Siamo meglio di così

nave diciotti

 

Dovrà pur esserci una via di mezzo tra il ricatto e la resa. Perché è vero che quello dell’immigrazione è un problema comune a tutta l’Europa, così com’è ingiusto che a dover gestire la maggior parte del fenomeno sia l’Italia. Ma a cosa serve la politica se non a questo? A trovare soluzioni, a cercare risposta attraverso le trattative, il dialogo, a volte anche la fantasia.

Se però la vittoria dell’anti-politica deve tradursi nel primato del “no alla politica” allora è chiaro che dovremo abituarci ad alzate d’ingegno “alla Di Maio“, che una sera d’agosto, con 150 persone a bordo della nave di Diciotti in attesa di sbarco, decide di optare per il ricatto duro e puro: amici europei, o vi prendete i nostri migranti (perché stavolta sono nostri, senza alcun dubbio sul punto) oppure noi non vi versiamo 20 miliardi di euro.

Così, dal nulla, con tanti saluti all’agitazione dei mercati, allo spread che fa paura, all’assalto finanziario che tutti temono tra agosto e settembre, alle parole rassicuranti ed equilibrate che un governante dovrebbe utilizzare in momenti caotici come quello attuale. Ma non c’è da sorprendersi: Di Maio è lo stesso che ha chiesto l’impeachment per quel galantuomo di Sergio Mattarella solo perché non voleva Savona ministro dell’Economia. Quando la tensione aumenta dà i numeri, perde il controllo.

Nel Far West delle dichiarazioni, giocano a chi le spara più grosse: Di Maio si gioca tutte le fiches sui 20 miliardi, Salvini ama pensare a se stesso come ad un martire pronto ad andare in galera pur di difendere le sue posizioni (e di ottenere qualche punto in più nei sondaggi).

Siamo al delirio di onnipotenza, alle manie di grandezza motivate da chissà che cosa, alla legge del cortile: il pallone è nostro, o si gioca a quel che diciamo noi o ce ne torniamo a casa. Oh!

Peccato che nel condominio si siano rotti tutti le scatole del nostro chiasso. Qualcuno, prima o poi, ce lo sgonfia.

Siamo diventati l’Italia dei ricatti.  Siamo meglio di così. Basterebbe ricordarcene.

Io me ne andrei

renzi pd

 

Sono forse i fischi ai funerali di stato di Genova, spontanei o organizzati che fossero, il segno della fine del Partito Democratico. Un contenitore politico che ha tradito la missione che si era dato agli albori, quella che lo caratterizza persino nel nome: essere “veramente” democratico. Perché è un fatto che il popolo non si senta rappresentato da una cospicua parte dei suoi dirigenti, come lo è pure che milioni di voti per eleggere un segretario siano stati di volta in volta bellamente ignorati dagli sconfitti di turno, sempre gli stessi, o forse sarebbe meglio chiamarli “perdenti”. Loro incapaci di vincere ma insuperabili quando a far perdere gli altri.

In tutto questo c’è Renzi. Un leader che ha sbagliato molte mosse, ma pur sempre un leader. E se il carattere suggerisce di restare a combattere, di riprendersi il Partito, ancora, nonostante tutto e nonostante tutti, forse per una volta è il caso di ascoltare la ragione. Intestardirsi nel tentativo di riesumare un Pd esanime sarà pure uno scopo nobile, dimostrare che è in grado di farlo sarà anche una sfida umanamente impareggiabile, ma in gioco non c’è solo il destino politico di uno, bensì le sorti quotidiane di milioni di italiani che non vogliono essere rappresentati dai populisti al governo.

Allora fossi al posto di Renzi non ci penserei due volte. Mi guarderei intorno, chiamerei gli amici e gli chiederei di seguirmi. Farei lo stesso con le voci critiche. Le persone serie però. Quelle che stanno dentro a tutti i partiti, quelle che quando parlano lo fanno con cognizione di causa. Quelle che se esprimono dissenso lo fanno apertamente, onestamente. Pure a loro direi: venite, che ne dite? Sì. Perché io il Pd lo lascerei. Io me ne andrei.

Il giro del governo in 80 euro

Conte Tria

 

Le due anime del governo si sfidano sui conti pubblici. Perché alla fine non può non venire a galla lo scarto (che c’è) tra i politici, animali da campagna elettorale abituati a far promesse, e i tecnici, propensi perlopiù a far di conto.

Così lo scontro sugli 80 euro tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e Matteo Salvini altro non è che il risultato di una differenza di tipo ontologico, il risultato di un’incompatibilità che sottovalutare sarebbe un errore.

