Sulle ali dell’incoerenza

Di Maio e Alitalia

Il punto non è tanto la decisione di Ferrovie dello Stato di includere Atlantia nel consorzio chiamato a salvare Alitalia. Era una decisione scontata, la più logica, l’unica realmente possibile. La holding dei Benetton ha una solidità economica certa, un’esperienza nel settore importante, la gestione di Fiumicino e Ciampino attraverso Aeroporti di Roma è un biglietto da visita di cui tenere conto. Il resto è fuffa, gioco politico sconfessato dal realismo di Fs.

Ma allora qual è il punto, direte voi? Visto che si è ancora comunque lontani dal salvataggio di Alitalia, dal momento che ancora bisogna riscrivere il piano industriale, scegliere le rotte, ripensare i servizi, trattare sugli esuberi, stabilire le quote di partecipazione all’interno della cordata, il punto sta nel post pubblicato da Luigi Di Maio dopo la decisione di Ferrovie.

Il punto sta nella capacità di sconfessare se stessi pur di affermarsi. Sta nella faccia tosta di chi due settimane fa parlava di Atlantia come di una società “decotta” e oggi associa la sua entrata nel consorzio al “rilancio di Alitalia“. Sta nella capacità di mentire, di provare a far credere, dopo un anno di annunci e parole senza seguito, che il governo andrà avanti sulla revoca (sbagliata) della concessione ad Autostrade per l’Italia.

Piccolo avviso ai naviganti: se Ferrovie dello Stato ha accolto Atlantia come partner nella Nuova Alitalia lo ha fatto perché c’è stata una manifestazione d’interesse, che come tale è soggetta a trattativa. E davvero qualcuno crede che i Benetton nella partita, com’è giusto dal loro punto di vista, non decidano di tutelare i loro interessi sulle concessioni autostradali? Davvero qualcuno pensa che le questioni siano separate? Che il Gruppo Atlantia metterà sul piatto 350 milioni senza essere certo che il suo socio nel consorzio, lo Stato, non lo freghi?

Ora è chiaro che si tratta di aerei, ma di voli pindarici ne abbiamo anche abbastanza. Di Maio torni sulla terra, pensi a fluttuare di meno tra le sue bugie, scenda dalle nuvole delle sue narrazioni distorte, smetta di viaggiare sulle ali dell’incoerenza.

L’importante è partecipare

Salvini e Di Maio

Se l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali 2026 a Milano-Cortina ha fatto valere per l’Italia il principio che “l’importante era vincere, non partecipare“, lo stesso non può dirsi per un governo il cui motto è l’originale di De Coubertin: “L’importare non è vincere, ma partecipare“.

Se ne ha la chiara impressione nell’ennesimo vertice pre-consiglio dei ministri in cui non si raggiunge uno straccio d’intesa su un punto che sia uno: no alle Autonomie, no alla revoca delle concessioni autostradali ad Atlantia, no ad una quadra sulla strategia per evitare una procedura d’infrazione che incombe, no ad un qualsivoglia punto d’accordo su una delle questioni che un governo non dico speciale, ma almeno normale, dovrebbe essere in grado di gestire.

Perché è chiaro che da un po’ di tempo a questa parte il gioco del cerino occupa i pensieri di tutti. Con Salvini deciso a tirare la corda per vedere fin dove arriva e Di Maio attento a non opporre più di tanto resistenza, a concederne ogni giorno un pezzetto in più, troppo preoccupato che si spezzi, ma ignaro del fatto che prima o poi gli sfuggirà totalmente di mano.

Resta l’idea di un caos annacquato soltanto per poche ore dal successo olimpico, pure quello diventato presto terreno di scontro, da “vittoria di tutti” a rivendicazione di chi non c’ha creduto prima e ha esultato dopo.

E’ l’immagine di un governo unito solo quando si tratta di salire sul carro del vincitore, per nulla interessato alla direzione che questo prende. Basta montare sopra, esserci. Partecipare, appunto.

Come Caino

di battista

Dicono che questa smania di rientrare nell’agone sia dettata da contratti sfumati, da uno stipendio da parlamentare la cui mancanza inizia a farsi sentire, da una sorta di “tengo famiglia” che ha investito pure lui, il Dibba. Fosse anche così, e non lo sappiamo, non ci interessa.

