Chi scommette sulla paura

Salvini attacca sul coronavirus

Se l’Italia è il terzo Paese al mondo per diffusione del coronavirus, nonostante il focolaio principale sia scoppiato in un altro continente, un motivo c’è. Se i pazienti contagiati sono inferiori soltanto a quelli di Cina e Corea del Sud, e superiori a quelli di Paesi come Giappone, Singapore e Hong Kong, un motivo c’è.

Qual è il motivo? La risposta è che non lo sa nessuno. Potrebbero esserci stati degli errori nelle misure di contenimento del virus. Anzi, è molto probabile che ve ne siano stati. C’è la variabile che sfugge all’analisi delle statistiche, alle elaborazioni degli esperti: la componente chiamata “Fortuna”. Una mela marcia inconsapevole che ne contagia altre, che sconfigge il virus come fosse una normale influenza e continua a lavorare, ad incontrare persone, a viaggiare, a rendere vana la ricerca del cosiddetto “paziente zero”.

E poi c’è l’altra ipotesi, quella che vede l’Italia più avanti di altri Paesi nello screening del virus: i contagi aumentano perché li stiamo cercando, più degli altri, meglio degli altri. Ognuna di queste piste è credibile, ognuna di queste tesi è valida: alla fine è possibile che la verità sia un mix di queste ricostruzioni.

Alla fine, però, significa appunto alla fine. Vuol dire che il bilancio sulla gestione di un’emergenza globale non può essere tracciato quando questa è ancora in corso. E, soprattutto, equivale a pretendere, da un politico che aspiri a guidare questo Paese – tutto il Paese, non solo i propri sostenitori – la moderazione e la lungimiranza che si richiedono in frangenti come questo.

I consigli devono essere accolti dal governo. Ma le opposizioni devono consigliare, collaborare, non speculare, non limitarsi a presenziare nelle trasmissioni tv per lucrare consensi sull’emergenza, alimentando allarmismi che – per fortuna – ad oggi non hanno ancora ragione di esistere. Per fare nomi e cognomi: ciò che sta facendo Matteo Salvini è molto semplice e molto scorretto. Sta scommettendo sulla paura degli italiani e sul fallimento dell’Italia. Da apprezzare è invece l’atteggiamento di Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che hanno parlato con Giuseppe Conte e assicurato massima collaborazione ad un esecutivo di cui pure non condividono nulla. Così si comportano i leader di un Paese che possa definirsi tale.

Le frasi del tipo “ve lo avevo detto”, “vergogna”, “chiedete scusa” arrivano fuori tempo. Non è l’ora delle accuse. E’ il momento dell’Italia unita. Chi non lo capisce fornisce ulteriore prova della sua inadeguatezza a guidare questo Paese. Peggio per lui.

Isolati, non da soli

Codogno

Migliaia di persone isolate. Strade deserte. Vie d’accesso ai comuni interessati dal contagio controllate dalle auto di polizia e carabinieri. Non è un film. Non è Wuhan, Cina. E’ il Basso Lodigiano. L’evoluta Lombardia. Il laborioso Nord Italia. Per ora.

La battaglia al coronavirus è quella contro un fantasma invisibile. Un nemico subdolo, sfuggente. L’infinitamente piccolo smuove paure primordiali. L’istinto di sopravvivenza, il terrore inconsolabile della fine. La ricerca isterica di una cura, che non è detto ci sia sempre.

E poi la domanda che si ripresenta spontanea, puntuale, ovviamente senza risposta: “Chi ce l’ha portato, il virus?”. La ricerca del “paziente zero” diventa una caccia ad uno zombie che immaginiamo egoista, crudele untore che attenta alle nostre vite. Potrebbe essere chiunque. Soprattutto, potrebbe essere dovunque.

Codogno e i suoi fratelli nel giro di poche ore si sono riscoperti in gabbia, infettati, malati. L’isolamento è una restrizione improvvisa del perimetro delle nostre esistenze. La chiusura delle scuole è oggi salutata dai bambini con gioia. Domani sarà chiaro niente campanella significa niente amici, niente giochi, niente vita.

Il tessuto sociale che abbiamo costruito intorno a noi, i luoghi di aggregazione che ci rendono comunità, le abitudini quotidiane che forgiano la nostra routine: a tutto questo, per qualche tempo, dovremo essere disposti a rinunciare.

Perché più delle misure straordinarie del governo, può oggi la responsabilità del singolo cittadino. Dipendiamo dalla disciplina che sapremo imporci, dalla capacità che avremo di rifiutare il senso di immortalità che ci accompagna in ogni gesto (“Figurati se il coronavirus prende proprio me”), dalla saggezza che riusciremo ad opporre alla psicosi.

Ma gli italiani al di là del confine della paura, quelli risparmiati ad oggi dal contagio, facciano sentire ai meno fortunati la propria vicinanza, li aiutino a respingere il senso di abbandono, l’umano scoramento che a breve reclameranno spazio.

