Salvini salvo, Di Maio meno: è nato un altro MoVimento 5 Stelle

Vince Salvini. E questo lo sapevamo da giorni. Pure nel caso la base grillina avesse votato in massa per l’autorizzazione a procedere ci saremmo ritrovati a parlare di un segretario della Lega pronto ad involarsi verso una schiacciante vittoria alle elezioni Europee sull’onda emotiva del caso Diciotti.

Ma è la percentuale di iscritti M5s che salva Salvini la vera notizia della serata. Il fatto che al netto di tutti gli appelli, i distinguo, i tentativi di orientare il voto da parte di Luigi Di Maio, alla fine sia stato soltanto il 59% dei votanti a seguire la linea tracciata dal “capo” politico.

Quasi la metà dei pentastellati ha scelto di esprimere un voto di dissenso rispetto all’indicazione dei vertici. C’è uno scollamento tra la famigerata base e il MoVimento 5 Stelle di governo che non può essere derubricato ad episodio isolato. Non fosse altro perché il tema oggetto della consultazione online – per inciso, una pagliacciata manipolabile, aliena rispetto a qualsivoglia forma di controllo sulla regolarità – investiva un tema caro all’elettorato grillino come l’immunità dei parlamentari di fronte alla legge.

Ora non è chiaro se Luigi Di Maio abbia sensibilità politica per rendersene conto o se sia troppo sollevato dal fatto di aver salvato il posto al ministero: quel che è certo è che il 40% di voti favorevoli all’autorizzazione a procedere sono il primo vero terremoto che mina la sua leadership all’interno del MoVimento 5 Stelle.

Stavolta non si tratta di qualche dissidente da mettere in castigo, non c’è in gioco un derby tra grillini Dc e grillini comunisti, tra chi preferisce la compostezza di Di Maio all’arroganza di Di Battista, sulla Diciotti matura una spaccatura molto probabilmente insanabile, l’evidente impossibilità di conciliare le aspettative degli “ortodossi” del MoVimento con i compromessi necessari a governare che si tratti di stringere un’alleanza con la Lega o che si parli di salvare il suo leader.

Sarebbero bastati solo 5mila voti in più ai “No” per segnare la fine della leadership di Di Maio all’interno del MoVimento 5 Stelle. E di conseguenza per porre fine all’esistenza del governo. Il paradosso è che a sancirla non sarebbe stato Salvini.

Se il voto online non ha ucciso l’esecutivo, però, è chiaro che ha inspessito la fronda che si oppone all’attuale guida politica, ha partorito l’opposizione interna, una minoranza pronta all’Opa. Da oggi non c’è più un solo MoVimento. Ne è nato un altro.

18 motivi per salvare Salvini sulla Diciotti

Al di là delle elucubrazioni mentali del M5s sul voto online che dovrà decidere se salvare o meno Salvini. Sorvolando sui tentativi disperati di influenzare il voto da parte di Di Maio e company, terrorizzati dall’idea che il governo possa cadere. Ci sono almeno 18 buoni motivi per negare l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini sul caso Diciotti. E lo dice uno che il leghista non lo ama particolarmente, per usare un eufemismo.

