzione di “offendere” i due popoli europei (distinzione che farà piacere al primo ministro della Brexit), bensì di “difendere” sé stesso dalle accuse sulla cattiva gestione del virus in patria. Né si può dire, senza così dimostrare di aver frainteso le parole di BoJo, che le parole sugli inglesi amanti della libertà più di altri siano totalmente frutto d’errore.

Di questo valore è intriso il dna delle genti d’Oltremanica, nei secoli scorsi popolo di navigatori e conquistatori che della libertà (propria) hanno fatto il motore della loro evoluzione. Per non parlare dell’atteggiamento che essi nutrono nei confronti dello Stato, che vorrebbero meno presente possibile nelle loro vite di ogni giorno. Sentimento condiviso con i “cugini” americani, che ancora oggi continuano a vedere nelle diramazioni dello Stato dei tentacoli che attentano alla serenità e alla riuscita della loro esistenza. Al contrario, a queste latitudini, chiediamo più Stato e dipendenza da esso.

Ciò non toglie che la risposta di Mattarella, arrivata – va precisato – a microfoni ufficialmente spenti, fosse dovuta. Non per rinfocolare sovranismi sterili, ma per ribadire semmai le qualità di un popolo – quello italiano – che nel momento della massima crisi ha mostrato fibra insospettabile anche a sé stessa. Consapevole, per usare le parole di Mattarella, che l’unico modo per recuperare la libertà è fare esercizio di serietà nel tempo.

Intervento giusto, insomma, per rivendicare gli sforzi degli italiani ed evitare ogni fraintendimento: qui non vivono servi. Resta da capire perché a prendere le nostre parti sia dovuto essere il Presidente della Repubblica e non l’omologo di Boris Johnson, il capo del governo, Giuseppe Conte.

Maybe tomorrow…


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Di Maio è il peggior ministro degli Esteri della storia italiana: dia le dimissioni

Luigi Di Maio entrerà nei libri di storia come il peggior ministro degli Esteri che la Repubblica abbia mai avuto. Gli esperti di geopolitica, quelli bravi, sono soliti dire che la strategia di un Paese non si inventa: va soltanto riconosciuta. Precisato che a Di Maio non chiedevamo di ricostituire l’Impero Romano, è fuori discussione che l’ex capo politico del MoVimento 5 Stelle stia lasciando soltanto macerie. Tre esempi: Libia, Regeni, Hong Kong. E una richiesta: dimissioni.

Quello consumatosi in Libia è un disastro annunciato che soltanto una politica miope poteva non vedere. Ammantati di un pacifismo antistorico, derisi dalle cancellerie internazionali, di volta in volta sorprese dall’incapacità del nostro governo di difendere l’interesse nazionale, l’Italia ha semplicemente rinunciato ad avere un ruolo nella sua ex colonia. Davvero qualcuno pensa si possa dettare legge nel bel mezzo di una guerra mentre altri Stati inviano truppe a combattere? Realmente qualcuno è convinto che escludere un intervento militare possa scoraggiare gli altri Paesi dal mettere i “boots on the ground”, gli stivali sul terreno, ed estendere la loro influenza? Di Maio in Libia ha infilato un disastro dopo l’altro: ormai siamo con un piede fuori da quello che fu il nostro cortile di casa. Quanto questo sia grave lo capiremo quando qualche potenza non propriamente alleata tenterà di installare basi militari a poche miglia dalle nostre coste.