Quel che conta è la sostanza. L’iperattivismo dell’attivista per eccellenza. Quasi d’un tratto si fosse stancato del Guatemala e del buen retiro, quasi abbia voglia di prendersi ciò che sente suo di diritto da sempre, la leadership di un MoVimento movimentista, non di governo.

E per farlo è disposto a tutto, pure al sabotaggio. D’altronde, per Alessandro Di Battista, calza a pennello il titolo che ha dato alla sua ultima “fatica” letteraria: “Politicamente scorretto”. E attenzione: qui nessuno si illude che tra i moralisti per eccellenza si trovi un briciolo di morale, nessuno ha mai creduto alla decantata amicizia tra gemelli diversi.

Chi pensava che la settimana bianca sugli sci o la scampagnata in macchina fino a Strasburgo fosse il frutto di una reale volontà di stare insieme era fuori strada: erano solo i tentativi disperati di compattare il MoVimento, di provare a serrare i ranghi, di dare l’idea di un’unione d’intenti che non solo non c’è, ma neanche (tra i due) c’è mai stata.

Poi Di Battista ha capito che nemmeno i suoi sorrisi da bello e dannato, la sua dialettica incalzante, la sua aura da battitore libero, avrebbero potuto ribaltare il trend di un MoVimento 5 Stelle in picchiata. Nemmeno lui era in grado di arginare il fenomeno Salvini. Mettici pure l’imbarazzo per le inchieste sui papà dei due paladini dell’onestà e allora ecco la scusa per tirarsi fuori, per rivendicare il diritto al silenzio. Ma a tempo.

Perché dopo le Europee è tornato, Di Battista. E Di Maio ha capito. Ha capito che dietro le accuse all’alleato di governo c’è in realtà l’intento di screditare tutto l’esecutivo: lui compreso. Ha capito che Di Battista “fiuta” il momento e che ogni volta in cui augura pubblicamente la tenuta del governo assesta in realtà un colpo alle sue fondamenta. Come quando ieri da una parte ha auspicato che l’esecutivo continui a lavorare, ma subito dopo ha provocato Salvini (“Si berlusconizza ogni giorno di più“).

Che la misura sia colma lo si è capito sia dalle parole “rubate” a Di Maio, che si è detto “incazzato” per come Dibba ha parlato degli esponenti M5s, ovvero di “burocrati chiusi nei ministeri“. Ma soprattutto dall’uscita, quest’ultima su Facebook e quindi ufficiale, in cui il capo politico ha messo in guardia:”Non mi interessa se in buona fede o in mala fede, ma se qualcuno in questa fase destabilizza il MoVimento con dichiarazioni, eventi, libri, destabilizza anche la capacità del Movimento di orientare le scelte di Governo“.

Di più:”Ognuno porti avanti il ruolo che è chiamato ad assolvere nella società: ministro, parlamentare, attivista, cittadino. Un ruolo non è migliore dell’altro, per quanto mi riguarda. Ma tutti devono essere rispettati e ognuno stia al proprio posto“.

L’uno parla in pubblico dell’altro come di un fratello. E Giggino non ha la statura di Abele. Ma in questa storia un traditore c’è. Come Caino.

Il Capitano abbandona la nave che affonda

Matteo Salvini

E’ quando la nave sta per affondare, quando l’acqua entra ormai da tutte le parti, che il vero comandante afferra il timone e non lo abbandona. Non fino a quando non sia certo che anche l’ultimo marinaio si è messo in salvo. Ma in queste ore di drammatica trattativa con l’Europa, di spasmodica ricerca dei soldi necessari ad evitare una procedura d’infrazione che sarebbe piacevole quanto una bastonata sui denti, del “Capitano” non c’è traccia sul ponte di comando.

Ha detto di avere 60 milioni di figli: eppure non sembra comportarsi come un buon padre di famiglia. Perché quando c’è crisi, c’è difficoltà, si stringono le maglie, si sta tutti più vicini, ci si sacrifica sapendo che domani, forse, sarà meglio. Salvini invece dice al Corriere:”Giù le tasse o lascio il governo”. E’ un po’ come se il capofamiglia dicesse:”Se oggi a tavola non trovo caviale vado via, vi lascio qui e mi faccio un’altra vita”.