  1. Mandare a processo Salvini significa trovarsi la Lega alle Europee al 40%. Minimo. Volete questo?
  2. Quella di Salvini sulla Diciotti è stata una manovra spregiudicata e disumana nei confronti di disperati: ma parlare di sequestro di persona è giuridicamente inesatto. Non scherzate.
  3. Salvini sta applicando in fatto di immigrazione le misure largamente annunciate in campagna elettorale. Vabbé, rimpatri a parte su cui l’ha sparata grossissima. Andava squalificato prima se le sue proposte erano “illegali”.
  4. Non siete stanchi dei processi politici? Siete, cari grillini, i giustizialisti manettari che abbiamo sempre pensato che foste? Smentiteci, sorprendeteci.
  5. Votare contro Salvini sulla Diciotti significa sconfessare la linea politica dell’intero governo. Ora, noi saremmo anche d’accordo, ma “amici” M5s siete davvero così autolesionisti?
  6. L’avversario politico si batte alle elezioni. Volete mettere la soddisfazione?
  7. Occhio a creare un precedente (oddio, in effetti ce ne sono già altri): la magistratura faccia la magistratura, consenta alla politica di fare politica.
  8. Punire Salvini sulla Diciotti servirà ad evitare un nuovo caso Diciotti? No. La linea del governo è compatta sulla linea dei “porti chiusi” (che poi anche questa è una bufala).
  9. Mandare Salvini a processo per una questione legata ai migranti: pensate cosa accadrebbe un minuto dopo. Volete davvero rendere il clima nel Paese più avvelenato di così?
  10. Ci regalate la soddisfazione di vedere Di Maio arrampicarsi sugli specchi mentre giustifica per la prima volta la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di un esponente politico, peraltro suo alleato di governo?
  11. Volete provare a rendere il MoVimento 5 Stelle una forza politica se non “normale” quanto meno ragionevole?
  12. Con Salvini a processo il governo cade. Se non oggi, domani. Se non domani, dopodomani. Di nuovo: a noi sta bene. Ma lo sapete che oggi ci condannereste a Salvini premier, sì?
  13. Salvare Salvini significa risparmiarci mesi di dirette Facebook in versione “san Matteo da Milano martire“. Ci fate il piacere?
  14. Cari M5s, vi siete messi in un brutto guaio: sarete attaccati qualsiasi decisione verrà presa su Rousseau. Consiglio: l’anima (se mai l’avete avuta) l’avete persa. Risparmiatevi quel po’ di faccia che è rimasta: date seguito alla linea politica che avete concordato con l’alleato, siate rispettosi se non degli italiani almeno di voi stessi.
  15. Processare Salvini riporterà questa Lega nell’alveo del centrodestra. Vi invitiamo a restare uniti: per l’Italia vogliamo un altro centro-destra. Non un destra-centro.
  16. Non è da escludere che una decisione contro Salvini porti un pezzo di M5s ad allearsi con il Pd de-renzizzato. Anche in questo caso: per l’Italia vogliamo un altro centrosinistra. Restate vicini a Salvini. Forza.
  17. Ve lo diciamo qui e siamo pronti ad accettare scommesse: anche mandato a processo, Salvini verrebbe assolto. Risparmiatevi la fatica: non ne vale la pena.
  18. Davvero non vi sono bastati gli altri 17?

Perdere la faccia o vendersi l’anima

di maio pensieroso

Concedere o no l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini? Stare nel mezzo: dire sì in giunta e no in Aula? Lavarsene le mani con un sondaggio sul blog? Sono le domande e le ipotesi che in queste ore affollano i pensieri di Luigi Di Maio, a riprova del fatto che il dubbio amletico, salvare o non salvare Salvini, al netto delle rassicurazioni del leghista, è un nodo cruciale per la tenuta del governo. Perché è francamente impensabile che un ministro dell’Interno continui a far parte di un esecutivo che sul caso Diciotti prima ne appoggia le azioni (disumane e strumentali), e poi quando si tratta di assumerne le responsabilità lo abbandona al proprio (dubbio) destino.

Eppure è proprio la coerenza dei comportamenti, dei fatti che dovrebbero seguire alle parole, che in un caso o nell’altro creerà problemi non marginali ai 5 Stelle. Perché decidere di evitare a Salvini il processo, opporre lo scudo parlamentare alla richiesta dei giudici, equivale a dire che sì, in qualche caso, per quanto isolato, per quanto specifico, esiste un cittadino, peggio, un politico, che può essere al di sopra della legge. E’ una questione che tocca da vicino la questione “etica” dei grillini, giustizialisti convinti e adesso spaccati da un problema che li costringe a scegliere tra la lealtà all’alleato e a quella dei propri princìpi.

Ma il punto che sfugge a molti è probabilmente un altro. Ovvero che la scelta più ovvia, quella più giusta secondo logica, salvare Salvini, si scontri in maniera inconciliabile con quello che fino ad oggi il MoVimento 5 Stelle è stato. Un partito quasi settario, dove la ricerca della “purezza” ha portato all’esasperazione della fede. Un gruppo di integralisti che pur di enunciare la propria superiorità ha denunciato un alto grado di distaccamento dalla realtà.