Sul caso Regeni l’Italia ha subito l’ennesimo affronto da parte dell’Egitto. Questo blog ha da subito espresso una posizione chiara sul fatto che la vendita delle fregate militari al Cairo, senza ricevere in cambio nessun atto concreto sul fronte della collaborazione nelle indagini per la morte del nostro ricercatore, si sarebbe rivelata un errore politico e geopolitico. Non solo il nuovo procuratore egiziano non ha risposto ad alcuna delle 12 domande della rogatoria inviata dalla Procura di Roma ormai 14 mesi fa, ma ha anche chiesto di effettuare alcune verifiche sulle attività di Giulio in Egitto, quasi a voler rinverdire i soliti sospetti sul fatto che il nostro connazionale fosse nel Paese dei Faraoni per compiere un’attività spionistica. Il fallimento della diplomazia italiana rappresentata da Di Maio è lampante: a quasi 5 anni dall’uccisione di Regeni non ci sono neanche indagati. Chi pensava che trattare Al Sisi coi guanti bianchi avrebbe portato a qualcosa (Conte in primis) ha sbagliato. D’altronde se siamo i primi a dare un prezzo ai nostri cittadini (l’accordo per le fregate militari questo è), perché dovrebbero essere altri Paesi a rispettarci?

Chiudiamo con la partita di Hong Kong, sentita come meno prossima all’agenda italiana ma in realtà specchio degli sfaceli di Di Maio. Sinceramente convinti che la Cina sia la potenza che avanza, ignari del fatto che Pechino impiegherà decenni a risolvere le proprie contraddizioni interne prima di poter soltanto insidiare il primato americano, il MoVimento 5 Stelle ha legato l’Italia al progetto delle Nuove Vie della Seta cinesi, cavallo di Troia che ha scaturito le ire di Washington. Ora, offuscato da un pensiero economicistico che perde di vista il contesto generale, il governo italiano e il suo ministro degli Esteri tacciono dinanzi ai soprusi di Pechino su Hong Kong. Smarcandosi ancora una volta dall’Occidente – così come avvenne per il Venezuela – l’Italia non condanna, non storce il naso, non protesta per l’approvazione della legge per la sicurezza nazionale della Cina che cancella le libertà dei cittadini di Hong Kong. Venati di falso moralismo, quelli di “onestà onestà” preferiscono il silenzio, lasciando a quanti spesso vengono criticati dal mainstream l’onere di provare a salvare gli hongkonghesi.

Sconteremo nei prossimi anni il prezzo di una politica estera così dissennata e senza visione. In un Paese normale, un ministro degli Esteri che avesse registrato così tanti flop, in così poco tempo, su altrettanti scenari internazionali si sarebbe già dimesso. In un Paese normale, appunto.

Boris Johnson sarà anche un “buzzurro”, ma forse salverà Hong Kong

Troppo facile giudicare dalle apparenze. Ti trovi davanti un leader conservatore, con una capigliatura bionda scapigliata, una marcata propensione per le gaffes e le esagerazioni (se non proprio le bugie) e pensi subito di trovarti di fronte a Donald Trump. O almeno ad un suo doppione. Eppure Boris Johnson è diverso, molto più complesso di così.

Nessuno ha dimenticato la frase choc pronunciata all’inizio dell’epidemia di coronavirus: “Molte famiglie perderanno i loro cari“. E’ finita che BoJo ha rischiato di essere il “caro perduto” dalla sua, di famiglia. Qualcuno ha parlato di karma, altri hanno vergognosamente esultato, io credo che Johnson abbia commesso un grave errore di sensibilità politica: ha tentato di preparare al peggio gli inglesi quando gli inglesi avevano bisogno in quel momento di un orizzonte oltre il tunnel dell’incredulità, ha puntato sulla concretezza di Churchill dimenticando che stavolta il nemico non erano Hitler e l’esercito dei nazisti, ma un virus invisibile. Non si doveva reagire con orgoglio e resilienza, bisognava rispondere con compattezza e prudenza.

