T-ridicolo

T-ridicolo non è tanto che Pasquale Tridico, presidente dell’INPS, si sia raddoppiato lo stipendio. Non è solo il fatto che a stabilire una retribuzione di 150mila euro l’anno sia stato il governo Conte I, quello composto da Lega e MoVimento 5 Stelle. E nemmeno il tempismo dell’aumento in busta paga, giunto mentre tantissimi italiani faticano a sbarcare il lunario.

T-ridicolo non è unicamente che l’aumento dello stipendio del “papà del reddito di cittadinanza” sia stato finanziato tagliando il programma di spedizione delle buste arancioni, con le quali l’Inps informava ogni cittadino su quanto avrebbe percepito al momento di andare in pensione, consentendo a molte famiglie di pianificare il proprio futuro.

T-ridicolo non è il fatto che lo stop di questo programma sia arrivato “casualmente” proprio quando l’Inps avrebbe dovuto inviare informazioni su Quota 100 appena introdotta, e cioè quando molti italiani avrebbero visto coi loro occhi, nero su bianco, che smettere di lavorare prima del previsto gli avrebbe procurato una decurtazione della pensione. Al di là dei proclami di Salvini e Di Maio.

T-ridicolo non è Tridico che scrive una lettera a La Repubblica sconfessando l’inchiesta di una giornalista, salvo essere sconfessato – stavolta definitivamente – dagli atti ufficiali.

T-ridicolo non è Luigi Di Maio, che dice di volere dei chiarimenti ma dovrebbe domandarli a sé stesso, visto che a stabilire gli importi dei vertici Inps fu all’epoca proprio un decreto del ministro del Lavoro da lui presieduto.

T-ridicolo non è Giuseppe Conte, che come sempre, come sulla Gregoretti, sulla Diciotti, se ne lava le mani e dice di non essere informato, anche se la Presidenza del Consiglio era direttamente coinvolta, anche se il governo era il suo. O almeno così risulta.

T-ridicolo è in fondo che tutte queste cose, prese singolarmente, siano parte di una sola storia, quella di Tridico, appunto, e che nessuno abbia ancora sentito il bisogno se non di dimettersi quanto meno di chiedere scusa.

Ridicolo, ridicolo tutto.


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La briga di dire No

Dicevano di voler aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E a questo punto non è detto che prima o poi non ci chiedano di buttarla del tutto. Per fare spazio a cosa non è chiaro, evidentemente non importa.

Forse ci chiederanno di sostituire la rappresentanza dei territori con un concetto di democrazia che col popolo ha poco a che vedere; forse a Montecitorio e Palazzo Madama tenteranno di alternare un nuovo “social della democrazia”, un Rousseau 2.0 iper-connesso da sostituire alle piazze, luogo di incontro per eccellenza, fucina della Storia con la “s” maiuscola. Magari i più fantasiosi chiameranno in causa la necessità di evitare ogni tipo di assembramento, ci racconteranno che la società si evolve, la democrazia pure: adattatevi.

Proveranno a convincerci allora che una conferenza su Zoom rende meglio dei comizi, che il rapporto con la gente è superato. Distanziamento. Ovunque, comunque, per sempre. Parafrasando Churchill, che già sono soliti farlo a sproposito, sosterranno che “la democrazia è la peggior forma di governo”. Punto. Senza il resto della frase, quella che precisa: “Eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora“.

E sapete che c’è? Avranno tutto il diritto di farlo.

Perché gli è stato consentito. Perché la Politica si è arresa alla sua deriva senza neanche provare a combattere. Come quando, un anno fa, decise che era più sicuro abbracciare l’antipolitica che rischiare di perdere le elezioni e trovarsi all’opposizione. Così oggi.

La politica e i partiti scelgono di appoggiare un’offesa all’istituzione del Parlamento, di rendersi complici di uno sfregio della democrazia, nell’assurdo convincimento che il popolo finirà per odiarli meno, che basterà sforbiciare qua e là per lavarsi l’onore, recuperare la faccia. Scommessa non quotata: non accadrà.

Come se il problema fosse il numero, non la qualità del lavoro svolto. Come se la questione fosse realmente di risparmio. Come se ignorassero che gli italiani pagherebbero volentieri, a patto di sapere che in Parlamento si produce. Come se in fondo non sapessero che tra qualche anno qualcuno si sveglierà da questo indegno letargo e chiederà conto di questo silenzio vigliacco. Domandando come sia stato possibile che in cosi pochi si siano messi di traverso a questo scempio, si siano presi la briga di dire No.

L’alleanza col M5s e la sindrome di Stoccolma del Pd

Sarebbe troppo semplice riportare lo storico delle molteplici dichiarazioni con cui Luigi Di Maio e i maggiorenti del MoVimento 5 Stelle hanno affermato per anni la diversità ontologica, morale, umana, dei grillini rispetto ai politici dei partiti rivali. Gli stessi finiti nel mirino del referendum che celebrerà tra qualche settimana una delle derive populiste più marcate della storia repubblicana.