Eccolo, il nodo cruciale, l’impossibilità di fare la cosa giusta. Perché la cosa giusta non è in linea con i comandamenti del MoVimento. E’ un peccato originale che prima o poi presenta il conto. E’ arrivato, è dietro l’angolo. Bisognerà alla fine scegliere: tra perdere la faccia e vendersi l’anima.

I milioni di italiani ostaggio di Salvini

Salvini e il suo destino. Personale e non. Politico e non. Dibattito a dir poco lunare, scollegato dalla realtà, che intanto corre, eccome se lo fa.

Di Maio reduce dall’ennesima notte insonne. Si arrovella da giorni sul sistema da trovare per salvare la faccia e quel che resta del MoVimento 5 Stelle. Perché era evidente fin dalla richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini: solo un kamikaze avrebbe potuto avallare la proposta del Tribunale dei Ministri dopo aver approvato pure le virgole nella gestione del caso Diciotti.

Ma vallo a spiegare alla frangia manettara dei 5 Stelle, a quelli che il garantismo lo usano solo per le inchieste delle Iene sui papà dei loro leader, che se Salvini dev’essere processato allora toccherà pure a loro, almeno a livello politico, essere rinviati a giudizio.

Così, pare, alla fine proveranno ad immolare Conte. Il quale, si dice, depositerà agli atti del Senato un documento per tentare di spostare la discussione su un altro piano: “Voi, M5s in Giunta, approvate o no la condotta del GOVERNO sulla Diciotti?“.

La chiamano exit-strategy, via di fuga, è l’unico modo per salvare il salvabile. Non solo di Salvini, ma pure del governo. Visto che della dignità si è fatto un decreto e dell’onestà non si parla più.

In tutto ciò, però, al pari dei migranti in attesa da giorni su una nave che per loro è diventata un’altra prigione, ostaggio di Salvini e di questa discussione sono pure alcuni milioni di italiani.

Quelli che si meravigliano di come un bel giorno il ministro della Difesa Trenta possa comunicare il ritiro delle truppe in Afghanistan senza consultare nell’ordine: il ministro degli Esteri Moavero, gli Usa nostri principali alleati, la Nato che fa da ombrello alla missione.

Quelli che ancora non hanno capito quale sia la linea del governo sul Venezuela. E soprattutto chi la detti: se Di Battista, un ex-parlamentare reduce dal suo buen retiro in Guatemala alle prese coi problemi aziendali del padre, oppure un governo (sì, ma quale?), unito soltanto quando si tratta di allontanare la crisi e preservare la poltrona.

No, qui conta una cosa soltanto, risolvere un dilemma che è diventato amletico: salvare o non salvare Salvini? Non c’è altro. Tutto il resto è noia.

Salvini non rinuncerà all’immunità parlamentare, se è furbo (e lo è)

Dopo la richiesta di autorizzazione a procedere presentata dal Tribunale dei Ministri in relazione al caso Diciotti, Salvini ha nel suo mazzo anche la carta che gli consentirebbe di rinunciare all’immunità parlamentare. Significa scegliere scientemente di farsi processare, andare allo scontro aperto con la magistratura, certi di essere scagionati da tutte le accuse. Questo perché l’impianto accusatorio – diciamocelo chiaramente – non regge.

Si parla innanzitutto di “arresto illegale” e per quanto vergognosa sia stata la gestione del caso Diciotti non risulta che nessuno dei migranti sia stato arrestato sulla nave. Poi c’è il “sequestro di persona aggravato”: qui la privazione della libertà personale è illegittima? La decisione di tenere in ostaggio quei migranti è stata certamente disumana e strumentale, ma di sicuro politica. Lo si dimentica spesso: ma la separazione dei poteri esiste.

Pur sapendo di vincere in tribunale, però, Salvini non rinuncerà all’immunità parlamentare. Il motivo è che non gli conviene dal punto di vista politico. I giudici che hanno chiesto l’autorizzazione a procedere contro di lui hanno di fatto messo all’angolo i 5 Stelle.

Salvare Salvini è – per Di Maio&Associati – la scelta più logica: questo perché ogni decisione sul caso Diciotti è stata condivisa. Eppure l’indole manettara e giustizialista vive e lotta insieme a loro. Come motivare alla base, proprio a ridosso delle Europee, la decisione di salvare quello che rimane un alleato di governo ma un avversario politico?