Eppure questo politico così poco elegante ma così ossessionato da Sir Winston, questo signore dall’espressione perennemente, apparentemente, alticcia ma dalla cultura invidiabile (laureato ad Oxford in storia antica, tanto per gradire), questo ex sindaco di Londra nato a New York (sì, come The Donald) così pieno di sé ma così affascinato dall’eredità dell’Impero Romano, ha compiuto per Hong Kong ciò che tanti soloni non hanno avuto il coraggio di fare. Provare a ribaltare il piano inclinato che sta portando il Porto Profumato tra le grinfie della Cina. Tentare di preservare la libertà di milioni di persone mentre il resto del mondo volge lo sguardo altrove, per timore di far infuriare il Dragone.

In che modo? Dichiarando che il Regno Unito è pronto a consegnare il passaporto britannico d’Oltremare a quasi tre milioni di hongkonghesi. Di fatto rendendo cittadini britannici tutti coloro che si trovavano a Hong Kong prima che fosse ceduto alla Repubblica Popolare Cinese.

Non si tratta di una mossa di lettura immediata, non è una semplificazione alla stregua di quelle del “tweeter-in-chief” della Casa Bianca. Si tratta di una tattica raffinata, tale da scatenare la reazione furibonda della Cina, che non a caso in queste ore sta preparando una controffensiva.

Ma perché Johnson con questa manovra ha irritato non poco Pechino? Semplice: nella malaugurata ipotesi che la Cina volesse stringere il cappio al collo di Hong Kong (7,5 milioni di abitanti), farlo con la consapevolezza che sul territorio vi sono 3 milioni di sudditi di Sua Maestà complicherebbe enormemente le cose. Esporrebbe la Cina alla furia degli Usa. Sì, perché un conto sono 3 milioni di hongkonghesi in pericolo, un altro lo sono 3 milioni di cittadini britannici, storici amici dell’America. Capito il giochino?

La reazione della Cina si articola sul fronte economico, tende a sfruttare la debolezza inglese dopo la Brexit. Per questo l’ambasciatore cinese a Londra ha avvisato privatamente Downing Street che qualora Huawei fosse escluso dal 5G nel Regno Unito le aziende cinesi potrebbero ripensare la decisione di finanziare la costruzione di una centrale nucleare in UK e di una rete ferroviaria ad alta velocità che, oltre a tenere unito il Regno, rappresenta anche una delle cambiali da onorare più costose della campagna elettorale per la Brexit.

Insomma, Johnson si è esposto. Ha preso dei rischi importanti. Lo ha imposto la grammatica strategica, la fedeltà all’alleato americano nella battaglia con la Cina. Non siamo nell’ambito della filantropia: gli attori della geopolitica non sono le dame di San Vincenzo. Però resta il fatto che ci sono i parrucconi che scrivono editoriali sui giornali, i leader o presunti tali che affidano ai “colloqui” pubblicati in prima pagina sui quotidiani i loro pensieri e lì si fermano (d’altronde viste le idee che partoriscono difficilmente potrebbero andare oltre). E poi c’è quel “buzzurro” di Boris Johnson, che coi suoi capelli arruffati, il nodo di cravatta improvvisato, le liti a tutto volume con la compagna e i vicini che chiamano la polizia, forse, dopotutto, nonostante tutto, salverà Hong Kong.

Quello che i leader non hanno capito del coronavirus

L’intervista di Giuseppe Conte a “Il Giornale” di Sallusti viene riassunta dal titolo “Non mollo“. L’intento è chiaro: rendere palese, e così allontanare, lo spettro di un governo di unità nazionale presieduto da una personalità di alto calibro – forse quella di Mario Draghi – diversa dalla sua.

Matteo Salvini, ospite da Massimo Giletti, lamenta la solerzia della magistratura, accusata di averlo convocato per il caso Gregoretti il 4 luglio “alle 9:30 della mattina!” – precisa indignato – davanti al Tribunale dei Ministri di Catania. “Passerò l’estate in Sicilia“, commenta con una nota di amarezza il leghista.

Due esempi estrapolati dalla cronaca di ieri, per non spingerci troppo lontano. E per dire cosa? Per dire di una tendenza che Papa Francesco ha fotografato proprio stamattina con parole sibilline: “I partiti politici cerchino insieme il bene del Paese e non il bene del proprio partito“.