Soprattutto se il tema dello scontro sono gli 80 euro di Renzi, quel bonus definito prima “mancia elettorale” e adesso un diritto considerato “acquisito” da milioni di italiani. Al punto che i contraenti del patto di governo, Salvini e Di Maio, non possono permettersi di toccarlo: pena la fine della luna di miele con il Paese.

Giovanni Tria, però, che pensa a sé stesso come ad un fantasista sempre ispirato, ad un numero 10 che del grigio economista non ha nulla, non è tipo da scomporsi. Piuttosto richiama i giovanotti sulla Terra. Volete lasciare intatto il bonus di Renzi? A me sta bene. Ma allora dite addio – o quanto meno arrivederci – ai sogni di reddito di cittadinanza e flat tax.

Perché alla fine, lo scarto tra i politici (questi) e i tecnici in questo sta: c’è chi promette e illude, sapendo di farlo. E poi c’è chi deve rispettare i vincoli di bilancio, chi ha da rapportarsi coi mercati, l’Europa, le finanze, i soldi degli italiani.

Quasi non sembrano componenti dello stessa squadra.

Alla faccia del sovranismo: qui regnano solo confusione e incertezza.

E per sapere qual è la linea non sai a chi domandare; per conoscere cosa accadrà alle casse dello Stato non puoi che incrociare le dita.

E aspettare.

È il giro del governo in 80 euro.

Professore di supercazzola

 

Dice e non dice, perché non sa. Avanza e subito arretra, perché di più non può. Giuseppe Conte è l’equilibrista che cammina su un filo sottile, e senza reti di protezione. Perché fare vorrebbe, ma nulla può fare. Perché un passo falso e cade di sotto, una dichiarazione fuori posto e uno tra Salvini e Di Maio apre la botola: via di sotto, giù, e il governo non c’è più.

Così succede che una conferenza stampa sull’agenda del futuro finisca per trasformarsi in un diario dei sogni, in un continuo procrastinare le incombenze all’autunno (quando va bene), in una fumosa richiesta di tempo ad oltranza.

E allora a chi gli chiede cosa sarà della Tav risponde che a breve “si farà una sintesi” delle diverse istanze, dimenticando che Sì e No in politica non possono mai diventare Ni.

A chi gli domanda del gasdotto Tap ripropone lo stesso schema, ma in più scopre l’acqua calda: “Alla fine ci sarà una sintesi politica che spetta al consiglio dei ministri con i suoi ministri“.

Sulla Rai è quanto meno onesto:”Come se ne esce? Il presidente del Consiglio non ha una formula da offrire: valuteremo“.

Il Presidente Conte valuterà, vedrà, sintetizzerà: forse un giorno qualcosa farà.

Intanto le sue risposte suonano più o meno così: “Tarapia tapioco come se fosse antani con la supercazzola prematurata, con lo scappellamento a destra“.

Il CONTE Mascetti di Amici miei sarebbe fiero di lui.

Doveva essere l’avvocato del popolo italiano. Per ora è un professore di supercazzola.

Hanno approvato il Decreto Indegno

di maio pensieroso

 

Come sempre c’è del trionfalismo, nelle parole di Di Maio post-qualsiasi cosa. Quell’abitudine un po’ arrogante e presuntuosa di farsi i complimenti da soli, quel modo di pensare a sé stessi come ad eletti dalla Storia, rigorosamente maiuscola. E allora ecco che pure il “Decreto Dignità”, la riforma del lavoro che è il primo vero atto del governo gialloverde, al di là dei proclami quotidiani di Salvini, al di là delle proroghe che creano solo danni sui vaccini, diventa un modo per ostentare, sbandierare, enfatizzare.

Cosa poi? Gli 8mila posti di lavoro l’anno che il suddetto Decreto farà perdere? Le difficoltà che creerà alle piccole e medie imprese? Le bolle di finta occupazione che finirà per alimentare con incentivi alle assunzioni non strutturali?

Di Maio lo descrive come il “primo decreto non scritto da potentati economici e lobby”. Rieccola, quella voglia di passare come il precursore, l’illuminato, il predestinato della politica nostrana.

La verità è che già nella scelta del nome della riforma ha fatto harakiri.

Chiamare Decreto Dignità un decreto semplicemente indegno è quanto meno un autogol.

Obiettori di incoscienza

fontana

 

Lo avessero detto, “quelli del cambiamento”, che cambiare significava sradicare anche quel che di buono funzionava, forse avrebbero preso molti milioni di voti in meno.

Lo avessero detto, che ci saremmo ritrovati un ministro che vuole abrogare la legge Mancino, la stessa che condanna l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, forse tanta gente perbene, tanta gente normale, moderata, paciosa, serena, c’avrebbe pensato sù un momento, prima di mettere la croce su un determinato simbolo.