Capitolo centrodestra: il voto di Palazzo Madama può essere per Salvini il grimaldello per testare il livello di fedeltà di Forza Italia. Su un tema così caro a Berlusconi come quello della giustizia è praticamente impossibile che il Cavaliere si sfili, ma per Salvini costringere gli azzurri a venire sulle sue posizioni è una prova ulteriore di forza, una violenza che gli alleati saranno obbligati a subire per non vedersi additati come traditori.

Dunque Salvini ha tutto l’interesse strategico a non saltare neanche un passaggio dell’iter parlamentare. Chi rischia più di tutti è il MoVimento 5 Stelle. Lui, purtroppo, ha già vinto.

Perché la richiesta di mandare a processo Salvini è un regalo a Salvini

Premessa: l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini richiesta dal Tribunale dei Ministri di Catania sul caso Diciotti è un autogol.

Se c’era un modo per spingere la Lega al 51% alle prossime Europee eccolo, trovato. Salvini può ora fintamente immolarsi, descrivere se stesso come un martire pronto a sacrificarsi in nome della Patria, diffondere la narrazione di un perseguitato dalla giustizia “colpevole” di aver fatto gli interessi della Patria e del Popolo.

Ora, dando per scontato che i magistrati di Catania abbiano trovato dei margini giuridici per chiedere l’autorizzazione a procedere, volendo credere che la giustizia politicizzata in questa vicenda non c’entri nulla, veniamo al dunque: Salvini non finirà in ogni caso a processo.

In Senato ai voti della Lega si aggiungeranno quelli di Fratelli d’Italia con assoluta certezza, ma pure quelli di Forza Italia. Silvio Berlusconi, pur non simpatizzando per Salvini, ha subìto in prima persona una manovra di espulsione parlamentare dal Senato. Il suo sarà un voto a favore della propria storia, piuttosto che pro-Salvini.

E il M5s? Dopo essersi schierato a favore del leghista per tutti i giorni dell’indecorosa vicenda Diciotti non può di certo pensare di sconfessare se stesso. Al limite potrebbe smarcarsi qualche senatore fedele a Fico, ma poco altro. Diversamente sarebbe un suicidio politico. E il Pd? Probabilmente, rendendosi conto che il proprio voto risulterà ininfluente, voterà per l’autorizzazione a procedere, così da offrire ai propri elettori lo scalpo, almeno virtuale, del nuovo nemico. Una decisione a mio avviso sbagliata: l’avversario si batte nelle urne, punto.

L’impatto politico di questa vicenda, oltre che dalla saggezza degli altri partiti, dipenderà anche dai tempi che comporterà. Maurizio Gasparri, che sarà relatore del caso in qualità di presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, ha assicurato che la pratica sarà gestita con rapidità. C’è da augurarselo. A meno che non si voglia portare Salvini in carrozza al voto di maggio. Uno: non ne ha bisogno. Due: sarebbe la fine.

Dal Vangelo a San Salvini martire

salvini vangelo

 

L’onda lunga della Diciotti è uno tsunami di cui avremmo fatto volentieri a meno, un teatrino squallido, dove tutto rasenta il ridicolo. Così Salvini non si smentisce e come per ogni vicenda cerca di trarre un vantaggio personale pure da questa. Si conferma dunque un rapace, un giocatore scaltro, lucido ma soprattutto fortunato: un Inzaghi della politica, non un fenomeno, ma sempre al posto giusto quando si tratta di segnare a porta vuota.

Ma bisogna ringraziare chi passa i palloni da spingere in rete: in questo caso il pm di Agrigento Patronaggio, perché ci sono pochi dubbi sul fatto che l’inchiesta verrà archiviata. Siamo dinanzi ad un atto che non farà altro che alimentare la retorica del “re populista”, dell’eroe senza macchia e senza paura pronto a rinunciare alla propria libertà pur di garantire quella altrui. Uno schema vincente, soprattutto in un’Italia a caccia di uomini forti, alla ricerca disperata di un capo cui affidarsi, capace di tirarla fuori dalle sabbie mobili in cui è finita da tempo.