Perché c’è tutta la differenza del mondo tra la richiesta di una ricetta economica che dia respiro al Paese e la fuga dalle proprie responsabilità. Salvini oggi parla come se i debiti contratti dal governo non lo riguardassero, come se per un anno non fosse stato alla guida del Paese, come se i balletti sul deficit non fossero stati partoriti anche col suo consenso. Salvini addossa le responsabilità del disastro dei conti ai suoi ingenui partner. O forse non così ingenui, perché consapevoli che denunciare il gioco del leghista sulla pelle degli italiani equivale a perdere le proprie poltrone.

Ma a proposito di italiani, spetta a loro uno sforzo di onestà intellettuale. Bisogna siano loro a rendersi conto che è troppo facile recitare la parte di Salvini: gridare “giù le tasse”, “w l’Italia” e “abbasso Bruxelles”. Sono slogan belli, orecchiabili, perfino condivisibili. Ma restano slogan. Prima si mette in sicurezza il Paese. Poi si programma il futuro dell’Italia. A meno che qualcuno non voglia ipotecarlo sull’altare della propria premiership.

Un po’ di sano Calendismo

Carlo Calenda

Un po’ di sano Calendismo. Giusto un po’. Quel che basta ad indignarci e a sbottare. Ciò che serve per dire “aho’, e mo’ me so’ rotto“. Perché in fondo questo è, ciò che Calenda non dice, ma quel che Calenda pensa. E a suo modo lo comunica, ovviamente sui social, dove la sua attitudine al confronto straborda, straripa, come quando si spende anche con chi una spiegazione non la meriterebbe. O come quando risponde un po’ male, anche un po’ troppo, perché si vede che ci crede e ogni tanto no, proprio non si trattiene.

Dunque eccolo, lo sfogo:”Mi vergogno di essere andato in giro a chiedere voti per un partito (il Pd, ndr) che è incapace di stare insieme anche mentre il paese va a ramengo“.

I cuoricini su Twitter non bastano per esprimere la reazione dell’osservatore neutrale. Bravo Calenda, l’hai detto, gliele hai suonate. Ma ora? Perché è chiara la tua buona volontà, come quando facesti la tessera del Pd il giorno dopo la disfatta del 4 marzo, come quando provasti ad organizzare una cena tra i diversi “capi” dem, come quando proponesti la nascita di un Fronte Repubblicano in opposizione alla deriva incarnata da Lega e 5 Stelle, o come quando, poche ore fa, hai provato a rispolverare l’idea di un governo ombra, dimenticando che l’Italia non è l’Inghilterra, che l’elettore medio a queste cose non bada, non pensa.

Sono tutte dimostrazioni d’impegno, di una passione che esiste, di una volontà forte, di un desiderio di fare qualcosa. Il potenziale c’è, è enorme, qualche guizzo interessante pure: come quando hai sfidato Salvini andando al suo comizio a Milano, deciso a non accettare che il ministro dell’Interno stabilisse per te che non ci saresti andato. Il tuo modo di comunicare funziona, è diretto, è d’impatto. Come si vede nei video in cui spieghi a Di Maio come si fa il ministro (un po’ meno riuscita la foto in cui ti tuffi nell’acqua ghiacciata in piscina, me lo consentirai).

Epperò tutto questo, da solo, non basta. Perché va bene il Calendismo, questo modo di fare che ci accomuna un po’ tutti, questo mettersi di traverso rispetto ai soprusi, questa voglia di dire e di fare, di pensare e di provare. Di reagire. Ma poi ad un certo punto serve andare oltre. Tentare la svolta. Senza chiedere il permesso. Senza guardarsi indietro.

Mettere in campo una proposta forte, alternativa all’area di governo e a quella sinistra con cui (diciamocelo Carlè) non hai proprio niente a che spartire. Guardarsi intorno, con chi ci sta, e provare a superare le divisioni di un ventennio: tradotto, pezzi di Pd, pezzi di Forza Italia (ancora più chiaro: vuol dire accettare anche Berlusconi). Se po’ fà?

E poi via, a spiegare con calma agli italiani perché questo governo non funziona, perché la “moderazione” (che bella parola!), in un tempo di estremismi diversi ma pericolosi, può stare in bocca ad uno che ogni tanto sbotta, però a ragione. Perché ci sta, dopo tante buone intenzioni, dopo tanti tentativi andati a vuoto, di pensarlo, se non proprio di scriverlo: “Mo’ me so’ rotto“.

Pure noi. C’hai ragione Carlé.

