Mare “Lorum”

Putin ed Erdogan

Vedere il Sultano e lo Zar nell’atto di spartirsi quel che resta del nostro un tempo “giardino di casa” fa un certo effetto. Brutto.

Al di là dei titoli nobiliari, il nostro Conte ha infilato in Libia una serie di errori marchiani . Risolto l’incidente diplomatico nato dall’aver ricevuto prima del premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu, Fayez al-Sarraj, il capo di una milizia ad oggi priva di ogni qualsivoglia legittimità, il generale Haftar, resta ben poco della traccia politica impressa sull’asse Palazzo Chigi-Farnesina.

Preso atto che qualcuno, in questo caso il ministro della Difesa Guerini, mette in conto anche di “rimodulare” (cosa vorrà dire?) la missione italiana in Libia, corre l’obbligo di informare il nostro Presidente del Consiglio che l’invio di truppe in un contesto di guerra non può essere fatto, come populisticamente declamato, “se non in condizioni di sicurezza sul terreno“. Sono soldati, non ausiliari del traffico, con tutto il rispetto della categoria. Ipotizzare un impegno militare è qualcosa. Farlo con la premessa che questo debba avvenire esclusivamente sotto l’ombrello dell’Unione Europea o delle Nazioni Unite è un limite.

Frutto di una debolezza politica, piuttosto che di potenzialità militare. Il problema si traduce nello spiegare al popolo la necessità di difendere gli interessi nazionali, anche mettendo a rischio delle vite. Scontiamo, in questo caso particolare, un atteggiamento ignorante della nostra posizione geografica e dunque della strategia che dovrebbe derivarne. Nessuno chiede di tornare ai tempi dell’Impero romano, che il Mediterraneo aveva reso fulcro del suo espansionismo. E neanche si pensa possibile tradurre in realtà il sogno precedente all’unificazione del futuro ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini, che sperava di riportare il Mediterraneo alla sua conformazione naturale, quella di “lago italiano”.

Nel corso dei secoli c’è chi ha saputo interpretare meglio di altri lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Prova ne sia la penetrazione cinese nei porti europei, fondamento di un espansionismo che si pensa egemonico nella migliore delle ipotesi, pari a pari con lo strapotere americano nella proiezione più probabile. In questo “gioco”, l’Italia ha rinunciato da tempo a dare sfogo alla sua dimensione naturale, quella di potenza centrale nel Mediterraneo. Si pensi che la Svizzera, incastonata tra i suoi monti e le sue valli, è riuscita a tessere una rete strategica che l’ha resa seconda potenza mondiale dei trasporti marittimi di merci. La Svizzera.

Noi preferiamo crogiolarci nello sguardo a Sud come limite, barriera ideologica e fisica che ci “protegge” dal nemico nero, e per questo brutto e cattivo. Migrante che vuole rubarci il lavoro, magari la moglie, toglierci le pensioni e rapinarci in casa. Perdiamo così l’opportunità di dare ossigeno alla nostra disastrata demografia, vero indice da osservare per comprendere da che parte soffierà il vento futuro, e lasciando vuoti che gli altri, come si è visto, sono ben contenti di colmare. Di mediterraneo, per fortuna, ci è rimasta almeno la dieta. Succulenta consolazione. Ma non ci lamentiamo, se da Mare nostrum ne abbiamo fatto Mare “Lorum”.

Conte e Di Maio: un disastro di proporzioni libiche

Giuseppe Conte e il generale Haftar a Roma

Non bisogna cedere alla tentazione del “piove, governo ladro“. Se la situazione in Libia per l’Italia è complicata, per non dire compromessa, la colpa non è solo del governo Conte. Certo, in particolare il premier ha avuto diverso tempo a disposizione per imprimere la propria visione strategica in materia di politica estera ai due esecutivi che ha avuto l’onore e l’onere di guidare fino ad oggi. Se non l’avete afferrata non preoccupatevi: non siete i soli. Ma non bisogna sovraccaricare di eccessive responsabilità questo presidente del Consiglio: fa male dirlo, ma Giuseppi non conta così tanto.

Un discorso simile può essere fatto per il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, impegnato da mesi nel dare voce ad un ritornello un po’ d’antan, neanche fosse in predicato di salire sul palco di Sanremo. D’altronde non ci sarebbe da sorprendersi: nei giorni in cui il mondo ha vissuto una delle crisi potenzialmente più pericolose degli ultimi anni, quella tra Usa e Iran, in Italia il dibattito era incentrato fondamentalmente sulla presenza o meno di Rula Jebreal all’Ariston. Eppure il cantare di Di Maio risulta stonato. O meglio, fuori tempo. Ripetere all’infinito che per la Libia non esiste soluzione militare, non distoglierà gli attori principali della regione dal cercarla. Di più: escludere un intervento sul campo dei nostri soldati, producendo un pacifismo da salotto antistorico e antigeopolitico, non fa altro che consolidare le certezze degli altri Paesi interessati a spartirsi ciò che resta del nostro “fu cortile di casa“.