E allora ecco spiegate le nuove dichiarazioni di Salvini, l’impavido che non negherà l’autorizzazione a procedere, la “vittima” prescelta da chi si ostina a negare il cambiamento (quale?) voluto dal popolo, il perseguitato dalla giustizia, da quella magistratura politicizzata che in Italia non è nuova (e questo è in parte vero) ad aprire e chiudere inchieste a seconda del proprio credo.

Salvini lo dice apertamente:”Da Agrigento verranno tante cose positive e quindi ringrazio il pm perché sarà un boomerang“.

Ha ragione, purtroppo.  Ha già iniziato la messinscena, indossato i panni del martire, non vede l’ora di essere crocifisso.

Avremmo dovuto intuirlo. Dal rosario al Vangelo. Fino a San Salvini.

Quindi chi ha “vinto” con la Diciotti?

migranti nave diciotti

 

La prima considerazione è la seguente: quei 150 migranti, i disperati coi volti scavati e i piedi scalzi, sono finalmente sbarcati. Con una decisione arrivata di notte, dopo i telegiornali delle 20 del sabato sera. Una scelta un po’ vigliacca, volta a smorzare l’impatto mediatico di una piccola giravolta, ma tant’è: Salvini li ha fatti scendere.

Sull’indagine della magistratura nei confronti del ministro dell’Interno ci sono diversi dubbi: con ogni probabilità non andrà “in porto”. Servirà ad almeno due cose: a ricordare a Salvini che di questo Paese non è – ancora – il sovrano e a gonfiare ulteriormente i suoi sondaggi. Sì, perché da scaltro plasmatore di verità qual è, il leader del Carroccio ha già iniziato a dipingersi come l’eroe pronto ad immolare la sua libertà personale sull’altare della nostra sicurezza. Come se a bordo della Diciotti vi fossero 150 delinquenti, terroristi, ricercati internazionali.

Rispetto a Di Maio, che usa come sempre la doppia morale, c’è ormai poco da commentare. Alfano indagato doveva dimettersi in 5 minuti. Salvini indagato no, ufficialmente perché non viola il codice etico del M5s. Ed è un dettaglio che nel tempo quel regolamento sia stato scritto, riscritto e annacquato a proprio comodo.

Ma allora chi ha vinto con la Diciotti? Non Salvini, che alla fine i migranti ha dovuto farli sbarcare, che sulla sua pelle ha visto a cosa serve il braccio di ferro con l’Europa: a nulla. Non l’UE, che a dirla tutta ha sì dato una lezione al leghista, ma neanche stavolta ha battuto un colpo. Non Di Maio, delle cui minacce in Europa hanno sorriso, come si sorride di un giovane che vorrebbe ma non può, che dice ma non sa. Non la maggioranza tutta, che alla fine è stata salvata dalla Chiesa italiana, quella che tante volte è finita nel mirino dei suoi sostenitori. Perché quante volte abbiamo letto frasi del tipo: “Se li prenda il Vaticano i migranti, se ci tiene tanto all’accoglienza”. Se li è presi, alla fine. Così come se li è presi l’Albania. E non per chissà quale motivo, soltanto per debito di riconoscenza, perché non ha dimenticato quando l’Italia ha aiutato la sua gente. L’accoglienza del passato ha salvato Salvini. Ecco, tutto torna. Con i migranti della Diciotti al sicuro ha vinto l’Italia. Non questa.

Siamo meglio di così

nave diciotti

 

Dovrà pur esserci una via di mezzo tra il ricatto e la resa. Perché è vero che quello dell’immigrazione è un problema comune a tutta l’Europa, così com’è ingiusto che a dover gestire la maggior parte del fenomeno sia l’Italia. Ma a cosa serve la politica se non a questo? A trovare soluzioni, a cercare risposta attraverso le trattative, il dialogo, a volte anche la fantasia.

Se però la vittoria dell’anti-politica deve tradursi nel primato del “no alla politica” allora è chiaro che dovremo abituarci ad alzate d’ingegno “alla Di Maio“, che una sera d’agosto, con 150 persone a bordo della nave di Diciotti in attesa di sbarco, decide di optare per il ricatto duro e puro: amici europei, o vi prendete i nostri migranti (perché stavolta sono nostri, senza alcun dubbio sul punto) oppure noi non vi versiamo 20 miliardi di euro.