Salvini e la patrimoniale mascherata

Salvini a Porta a Porta

Per non dire un giorno di aver messo le mani nelle tasche degli italiani, si cambia metodo: si guarda direttamente sotto il materasso. E’ questa l’ultima pensata di Matteo Salvini, che in una calda serata d’estate svela a Porta a Porta il suo “piano” economico: sperare che gli italiani che hanno i loro soldi in una cassetta di sicurezza decidano di aprirle, si facciano tassare quel denaro e diano al governo i soldi necessari per fare la prossima Manovra.

Ora i ragionamenti da fare sono questi. Primo: la spasmodica ricerca di fondi alternativi è la prova delle menzogne che Salvini e tutto il governo ci hanno propinato in questi mesi. Per intenderci, alla domanda, “ma dove li trovate i soldi?”, la risposta era sempre la stessa:”I soldi ci sono”. La realtà dice altro: i soldi non ci sono e quindi si cerca sotto i materassi degli italiani.

Seconda riflessione: la tendenza a legalizzare l’evasione fiscale è sempre più una costante. Come dire che tutti quelli che hanno fatto le cose in regola per anni si sono garantiti al massimo un bonus per la propria coscienza. Se poi gli altri sono stati più fortunati e hanno beneficiato di condoni fiscali e simili beh, beati loro.

Terzo spunto: dopo i minibot – per la serie: “Non abbiamo soldi? Inventiamoci una nostra moneta e chi se ne frega!” – la proposta sulle cassette di sicurezza dimostra che Salvini & co. stanno facendo i salti mortali per non ammettere le loro bugie. Se possibile tentando anche di ricorrere a strumenti illegali e pericolosi. Fortuna che Mattarella c’è.

Quarto e ultimo punto. Ironia della sorte, colui che viene riconosciuto come nuovo leader del centrodestra, storicamente contrario alla patrimoniale, propone di fatto una patrimoniale mascherata. Per rendere chiaro il concetto, definizione di patrimoniale:”Imposta sui patrimoni”. E cosa sono i risparmi, anche quelli custoditi sotto il materasso, se non patrimonio degli italiani?

Tra tecnici e pifferai tragici

Di Maio, Conte, Salvini e Tria

Il dibattito sui minibot ha innescato negli ultimi giorni una sorta di derby: da un lato gli esperti, i cosiddetti “tecnici”, che hanno bocciato lo strumento proposto dalla Lega per pagare i debiti della Pubblica amministrazione; dall’altro i politici, come Di Maio e Salvini, che improvvisamente hanno riassaporato il gusto di trovarsi d’accordo su un tema che sia uno: perché quando si tratta di essere populisti ogni lasciata è persa.

Ora non serve il mio contributo per sottolineare come i tanto vituperati tecnici, gente come Mario Draghi e Giovanni Tria, abbia certamente carte più in regola per esprimersi su questioni di natura economica come minibot, debito, deficit e affini rispetto ai sopracitati leader politici, decisamente carenti quando si parla di argomenti simili.

Ma attenzione al gioco subdolo tentato da Di Maio. Con un post su Facebook il capo politico M5s ha suggerito: “Se lo strumento per pagare le imprese non è il minibot il Mef ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni”. Salvini si aggiunge al coro e fa presente a Tria che il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione è urgente “e questo dev’essere chiaro a tutti, in primis al ministro dell’Economia“. Lo schema è evidente: il rimpallo di responsabilità non è una novità. Ma il metodo dello scaricabarile da parte della politica nei confronti dei tecnici non può essere consentito.

Il ministro dell’Economia può andare a caccia di risorse – come ha fatto quando si è trattato di imbastire (in deficit) misure come Quota 100 e reddito di cittadinanza – ma devono essere i leader dei partiti al governo a fornire l’indirizzo politico. E questo non significa proporre misure irrealizzabili (poiché illegali o dannose come i minibot) e poi scandalizzarsi se il responsabile delle finanze pubbliche riporta tutti sulla Terra.

Dopo anni di opposizione, di critiche faziose, di atteggiamenti irresponsabili, cari Di Maio e Salvini, servono ricette credibili, non teorie lunari. Questo non significa arrendersi all’idea di essere governati dai tecnici. Non siamo nostalgici del governo Monti. Ma nemmeno vogliamo finire nel baratro guidati da pifferai tragici.