Del resto questa guerra micidiale viene combattuta anche per noi. Sono soldati senza armi, chiamati a non ammalarsi per risparmiarci dal morbo. Isolati, va bene. Ma non per questo soli.

Niente panico. Ma stiamo facendo tutto il possibile?

Coronavirus

Non esiste in natura niente di più equo di un virus. Le barriere che l’umanità si è data, le distinzioni sulla base del colore della pelle, della “razza”, sono per il virus concetti astratti. Tutti siamo alla mercé del virus. Bianchi, neri, gialli, poveri, ricchi, leghisti, grillini, comunisti, democristiani, juventini, milanisti, interisti. Tutti esposti al contagio. Nessuno immune.

La notizia che doveva prima o poi arrivare è arrivata. I primi casi di contagio da coronavirus in Italia, gli stessi che in queste ore stanno seminando il panico a Castiglione d’Adda e a Codogno, probabilmente non saranno gli ultimi. Niente panico, ma qualche domanda sì.

Ad esempio: da quando l’emergenza sanitaria è scoppiata in Cina stiamo investendo bene il nostro tempo? Lo stiamo sfruttando per capire come muoverci nella sciagurata ipotesi che il virus si diffonda a macchia d’olio in Europa? O ci stiamo aggrappando alla speranza – probabilmente illusoria – che la Cina riesca da sola ad arginare l’epidemia?

La lezione cinese è chiarissima: sottovalutare il problema equivale a pagare un conto altissimo in termini di vite umane. Milioni di persone isolate non sono un film, sono una minaccia alla tenuta del tessuto sociale, una realtà tragica che investirà per lungo tempo non solo l’economia ma anche i rapporti con l’Asia. Una volta compreso che il latte era stato versato, Pechino non ha iniziato a piangere. A rischio è la stessa tenuta del regime, che non a caso ha messo in campo tutti i suoi mezzi per tentare di salvare il salvabile. Questo non significa che l’Italia dovrebbe iniziare a costruire ospedali in 10 giorni come hanno fatto in Cina. Ma vuol dire che la decisione – contestata da qualcuno – di sospendere i voli da e per la Cina è stata non solo saggia, ma dovuta.

Eppure i primi contagi da coronavirus dimostrano che queste precauzioni non bastano. Dicevamo che il virus non conosce barriere: così alzare muri non serve. Nel 2020 è impossibile chiedere al mondo intero di chiudersi in casa aspettando di sfebbrarsi. Ma è giusto dare ascolto agli esperti, sopravvalutare il pericolo per non finirne travolti. In questo senso abbiamo la fortuna di avere in Italia degli esperti di primissimo piano: Roberto Burioni è uno di questi. Nell’attesa di capire se il 38enne di Castiglione d’Adda sia stato realmente contagiato da un amico di ritorno dalla Cina o meno (pare che fossero trascorsi 16-18 giorni dalla loro cena, dunque più dei 14 considerati periodo di incubazione) è bene mettere in atto tutte le misure di prevenzione. Ciò significa, come ha detto chiaramente Burioni, che chiunque è stato in Cina deve mettersi in quarantena. Non è razzismo, non è alimentare il panico: è mettere in conto la contagiosità degli asintomatici.

In questo senso anche il New England Journal of Medicine ha chiarito che il picco della carica virale del COVID-19 si raggiunge poco dopo la comparsa dei primi sintomi. Perché non è una buona notizia? La SARS, per esempio, aveva il proprio picco virale, cioè la capacità massima di trasmettere l’infezione, a 10 giorni dalla comparsa dei sintomi. Tradotto: con la SARS il paziente aveva più possibilità di contagiare quando stava già molto male, per questo a rischio erano soprattutto i medici che lo avevano in cura. Con il nuovo coronavirus questo periodo di intermezzo non c’è più: si è contagiosi fin da subito, quando si pensa ad un banale raffreddore, quando si sta ancora bene. Anche in questo caso: non si deve alimentare il panico, ma si deve prevenire la bomba sociale.

Come si fa? Accumulando in una situazione ancora più che gestibile dal nostro Servizio Sanitario Nazionale una quantità di farmaci importante, non solo per trattare il coronavirus, ma anche per altre patologie che potrebbero essere aggravate dal virus. Il governo deve poi valutare per tempo l’opzione di allestire nuovi reparti di terapia intensiva: perché quelli attrezzati per l’emergenza potrebbero ad un certo punto essere saturi. E a farne le spese potrebbero essere anche i pazienti affetti da patologie diverse dal COVID-19 ma bisognosi allo stesso modo di un ricovero in terapia intensiva.

Per l’ultima volta: non è catastrofismo. I politici ascoltino gli esperti. L’emergenza si evita ragionando come se l’emergenza fosse in atto. Muoversi prima, per non arrivare tardi.

Prevenire, meglio che curare.