La frenesia diplomatica italiana delle ultime ore in relazione a ciò che accade oltre il Canale di Sicilia, l’incontro tra Conte e il generale Haftar, così come quello saltato col premier Sarraj, denunciano non una ritrovata centralità sullo scacchiere libico da parte dell’Italia, bensì la volontà di limitare i danni, il consolidarsi di un caos che avvantaggia tutti, meno che noi. Non c’è da prendersela con la sorte, ma con noi stessi. Dal 2011 in poi non ne abbiamo azzeccata una. Fosse possibile, resusciteremmo Gheddafi anche subito: come minimo potremmo parlare di Libia in maniera compiuta, e non dell’insieme di città, tribù, milizie che ormai da anni ragionano per proprio conto.

Il solito atteggiamento italiano, quello di muoversi a seconda di dove il vento soffia più forte, non ha prodotto i risultati sperati. Avevamo puntato su un cavallo, Fayez al Sarraj, e lo abbiamo abbandonato (ma ufficialmente anche no) alle prime difficoltà, lasciando che la Turchia di Erdogan avesse la possibilità di proiettare sulla Libia le sue reminiscenze da Impero Ottomano. Il motivo? Loro sono disponibili a dislocare sul terreno un contingente militare e ad offrire protezione a chi gliene fa richiesta. Noi no, noi strimpelliamo canzonette di pace o proviamo a vincere la guerra semplicemente passando da un fronte all’altro.

Così abbiamo provato a sondare Haftar, ma il generale ha degli sponsor ben più credibili di noi: Francia, Russia, Egitto. Ognuno ha ben chiaro ciò che deve fare. Persino gli americani, apparentemente disinteressati a ciò che accade in questa parte di mondo dopo aver avallato il caos con Hillary Clinton, sono ben contenti di osservare le medie potenze nell’atto di spendere energie e risorse in una guerra per procura. Gli unici perennemente indecisi siamo noi. Non è “piove, governo ladro” ma poco ci manca. Alla fine saranno gli altri a decidere per noi.

Addio Libia: come l’Italia sta perdendo il suo “giardino di casa”

il sito archeologico di Sabratha, in Libia

Per conoscere la storia bisogna averla letta. C’è un motivo se un bel giorno Erdogan ha annunciato l’invio di truppe turche in Libia a sostegno di Tripoli. No, il Sultano non è un filantropo, non è un paladino dei diritti umani, non si è improvvisamente innamorato di Fayez al-Serraj, il premier dell’unico governo riconosciuto dall’Onu. Il passaggio parlamentare che l’8 gennaio prossimo sancirà il dislocamento di soldati turchi, in carne ed ossa, in quel pantano che ufficialmente prende il nome di Libia, ma tutto è meno che una nazione, ha radici antiche. Bisogna tornare indietro di oltre un secolo, al tempo in cui le province di Tripolitania e Cirenaica rientravano tra i possedimenti dell’Impero Ottomano, il “grande malato d’Europa” avviato verso un inesorabile declino. Anno 1912: l’Italia giolittiana, appoggiata dalle altre potenze europee nelle sue pretese colonizzatrici, risolve in suo favore, non senza difficoltà, e soprattutto atrocità nei confronti delle popolazioni locali, il conflitto italo-turco.

Il gioco di sponda tra Serraj ed Erdogan

La visione di Erdogan al riguardo è chiara da tempo: favorire un rinascimento islamico sullo stile dell’impero decaduto e con la sua figura di Sultano al centro di questo schema. “Il mondo islamico, che ha reso Istanbul, il Cairo, Damasco e Baghdad centri di scienza e di cultura per secoli, può realizzare una rinascita degna della sua storia“. Non è un virgolettato inventato da qualche complottista, sono le parole pronunciate da Erdogan in persona, un monito che l’Occidente fino a questo momento non è stato in grado di raccogliere. La richiesta d’aiuto inoltrata ai Paesi “amici” da Serraj nei giorni scorsi per “attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l’aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia” è un messaggio funzionale all’entrata in gioco del “boss del quartiere”, quell’Erdogan che non aspettava altro che vedere autorizzata la sua incursione nel territorio libico.