Sarebbe oltremodo facile ripescare i colpi sotto la cintura sferrati al “Partito di Bibbiano”, poi diventato alleato di governo, successivamente partner con cui “si lavora bene” e da oggi compagno di strada in una “nuova era per il MoVimento 5 Stelle”.

Ma più dell’incoerenza pentastellata, del MoVimento nato per spazzare via la vecchia politica che ora chiede ai suoi elettori di legittimarne l’ambizione a diventare nuova casta, a sorprendere dovrebbe essere la facilità con cui il Partito Democratico si è consegnato mani e piedi ai populisti, la sindrome di Stoccolma che affligge un’intera classe dirigente, troppo presa a festeggiare l’entrata certa di nuovi voti spendibili alle amministrative, da non notare – volutamente, voglio sperare – che nel quesito su Rousseau i dirigenti M5s non hanno chiesto agli iscritti se intendono dar vita ad un’alleanza strutturale col Pd per creare il nuovo centrosinistra. No, bensì se consentono loro di allearsi anche con “i partiti tradizionali”. Perché nella vita non si sa mai: meglio non esporsi troppo. Prima “mai alleati coi vecchi partiti”, poi la Lega, oggi il Pd, domani chissà.

Terrorizzato un anno fa dall’idea di confrontarsi con Salvini, incapace di mettere da parte i pregiudizi del passato e dare vita ad una coalizione “repubblicana” anti-populista, ignaro del fatto che il confronto con le urne non potrà essere rinviato in eterno, il Pd ha deciso di dimettersi da sé stesso, di cedere al MoVimento 5 Stelle la leadership morale del governo e del Paese. Debole su tutti i suoi cavalli di battaglia, sui temi che dovrebbero caratterizzare un partito con vocazione maggioritaria di centrosinistra, vigliacco sull’immigrazione, confuso sul ruolo dello Stato nell’economia, graziato dal fatto che l’opposizione sia guidata da un personaggio minore, il Partito Democratico ha scelto di non sfruttare la prateria politica che gli si è spalancata innanzi, delegando ai 5 Stelle il compito di individuare i temi su cui è possibile spingere e quelli che è bene rinviare a data da destinarsi. Pena fibrillazioni capaci di mettere a rischio la tenuta del governo, con conseguente andata al voto e impossibilità di indicare il nuovo Presidente della Repubblica. Finendo così per rianimare un soggetto politico agonizzante, per ridare ossigeno a battaglie ideologiche dannose per l’Italia.

C’è un solo vincitore politico in questa stagione, e ha il nome di Giuseppe Conte. Estratto dalla Lotteria della vita, l’avvocato pugliese si è saputo vendere, spacciandosi per novello Prodi, federatore dell’area di centrosinistra, rappresentandosi come statista maturato tardi, segregato nell’esperienza del governo Lega-M5s ma finalmente sbocciato al momento del bisogno. Senza di lui quest’intesa non sarebbe nata. E lascio a voi decidere se sia una buona notizia. Non tanto per il centrosinistra, ma per l’Italia.

I migranti della Tunisia per ricordarci che Di Maio agli Esteri è un danno

Se Luigi Di Maio pensa davvero che per fermare la crisi migratoria basti sequestrare i gommoni e affondare i barconi, allora la situazione è grave. Forse irrecuperabile. Sì, perché se a dire che bisogna “affondare la nave” è Giorgia Meloni, allora tutto torna sui binari della triste realtà politica che questo Paese ha imparato a conoscere in questi anni: per intenderci, quella in cui destra e sinistra lucrano sull’emergenza migratoria – chi per un verso, chi per l’altro – e la situazione non cambia mai. Con o senza Salvini al governo.

Ma che a sostenere un’ipotesi talmente semplicistica e sconclusionata sia il nostro ministro degli Esteri deve preoccuparci non poco. A maggior ragione se colui che presiede la Farnesina ha poi possibilità, purtroppo, di incidere per esempio sui rapporti bilaterali con Tunisi, andando a sospendere lo stanziamento dei fondi della cooperazione in favore del Paese nordafricano per 6,5 milioni di euro. Una cifra irrisoria rispetto ai costi economici, politici e sociali, che l’Italia rischia di scontare nel caso in cui la situazione precipitasse sull’altra sponda del Mediterraneo.

Lo chiarisco subito: credo come la ministra Lamorgese che questi migranti economici vadano rimpatriati. Nessuno discute la necessità di migliaia di persone di abbandonare un Paese afflitto dal cancro della corruzione e della disoccupazione. Ma l’Italia non può essere la terra promessa per i mali del mondo intero, salvo trasformarsi nel campo profughi d’Europa spesso e volentieri vaticinato a sproposito dai sovranisti.