Il virus è dentro di noi

Nella programmazione delle nostre vite è presente un errore di calcolo. L’algoritmo che regola le nostre esistenze è caduto in un tranello, non sa riconoscerlo. Pensiamo che ai molti “oggi” fin qui vissuti ne seguiranno altri. Non ci chiediamo quanti. Consideriamo questa incognita infinita, sbagliando. L’emergenza globale del coronavirus è sotto controllo come può esserlo qualcosa di fuori controllo. Un’entità infinitamente piccola, invisibile ad occhio nudo, ha già ucciso quasi 1000 persone. Ed anche in questo caso il nostro sistema è portato all’errore. Crediamo che il virus sia un qualcosa di estraneo al nostro mondo, alla nostra cultura. Ci abbeveriamo di un razzismo scientifico. Ci crogioliamo in un ossimoro permanente: attenzione al contagio, è pericoloso. Ma certo noi non lo prenderemo mai. Pensiamo che la malattia sia figlia della Cina, delle tradizioni e delle sue genti. Eppure, al di là della sua provenienza, questo virus attacca e attecchisce anche i nostri corpi. La nazionalità non è uno scudo, non ci è d’aiuto.

Siamo invasi di false convinzioni, scoprirle tutte insieme rischia di mandare in tilt l’intero apparato. Per esempio, pretendiamo che la scienza dia risposte precise a nuove domande in pochi giorni. Percepiamo l’urgenza del momento e scarichiamo sui medici l’ansia delle nostre paure. Facendo finta di dimenticare i tagli ai fondi cui li abbiamo costretti. Illudendoci che ad ogni malattia debba corrispondere una cura. A maggior ragione se si parla di epidemia: non potremo mica morire tutti, vero?

La nostra mente non riesce ad accettare altro ordine se non quello che si è data. Vive in una dimensione d’inganno costante. Non contempla l’idea del fallimento, men che meno quella della morte. Attiva perciò delle sirene di auto-consolazione. Qualcuno faccia qualcosa. I governi si attivino. Gli scienziati studino. I medici curino. I pazienti guariscano. Basta mascherine, si stava meglio guardando Sanremo.

Il virus è dentro di noi.

Speranza e l’untore della paura

Roberto Speranza

Mai stato un sostenitore di Roberto Speranza. Mai, nemmeno per sbaglio, come un orologio rotto che almeno due volte al giorno segna l’ora esatta, trovatomi d’accordo con un suo punto di vista politico, una lettura della società, un’idea d’Italia. Ma onore al merito di chi lavora bene. Rispetto per chi, chiamato a dirigere un’istituzione importante come il ministero della Salute, ha dimostrato che è possibile essere buoni politici senza trascendere nella dannosa propaganda.

La gestione del caso coronavirus da parte dell’Italia è stata fin qui impeccabile. La chiusura del traffico aereo da e per la Cina, l’isolamento dei due turisti malati a Roma, le indagini capillari per ricostruire ogni spostamento della coppia, la dichiarazione dello stato d’emergenza sanitaria per i prossimi 6 mesi, la designazione a commissario di Angelo Borrelli, capo della Protezione Civile, l’organizzazione del rimpatrio degli italiani residenti a Wuhan, i controlli negli aeroporti, lo stanziamento di un fondo da 5 milioni di euro. Difficile chiedere una prova di efficienza migliore di questa.

Roberto Speranza, però, il meglio del suo repertorio lo ha offerto quando ha deciso di non dare troppo peso alle polemiche dell’untore di paura della politica italiana: Matteo Salvini. D’altronde c’è chi su questi temi ha costruito le proprie fortune: prima erano i migranti, adesso è il virus che arriva dalla Cina. Sempre facile giocare sul fattore dell’irrazionalità, troppo allettante per rinunciarvi l’idea di solleticare l’istinto di conservazione umano, raschiare il fondo del barile e rischiare di generare una psicosi. Salvini è riuscito a rivendicare anche di fronte al contagio dei due cinesi a Roma: “Noi l’avevamo detto”, è stato il senso del suo post sui social. E via con le critiche per le “frontiere aperte”, come se l’Italia possa un giorno, d’un tratto, decidere di dimettersi dal suo posto nel mondo, come se lui stesso non sapesse che l’isolamento e l’isolazionismo sono buoni argomenti soltanto per comizi da sovranisti. Poi il governo del Paese è altra cosa.

Ebbene, Speranza, dinanzi a quest’ondata d’ignoranza potenzialmente contagiosa e dannosa, di fronte al virus del terrore, ha opposto la cura perfetta: “Non inseguo chi intende lucrare politicamente su questa vicenda. Per me il Paese deve essere unito, giocare insieme questa sfida e vincerla”. Così si fa il ministro, così si smaschera chi fa propaganda sulla pelle delle persone. Così Speranza non è più solo una speranza: ma un unguento da opporre all’untore della paura. Poi, una volta finita l’emergenza, tornerà ad essere un politico con idee rispettabili, ma diverse dalle mie.