Così, dal nulla, con tanti saluti all’agitazione dei mercati, allo spread che fa paura, all’assalto finanziario che tutti temono tra agosto e settembre, alle parole rassicuranti ed equilibrate che un governante dovrebbe utilizzare in momenti caotici come quello attuale. Ma non c’è da sorprendersi: Di Maio è lo stesso che ha chiesto l’impeachment per quel galantuomo di Sergio Mattarella solo perché non voleva Savona ministro dell’Economia. Quando la tensione aumenta dà i numeri, perde il controllo.

Nel Far West delle dichiarazioni, giocano a chi le spara più grosse: Di Maio si gioca tutte le fiches sui 20 miliardi, Salvini ama pensare a se stesso come ad un martire pronto ad andare in galera pur di difendere le sue posizioni (e di ottenere qualche punto in più nei sondaggi).

Siamo al delirio di onnipotenza, alle manie di grandezza motivate da chissà che cosa, alla legge del cortile: il pallone è nostro, o si gioca a quel che diciamo noi o ce ne torniamo a casa. Oh!

Peccato che nel condominio si siano rotti tutti le scatole del nostro chiasso. Qualcuno, prima o poi, ce lo sgonfia.

Siamo diventati l’Italia dei ricatti.  Siamo meglio di così. Basterebbe ricordarcene.

Salvini, falli scendere

diciotti

 

Sulla pelle di 177 migranti si consuma l’ennesimo sfoggio di muscoli del Presidente del Consiglio ombra. Matteo Salvini non ha rivali in questo governo. E forse nemmeno Mattarella ha più la forza di contrastare la brutta piega presa dall’esecutivo. Perché è un fatto, ormai, che l’intenzione del leghista sia quella di rendere normalità ciò che invece normale non è.

Un sequestro di persona plurimo “di Stato”, lo ha chiamato Saviano, che a volte con le parole esagera ma questa volta non è andato troppo lontano dalla realtà. Poiché da ormai sei giorni ci sono uomini, donne e bambini che dopo essere stati raccolti in mare non sono liberi di andare da nessuna parte: intravedono la libertà a pochi metri di distanza, in quel porto di Catania che pare messo lì come una cattiveria, lo guarderanno, lo sogneranno, ma non vi sbarcheranno.

E allora c’è da chiedersi pure il perché di questo atteggiamento. Perché se è chiaro che Salvini sulla partita della nave Diciotti si gioca la faccia, se è vero che il ministro dell’Interno non vuole arretrare di un millimetro proprio ora che l’estate volge al termine e i viaggi della speranza destinati a diminuire, lo è pure che in questo caos ci ritroviamo per un problema di natura politica.

Va detto senza paura di dare ragione ai populisti. L’Europa fino a questo momento è mancata. Senza alcun dubbio è mancata. Ma allora qualcuno ci dica perché, il giorno dopo il Consiglio Europeo di fine giugno, il premier Conte festeggiava euforico la soluzione del problema. Non aveva niente in mano, lui che non perde occasione per ricordarci di essere un avvocato abituato a ragionare sui documenti. C’ha raccontato che sarebbe bastato un impegno assunto su “base volontaria” a risolvere i problemi dell’Italia in materia di immigrazione.

Ha sbagliato lui. Così come adesso si vede che da nessuna parte ci porta l’asse sovranista in Europa di Matteo Salvini. Negli sforzi fatti dalla Farnesina per trovare una condivisione degli oneri dell’accoglienza dei 177 disperati, qual è stato il primo Paese che c’ha chiuso le porte in faccia? L’Austria. L’Austria di Kurz, l’amico di Salvini.

Ma se da una parte la politica può essere materia complicata, se dall’altra questo governo ha fatto l’impossibile per rendere l’Italia sempre più sola, resta il fatto che non possiamo perdere la nostra umanità. Saranno pure “migranti”, ma sono prima di tutto persone. E magari anche stavolta qualcuno mostrerà compassione. Forse pure oggi arriverà in soccorso del governo una voce umana, a dire che i disperati salvati da una nave “italiana” se li prende l’Europa. Forse. Ma non aspettiamo.

Salvini, falli scendere.