La mossa disperata di Roma

Qui ha inizio un gioco geopolitico che come sempre vede l’Italia incapace di difendere il proprio interesse nazionale. La Libia, all’apogeo del regime fascista, veniva definita “la quarta sponda” d’Italia. Un prolungamento quasi naturale della Penisola. I tempi rispetto ad allora sono cambiati, ma ciò che accade a poche miglia nautiche dal nostro territorio ci riguarda direttamente. Non è soltanto il nostro “giardino di casa” ad essere a rischio. Per capire bisogna leggere alla voce Eni. Il Cane a sei zampe produce in Libia il 15% del petrolio. Circa un terzo del gas naturale prodotto dal gruppo è libico. Per non parlare della presenza del gasdotto Green Stream, che copre una parte delle nostre forniture. Questo è ciò che ci impone di guardare con apprensione agli sviluppi in Libia ma, a meno di un repentino cambio di strategia, il nostro ruolo è al momento quello di osservatori interessati con le mani legate dietro la schiena. I recenti contatti telefonici con la Russia di Putin da parte di Giuseppe Conte non sono un segnale di ritrovata centralità, il sintomo di un laborioso e proficuo attivismo, piuttosto sono da interpretare come una mossa disperata da parte di Roma, costretta a chiedere a Mosca che si faccia mediatrice dei diversi interessi in gioco, senza considerare che l’avanzata turca in Libia risponde proprio ad un ridisegno delle sfere d’influenza nel Mediterraneo, avallato dai russi col silenzio assenso degli Usa, che ci vede perdenti.

Il pacifismo da salotto di Luigi Di Maio

Non hanno aiutato in questo senso le mosse messe in campo dagli ultimi governi italiani nel post-Gheddafi. Dopo aver puntato tutte le fiches su Serraj, Roma ha pensato bene di diversificare il rischio tentando di farsi amico Haftar. Il generale a capo delle milizie di Tobruk era però già forte del sostegno della Francia, in questo momento storico tra le potenze più ostili ai progetti di espansionismo turco. Dalla parte di Erdogan giocano però due fattori non marginali: il primo è quello di rappresentare il confine fisico ad una potenziale “invasione” di migranti provenienti dalla Siria, motivo per cui nessuno in Europa ha il coraggio di urtarne la suscettibilità. Il secondo è la disponibilità ad inviare soldati dove più risulta utile alle esigenze progettuali del suo sultanato. La retorica del ministro degli Esteri Di Maio, secondo cui la soluzione in Libia dev’essere politica e diplomatica ma non militare, denuncia un pacifismo da salotto, anti-geopolitico, che rappresenta in questo momento la maggiore debolezza dell’Italia. Se non siamo disposti a prendere in considerazione la difesa dei nostri interessi nazionali perché qualcun altro dovrebbe essere disposto a fare il lavoro sporco per noi?

La verità su Salvini e la Gregoretti

Salvini e il caso della nave Gregoretti

E’ stato soprattutto per l’ignoranza delle sue posizioni anti-migranti, per la tendenza ad utilizzare parole incendiarie, per l’abitudine a diffondere fake news sul tema, per la scarsa cultura che gli impedisce di essere un leader moderato, che ho deciso di oppormi – nel mio piccolo – all’ascesa di Matteo Salvini. Sulla vicenda della nave Gregoretti, sulla sua gestione, non posso che essere contrario alla condotta posta in essere da questo Capitano poco autorevole.

Il punto dirimente, individuato chiaramente dal Tribunale dei ministri di Catania, è che la nave su cui sono rimasti a bordo per giorni 131 migranti è un’imbarcazione militare italiana. Se nel caso della Diciotti si innescò una disputa su chi, tra Italia e Malta, dovesse concedere il famoso “porto sicuro“, nel caso della Gregoretti è stata l’Italia ad assumere l’intero onere dell’operazione, motivo per cui avrebbe anche dovuto concluderla.

Sui motivi che hanno spinto Salvini a ritardare lo sbarco per giorni non entro. Posso pensare che lo abbia fatto per costringere gli altri Paesi europei ad intervenire. Posso credere che lo abbia fatto per aumentare i propri consensi interni. Ma in ogni caso si tratterebbe di un processo alle intenzioni. E questo lo lasciamo ai giustizialisti. Resta come dato oggettivo la cattiva gestione della situazione: la Gregoretti, a differenza della Diciotti – per citare il termine di paragone più immediato – non era infatti attrezzata per ospitare centinaia di persone in condizioni di salute precarie e in uno spazio così ristretto. Un solo bagno, uomini e donne costretti a dormire in coperta, un caso accertato di tubercolosi e 20 di scabbia. Nessuna motivazione giustificava la permanenza prolungata a bordo di quelle persone.

