Niente panico. Ma stiamo facendo tutto il possibile?

Coronavirus

Non esiste in natura niente di più equo di un virus. Le barriere che l’umanità si è data, le distinzioni sulla base del colore della pelle, della “razza”, sono per il virus concetti astratti. Tutti siamo alla mercé del virus. Bianchi, neri, gialli, poveri, ricchi, leghisti, grillini, comunisti, democristiani, juventini, milanisti, interisti. Tutti esposti al contagio. Nessuno immune.

La notizia che doveva prima o poi arrivare è arrivata. I primi casi di contagio da coronavirus in Italia, gli stessi che in queste ore stanno seminando il panico a Castiglione d’Adda e a Codogno, probabilmente non saranno gli ultimi. Niente panico, ma qualche domanda sì.

Ad esempio: da quando l’emergenza sanitaria è scoppiata in Cina stiamo investendo bene il nostro tempo? Lo stiamo sfruttando per capire come muoverci nella sciagurata ipotesi che il virus si diffonda a macchia d’olio in Europa? O ci stiamo aggrappando alla speranza – probabilmente illusoria – che la Cina riesca da sola ad arginare l’epidemia?

La lezione cinese è chiarissima: sottovalutare il problema equivale a pagare un conto altissimo in termini di vite umane. Milioni di persone isolate non sono un film, sono una minaccia alla tenuta del tessuto sociale, una realtà tragica che investirà per lungo tempo non solo l’economia ma anche i rapporti con l’Asia. Una volta compreso che il latte era stato versato, Pechino non ha iniziato a piangere. A rischio è la stessa tenuta del regime, che non a caso ha messo in campo tutti i suoi mezzi per tentare di salvare il salvabile. Questo non significa che l’Italia dovrebbe iniziare a costruire ospedali in 10 giorni come hanno fatto in Cina. Ma vuol dire che la decisione – contestata da qualcuno – di sospendere i voli da e per la Cina è stata non solo saggia, ma dovuta.

Eppure i primi contagi da coronavirus dimostrano che queste precauzioni non bastano. Dicevamo che il virus non conosce barriere: così alzare muri non serve. Nel 2020 è impossibile chiedere al mondo intero di chiudersi in casa aspettando di sfebbrarsi. Ma è giusto dare ascolto agli esperti, sopravvalutare il pericolo per non finirne travolti. In questo senso abbiamo la fortuna di avere in Italia degli esperti di primissimo piano: Roberto Burioni è uno di questi. Nell’attesa di capire se il 38enne di Castiglione d’Adda sia stato realmente contagiato da un amico di ritorno dalla Cina o meno (pare che fossero trascorsi 16-18 giorni dalla loro cena, dunque più dei 14 considerati periodo di incubazione) è bene mettere in atto tutte le misure di prevenzione. Ciò significa, come ha detto chiaramente Burioni, che chiunque è stato in Cina deve mettersi in quarantena. Non è razzismo, non è alimentare il panico: è mettere in conto la contagiosità degli asintomatici.

In questo senso anche il New England Journal of Medicine ha chiarito che il picco della carica virale del COVID-19 si raggiunge poco dopo la comparsa dei primi sintomi. Perché non è una buona notizia? La SARS, per esempio, aveva il proprio picco virale, cioè la capacità massima di trasmettere l’infezione, a 10 giorni dalla comparsa dei sintomi. Tradotto: con la SARS il paziente aveva più possibilità di contagiare quando stava già molto male, per questo a rischio erano soprattutto i medici che lo avevano in cura. Con il nuovo coronavirus questo periodo di intermezzo non c’è più: si è contagiosi fin da subito, quando si pensa ad un banale raffreddore, quando si sta ancora bene. Anche in questo caso: non si deve alimentare il panico, ma si deve prevenire la bomba sociale.

Come si fa? Accumulando in una situazione ancora più che gestibile dal nostro Servizio Sanitario Nazionale una quantità di farmaci importante, non solo per trattare il coronavirus, ma anche per altre patologie che potrebbero essere aggravate dal virus. Il governo deve poi valutare per tempo l’opzione di allestire nuovi reparti di terapia intensiva: perché quelli attrezzati per l’emergenza potrebbero ad un certo punto essere saturi. E a farne le spese potrebbero essere anche i pazienti affetti da patologie diverse dal COVID-19 ma bisognosi allo stesso modo di un ricovero in terapia intensiva.