Mini-Bot e mega rischi

Salvini e Borghi

La mozione parlamentare approvata dal Parlamento e sponsorizzata dalla Lega sull’emissione di mini-Bot rappresenta un segnale inquietante per l’Italia. Non è un mistero che le ardite teorie sull’uscita dall’euro di Claudio Borghi, principale consigliere economico di Matteo Salvini, passino proprio per l’emissione di questi titoli di stato di piccolo taglio che (ufficialmente) dovrebbero essere utilizzati per garantire allo Stato di pagare i suoi creditori, ma che in realtà costituirebbero il primo passo verso la creazione di una moneta parallela.

Il progetto è tanto semplice quanto rischioso: mettere in circolo pezzi di carta colorati simili a banconote dal valore corrispondente tra i 5 e i 100 euro, che privati e imprese potrebbero utilizzare per pagare le tasse, la benzina o i biglietti del treno. Letta così non sembra nemmeno così malvagia: che male c’è se lo Stato trova un modo diverso per pagare i propri debiti? La questione, però, è tutta politica ed è stata svelata in tempi non sospetti da Borghi in persona: i mini-Bot altro non sono che una moneta corrente alternativa all’euro. E di fatto costituiscono il primo passo (potenziale) verso l’uscita dall’unione monetaria. Secondo l’assurdo Borghi-pensiero, i mini-Bot darebbero infatti allo Stato il tempo necessario per resistere allo shock che un addio all’euro comporterebbe, diventando temporaneamente moneta di scambio in attesa dell’emissione della nuova.

Peccato che in queste assurde teorie non venga tenuto conto di un fattore molto importante, se non decisivo: la realtà dei mercati. Gli stessi che comprano il nostro debito (in euro) che motivo avrebbero di continuare a spendere soldi e a finanziarci avendo presente il rischio incombente che il governo Lega-M5s decida un bel venerdì pomeriggio (a Borse chiuse) di uscire dall’euro e rendere carta straccia tutti i loro crediti?

Sulla questione è stato molto chiaro Mario Draghi:”I mini-Bot? O sono soldi, quindi una cosa illegale, o sono altro debito e quindi lo stock sale. Non mi sembra che i mercati valutano positivamente questa idea, ma mi fermo qui“. Come dire, se non volete dare ascolto alla logica, provate almeno a fare i vostri interessi.

D’altronde Moody’s ha già messo in guardia l’Italia, dichiarando come il solo fatto che la proposta sia ricomparsa rappresenti un “credit negative”, ovvero un fattore negativo sulla valutazione del rating del Paese, di fatto la pagella che dice ai mercati se vale la pena investire sul nostro debito o se il rischio è troppo alto. Certo, è sempre possibile trovare degli investitori disposti a prendersi il rischio di comprare il nostro debito, ma ad interessi altissimi (ecco cos’è lo spread) ben più dannosi della già di per sé gravissima procedura di infrazione.

Se le motivazioni economiche non vi bastano a bocciare la proposta dei mini-Bot ce n’è un’altra di stampo politico e se vogliamo addirittura etico. Nell’ultima campagna elettorale per le Europee non c’è stato un riferimento – che sia uno – da parte di Salvini alla messa in circolazione di una moneta parallela, men che meno all’uscita dell’Italia dall’euro.

Che il governo pensi di creare le condizioni per portare il Paese fuori dall’euro e dall’Europa (perché di questo si tratta) senza aver prima consultato gli italiani sul punto è qualcosa di assurdo e inaccettabile. Se questo è il piano, Salvini e Di Maio ce lo dicano, abbiano il coraggio delle proprie azioni, se ne assumano l’onere, ma lascino a noi decidere se pagarne o meno le conseguenze. Propongano un referendum.

Procedura di infrazione: perché Salvini e Di Maio continuano a mentire?

Di Maio e Salvini, foto Enrico Mentana

Sarebbe ironico, se non fosse tragico, che nel giorno in cui la Commissione Ue compie il primo passo verso la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, il nostro premier Conte si trovi in Vietnam. Come una coincidenza, un ribaltamento dei fronti e della storia: l’Italia è un Vietnam.

E in questo gioco a perdere condotto dal nostro governo in maniera a dir poco irresponsabile e incoerente, stride un’altra assonanza dissonante. Ne è l’autore Pierre Moscovici, Commissario Ue all’Economia: “Come sempre con tutti gli Stati membri, siamo pronti a esaminare i nuovi dati che potrebbero modificare questa analisi. La mia porta è aperta“. Impossibile non pensare allo slogan dei “porti chiusi” di chi ci governa. Una involontaria lezione di dialogo.