Ora però entriamo nella questione politica della vicenda. Credere che Salvini abbia agito da solo, senza consultarsi con gli allora alleati di governo del MoVimento 5 Stelle o con il suo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non è credibile. In una situazione di tensione come quella, caratterizzata da trattative serrate per lo smistamento dei migranti in altri Paesi, pensare che non ci sia stata una logica di governo e che a decidere sia stato il solo Salvini equivale a prendere e a prendersi in giro. Si può provare antipatia per l’uomo Salvini, si può credere che le sue politiche siano sbagliate, che le sue scelte nel caso specifico della Gregoretti siano perfino punibili dalla legge. Ma in questo caso, ad essere processato, deve essere tutto il governo.

Poi c’è un’altra questione. Quella del garantismo. Essere garantisti significa, per definizione, “riconoscere e tutelare i diritti e le libertà fondamentali degli individui da qualsiasi abuso o arbitrio da parte di chi esercita il potere“. Questo è vero quando un magistrato abusa della sua posizione per incriminare un politico in maniera strumentale. Ma lo è anche quando un politico – o un intero governo – abusano del loro ruolo di comando per infrangere delle leggi. Il punto, allora, non è tanto – come sta passando in questi giorni – se Salvini abbia condiviso o meno la sua decisione sulla Gregoretti. La questione è se abbia commesso o meno un abuso in qualità di ministro.

Ancora una volta: i nemici di Salvini si confermano i migliori amici di Salvini.

Referendum sul taglio dei parlamentari: vince la politica (e arrivano le elezioni)

Taglio parlamentari

Ora affannatevi pure a chiamare in causa l’amore per la poltrona dei senatori che anche voi (sì, proprio voi) avete eletto. Commentate sui social con malcelato disgusto l’istinto di auto-conservazione di quelli che cadono sempre in piedi. Denunciate indignati l’accordo trasversale tra partiti solo sulla carta diversi. Sfogate la rabbia per il fatto che la firma numero 64, quella decisiva al raggiungimento del quorum necessario ad avviare il referendum sul taglio dei parlamentari, arrivi dall’Australia, da Francesco Giacobbe, senatore (del Pd!) eletto – per giunta! – all’estero. Voi che i senatori all’estero li odiate da sempre, vorreste abolirli. Che vogliono farne (loro) del (nostro) governo? Pensino al governo estero!

Dopodiché, esaurita la lista di cose ovvie da fare, sforzatevi di capire che la messa in discussione della riforma grillina, altro non è che l’occasione per riportare in questo Paese un po’ di realtà. Lo ricordate Di Maio in piazza nell’atto di strappare lo striscione con le poltrone simbolo della casta? Lo avete presente mentre parlava di “fatto storico” che “ricorderanno i nostri figli e i nostri nipoti”? Ecco, dimenticatelo. Un quinto di senatori ha deciso di opporsi a quella deriva teatrale, ad una riforma sbagliata che non elimina un problema (che sia uno) della democrazia italiana ma ne crea un altro: quello della rappresentanza. Chiedere a Roberto D’Alimonte, forse il massimo esperto di sistemi elettorali in Italia: a fare la differenza per il (mal)funzionamento della politica nostrana non è tanto il numero di parlamentari, semmai il bicameralismo paritario. Due camere che fanno esattamente lo stesso lavoro. Ridondanti. Ripetenti.

Ci vuole coraggio per affermare verità impopolari contro falsità diffuse e dannose. E se il conto da pagare per l’affermazione di questo principio sarà assistere ad un’accelerazione verso le urne poco importa. Se le forze politiche spingeranno per eleggere per l’ultima volta 945 parlamentari anziché 600, ce lo faremo andar bene. Perché poi, per il resto, portare alle urne un numero di cittadini tale da abolirla davvero, la riforma, non sarà impresa facile. E allora ecco che per non rischiare di restare senza seggio, una volta che il taglio sarà entrato in vigore (com’è probabile tra maggio e giugno), qualcuno potrà pensare bene di far cadere il governo nella finestra che si è aperta oggi e si chiuderà col referendum.

Magari sarà la scusa per trovare l’intesa, una buona volta, su una legge elettorale che assicuri al popolo il diritto di scegliersi il governo che vuole, e insieme quello di rappresentanza. Guardate al sistema degli Usa, alla Francia col doppio turno, al Regno Unito di cui abbiamo adorato la chiarezza pochi giorni fa. No, non serve il taglio dei parlamentari perché vinca la politica. C’è soltanto bisogno di politica. Vera.