Per l’ultima volta: non è catastrofismo. I politici ascoltino gli esperti. L’emergenza si evita ragionando come se l’emergenza fosse in atto. Muoversi prima, per non arrivare tardi.

Prevenire, meglio che curare.

Il nemico del mio nemico è mio amico

Matteo Salvini e Matteo Renzi a "Porta a Porta"

In guerra il nemico del mio nemico è mio amico. Questo proverbio descrive la relazione attuale tra Matteo Renzi, Giuseppe Conte e Matteo Salvini. L’ordine in cui sono stati scritti i nomi non è casuale. Non è alfabetico, non segue una regola d’anzianità. E’ più che altro illustrativo della condizione in cui si trova oggi il Presidente del Consiglio: in mezzo ai due “Matteo”, col rischio concreto di esserne schiacciato.

In Parlamento in queste ore hanno tirato fuori il pallottoliere. Al di là delle smentite, delle dichiarazioni del governo che si preoccupa di dire che è preoccupato solo a non fare preoccupare gli italiani lavorando sui problemi veri (quelli fuori dal Parlamento), la realtà è che le frenetiche attività si concentrano tutte sul “chi ha davvero i numeri”, dentro il Parlamento. Può sembrare uno scioglilingua, ma per chi è chiamato a fare i conti, a valutare l’affidabilità della parola di questo o quell’altro senatore è più che altro un rompicapo. Da questi calcoli deriva la strategia dei leader. Siamo nel pieno di una mano di poker: qualcuno ha il punto, altri fingono di averlo, altri ancora ne sono certi ma sbagliano. La verità si conoscerà soltanto allo showdown: giù le carte, non prima.

Ma se l’esito della “crisetta”, copyright di Ettore Rosato, non può essere previsto fino a quando non si capirà se esiste un manipolo di (ir)responsabili pronto a soccorrere la maggioranza in caso di strappo renziano, qualcosa si può cercare di anticipare: la tattica degli attori in gioco.

Conte tenterà lo stesso schema utilizzato con Salvini in agosto: cercherà di portare in Parlamento la crisi, nel tentativo di disinnescarla. Renzi giocherà dentro e fuori dai Palazzi: l’ospitata a Porta a Porta va interpretata con il desiderio di (ri)prendersi la scena. Ma la partita decisiva si giocherà in Senato. Finora Renzi ha fatto intendere di avere buone carte, se bluffa lo sa soltanto lui. Salvini in questo momento dovrebbe tacere, ma non gli riesce. Rischia di tirarsi l’ennesima zappa sui piedi: ogni parola pronunciata sulla crisi allontana la crisi. Perciò quando da Napoli invita Renzi a staccare la spina del governo “per dignità” fa un dispetto a se stesso. Conte è nemico di Salvini. Ma è anche nemico di Renzi. Bisogna avere la lucidità di ricordare: in guerra, il nemico del mio nemico è mio amico.

Che fai, lo cacci?

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

La politica italiana si conferma all’avanguardia. Sta inaugurando un nuovo genere: il reality-thriller. Ogni giorno una polemica, ogni ora una minaccia di crisi di governo. Un meccanismo perfetto per alzare gli ascolti. Fino a quando il pubblico, in attesa permanente del colpo di scena (che non arriva), capisce che non succede niente: è tutto un bluff, meglio cambiare canale.

I protagonisti di queste ore sono indubbiamente due: Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Il premier ha dimostrato in questi mesi una capacità di galleggiamento nel mare agitato della politica onestamente sorprendente. Presiedere due governi dopo essere apparso sulla scena da perfetto sconosciuto non è impresa da tutti. In poco tempo è emersa la maggiore caratteristica dell’autoproclamato “avvocato del popolo”: è un ottimo avvocato di sé stesso.

Ma quando si parla di schermaglie politiche, di colpi di fioretto, Matteo Renzi ha dalla sua un’esperienza diversa. A dirla tutta l’aveva anche Matteo Salvini, ma il caldo d’agosto e la brama di “pieni poteri” lo hanno trascinato in una botola da cui fatica ad uscire. Renzi non ha questi problemi. Al contrario: la fretta, la velocità, sono i suoi maggiori nemici. Logorare Conte va bene fino a quando non si rompe il governo. Per questo motivo nella diretta Facebook in cui ha aperto e subito dopo chiuso il confronto con Conte c’è un passaggio fondamentale: “Caro presidente del Consiglio la palla tocca a te. Noi non abbiamo aperto la crisi ma non rinunciamo alle nostre idee, rispetteremo la tua scelta. Puoi cambiare maggioranza, lo hai già fatto, sai come si fa, quello che non puoi dire è che noi siamo opposizione maleducata perché se lo siamo voi non avete la maggioranza“.