C’è poi un numero, nelle “raccomandazioni” della Commissione Europea, che dovrebbe essere ripetuto più e più volte, per rimarcare quanto la questione del debito non sia qualcosa di lontano dalla nostra vita quotidiana. Lo ha citato il vicepresidente per gli Affari finanziari Valdis Dombrovskis: “L’Italia paga per interessi sul debito tanto quanto spende per tutta l’istruzione, pari a 38.400 euro per abitante“. Questa è la realtà che alcuni politici vogliono tenere nascosta: far passare il debito come una questione dei “burocrati di Bruxelles”, qualcosa che non riguarda l’italiano medio da vicino. Falso, è l’opposto.

La strategia è assodata, basta leggere il post su Facebook di Di Maio:”Quota 100 non si tocca e, sia chiaro, le pensioni degli italiani non si toccano!“. Peccato che una delle raccomandazioni per evitare la procedura d’infrazione sia proprio quella di attuare una riforma delle pensioni sostenibile.

Se Di Maio non vi basta c’è Salvini nel suo solito comunicato lunare: “Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà“. Tutto lecito, credibile, se non fosse che Salvini insieme a Di Maio ha buttato nel cassonetto diversi miliardi di euro per realizzare Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza. Misure finanziate in deficit, soldi che spesi in un serio piano di investimenti avrebbero realmente potuto rilanciare l’Italia.

In questo scenario il più lucido sembra l’unico non politico, Conte: “Farò il massimo sforzo per scongiurare una procedura che non fa bene al Paese“. Pure lui avrebbe dovuto pensarci prima.

Ora Salvini ha un capitale politico immenso, dovrebbe avere l’ambizione di salvare questo Paese: ma non lo fa. Di Maio non ha più niente da perdere, è nelle condizioni di accreditarsi come una persona seria, di dire la verità: ma non lo fa.

Il quesito sorge spontaneo: perché continuare a mentire?

Troppo tardi, “premier” Conte

Conte in conferenza stampa

Lasciatele stare le rivendicazioni sul lavoro svolto. Mettetele da parte le parole vuote di chi scambia l’uditorio per un’aula di tribunale. A parlare è lo stesso che aveva pronosticato un “anno bellissimo”. Giuseppe Conte è il paradosso di chi, sfiduciato, prova a sfiduciare a sua volta i suoi due vicepremier. Uno in particolare. E se non fosse per quel preambolo fuori dal mondo che lui dice non essere un bilancio – ma lo è – se non si trattasse del discorso di chi vuol vedersi riconosciuto un ruolo che in realtà mai ha esercitato, quasi verrebbe da dargli ragione, per poco non verrebbe da solidarizzare, da applaudire: “Ma guarda un po’, bravo il nostro premier: che dignità!”.

I fatti, però, dicono altro. Dicono che Conte mette sul tavolo le dimissioni ma non le rassegna. Mentre rassegnato appare il suo piglio, quello di chi – in un anno tutt’altro che bellissimo – si è accorto di non poter gestire una “causa” così grossa. Non che l’avvocato Azzeccagarbugli non si ritenga intimamente capace, attenzione, piuttosto denuncia un sabotaggio, uno scollamento dei suoi sottoposti, quasi un ammutinamento, un ribaltamento dei ruoli e delle gerarchie che impedisce di proseguire con il lavoro.

E allora Conte che fa? Prova a parlare alla ciurma, al popolo di cui si è detto avvocato ma che non ha difeso, sperando vanamente che sia questo a scoraggiare le mire di chi vuole il comando del timone per sé. Ma la sua è una denuncia tardiva. Troppo tardi ci si è accorti che il governo era preda dei litigi a mezzo social, troppo tardi si è compreso quanto la campagna elettorale di Salvini potesse essere dannosa: al governo ma prima di tutto al Paese.

Ora che il tempo sta per scadere, nel gioco del cerino Conte quasi si immola. Ritaglia per sé il ruolo del disinteressato servitore dello Stato, rivendica fedeltà alla Repubblica e non al MoVimento 5 Stelle, proclama la sua indipendenza politica e personale. Ma un anno dopo la nascita del governo del cambiamento è tutto fin troppo chiaro: non cambierà proprio niente. Conte ha messo sul tavolo le sue dimissioni da premier, ovvero da ciò che non è mai stato. Troppo tardi. Troppo facile.