Ma le uscite estemporanee di Lorenzo Fontana, di un componente inadeguato a rappresentare l’Italia al governo, per quanto si creda lui stesso paladino degli italiani e dei loro interessi, sono forse il minore dei problemi. Perché la politica – per ora e per fortuna – non si fa su Facebook. Per quanto ne possa pensare Davide Casaleggio esiste ancora il Parlamento.

Ed è lì che va in scena lo scempio sulla pelle dei bambini. La proroga di un anno alla necessità di presentare il certificato vaccinale per la frequenza al nido e alla materna è la conferma che i governanti sono più interessati al consenso che al bene comune.

Certo c’è chi si sottrae al gioco a perdere della maggioranza, le mosche bianche ci sono anche nel M5s. Come Elena Fattori, la senatrice che ha votato contro il suo partito, e che al MoVimento ha chiesto di abbandonare il “momento dell’infanzia” e di diventare finalmente “saggi, ma molto in fretta”.

Ma restano colpi che si infrangono contro un muro di gomma, bordate che non vanno a segno, perché mancano sensibilità e percezione dei rischi. Siamo tutti nelle mani di un governo che non valuta l’impatto delle proprie scelte. O se lo fa è attento a determinarne soltanto le conseguenze in termini di sondaggi e percentuale di promesse (dannose) mantenute da reinvestire nella prossima campagna elettorale.

È l’opposto della responsabilità, il contrario della serietà.

Sono obiettori di incoscienza.

Di Maio scherza sull’Ilva. Ma l’Ilva non è uno scherzo

 

Manca solo l’annuncio di una diretta streaming. Poi il festival della finta trasparenza, condito da immancabile dose di populismo dilagante, meriterà realmente 5 stelle. Perché l’invito che Di Maio rivolge a 62 sigle più o meno autorizzate a discutere di Ilva in vista del confronto al Mise è uno spettacolo tragicomico di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Perché si parla della più grande industria del Sud Italia, del più importante impianto siderurgico d’Europa, di 20mila lavoratori che per una ragione o per un’altra si trovano adesso a pochi giorni dalla perdita del lavoro. E c’è invece un ministro che preferisce buttarla in caciara, generare caos e polemiche, sbandierare trasparenza e partecipazione, quando invece è chiaro che ciò che cerca è il chiasso, l’unico strumento che ha per sovrastare l’assordante silenzio gialloverde.

Fa bene il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, a sottrarsi a questo indecoroso teatrino imbastito da Di Maio. Nessuno può pensare che in un contesto del genere si possa discutere seriamente di Ilva e del suo futuro. Sperando ne abbia uno, a questo punto.

Nessuno può credere che sia questa la maniera migliore di affrontare i problemi. Perché alla fine questo è: Di Maio scherza sull’Ilva, ma l’Ilva non è uno scherzo.

Toc toc: Tav e Tap?

di maio bersaglio mobile

 

Bussi alla porta del governo, “toc toc”: e ti aspetteresti di ricevere risposta, “chi è?”. E invece qui le cose vanno al contrario. Se proprio hai voglia di battere le nocche sull’uscio, se davvero credi che bussare serva pure a qualcosa, in conto devi mettere il fatto di farla tu una domanda: “Toc toc, chi c’è?”.

Sì, perché se chiedi al Presidente del Consiglio Conte ti senti rispondere che sulla Torino-Lione non hanno ancora deciso niente. Al massimo ti rimanda al ministro per le Infrastrutture Toninelli, che com’è tipico di questo governo compra tempo: ripassa in autunno, almeno.

Salvini invece un’idea sua già ce l’ha, da buon tuttologo. Con la Tav bisogna andare avanti. E col Tap? Col gasdotto che dovrebbe rifornire l’Italia direttamente dal Mar Caspio? Su quello per ora non interviene. Tanto non sono problemi suoi. Piuttosto toccherà a Di Maio spiegare alla gente di Melendugno che quando si è impegnato a bloccare il progetto scherzava: erano solo promesse. Il MoVimento come tutti gli altri…

Perché alla fine nemmeno i populisti potranno a lungo schivare gli ostacoli che l’amministrazione di una grande nazione come l’Italia comporta. Perché uscire unilateralmente dall’accordo sulla Tav, oggi, significherebbe pagare almeno 2 miliardi di euro di penale. Quanto alla Tap, i numeri fanno impressione. C’è chi valuta i danni complessivi di un eventuale stop all’operazione tra i 40 e i 70 miliardi di euro. Il governo si limita a 15, che fanno comunque una legge di bilancio.

E allora eccolo, uno dei primi veri bivi della storia a 5 Stelle. Come si coniuga l’ancoraggio alle origini con la responsabilità di governo? Il prezzo da pagare per arrivare alla vittoria è stato promettere l’impossibile.