La politica vive dei suoi riti, è perfino ciclica. Vi sembra di avere già assistito a qualcosa di simile? Sì, è vero. Renzi ha rievocato il “Che fai, mi cacci?” di Gianfranco Fini. Ma Conte a differenza di quel Berlusconi è meno forte. Il drappello di (ir)responsabili pronti a sostituire il governo esiste, uscirà fuori al momento opportuno, se mai dovesse essercene bisogno. L’istinto di conservazione del Parlamento è esemplare. La salvezza momentanea di Conte coinciderebbe anche con la sua fine a livello d’immagine. Conte ha sancito il suo percorso di vita con una frase passata in sordina, pronunciata strategicamente prima di Capodanno, con gli italiani storditi dalle mangiate natalizie e sazi quanto basta di politica: “Dopo questo mio intenso coinvolgimento, non vedo un futuro senza politica. Non mi vedo novello Cincinnato che mi ritraggo e mi disinteresso della politica“.

Questo è il punto: Renzi ha bisogno di tempo per dare ad Italia Viva una dimensione che attualmente non possiede. Conte non può rischiare di passare come l’uomo attaccato alle poltrone, il vecchio politico che passa da una maggioranza all’altra come niente fosse.

Renzi, però, nei prossimi mesi dovrà capire da che parte stare. Il progetto di fare al Pd ciò che ha fatto Macron ai socialisti francesi sembra difficile da realizzare soprattutto per un motivo: egli non viene percepito come un uomo di sinistra, al massimo di centrosinistra. Ed è chiaro che Italia Viva difficilmente potrà presentarsi alle prossime elezioni in coalizione con Pd e M5s, a maggior ragione nelle vesti di junior partner. Pensare ad un’alleanza con Salvini è fantapolitica, Renzi non entrerà nel centrodestra. L’ipotesi più percorribile è che tenti di creare il centro. E’ un’operazione lunga e complicata, anche questa. Serve convincere Forza Italia, +Europa, Azione di Calenda, Udc e altri partitini a formare un unico blocco, ma soprattutto a rinunciare alle garanzie che la permanenza nei rispettivi poli fornisce.

Ecco perché al di là dei riti della politica, dei suoi cicli, i déjà-vu avvengono ma con qualche variante. Renzi ha minacciato la crisi. Ma non l’aprirà. La questione è ribaltata. Il cerino nelle mani di Conte: “Che fai, lo cacci?”.

Quel pregiudizio del governo su Renzi

Renzi

Se la politica italiana recuperasse onestà – non il ritornello urlato nelle piazze dai grillini, ma la capacità di analizzare i problemi esercitando buon senso, senza preconcetti, posizioni pregiudiziali, logiche del reciproco dispetto – sarebbe una buona notizia. Questa notizia, però, non sembra essere all’orizzonte. Più facile vedere comparire una crisi di governo.

Parliamoci chiaramente: è comprensibile il punto di vista di chi crede che quella di Matteo Renzi sulla prescrizione sia una battaglia ingaggiata per mettersi in mostra, per ottenere una centralità che altrimenti la realtà politica odierna non gli riserverebbe. E ancora: si può capire chi ha interpretato come un errore, uno sgarbo istituzionale, la mancata presenza della delegazione di Italia Viva al Consiglio dei Ministri odierno. Ma con la stessa chiarezza bisogna dire che è lecito dal punto di vista del nuovo soggetto renziano reclamare ascolto e pari dignità su un tema sensibile come quello del garantismo.

Per quanto sembri difficile da credere, anche su un argomento come la prescrizione, se c’è volontà politica posizioni sulla carta inconciliabili come quelle incarnate da Alfonso Bonafede e Matteo Renzi possono trovare un compromesso. Il punto, in questa vicenda, sembra essere proprio questo. Al di là dei tecnicismi, dei diversi pareri su dove si trovi la ragione, non tenendo conto di due visioni della giustizia antitetiche, tacendo dell’approccio giustizialista con cui questa vicenda è stata affrontata dal partito di maggioranza relativa in Parlamento, ma soprattutto di come è stato clamorosamente appoggiato da un partito che si dice democratico ed un tempo perfino garantista, bisogna ammettere che il problema, per qualcuno, è solamente è uno: Renzi.