Pensare però che basti requisire le imbarcazioni per arginare gli sbarchi significa dare prova di una preoccupante improvvisazione. Sarebbe come pensare che basti bucare il pallone ad un bambino per impedirgli di giocare per strada: prima o poi troverà il modo di trovarne un altro. Ciò significa che il famoso slogan “aiutiamoli a casa loro” torna quanto mai di moda in una fase di grave crisi come quella tunisina: se non lo si vuole fare per solidarietà lo si faccia per mero interesse nazionale.

L’errore di Di Maio è dunque prima di tutto politico, oltre che tattico. La Tunisia è uno dei pochi Paesi con cui l’Italia ha degli accordi per i rimpatri. Fino ad oggi, a differenza di altre nazioni, non ha mai giocato ad aprire e chiudere il rubinetto delle migrazioni per ottenere aiuti economici. Di più: il presidente della Repubblica Saied, dopo la caduta del governo Fakhfakh, si gioca da qui ai prossimi mesi una partita decisiva. Nel caso in cui dovesse perderla, il pericolo è che l’Italia si ritrovi a discutere con attori certamente meno ben disposti nei suoi confronti: su tutti quel Rachid Ghannouchi, leader del partito islamista moderato Ennahda, che ha dovuto respingere accuse in patria per rapporti a dir poco stretti con Erdogan. Il Sultano ha infatti chiesto a Saied di utilizzare il territorio tunisino come avamposto militare per la campagna bellica in Libia, trovando il diniego del presidente della Repubblica. Mesi dopo Ghannouchi ha incontrato Erdogan e pare l’argomento sia tornato oggetto di discussione, al punto che il politico tunisino è stato accusato di essere una sorta di quinta colonna turca in patria.

Ecco, dovrebbero bastare questo ragionamento spicciolo, questa breve cronaca, per rendersi conto che l’Italia non ha alcun interesse a destabilizzare la Tunisia e l’attuale leadership. Salvo trovarsi, dopo la Libia, un altro Paese del Nordafrica alle dipendenze della potenza ottomana, pronta a perseguire la sua politica imperiale e a sacrificare qualcosa della propria economia pur di estendere la propria influenza nel Mediterraneo. Allora sì che rischieremmo un’invasione. Allora sì che saremmo esposti al ricatto della Tunisia come tramite della Turchia. Allora sì che dovremmo chiederci, una volta di più, a chi mai è venuto in mente di piazzare Di Maio agli Esteri.

Autostrade di parole

Gli ultimi anni della politica italiana ci hanno consegnato un teorema quasi infallibile: quando Di Maio propone una soluzione, la via da prendere è sempre l’altra. Perciò se i puntuali retroscena del mattino descrivono l’ira di Di Maio per com’è stata gestita dal premier Conte la partita Autostrade, allora c’è da essere fiduciosi sul fatto che tutto sia andato per il meglio. Manca soltanto la bollinatura del post su Facebook con cui Di Battista spiega agli italiani perché era meglio procedere con la revoca rischiando un contenzioso decennale da 23 miliardi di euro di risarcimento ai Benetton, pagati dallo Stato (ovvero da noi). Ma è ancora mattina presto, non disperate, arriverà.

Al di là delle battute, la sensazione è che per una volta abbia trionfato il buon senso. Ci sono voluti due anni e due governi per venire a capo di una questione che poteva essere affrontata da un punto di vista logico o ideologico. Alla fine, molto alla fine, Conte sembra aver deciso per la prima.

Cassa Depositi e Prestiti con ogni probabilità entrerà dentro Autostrade con un corposo aumento di capitale: in questo modo le quote dei Benetton, oggi all’88%, avranno sempre meno influenza scendendo fino a meno del 10%. La società sarà poi scorporata da Atlantia, la controllante di proprietà della famiglia veneta, e una volta quotata in Borsa saranno i mercati a sancire l’irrilevanza del precedente management.

Nessuna revoca, almeno così pare dopo il vertice conclusosi all’alba. Nessun rischio di risarcimento miliardario che lo Stato avrebbe dovuto corrispondere ai Benetton in caso di “cacciata” senza accordo. Ipotesi concreta, messa nero su bianco da un parere dell’Avvocatura dello Stato che ha fatto tremare i polsi a molti. Anche a chi per due anni ha fatto finta di niente. Anche a chi nelle ultime ore è uscito sui giornali con un’intervista che denuncia impreparazione politica e scorrettezza istituzionale: un Presidente del Consiglio che vuole essere duro, granitico, è tale al tavolo delle trattative. Non usa il giornale della stampa amica, in questo caso Il Fatto Quotidiano di Travaglio, per mettere pressione alla controparte. Soprattutto se quest’ultima è una società quotata in Borsa e ad uscirne danneggiati sono migliaia di piccoli risparmiatori e azionisti che col teatrino della politica non c’entrano nulla.

Resta il sollievo per aver chiuso (dobbiamo fidarci?) una partita dolorosa e intollerabile. Un giorno, qualcuno potrà scrivere un libro sulle dichiarazioni di questi anni, sulle minacce di revoca, decadenza, “cacciata a pedate” dei Benetton (testuale di esponenti M5s). Cos’è rimasto? Autostrade, di parole.