Ma il conto al tavolo, prima o poi, arriva sempre.

E verrà il giorno che gli elettori del Val Susa e quelli di Melendugno, ma non solo, busseranno alla porta di Di Maio e del M5s: “Toc toc: Tav e Tap?”.

Meglio Silvio

berlusconi salvini centrodestra

 

Alla fine il guaio è sempre quello: non è facile dirsi addio. Pure se la carta d’identità segna impietosa 81 primavere, pure quando i sondaggi per la prima volta dal 1994 ti descrivono dentro un vortice che pare risucchiarti e condannarti all’ininfluenza, pure adesso che pensare di invertire il senso di un declino che ha del fisiologico pare fanta-politica.

Ma se c’è un uomo capace di ribaltare i pronostici, se proprio qualcuno capace ancora di tirare fuori il coniglio dal cilindro esiste, questi è Silvio Berlusconi.

Così è tra amarezza e rimpianto, tra speranza e illusione che l’uomo di Arcore carica i suoi parlamentari e vaticina la fine del governo Conte-Di Maio-Salvini. Lo fa credendoci sul serio, ottimista per natura e convinto com’è che, alla fine, le incompatibilità tra M5s e Lega schiacceranno i populisti sotto il peso delle loro promesse irrealizzabili.

Lo fa, sopratutto, attingendo da quel bagaglio di imprenditore che lo ha reso per anni l’uomo allo stesso tempo più amato, odiato e invidiato d’Italia. Te ne accorgi quando attacca frontalmente Salvini e Di Maio, quando spiega che sì, “è importante comunicare bene un buon prodotto per esaltarne le qualità” ma “non serve a nulla comunicare bene un prodotto mediocre, perché presto il pubblico se ne accorge”.

C’è chi bollerà le sue parole come quelle di un vecchietto a cui ad un certo punto non si dà più peso: che dica ciò che vuole. C’è chi ai suoi proclami di rinascita, alla sua eterna voglia di battaglia e di rivalsa, guarderà con ammirazione per la fibra. E niente di più.

Ma il punto è che Berlusconi, piaccia o meno, è più moderno di Salvini, che nel 2018 crede ancora basti alzare muri e chiudere i porti per sentirsi più sicuri. Ed è più moderno di Di Maio, che col decreto Dignità ha mostrato di essere un giovane ministro soltanto anagraficamente, di coltivare idee datate e dannose, e presto lo capiranno anche i lavoratori.

Che poi Berlusconi abbia la forza di convincere gli italiani di questo, è altro conto. Ma sulla questione non c’è dubbio: meglio Silvio.

Il delirio di Casaleggio sul Parlamento

casaleggio

 

Se non fosse che Davide Casaleggio è l’erede al trono del regno a 5 Stelle si potrebbe anche far finta di niente. Se non fosse che il M5s alle ultime elezioni è stato ampiamente il partito più votato si parlerebbe di una boutade senza conseguenze. Ma siccome questi “se” non contano, allora è bene soppesarle le dichiarazioni del proprietario Rousseau, lo stesso che con naturalezza disarmante, così, come parlasse del meteo d’estate al bar, ha detto che tempo qualche lustro e il Parlamento non sarà più necessario.

E va bene l’antipolitica (anzi, va malissimo), va bene prendersela con gli assenteisti, inveire contro quei politici che fanno male alla democrazia tutta, ma adesso pensare che 60 milioni di italiani possano votare tramite computer la legge del giorno no, questo è troppo.

Come se domani, invece che rispondere al sondaggio online che ci chiede cosa ne pensiamo di questo o quel sito, invece che compilare la recensione di TripAdvisor, ognuno di noi, ma proprio ognuno, potesse legiferare su questioni delicate e potenzialmente esplosive. Dagli interventi militari all’eutanasia, dalla legittima difesa alla flat tax: decidi con un click, se possibile coi server di Casaleggio.

E addio a tutti quei discorsi sulla centralità del Parlamento. Un organo di controllo evidentemente inutile secondo Casaleggio, che della Costituzione si fa un baffo: meglio la piattaforma Rousseau. Anche se a quel punto addio Parlamentarie…A Montecitorio e Palazzo Madama resterà soltanto qualche funzionario, lo stretto indispensabile per ratificare le decisioni digitate online.

Ma qualcuno le decisioni prese dagli italiani della web-democrazia dovrà pure ispirarle. Resteranno solo i leader? Forse il punto vero è questo: alla fine, per Casaleggio, più di un Parlamento espressione di tutta l’Italia, più di un organo costituzionale di controllo, sono meglio i caminetti. E lo chiamano “cambiamento”…