Fin dalla scissione con il Pd, la sua presenza al tavolo del governo, il fatto che ne fosse diventato d’un tratto azionista, è stato vissuto con disappunto, con malcelato fastidio. Un sentimento provato non solo dal MoVimento 5 Stelle, ma a maggior ragione dal Pd, che il partito renziano deve tentare di ucciderlo nella culla, per non rischiare di vederselo un giorno cresciuto e potenzialmente pericoloso. E allora arriviamo al dunque: tutto questo caos sulla prescrizione, queste polemiche per l’atteggiamento di Italia Viva, le strigliate dello statista Conte, la denuncia di “maleducazione” (ohibò!), l’ipotesi di un ritorno al voto messa in campo come una minaccia, cosa sono se non la conseguenza di un “peccato” originale?

Quale? La presenza di Renzi al governo. Interpretata al di là dei suoi torti o delle sue ragioni. Come quando si ha un pregiudizio su qualcuno, giusto o sbagliato che sia. Il punto, però, è che stavolta non c’è di mezzo né Renzi, né Italia Viva. C’è in gioco l’Italia.

Non è stato un “anno bellissimo”

Il volto rassicurante del premier Conte non ci rassicura. Il fatto che questo avvocato fino a poco tempo fa sconosciuto sia diventato nel giro di un annetto un papabile per la presidenza della Repubblica per il post-Mattarella è un dato inquietante: dà l’idea del vuoto politico in cui l’Italia è piombata, la dimensione di precarietà che viviamo.

La conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio a Villa Madama è stata l’ennesima conferma della maggiore qualità di Conte: ottimo dribblatore, mediatore capace di conciliare opinioni divergenti, anche quando le opinioni divergenti sono le sue.

Non c’è dubbio che rappresenti un esercizio complicato per chiunque, anche per il più abile dei prestigiatori, quello di far sembrare “normale” ciò che normale non è: e cioè che Giuseppe Conte guidi oggi un governo appoggiato dal Pd, dopo aver guidato per 14 mesi un esecutivo dove l’impronta della Lega era predominante. Il soprannome assegnatogli su queste pagine in tempi non sospetti, quell’affettuoso “Avvocato Azzeccagarbugli” sembra giorno dopo giorno il migliore per descriverne l’arte di muoversi e districarsi tra i meandri delle sue contraddizioni.

Qualche esempio. Non c’è dubbio che la politica tutta urla e hashtag #portichiusi messa in atto da Matteo Salvini abbia rappresentato un successo mediatico e un fallimento politico. Ma rivendicare i risultati positivi sui rimpatri oggi sotto la gestione Lamorgese, sconfessando il vecchio titolare del Viminale, non è quanto meno tafazziano per colui che, come recita la Costituzione, “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri“? Conte non era a Palazzo Chigi quando Salvini (mal)gestiva le politiche migratorie in nome del suo governo?

E non è un atteggiamento leggermente vigliacco – Conte non si arrabbierà – quello che rimanda ad un’indagine sui messaggi scambiati nelle chat Whatsapp o tramite mail per verificare se realmente ci sia stata una condivisione degli atti sulla gestione (sbagliata e disumana) della nave Gregoretti carica di migranti lasciati per giorni ad annaspare in mare aperto?

Ecco, al di là della capacità di Conte di svicolare dalle vere questioni, sorvolando sulle doti d’equilibrista che nessuno mette in discussione (bravo lui, meno gli altri che glielo consentono e ne fanno uno statista), fatto salvo per alcuni sprazzi d’orgoglio che qui abbiamo elogiato, sembra di notare una pochezza preoccupante in termini di concretezza. Eccetto per lo scongiurato aumento dell’Iva, non sembra che questo governo abbia risolto finora un problema che sia uno, raggiunto un risultato da consegnare ai posteri. Vittima della sua litigiosità, tenuto insieme dalla paura (legittima, ma da affrontare) che alla fine al governo arrivi Salvini, il Conte bis non è stato fino ad oggi nulla di indimenticabile. E per questo da dimenticare. Doveva essere un “anno bellissimo”. Forse lo è stato per Conte. Di certo non per l’Italia.