Se vogliamo dirla tutta, a prevalere in questa fase è un’altra dimensione. Non tanto quella della comunità partitica, quanto quella dell’Io. Conte si affanna perché comprende che c’è chi prova a scavargli la fossa politica. Salvini è rimasto all’epoca avanti-Covid, quella in cui l’Italia – chissà perché – era solita interessarsi ai suoi destini personali, piuttosto che a quelli del Paese.

Informare il leader del governo e quello dell’opposizione, qui citati proprio perché rappresentativi del grosso dell’elettorato italiano (precisazione d’obbligo: non sono i soli ad anteporre il proprio ego a quello del Paese), che il mondo è in fase di trasformazione, le priorità sono altre. La salute, l’economia, il lavoro: il “durante” e il “dopo” incubo.

Attenzione, non sputiamo nel piatto in cui mangiamo. Non sono solo i leader nostrani a guardarsi allo specchio e a vederci riflesso il Paese. Si prenda Donald Trump, che il coronavirus lo sta vivendo come uno sgarbo personale, un torto della storia, decisa a presentargli una pandemia nell’anno delle presidenziali. Egocentrismo che deve trovare in qualche modo uno sbocco, una valvola di sfogo. Per non soccombere alla frustrazione, per non rispondere della propria incapacità: il nemico è ieri l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi la Cina, domani i Democratici. Dopodomani chissà.

A dire il vero c’è chi ha provato a sperimentare un approccio opposto: Boris Johnson. Nel parlare al Regno Unito ha annunciato con pragmatico distacco che “molte famiglie perderanno i loro cari“. Quasi astraendosi dalla realtà, dalla comunità che ha avuto l’onore di governare, BoJo non ha pensato che il virus potesse attecchire dentro i confini del suo mondo. Arrivando sull’orlo di essere lui, il “caro” a rischio.

E’ proprio vero: nessuno si salva da solo, soprattutto in una pandemia. La gente comune lo ha capito, i leader non ancora. Togliete gli specchi dalle stanze del potere.

Come on, Boris!

Boris Johnson è ricoverato in terapia intensiva. Il primo ministro della nostra amata Inghilterra lotta per la vita. Questo basta, o almeno dovrebbe, per stringerci attorno agli amici dell’isola. Poi ci sono gli sciacalli, quelli che “dopotutto se lo merita”, quelli che “eh…il karma”. A tutti questi personaggi questo blog non darà spazio.

Certo, rimane quella frase infelice: “Molte famiglie perderanno i propri cari prematuramente”. Schietta, intrisa di una verità sferzante, indelicata. Ma pur sempre una verità. E certamente suggerita dagli scienziati. Gli stessi che ancora pochi giorni fa (leggere il Times di martedì) rilanciavano l’idea di inseguire l’immunità di gregge. Gli esperti descrivevano un Paese “all’angolo”, senza una sicura via d’uscita dall’emergenza, e per questo consigliavano a Downing Street un’inversione di marcia, l’ennesima, dopo la scelta di affidarsi al lockdown.

Ancora poche ore fa, Johnson cinguettava su Twitter dicendo di essere ricoverato ma in “buono spirito”. Ciò che rende unici gli inglesi è proprio questo: la loro forza d’animo, l’ironia anche nei momenti tragici, la capacità di tenere duro.

Più volte, su queste pagine, abbiamo rimarcato la diversità tra Johnson e altri conservatori celebri come Trump e Salvini. Tra loro una differenza culturale abissale, tutto a favore di BoJo. Eppure neanche questa sarebbe una discriminante per tifare per l’uno o per l’altro in una situazione simile a quella vissuta dal primo ministro inglese. Siamo esseri umani: possiamo sbagliare una battuta, non dimenticare la nostra natura.

Forza. Come on, Boris!